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Di Ceccano, caduto in guerra, Virgilio Bonanome

El Alamein Italian memorial entrance 350 260 minIl quattro novembre del 1942 ad El Alamein, si concludeva con la sconfitta delle forze italo-tedesche ad opera delle truppe britanniche, l’esperienza di guerra in Africa. Si trattò di una lotta impari. Da una parte le forze dell’Asse avevano a disposizione 100.000 soldati, 547 carri armati, 198 aerei, mentre quelle della VIII Armata composta da inglesi, francesi, greci, australiani, indiani, neozelandesi, sudafricani ne avevano molte di più: 200.000 soldati, 1200 carri armati, oltre 1.000 aerei.

Più che entrare in alte discussioni strategico-militari vogliamo solamente ricordare un Ceccanese, caduto in tale battaglia: Virgilio Bonanome, nato il 17 febbraio 1921 appartenente ad una famiglia affermata. Il padre Filippo, nel secondo dopoguerra fu assessore e a lui si deve l’istituzione nella città, per otto anni, del Ginnasio, mentre il cognato, Francesco Flores, fu Commissario prefettizio dal febbraio all’ottobre del 1946. Vogliamo ricordare una persona di cui spesso sentivamo parlare dal fratello Pio con il quale abbiamo condiviso una lunga amicizia.

La necessità di proporre la figura di Virgilio Bonanome è nata dalla lettura di un articolo letto sul Bollettino dei Fasci di Combattimento della Federazione di Frosinone, pubblicato nell’aprile del 1943. Non ci è sembrata essere una lettura fuori tempo ma necessaria a far nascere, proprio in questo tempo, tante riflessioni su: amicizia, obbedienza, acritica fiducia, amore di patria. A riflettere bene, pertanto, riteniamo che mentre l’amicizia è un sentimento condivisibile, non può essere dato lo stesso giudizio per quanto riguarda l’obbedienza, l’acritica fiducia e il modo d’intendere e manifestare quell’amore di patria che ha portato i due ufficiali a partecipare ad una guerra di aggressione. E’ scritto da un amico, sottotenente Alfredo Pagliei, di Giuliano di Roma, fratello di Alvaro e Fabrizio, affermati avvocati. A parte le espressioni di sentito dolore e di sincero affetto, oltre che una efficace rappresentazione delle vicende personali di guerra, lo scritto ci sembra essere essenziale e precisissimo nel fotografare i momenti particolari dell’ultimo periodo di vita di Bonanome. Utile per chi del giovane ha intenzione di scrivere più approfonditamente. Ne estraiamo pertanto gli elementi che ci sembrano essere più significativi:
«Ben chi come lo scrivente ha passato con Virgilio tutte le vicende della vita militare per 13 mesi, dal giorno della partenza dal Distretto militare fino a quello della nomina a sottotenente, è gran pena scrivergli ora per l’ultima volta un articolo di morte invece della allegra periodica lettera.
Per 13 mesi la sua vita è stata la mia vita.
Rivedo Virgilio passeggiare al mio fianco sotto il monumento di Dante a Trento, impettito e impacciato come me nella divisa nuova di recluta.
Riodo ancora la sua voce argentina squillare ben distinta tra il coro della Montanara, quando ci arrampicavamo con lo zaino pesante dell’alpino su per la mulattiera ghiacciata della Malga Zirago al Brennero, tra paesaggi indimenticabili di cime bianche al sole e di valli a precipizio che ci affascinavano.
Ma il periodo in cui l’ho avuto più vicino è stato durante i sei mesi del corso allievi ufficiali a Napoli: dormivamo accanto».

Alfredo Pagliei prosegue nel ricordo descrivendo di Bonanome gli aspetti più personali: giovialità, simpatia, studio fino alla pignoleria, eccezionale volontà di apprendimento. Nella parte finale l’articolo ritorna sugli aspetti legati alle vicende di guerra.
«Con la nomina a sottotenente la diversità delle assegnazioni ci separò. Dopo un brevissimo periodo trascorso al Deposito, Virgilio nel cuore dell’estate andava a raggiungere la sua Grande Unità eroicamente distintasi dall’inizio dell’operazioni in Africa settentrionale. In proposito mi scriveva da Marsa Matruh: “sono felice di far parte di questa gagliardissima divisione e spero di far vedere al più presto che ne sono degno.
Dopo solo quattro mesi ha dato la vita».

Il sottotenente Virgilio Bonanome faceva parte del 65° Fanteria Trieste. Divisione motorizzata uscita annientata dalla battaglia. È morto il 31 ottobre del 1942 colpito da una bomba lanciata da un aereo inglese mentre con la sua colonna si dirigeva verso la Piana di Quattara. Il suo corpo riposa nel Sacrario di El Alamein insieme ad altri 4.633 caduti.

Ci sembra necessario inoltre precisare che se fra l’articolo di Alfredo Pagliei e la morte di Virgilio trascorrono circa sei mesi ciò non è dovuto a dimenticanza o sottovalutazione, ma al fatto che in tale periodo venne ritenuto essere un disperso.

Lucia Fabi Angelino Loffredi

 

 

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Cassino: Le Donne, il Coraggio, la Guerra

Convegno Cassino 270tt18 350 minIntervento di Lucia Fabi nel Convegno CASSINO: Le Donne, il Coraggio, la Guerra Organizzato dall’Associazione Battaglia di Cassino il 27 Ottobre 2018  (cliccare sulla immagine a sinistra per ingrandirla)

La vicenda che oggi porterò alla vostra attenzione si è realizzata in un momento particolare e difficile della nostra storia nazionale.
72 anni fa, da febbraio a maggio del 1946 , 3444 bambini partirono dalla Provincia di Frosinone, per essere ospitati, per 4 mesi, presso famiglie di 51 Comuni del Nord Italia. Bambini bisognevoli di cure , stremati dalla fame e dalle malattie, minacciati da mine e bombe inesplose, costretti a vivere in locali angusti e antigenici . Al termine dei mesi previsti 300 di questi bambini prolungarono di altri mesi la loro presenza, mentre 50 vennero adottati. Gran parte dei bambini che vissero questa esperienza rimasero legati per molti anni ancora alle famiglie che li avevano ospitati. L’allora bambino Peppino Gentile, da adulto amministratore di Cassino, ospitato da una famiglia di Vaiano, in Toscana ricorda ad es.che il rapporto che lo legò alla famiglia che lo aveva ospitato durò fino al compimento dei 105 anni dell’altra “mamma”.
Questa la cronaca concisa, fredda e essenziale della vicenda. Ma credo sia importante soffermarsi sull’idea e sullo sviluppo di questa grande espressione di solidarietà.

Tutto ebbe inizio durante il V Congresso del PCI, a cavallo fra 1945 e il 1946, allorquando i delegati Frusinati Raul Silvestri e il ferroviere Giovanni Gallozzi posero all’attenzione dei congressisti la drammatica condizione della Città Martire. Il Congresso decise di inviare Teresa Noce massima dirigente dell’Unione Donne Italiane che arrivò a Cassino il 6 gennaio del 1946, consegnando al sindaco della città Gaetano De Biasio 100 mila lire, 150 pacchi e una buona scorta di chinino. Ritornò prima che il congresso si concludesse e raccontò del dolore e della disperazione che aveva visto impresso sui visi delle persone, esprimendosi in questi termini : “Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riusciremo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali, di chinino per vincere la malaria”. L’intervento scosse l’uditorio e la questione di Cassino fu inclusa fra le tante e importanti iniziative da prendere.

Immediatamente dopo il Congresso, scattò una fitta rete di volontariato che si prodigò per trovare una risoluzione al grave problema che affliggeva l’infanzia del cassinate. Ai bambini che rischiavano di morire per mancanza di cure e nutrimento, veniva offerta una concreta possibilità di sopravvivenza.
Con coraggio e determinazione si affrontarono e superarono un’infinità di ostacoli e si lavorò alacremente per ottenere alla fine, risultati più che soddisfacenti. L’organizzazione, pur variegata a seconda delle realtà, si dimostrò complessa e minuziosa. Bisognava trovare i genitori disposti a mandare i propri figli in luoghi sconosciuti e famiglie disposte ad accogliere. Mentre l’accoglienza fu ampia e diffusa in ogni realtà, nella nostra provincia purtroppo, emerse una campagna terroristica e diffamatoria. Vennero usati argomenti ignobili come ad es. bambini portati in Russia e usati per farne il sapone o bambini che sarebbero diventati atei e contro i valori della famiglia.

Tale campagna fu presente e forse ottenne qualche risultato in particolar modo a ridosso della partenza dei primi due scaglioni, quando i genitori erano veramente angosciati sul destino dei loro figli, poi però le calunnie persero credibilità perché arrivarono le prime lettere con notizie tranquillizzanti. Successivamente anche le visite effettuate dalle mamme ciociare per verificare direttamente le condizione dei bambini riuscirono a rassenerare i genitori.
I bambini, a gruppi più o meno numerosi, provenienti dai diversi comuni della Provincia, partirono con treni speciali appositamente predisposti assistiti da donne dei comitati locali e da personale della Croce Rossa. L’arrivo nelle varie stazioni era sempre caloroso e festoso. I bambini prima venivano portati in locali caldi e accoglienti, rifocillati e poi affidati alle famiglie ospitanti di estrazione prevalentemente contadina, operaia o artigiana; raramente si trattò di famiglie ricche.

L’accoglienza in seno alle famiglie non rappresentò un trauma per il bambino, anche perché di fronte ad un piatto caldo e abbondante, ad una casa confortevole, a vestiti e scarpe comode, non potevano nascere nostalgie di alcun genere. Al loro arrivo i bambini venivano visitati da un dottore, immediatamente curati se ammalati, e portati a scuola. Forse l’unico grosso problema che si presentò fu proprio l’inserimento nella scuola, a causa della lingua, ovvero del dialetto che rappresentò, almeno all’inizio un grosso ostacolo. Ma la volontà di inserimento unita alla spontaneità , alla mancanza d’inibizioni tipica dell’età e alla voglia di sentirsi gai e sereni, fu determinante per instaurare buoni rapporti con i coetanei. I rapporti con la famiglia d’origine furono epistolari e continui.

La scelta originale di accogliere i bambini presso famiglie rappresentò un criterio umanitario nuovo che superava il concetto di pietismo e di carità, e rifiutava , a priori, la strada più facile: quella dell’internamento negli orfanatrofi o negli istituti religiosi. L’inserimento presso famiglie oltre a rappresentare una continuità educativo-affettiva andava a rompere il perverso rapporto fra“ benefattore” e assistito, fra chi possiede e chi non ha niente. Si può perciò capire (ma non giustificare) l’ostilità, la campagna denigratoria portata avanti dal clero di Cassino che rimarrà costante nella memoria dei testimoni. Ma il comportamento delle organizzazioni religiose si differenziò da località a località, in particolar modo furono disponibili e impegnati i Vescovi di Parma, Piacenza, Ventimiglia, Imperia. I bambini intanto continuarono a praticare la religione cattolica e molti di essi fecero la prima comunione. La mattina della domenica donne e bambini andavano a messa e il pomeriggio si divertivano nelle Case del Popolo a ballare e cantare sotto i giganteschi quadri raffiguranti Stalin.

A conclusione mi preme soffermarmi sul ruolo che in tutta la vicenda rivestirono le donne. Esse furono determinanti dall’inizio, allo svolgimento e alla conclusione di questa esemplare iniziativa.
Il loro impegno, la loro dedizione alla causa , lo sforzo per contribuire alla nascita di un mondo migliore fatto di amore e solidarietà, permisero a tanti bambini di uscire dall’incubo della guerra e da tutto ciò che rappresentò per loro.
In tutta la vicenda come non ricordare alcune donne: da Teresa Noce, che ebbe il merito di ideare l’iniziativa, alle donne dell’Udi di Sora, in grado di ostacolare l’offensiva scatenata con i minacciosi manifesti affissi nella loro città alla vigilia della partenza, evocanti cosacchi russi pronti a uccidere i bambini del Cassinate, fino all’attivismo costante delle donne di Lugo e di Colle di Val d’Elsa, alla presenza preziosa nella zona del cassinate di Maddalena Rossi, Pina Savalli, e Linda Puccini ; a Maria Moscarelli semplice ragazza che venendo da Sgurgola ogni giorno consumava km. e km nella campagna di Cassino per convincere le famiglie a dare la possibilità di salvare i propri figli e alle moltissime altre che per motivi di tempo non riprendo.

Come si fa a non pensare che nell’interno delle famiglie ospitanti furono proprio le donne a caricarsi di lavoro e di rinunce? Furono loro che determinarono la scelta certamente non facile di aggiungere un posto a tavola e di allargare affetti senza creare gelosie nell’interno delle famiglia, gestendo le nuove situazioni con saggezza e umanità, accollandosi un nuovo impegno che fortunatamente seppero in ogni situazione risolvere con coraggio e amore.?
Come si fa a non pensare al coraggio di quelle madri che decisero di lasciare andare i loro figli verso l’ignoto?
Come non credere ai sacrifici , alle sofferenze di quelle donne semplici, che credendo nell’iniziativa si impegnarono a convincere famiglie , a organizzare i gruppi , a procurare vestiario?

Anche in questa vicenda, come in moltissime altre, le donne si sono dimostrate indispensabili nel dare un contributo prezioso nella ricerca di una società migliore.

ù

 

Il Programma del Convegno

09.00 ETICA DEL VOLONTARIATO Prof.ssa S. Petrillo
09.20 IL SENSO ANTROPOLOGICO DEL VOLONTARIATO. RADICI STORICHE Prof.ssa B. Marzucchini
09.40 IL CONTESTO STORICO:
LE TRUPPE COLONIALI FRANCESI E LA LINEA GUSTAV Dr. G. De Angelis – Curtis
10.20 UNA TESTIMONIANZA DIRETTA: I FIGLI DELLA SORELLA FLORENZA MELANO
11.15 Coffe break
11.30 L’OSPITALITÀ CHE ACCOLSE I BAMBINI DI CASSINO Prof.ssa L. Fabi
12.00 TANTE STORIE PER UN UNICO DESTINO S.lla E. Pro
12.20 MALATTIE SESSUALMENTE TRASMESSE NEL DOPOGUERRA S.lla A. Plastino
12.50 STORIE DI GUERRA, IL ’44 NEL CASSINATE. IL DRAMMA DEI CIVILI Avv. R. Molle
Moderatori
Prof.ssa Bruna Marzucchini
Dott. Massimiliano Mancini

 

 

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Stupri di guerra. Intervista a Fabi e Loffredi

stupri guerra congo 350 260 mindi Lucia Fabi, Angelino Loffredi (video)- Sta facendo (giustamente) molto scalpore l’apertura di una indagine da parte del Procuratore Militare di Roma, Marco De Paolis, sugli stupri, gli assassinii e le rapine avvenute nel Lazio Meridionale nel 1944 ad opera dei militari appartenenti alle 4 Divisioni del Corps Espedizioner Francais ( CEF ). L’indagine è stata avviata sulla base di un esposto-denuncia predisposto dall’ "Associazione Vittime Marocchinate di Goumier". Si tratta di vicende drammatiche ricordate con il termine Marocchinate compiute non solo da soldati marocchini ma anche da algerini, tunisini, senegalesi, provenienti dalle colonie francesi e dalla Legione straniera. (completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Prede di guerra
  2. Stupro arma e premio
  3. Una battaglia di civiltà

Le donne prede di guerra

Delle quattro divisioni del CEF due erano composte da marocchini (la seconda – Fanteria- e la quarta di Montagna) dove erano inglobati tre Reggimenti- Goumier- che provenivano dalle montagne dell’Atlante. La terza era composta da soldati tunisini e prevalentemente da algerini, mentre la prima, denominata Francia Libera, era composta da uomini provenienti dalla Legione straniera e dai possedimenti coloniali.
Ci auguriamo che la ripresa di attenzione attorno al tema, l’indagine avviata dalla Procura Militare e le sollecitazioni che provengono dal sito unoetre.it favoriscano ulteriori e necessari approfondimenti e nuove conoscenze. Agli interessati al tema facciamo presente inoltre che nel 2016 abbiamo scritto un libro “Il dolore della memoria/Ciociaria 1943-1944“ che può essere letto (gratuitamente) da tutti. Basta cliccare su http://www.loffredi.it/il-dolore-della-memoria.html

Nello stesso tempo facciamo una raccomandazione. Le vicende di cui si discute sono drammatiche e vissute per tanti anni dalle donne e dalle famiglie in solitudine. Anticipiamo che c’è ancora tanto da raccontare per le tante omissioni e per la vergogna che sovrastò le stesse violentate, ma c’è anche la necessità e il dovere di saper ricordare partendo Ildolore dellamemoria Fabi Loffredi 350sempre da fonti e documenti. Ancora oggi leggiamo di un proclama, un editto, in verità non sappiamo come denominarlo del generale Alphonse Jiuin, comandante del CEF che facciamo conoscere.
«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete»

Questa dichiarazione da più di cinquanta anni è in circolazione ma manca del testo originale, della data e del luogo d’archiviazione. E’ privo dunque di presupposti storici oltre che discutibile anche per altre questioni ugualmente importanti e che ci accingiamo a sottolineare:
- La promessa di libertà, ovvero di indipendenza delle colonie, non venne mai posta. Il Generale De Gaulle non l’Stupridiguerra Marocchinate 350 260 minavrebbe mai permessa. Gli Algerini la ottennero solo nel 1962 dopo una crudele guerra di liberazione durata otto anni e pagata con 300.000 morti.
- Il riferimento alla promessa di trovare il vino più buono del mondo non può essere stata fatta da un generale cresciuto in Algeria, che conosceva i precetti della religione islamica che vietano di bere alcool. Se avesse scritto veramente quel testo sarebbe stata a rischio la sua credibilità da parte dei suoi soldati.
- Infine, la gestione delle 50 ore di violenze e rapine: chi è che dava il segnale di avvio e chi di chiusura? (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Lo stupro come arma e premio

La terribile verità è costituita dal fatto che i soldati del CEF non ebbero bisogno di autorizzazioni dal loro generale. Le violenze erano state commesse già nel luglio 1943 in Sicilia e nell’inverno 1943-1944 a Venafro, Acquafondata, Viticuso, Sant’Elia Fiumerapido.

Ricercare, raccogliere testimonianze e metterle a confronto. Ci abbiamo provato ma c’è ancora tanto da conoscere e verificare. Per esempio, attorno alla tolleranza e complicità verso tali crimini da parte degli ufficiali francesi e da parte dei soldati statunitensi. Non dimentichiamo, infatti, che soldati del CEF e statunitensi facevano parte della V Armata e combattevano sempre in modo coordinato.
La tolleranza e la complicità da quello che abbiamo ricavato furono prevalenti e con motivazioni diverse: la vendetta francese per “la pugnalata alle spalle“ del giugno 1940 e le violenze italiane in Costa azzurra, ma anche per debolezze e non determinazione nel fermare soldati che avevano rotto la Linea Gustav, stavano facendo arretrare i tedeschi pagando nello stesso tempo un alto tributo di sangue. Il silenzio americano si legava al fatto di non rompere rapporti con alleati che sapevano combattere. stupridiguerra 1 min

Nello stesso tempo abbiamo trovato e raccolto sia episodi di reazione armata di civili italiani che reagiscono e uccidono soldati del CEF, che di reazioni dei soldati americani che uccidono marocchini (Lenola) o di soldati americani che difendono donne (Giuliano di Roma) oppure di soldati del CEF che compostamente accompagnano una fila di cittadini a rientrare nel paese (sempre a Giuliano di Roma). A Ceccano abbiamo raccolto testimonianze ove risulta che un ufficiale francese abbia ucciso un marocchino, identificato come un violentatore, con un colpo di pistola alla testa. Sempre a Ceccano abbiamo ricevuto testimonianze che ufficiali americani hanno tollerato (giustificato) che cittadini ceccanesi uccidessero marocchini per difendersi da violenze.

Un sacerdote di Vallecorsa, don Alfredo Salutini, nel suo libro ”Le mie memorie in tempo di guerra“ riporta di essere stato per diversi giorni collaboratore dei Francesi, di essersi opposto alla consegna delle armi appartenenti ai suoi concittadini perché dovevano servire a difendersi dai violentatori, di essere stato in grado di far arrestare alcuni stupratori ma il giorno del processo alcune violentate “si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni e volevano dimenticare”.

Il dramma della violenza è stato vissuto dalle donne individualmente, in solitudine e con vergogna. Solo in rari momenti è stato socializzato. In una società sessuofobica e maschilista le donne non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno stato che non prese mai le loro difese. Proprio per queste situazioni bisogna rendere merito al ruolo svolto dall’Associazione Donne Italiane (UDI) che seppe lottare contro chi auspicava la necessità di dimenticare. È l’UDI che nel 1948, attraverso Maddalena Rossi, Adriana Molinari, Lea Locatelli e Lina Paniccia solleva la questione degli indennizzi, della cura delle violentate e dei loro familiari. Questioni non semplici da affrontare. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Una grande battaglia di civiltà

E’ difficile anche per noi raccontare che il 14 ottobre 1951 una iniziativa promossa dall’UDI a Pontecorvo venne ostacolata dalla Questura per motivi d’ordine morale perché di sesso non si doveva parlare. Le donne provenienti da San Giorgio a Liri, Castro dei Volsci, Ceccano, Amaseno, Vallecorsa, Pico, Vallemaio, Pastena furono fatte scendere con la forza dagli autobus ma coraggiosamente furono in grado di raggiungere il Supercinema e qualcuna di queste riuscì a parlare per rendere pubblica la loro sofferenza, rendendo la manifestazione drammatica e appassionata. È anche difficile per noi riportare che la interpellanza di Maddalena Rossi, deputata del PCI, riguardante tale argomento venisse discussa in seduta notturna il 7 aprile 1952 perché il tema era ritenuto peccaminoso e non consono alla istituzione. Il sottosegretario Tiziano Tessitore, democristiano, intervenendo ebbe la sfrontatezza di mettere sullo stesso piano le violenze carnali con quelle degli incidenti stradali e delle vedove di guerra. Costui non fu in grado di distinguere la gravità che la drammatica la sorte toccata alle violentate era diversa dalle altre perché le donne che avevano perso un marito o un figlio in guerra sapevano che quel lutto era sostenuto da milioni di persone mentre il dramma delle violate non veniva ne condiviso ne legalmente riconosciuto.
Dopo una discussione tesa, imbarazzata, in una Camera composta a grandissima maggioranza da uomini, di fronte al cinismo e alla insensibilità del sottosegretario, Maddalena Rossi fu costretta ad urlargli “Come si vede che ella non è donna“. Solo una sensibilità femminile, infatti, poteva essere in grado di cogliere il significato emotivo e il riflesso psicologico degli stupri e le conseguenze prodotte sulle violentate per il resto della loro vita.stupridi guerra congo violenze min

Discutiamo, dunque, raccontiamo, documentiamo approfondiamo, contestualizziamo ma facciamo attenzione a non rimanere prigionieri di un certo provincialismo, ovvero quello di ricordare il dolore e la sofferenza solo delle nostre donne. Questo sarebbe un errore. Se ricordiamo che anche i soldati italiani esercitarono violenze in Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Etiopia, Eritrea, Libia non lo facciamo per bilanciare o per esseri equidistanti ma per sollevare una questione molto più grande e sempre dimenticata. Nella storia dell’umanità tutte le guerre si sono combattute, nella parte finale, sul corpo delle donne. I vincitori, attraverso il dominio del corpo della donna, vogliono rappresentare la conquista del territorio e la donna è nello stesso tempo preda e oggetto. In teoria lo stupro è considerato da tutti inaccettabile ma nella sostanza è interiorizzato come qualcosa di inevitabile. Si tratta di una concezione inconsapevolmente più diffusa di quanto si possa pensare, sedimentata attraverso secoli, che partendo da Platone e attraversando le religioni monoteiste ha ritenuto la donna non soggetta di diritti, condizionando così l’ordinamento giuridico, il costume e la cultura. È un dovere per tutti sconfiggere tale pensiero.
Dobbiamo aspettare l’anno 2008 per vedere approvata il 21 giugno dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Risoluzione 1820 che ritiene lo Stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Balza agli occhi di tutti il notevole ritardo con cui arriva questa doverosa scelta. Tale Risoluzione può essere considerata un primo mattone per coniugare le buone intenzioni ai provvedimenti sanzionatori. E’ necessario passare alla internazionalizzazione della sofferenza. Difendere oggi le donne violate di tutto il mondo, a cominciare da quelle che vengono colpite in questi giorni in Siria, Yemen, Irak, Afganistan e pretendere giuste sanzioni per i violentatori significa predisporre (per domani) una difesa per le nostre donne.
Si tratta di una grande battaglia di civiltà, forse la più importante.

 

 

 

Video intervista a Lucia Fabi e Angelino Loffredi a cura di Ignazio Mazzoli

 

 

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Stupri di guerra in Ciociaria. Inchiesta della Procura militare 75 anni dopo

laciociara 350 260 minda avvenire.it - Stupri di guerra. Procura militare. Dopo settantacinque anni aperta inchiesta sugli stupri di guerra in Ciociaria.

La Procura militare di Roma ha aperto un’inchiesta sulle violenze compiute nel Lazio meridionale, a cavallo tra il 1943 e il 1944, dai soldati delle truppe coloniali francesi.
La Procura militare di Roma ha aperto un’inchiesta sulle violenze compiute nel Lazio meridionale, a cavallo tra il 1943 e il 1944, dai soldati delle truppe coloniali inquadrati nel Corps expéditionnaire français. Si tratta delle vicende passate alla storia con il termine di "marocchinate", proprio perché la maggior parte degli autori erano di nazionalità marocchina, i cosiddetti "goumiers". Vicende rese ancora più tristemente famose dalla penna di Alberto Moravia ne "La Ciociara" e dal film-capolavoro di Vittorio de Sica che valse l’Oscar a Sophia Loren.

La decisione della Procura militare di Roma è stata presa dopo una denuncia formale presentata dalla "Associazione vittime marocchinate di goumiers" e dal suo presidente Emiliano Ciotti, per il tramite dell’avvocato Luciano Randazzo. «È la prima volta, dopo 75 anni, che viene aperta un’inchiesta vera e propria – commenta il legale – Chiediamo che si proceda nei confronti degli ex militari facenti parte di quel Corpo di spedizione per la violazione dei reati contro l’umanità e per crimini di guerra. A Nizza esiste una associazione di reduci dei goumiers, ma la Francia non ha voluto mai far luce su quelle vicende».

Il procuratore militare di Roma Marco De Paolis ha affidato i primi atti dell’inchiesta a due ufficiali di polizia giudiziaria, un uomo e una donna, ma per il momento dagli uffici di Viale delle Milizie non trapelano particolari. La denuncia è stata trasmessa anche al Promotore di Giustizia del Vaticano, perché le violenze vennero perpetrate anche in danno di alcuni sacerdoti. In particolare, negli anziani di Esperia, un paese a poca distanza da Montecassino, è ancora viva la memoria del parroco dell’epoca don Alberto Terrilli: quando i soldati marocchini si presentarono in paese, don Alberto nascose alcune donne in sagrestia, ma venne scoperto e lui stesso sottoposto a torture e sevizie per un paio di giorni, tanto che poco dopo morì per lo sfinimento.

«Per la nostra comunità – sottolinea proprio il sindaco di Esperia, Giuseppe Villani – si tratta di una ferita ancora aperta, sia per la generazione che ha vissuto sulla propria pelle le violenze e ha assistito ad ogni tipo di brutalità, sia per le generazioni successive che conoscono quelle vicende e sentono il dovere della memoria».

Qualche chilometro più in là, sempre in provincia di Frosinone, Pontecorvo è uno degli altri 24 Comuni colpiti da quelle barbarie. «L’apertura dell’inchiesta – commenta il primo cittadino Anselmo Rotondo – non può che farci piacere. Siamo felici del fatto che si possa arrivare a fare chiarezza, anche perché si mantiene viva la memoria».

A Pontecorvo c’è anche una stele, definita "della vergogna", che reca la scritta "Ici ont repose 175 soldats francais tombes glorieusement 1943 - 1944 in memoriam", perché proprio in quel punto furono seppelliti i soldati marocchini caduti sulla linea Gustav. Una stele che il Comune conta di far rimuovere quanto prima, per realizzarne invece una "alla memoria".

Una memoria che rimanda al maggio del 1944, quando il comando degli Alleati decise di affidare al generale Alphonse Juin il compito di aggirare la linea Gustav. L’ufficiale francese comandava anche 12.000 goumiers, marocchini ma anche algerini, specializzati nella guerra di montagna. Prima di accettare l’incarico, però, Juin ottenne dal comando anglo-americano 50 ore di carta bianca per i suoi uomini. E furono 50 ore di inferno in tutti i paesi tra la Ciociaria e il golfo di Gaeta, con più di duemila donne stuprate (anche ragazze e perfino bambine di 12 anni) e 600 uomini sodomizzati.

fonte: avvenire.it, luglio 2018. Segnalato da "L'Agenda delle Donne"

 

 

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Razzismo e razzismi in guerra e in pace

razzismobruttastoriadi Fiorenza Taricone «...razzismi esplosi in tempo di guerra hanno avuto, guardando ai fatti, una sponda forte nei micro comportamenti della vita quotidiana e nelle subculture intolleranti fondate su pretese superiorità, che allora e oggi riguardano ancora gli ebrei, ma come schema si possono riferire ai tanti razzismi xenofobi di oggi.» (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Razzismo e razzismi
  2. Funzione dell'antisemitismo
  3. Razzismo in Italia

Razzismo e razzismi

Il 4 luglio ho partecipato, a Roma, a un seminario dal titolo Un percorso per la testa che colpisce al cuore. Viaggio nella memoria, organizzato dalla Uil e dalla Uil Scuola, prima tappa di una serie di iniziative che si svolgeranno nel 2018; il Seminario era inteso anche come preparazione ad un viaggio riservato ad un gruppo di giovani ad Auschwitz, nel prossimo ottobre; oltre ad aver accettato come storica, e come “resistente” alla xenofobia e alle discriminazioni, la spinta veniva anche dal timore che quell’antisemitismo venga considerato oggi un capitolo chiuso della storia, per giunta anche poco conosciuto dai giovani, senza implicazioni con l’oggi; invece, pur facendo tutte le distinzioni possibili fra ieri e oggi, il razzismo anche in Italia va declinato al plurale e anche per questo avevo titolato il mio intervento “razzismo e razzismi in guerra e in pace”. Penso che queste riflessioni possano interessare lettori e lettrici di UNOeTRE.it

La distinzione fra razzismo e razzismi intende sottolineare due differenze importanti: la prima riguarda una certa falsificazione del termine perché con la parola razzismo s’intende, da parte soprattutto dell’antropologia o della biologia, la diversità delle razze o dei gruppi etnici, mentre l’uso politico che ne è stato fatto ha indotto alla credenza di una superiorità di una razza sulle altre. A questa distorsione si collega il plurale razzismi; ampi strati di popolazioni, prive di competenze specialistiche, negli ultimi decenni hanno abbracciato infatti teorie e comportamenti razzisti, aderendo caratterialmente. I razzismi sono quindi facilitati e sostenuti da una forma mentis in cui l’educazione distorta ha giocato un ruolo fondamentale; qualunque politica di governo dalle finalità razziste infatti, ha dovuto trovare una sponda in comportamenti collettivi motivati dalla convinzione di una razza superiore, o minacciosa per la comunità, come l’antisemitismo del XX secolo, alimentato dalla paura di un complotto ebreo massonico che intendeva schiacciare le razze superiori europee e cristiane. Se nella storia le teorie razzistiche sono state elaborate soprattutto contro i negri e contro gli ebrei, nondimeno sono antiche quanto la politica: è esistito un razzismo fra le grandi razze, bianca, gialla o negra, ma anche fra piccole razze o gruppi etnici particolari; la xenofobia può svilupparsi fra comunità politiche differenti, ma anche dentro una comunità plurirazziale. Oggi non è difficile riscontrare un razzismo endogeno italiano anche verso nazionalità differenti, anche se integrate, che si è concretizzato nel rifiuto dello ius soli.

Il razzismo contemporaneo, sviluppato a livello politico soprattutto dopo la prima guerra mondiale è stato il risultato dell’incontro e della fusione fra la corrente di pensiero basata sullo studio scientifico delle razze, e il nazionalismo. Un elemento fondamentale è stato sempre rappresentato dalla lettura delle differenze come composte di due elementi principali disposti in ordine gerarchico: il primo naturalmente superiore, il secondo irriducibilmente inferiore. Grammaticalmente, il sostantivo razzismo è espresso al singolare, che sottintende una visione gerarchica piuttosto che una visione plurale delle differenze. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Funzione dell'antisemitismo

Nella costruzione di uno stato nazione tendenzialmente aggressivo l’antisemitismo risulta essenziale, sintesi del tradizionale antigiudaismo cristiano, di vecchi stereotipi e di nuovi temi. L’antisemitismo denunciava il forte legame degli ebrei con gli stati che avevano promosso l’emancipazione; alla fine del XIX secolo infatti gli ebrei di Francia, Inghilterra, Germania e Italia avevano ottenuto diritti civili e politici, anche se non l’integrazione sociale, più lenta. In Germania, gli ebrei erano tra i protagonisti della trasformazione industriale, in Francia la comunità ebraica era entrata con la Terza Repubblica nel mondo della politica, dell’esercito, nella pubblica Amministrazione. In Italia, la separazione fra Chiesa e Stato favoriva il processo. Diversamente invece l’Europa orientale e particolarmente la Russia zarista che, a partire dalla spartizione della Polonia alla fine del Settecento, aveva tra i suoi sudditi milioni di ebrei polacchi mal visti dal regime zarista. Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del ‘900 si succedettero infatti i pogrom, sommosse antiebraiche che sfociavano in saccheggi e massacri. L’antisemitismo collegato al nazionalismo stigmatizzava il loro carattere femminilizzato o la capacità di sedurre le donne, la richhezza o la miseria, o la partecipazione alla vita pubblica. Fra i sentimenti prevalenti l’invidia, perché gli ebrei mancavano di una base statale ma erano integrati nelle società, conservando la cultura e la religione. Era un antisemitsimo visione del mondo, senza più alcun rapporto con quello che gli ebrei facevano o non facevano, né con particolari tradizioni politiche. Per la prima volta, scrisse Hannah Arendt, l’odio antiebraico seguiva la logica peculiare delle ideologie. Razzismo NO

Milioni di ebrei si spostarono dalla Russia all’America, alla Francia, all’Inghilterra. Una risposta diversa fu la crescita di un’opposizione politica antizarista che confluì da una parte del marxismo, nel terrorismo e dall’altra nella crescita di un movimento di risveglio nazionale ebraico, il sionismo, fondato da Theodore Herzl, giornalista ebreo ungherese; elaborò la convinzione che l’antisemitismo fosse una costante non solo dei Paesi privi di emancipazione, ma di tutti i paesi in cui viveva una minoranza ebraica; di qui l’idea che gli ebrei dispersi nella dispora dovessero ricostituirsi in nazione. Fino agli anni Venti del Novecento il movimento sionista raccolse scarso seguito fra gli ebrei occidentali, identificati con le loro patrie di adozione e inseriti nelle rispettive società.

La realtà di una razza ariana si era diffusa nella Germania dell’Ottocento desunta dall’esistenza di un’area linguistica indoeuropea, razza distinta e pura, biologicamente superiore, identificata con i Germani e i nordici; gl’italiani, come gli slavi e in genere tutti i popoli mediterranei, restavano fuori da ogni possibile inserimento nella cosiddetta razza ariana; di qui l’invenzione da parte della cultura razzista italiana di una razza italica assimilabile alla razza ariana. L’esigenza di difenderne la purezza fu alla base del manifesto della razza del luglio ’38, prima dell’emanazione delle leggi razziali, a firma di un gruppo di scienziati e antropologi di secondo piano, tranne l’accademico d’Italia Nicola Pende, illustre medico. Un ruolo particolare nell’elaborazione della scienza razzista lo ebbe anche il passaggio dall’incremento quantitativo della popolazione all’incremento qualitativo, cioè dalla demografia all’eugenetica. Un passaggio mai attuato fino in fondo anche perché l’orientamento generale era contrario all’eugenetica negativa cioè sterilizzazione ed eutanasia, piuttosto favorevole invece all’eugenetica positiva, con la proibizione di matrimoni misti. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Il razzismo in Italia

In Italia, come conseguenza diretta della sciagurata alleanza con la Germani, nell’autunno del 1938, disposizioni di legge precise introducevano nella legislazione italiana radicali discriminazioni fra appartenenti alla razza ariana e non, passate alla storia come leggi razziali; dirette in teoria verso tutti i non ariani, ebbero come vittime gli ebrei. Le leggi razziali erano state precedute da una vasta campagna di propaganda antisemita, un razzismo quindi di tipo pseudo culturale e di costume, non solo politico, diffuso già dal 1937. Docenti e studenti ebrei erano allontanati dalle scuole e da tutti i pubblici uffici. Vincoli di varia entità erano poste alla proprietà, al diritto di fare testamento ed ereditare, ai mestieri consentiti e i non ariani. Gli ebrei erano allontanati da tutti i mezzi d’informazione, e non potevano pubblicare libri o articoli. Limitazioni erano poste alle loro possibilità di curarsi con il divieto di servirsi di medici ariani, erano proibiti necrologi sui giornali. Una serie di disposizioni secondarie, ma altrettanto umilianti introducevano vessazioni nella vita quotidiana. La proibizione di possedere apparecchi radio, andare in luoghi di villeggiatira avere personale di servizio.

Fino all’inizio della campagna di stampa razziale e antisemita il rapporto fra regime fascista e ebrei era stato normale. Integrati nella società, gli ebrei erano fascisti comeRazzismo NO altri italiani; il Concordato del ’29 aveva introdotto come preferenziale la religione cattolica, ma non aveva portato a una politica di discriminazioni. Più preoccupante era per loro la vicinanza alla Germania nazista; molti sperarono che Mussolini non avrebbe seguito fino in fondo il dittatore, molti sperarono in un trattamento di favore, molti che avevano perso il lavoro emigrarono negli Stati Uniti e America Latina. La maggioranza rimase e che le leggi razziali siano state applicate senza rigore è un tipo d’intepretazione “buonista” non confermata dai fatti. Gli apparati dello Stato si applicarono per rendere operativi i divieti con la maggior velocità possibile. Il Ministero dell’Educazione attuò rapidamente la cacciata degl’insegnanti e degli studenti. Nacquero per gli espulsi scuole ebraiche che ebbero come insegnanti docenti di grande prestigio cacciati. Furono attuali censimenti di cittadini di razza ebraica e le liste furono poi usate dai tedeschi per gli arresti e le deportazioni nei lager.

Altre interpretazioni ricollegano la genesi delle leggi al razzismo diffuso dopo la conquista dell’Abissina, per il pericolo di unioni fra funzionari, soldati e donne abissine, e la nascita di meticci che avrebbero reso impuro il sangue italiano. Altri studiosi invece hanno sottolineato le profonde radici che le teorie razziste avevano nell’humus culturale italiano. Definire le leggi razziali italiane come più modeste di quelle tedesche è vero solo in parte. Certo, offrivano maggiori possibilità di non essere considerati ebrei ai figli di matrimoni misti e ai convertiti al cattolicesimo più di quanto non avessero fatto quelle naziste, frutto di un compromesso fra la tendenza antisemita filotedesca raccolta intorno a La difesa della razza, di Julius Evola e la tradizione italiana spiritualista e cattolica. Le preoccupazioni maggiori nel mondo cattolico riguardarono la classificazione degli ebrei convertiti o dei loro discendenti, cioè se fossero da considerare di razza ariana o ebraica; in questa direzione andò lo sforzo da parte della Chiesa di salvare dalla deportazione quanti erano diventati cristiani. La Repubblica di Salò si allineò fra il ’43 e il ’45 alle leggi razziali, non smentendo l’animus razzista del regime. Il razzismo, l’arianesimo, l’eugenetica, la volontà di potenza della Germania, il nazionalismo, combinato con le sorti della guerra non potevano che produrre stragi di civili e una prassi concentrazionaria. Esplosi in tempo di guerra hanno avuto, guardando ai fatti, una sponda forte nei micro comportamenti della vita quotidiana e nelle subculture intolleranti fondate su pretese superiorità, che allora e oggi riguardano ancora gli ebrei, ma come schema si possono riferire ai tanti razzismi xenofobi di oggi.


 

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La Memoria scomoda della guerra: le Marocchinate

marocchinate di S.CatalloPresentazione del libro - Vittime, destinate all'oblio oppure ribelli, sopravvissute condannate al silenzio o resistenti: sono questi i profili delle "Marocchinate", raccolti da Stefania Catallo in brevi e dense interviste, che costituiscono il cuore del libro omonimo, che verrà presentato sabato 19 agosto a Roccasecca, presso il Cortile dell'ex seminario alle ore 18.30, e moderato dalla giornalista Romana Barroso Angeloni.

Il vissuto di alcune delle tante donne che subirono le violenze da parte dei goumiers, al seguito del V corpo d'armata francese del Generale Alphonse Juin nel maggio del 1944 in Ciociaria, emerge prepotente in tutta la sua drammatica verità. Il tutto a dimostrare come ancora oggi il dolore di quegli accadimenti sia ben persistente nella mente e nelle anime, nonostante lo scorrere del tempo e la "ragion di Stato". Sul dramma delle Marocchinate, sopravvissute ad una tragedia che ebbe proporzioni immense, si pense infatt che furono 20 mila le donne violentate dai goumiers soltanto nel basso Lazio, calò un velo di oscurità già all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

Un velo spesso che neppure l'intervento della deputata Maria Maddalena Rossi, i cui atti parlamentari rappresentano sono posti a mo' di conclusione nelle ultime pagine del libro, riuscì a squarciare. Un velo però che gli anni hanno reso più sottile e che ora, con questo sforzo di ricerca e di analisi, si tenta di sollevare definitivamente restituendo dignità alle tante vittime di una guerra silenziosa e sporca, compiuta da soldati armati e feroci contro donne indifese e ignare della furia dei dominatori. Stefania Catallo

Domenica 20 agosto verrà presentato lo spettacolo teatrale "Le Marocchinate", tratto dal libro, scritto diretto e interpretato da Francesca Romana Cerri e Delfina Angeloni, alle ore 21 sempre a Roccasecca località Caprile.

 
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Stefania Catallo
Domenica 20 agosto verrà presentato lo spettacolo teatrale "Le Marocchinate", tratto dal libro, scritto diretto e interpretato da Francesca Romana Cerri e Delfina Angeloni, alle ore 21 sempre a Roccasecca località Caprile.

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Il rombo di guerra che non riesce ad abbattere il muro dell’indifferenza

Bombardieri in azione 350 260di Nadeia De Gasperis - Ricordate quando un aereo militare sorvolava la città a bassa quota, seguendo una traiettoria insolita? Non bisogna avere cento anni per avere di questi ricordi, basta portarsi un po’ dietro negli anni, quando la guerra ci ha riguardato molto da vicino. Sulla scia di quell’orco che bestemmia la pace, c’è la traccia dei ricordi di una guerra vicina, nel tempo e nello spazio. L’angoscia che sorvolava le nostre teste per deflagrare altrove.
Eppure, a volte, quell’altrove è un luogo tanto vicino che puoi stare con un piede sulla terra che dici tua, e un piede sulla terra che chiami straniera e dirti tutto intero, se nessuna guerra ti ha spezzato. Ma come puoi dirti intero se stai calpestando due terre che vedi così diverse, di cui solo una merita il rispetto tuo? Se stai calpestando due storie di cui una sola dici tua?

Ma se è un uccello di ferro a coprire il tuo sole... 

Ricordo uno dei pomeriggi più belli della mia vita, trascorso con mio padre sulla collina che sovrasta la città, concentrati come due studiosi di tassonomia di un bioma immaginario, fluttuante, a ricostruire la fauna celeste, dando forma e nome a ogni nuvola che ci oscurasse il sole. Potevamo stare distesi, esposti, a braccia aperte, a quella cavalcata di cirri, che non faceva alcun rumore se non quello di ovatta sfrangiata.
Ma se è un uccello di ferro a coprire il tuo sole, che non lo puoi raccontare con parole buone, perché sputa fuoco come un drago che nessuna fiaba contempla, allora un uomo può solo sperare che quella colata di sudore e dolore, non si abbatta impietosamente sulle vite che ama.
Se lasciamo la terra che ci ha dato le origini perché le nostre braccia siano accolte a braccia aperte e ricompensate da un Paese che adotta il nostro talento, come possiamo biasimare un uomo che lascia la sua terra per un cielo di piombo che piange la morte sulle spalle di un figlio, di un amico, di una donna, di un uomo che ama?
Eppure quel rombo di guerra che passa sulle nostre teste non riesce ancora ad abbattere il muro del suono che fa il verso dell’indifferenza.

 
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Sinistra Dem: Nessuna guerra ma solo chiarezza!

partito democratico bandiera350 250di Coordinamento Sinistra Dem Cassino - Sinistra Dem: Nessuna guerra ma solo chiarezza!
Partiamo dall’assioma, ragionare e prendere atto, che nella tornata elettorale comunale di Giugno abbiamo perso tutti ma qualcuno (forse?) più degli altri: il Partito Democratico! Dobbiamo farcene una ragione! La campagna elettorale è finita punto!
Le divisioni che hanno caratterizzato i cinque anni della consiliatura di Centro-Sinistra, e la quasi totale assenza di dialogo tra la giunta e il PD è stata una delle cause che hanno determinato la sconfitta elettorale. Non aver presentato la lista PD, come da Sinistra Dem, più volte richiesto, anche pubblicamente (vedi i vari documenti pubblicati, compreso quello presentato al congresso provinciale) è stato un atto gravissimo. Purtroppo per Noi, in quella fase storica, e ancora oggi, della lista del PD, non interessava “i pretendenti”, ovviamente per avere le mani libere per agire su candidati, programmi e alleanze senza dover dar conto a nessuno e tantomeno al circolo del PD di Cassino. Alla luce di questi errori e del caos delle precedenti elezioni Provinciali, in questa tornata elettorale il PD Provinciale si è presentato unito e non meritava, secondo Noi, distingui dettati da dietrologie inutili e dannose.
Ma torniamo sulla terra e ragioniamo sulle conseguenze che hanno portato allo stallo attuale e al commissariamento del circolo di Cassino.
Premesso che in Sinistra Dem di Cassino non ci sono “Signori che si nascondono”. Ma iscritti e dirigenti che partecipano attivamente in tutti i consessi del PD in cui sono chiamati “a servire” il partito, di cui sono fondatori, a tutti i livelli statutari con passione e dedizione. Chiariamolo, ancora una volta, che il “Titolo” e la legittimazione a commentare e ragionare politicamente deriva da ciò, senza dover chiedere il permesso a chicchessia! La passione e la piena condivisione dei valori statutari ha guidato Sinistra Dem insieme alla Commissione di Garanzia Provinciale, a correggere le regole del tesseramento del circolo compreso quello on-line, (peccato che non se ne siano accorti tutti “i dirigenti”) per ridare dignità agli iscritti è uscire dalla deriva del “mercato” delle tessere.
Senza polemica ci chiediamo: dove e in quali faccende erano affaccendati i nostri detrattori? Noi siamo abituati a ragionare, non a contarci. Non abbiamo festeggiato la vittoria del NO ma ci siamo domandati e continuiamo a farlo sulle ragioni della sconfitta del PD.
Comprendiamo bene che le regole statutarie del PD siano sconosciute ai “new entry” e ai non iscritti ma, i “navigati” del partito dovrebbero avventurarsi meno in dotte considerazioni su cosa e come giudicare i comportamenti degli iscritti, insinuando, peraltro, fantomatiche collusioni!
Deve giungere chiaro e forte che Sinistra Dem, non è un partitino nel partito, bensì “un campo aperto” che vuole, sia a livello locale che nazionale, unire su un progetto di sinistra.
“Vogliamo lavorare per un partito che cresca come comunità, accanto e assieme alle persone a cominciare dagli ‘ultimi’, da chi in questi anni si è di colpo risvegliato ‘povero’, e da chi coltiva una speranza, un talento, l’ambizione di cambiare il suo ‘destino’”. Chi si riconosce in questi principi trova in Noi sempre la massima disponibilità al confronto e al dialogo per il Bene Comune.

 

Cassino 17 -1 -2017

 
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"La guerra cambia le persone"

difesa costituzione foto 350 260di Nadeia De Gasperis - “La guerra cambia le persone”, recita un giovane Marcello Mastroianni nei Girasoli di Vittorio De Sica. Lo dice piano, quasi lo stesso scoprendo in quel momento, al buio di una stanza senza corrente quasi fosse più facile, come per i girasoli, al buio, non piegarsi agli eventi. Lo dice alla donna amata e ritrovata, Sofia Loren, Penelope di una trama fitta di dolore e mancanza, dolore della mancanza e dolore del ritorno.
La guerra cambia le persone, quando hai la fortuna di saggiare il cambiamento, perchè una terra disarmata ti restituisce tutto intero.
La guerra cambia le persone, quando la speranza non la inghiotte il mare. Che a volte, cento donne unite dallo stesso tragico destino, non le troverai mai cambiate, perchè il mare non te le ha restituite.

Articolo 11 della costituzione:
«L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»
Nella parola “ripudia” riesco a vedere i tratti marcati di una sana e robusta costituzione, con fianchi larghi cullare la civiltà che ha generato e quelle che si prepara ad accogliere.
Cambiano le guerre, i moventi e le strategie, si gioca alla guerra con giochi antichi e giochi moderni, il terrorismo usa la playstation, l’America dà la caccia ai terroristi depennandoli da un album di figurine. La guerra cambia, quello che non cambia, è che la guerra cambia le persone, anche contro la loro volontà, e anche per questo, le persone ripudiano la guerra.

Quello che cambierebbe non è poco e nono è bene

Mentre la proposta di legge del Governo, per la revisione della seconda parte della Costituzione era all’esame della camera, prevedeva che il testo dell’articolo 78 (Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari) fosse modificato limitando alla maggioranza assoluta la deliberazione dello stato di guerra, la minoranza della sinistra del PD, e altri 160 deputati, tra i quali, il M5S, tutta SEL e alcuni cattolici di centro, nel gennaio 2015 firmano un emendamento all’articolo 17, con il quale si riformava l’art. 78, al fine di conservare intatto lo spirito originario della costituzione. I padri costituenti, infatti, avevano solennizzato e democratizzato la deliberazione dello stato di guerra, affidandola alla maggioranza reale dei cittadini. L’emendamento in questione, proposto dalle opposizioni, chiedeva che lo stato di guerra fosse deliberato con la maggiornaza del 66 % (due terzi) dei componenti delle camere, mentre la riforma (del Governo ndr) prevede che la deliberazione sia presa a maggioranza assoluta degli aventi diritto. Ossia a decidere dello stato di guerra sarebbe una minoranza diventata decisiva per un discutibile premio di maggioranza.

La guerra cambia le persone, lo dicono i volti delle aguzzine e degli aguzzini di Abu Ghraib, che sorridono goliardicamente delle torture inflitte.
Certo la legge Calderoli e poi l’Italicum, con l’introduzione di leggi elettorali difformi da quella implicita nel testo originario della Carta, creano l’occasione per una più ampia riforma, che corregga il vulnus involontario generato con la loro introduzione. Ma la riforma costituzionale proposta blinda qualsiasi modifica in tal senso. L'articolo 78 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 78. -- La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari».

Le ragioni della eccezionalità della guerra vanno ricondotte allo spirito democratico della costituzione, non elevare il quorum riduce a un fatto “normale” e non “straordinario” la guerra, gestito in deficit di rappresentatività popolare, mente andrebbe trattato con attenzione non solo al funzionamento delle istituzioni ma alla concretezza della vita del cittadini. Che non sia un atto di governo, ma un un fatto di popolo, come più alta manifestazione della sovranità popolare. La deliberazione della guerra diventa affare di popolo grazie all’art. 78 mentre lo statuto Albertino implicitamente la unificava alla dichiarazione di guerra, in capo al monarca.
Consegnare una decisione così importante nelle mani di un solo partito, è oggettivamente molto rischioso. E la conseguenza sarebbe senz’altro un indebolimento all’art. 11, dunque alla prima parte della costituzione, che non delibera dello stato di guerra, ma è già stato invalidato ogni volta che abbiamo sottratto alla sovranità popolare discutibili “partecipazioni” a guerre internazionali per volontà degli organismi internazionali e decisioni prese in capo al governo del Paese.
La guerra cambia le persone, lo dicono i volti dei soldati e dei civili, nei loro tratti, in una galleria di immagini a confronto, prima e dopo l’evento tragico della guerra.
Nella parola “ripudia” sento la spinta a compiere i primi passi della dopostoria, quelli dei padri costituenti.

 
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Psi Ceccano: “Il commosso ricordo delle vittime ceccanesi della guerra”

Psi vittimececcanesidellaghuerra 350 260dalla Sezione "Sandro Pertini" Psi Ceccano - “Il commosso ricordo delle vittime ceccanesi della guerra”
La memoria ci appartiene, è parte di ognuno di noi, delle nostre comunità, ed è la ricchezza di una solida struttura d’acciaio su cui edificare il futuro migliore che tutti noi auspichiamo.
Questa la motivazione cardine della commemorazione promossa dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, dal Partito Socialista Italiano sez. Sandro Pertini di Ceccano e dall’Associazione T.A.S.SO Onlus nel pomeriggio di ieri, nella Parrocchia di San Pietro Apostolo, alla presenza dei familiari delle vittime civili del territorio parrocchiale morte durante la Seconda Guerra Mondiale.
L’evento, aperto da una intima celebrazione religiosa a suffragio delle vittime ricordate, è voluto essere un tributo doveroso ai dieci ceccanesi le cui vicende lacerarono profondamente la quiete e la felicità di una intera piccola comunità, nel biennio 1943-1944, con una Ceccano che si ritrovò ad essere suo malgrado fronte di una guerra non voluta e mai attesa.
Un ricordo corale e commosso, a fronte di un silenzio lungo più di settant’anni, con cui si è reso merito al sacrificio delle vittime, le più inermi di fronte alla folle crudeltà tanto delle truppe nazifasciste, ormai in fuga dopo lo sfondamento della linea Gustav, quanto dei bombardamenti e degli spezzonamenti degli alleati.
La scelta del 29 maggio non è causale: si tratta infatti della ricorrenza dell’assassinio brutale ad opera dei nazi-fascisti del fratelli Giacinto e Giovanni Battista Capoccetta, in anticipo di un solo giorno sulla scomparsa del piccolo Antonio Staccone, morto invece il 30 maggio del 1944 a soli 12 anni, colpito al capo da una scheggia durante un cannoneggiamento e di Giovanni Battista Del Brocco, ucciso dagli alleati forse perché confuso con un soldato tedesco. E’ stata l’occasione tanto attesa per poter degnamente ricordare, tutti insieme, anche Teresa Ciotoli e le sue tre bambine, Anna, Geltrude e Vincenza Cristofanilli, rimaste vittime dei proiettili degli alleati il 23 gennaio del 1944, insieme alla cugina Emilia Bucciarelli, e ancora Antonio Micheli, soltanto qualche giorno più in là, il 30 gennaio del 1944, catturato e ucciso barbaramente dai nazi-fascisti all’interno del presidio della SNIA BPD.Psi Loffredi parla 350 260
Motore e sprone dell’iniziativa una coppia di autori di prim’ordine, la Prof.ssa Lucia Fabi e il Prof. Angelino Loffredi, infaticabili nella intensa attività di valorizzazione e di rivalutazione degli eventi storici salienti che hanno segnato in vari modi le vicende ciociare del recente passato, e che soltanto la scorsa settimana hanno presentato il loro ultimo libro “Il Dolore della Memoria, Ciociaria 1943-1944”, incentrato appunto sulle vittime civili della Seconda Guerra Mondiale.
Oltre agli autori, e per Loffredi si segnala la natura della valenza vista la sua partecipazione anche in nome dell’ANPI, il Partito Socialista ringrazia per la sensibilità e la puntualità degli interventi l’Avv. Michela Pesillici, Vice segretario della Sezione “S. Pertini di Ceccano”, e l’On. Gianfranco Schietroma, coordinatore nazione del PSI.
In ultimo, un ringraziamento speciale non può che essere rivolto ai familiari intervenuti, per aver favorito una rielaborazione di fatti, pur sempre terribili e indimenticabili, ma con uno spirito di coralità tale da trasformare la sala gremita dell’oratorio della Parrocchia di S. Pietro Apostolo in un’unica grande famiglia, stretta nel ricordo pietoso dei cari ed al contempo sostenuta dalla forza del ricordo e della memoria.

 
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