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Lavorare meno, lavorare tutti

detassazione straordinari 350 260 mindi Ivano Alteri - Come appreso dall'articolo di Lidia Baratta sull'Inkiesta online, il consigliere regionale dell'Emilia Romagna Piergiovanni Alleva, eletto con la lista “L’altra Europa con Tsipras”, ha presentato al Consiglio una proposta di legge per una riduzione di orario di lavoro di un giorno a settimana, utilizzando lo strumento normativo dei “contratti di solidarietà espansiva”. A conti fatti, dice Alleva, “per ogni 4 [lavoratori] che accettano, si crea un posto di lavoro”. La riduzione dovrebbe avvenire a parità di salario, attingendo a strumenti già esistenti ed altri da definire. In sintesi, è l'antica ricetta: lavorare meno, lavorare tutti. A sostegno della sua tesi, Alleva adduce delle ottime ragioni, alle quali se ne possono aggiungere almeno altre due.

In pratica Alleva, già ordinario di diritto del lavoro all’università di Bologna, propone di compensare la perdita di salario (20%) che deriverebbe dalla riduzione dell'orario di lavoro, attraverso forme di welfare aziendale, con la erogazione al lavoratore di voucher da parte del datore di lavoro, pari al valore del salario perduto, a copertura del costo che sopporterebbe per accedere a servizi essenziali o per fare la spesa (per quest'ultimo aspetto, la Coop si è già detta disponibile a offrire all'uopo sconti del 15%).
Affinché l'operazione sia sostenibile anche per il datore di lavoro, Alleva propone di modificare il 2° comma dell'art. 51 del Testo unico delle imposte sui redditi, allo scopo di inserire tali specifici voucher nell'elenco dei bonus aziendali non soggetti a tassazione. Ciò dovrebbe avvenire, nelle sue previsioni, a livello nazionale e regionale.

Inoltre, spiega Alleva, il sistema proposto si potrebbe integrare col Reddito di Cittadinanza in via di attuazione, prevedendone l'erogazione “solo ai disoccupati che fanno parte delle fasce della popolazione fuori dal mercato del lavoro, sopra i 55 anni d’età ad esempio”.
La proposta è stata accolta con favore sia dalla maggioranza del Consiglio, sia dalle opposizioni; in particolare dal M5S, che potrebbe portare e sostenere la proposta in Parlamento e sollecitare il Governo in tale direzione.

Secondo Alleva, l'insieme di questi accorgimenti “è in grado di riassorbire la disoccupazione anche nel giro di uno o due anni”. E se non bastassero le sue già ottime argomentazioni a sostegno della proposta, se ne potrebbero aggiungerne altre due, tutt'altro che marginali.PG Alleva 350 260 min

La prima, sull'utilizzazione consona della Riduzione dell'Orario di Lavoro (ROL). Ogni contratto nazionale ne prevede una certa quantità di ore; per esempio, quello del commercio 104 (32 di ex festività, 72 di riduzione di orario propriamente detta); altrettanto quello dei metalmeccanici. Tale istituto ha una lunga storia di contrattazione sindacale, sviluppatasi quando la riduzione dell'orario di lavoro si considerava prioritaria; in qualche caso è stato effettivamente utilizzato allo scopo, ma molto più spesso le relative ore sono state utilizzate “in aggiunta alle ferie”, come permessi retribuiti. Attualmente, per di più, pochi sono i lavoratori a conoscerne l'esistenza e a fruirne; e spesso, molto spesso, quelle ore finiscono per “scomparire” dalla busta paga (eufemismo). Integrare queste ore nella proposta di Alleva riporterebbe l'istituto ROL alla sua dignità originaria e ai suoi scopi principali: alleviare la gravosità del lavoro per chi ce l'ha, creare occupazione per chi non ce l'ha.

La seconda, sul godimento totale delle ferie nell'anno di maturazione. Chiunque abbia competenze in materia di lavoro sa che la gran parte dei lavoratori, per ragioni indipendenti dalla sua volontà, non riesce a godere di tutte le ferie maturate nel corso dell'anno; in questo modo, gli restano delle ferie-non godute. Normalmente, come ognuno potrà verificare anche sulla propria busta paga, queste ammontano ad almeno una decina di giorni l'anno. Se moltiplicassimo queste giornate per i 22 milioni di lavoratori dipendenti (pubblici e privati) avremmo un monte ferie-non godute di 220 milioni di giornate annue; quindi: 220mln/250gg (giornate di lavoro medie annue; esclusi sabati, domeniche, festività)=880 mila; ossia: 880 mila nuovi posti di lavoro!

Il tutto, per di più, avverrebbe pressoché a costo zero. Allo stato attuale, non facendo godere tutte le ferie maturate a tutti i propri dipendenti nel corso dell'anno, il datore di lavoro ha solo l'illusione di risparmiare sul personale, mentre in realtà ci rimette; due volte. Infatti, con un organico tarato non considerando il godimento di tutte le ferie, egli rinuncia al lavoro di un dipendente ogni dodici circa (e relativa maggiore produttività), mentre ne mantiene i costi; che rinvia soltanto alla fine del rapporto di lavoro col dipendente in organico, quando dovrà pagargli, appunto, le ferie-non godute. Inoltre, l'ammontare economico delle stesse ferie-non godute va ad aggiungersi al montante-salariale su cui si calcola il Tfr, più interessi e rivalutazioni come da legge, aggiungendo costi a costi.
Insomma, se tutti godessero di tutte le ferie maturate nell'anno, si avrebbe quasi un milione di posti di lavoro in più, quasi senza aggravio di costi per l'azienda che, inoltre, ringiovanirebbe l'organico incrementando la produttività.

(A queste argomentazioni se ne potrebbe aggiungere ancora un'altra, sull'uso smodato che spesso si fa del lavoro straordinario; e su cosa si ricaverebbe, in termini occupazionali e di produttività, portandolo a livelli fisiologici. Ma il discorso si farebbe troppo complesso e problematico per questa sede.)

Oltre che necessarie, dunque, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e la conseguente eliminazione della disoccupazione sono anche tecnicamente possibili. Senza aggravi per il sistema, con aumento della produttività e gran sollievo per occupati e disoccupati.

Frosinone 8 gennaio 2019

 

 

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Ceccano. ‘Spazio Attivo’ conta meno delle fioriere

ceccano palazzo antonelli 350 253da Luigi Compagnoni riceviamo e pubblichiamo - Latina apre il suo ‘Spazio Attivo’. E Ceccano?
“Quando, la scorsa estate, ebbi modo di dichiarare che l’amministrazione comunale di Ceccano aveva a mio giudizio il dovere di favorire la nascita di uno ‘Spazio Attivo’ presso i locali dell’ex Cartiera Savoni, specificai anche che, in questo particolare ambito, c’era bisogno di una grande unità di intenti. Presentai, inoltre, una mozione nella quale chiedevo al Sindaco e a tutta la classe amministrativa di prendere in mano la situazione e tornare protagonisti del nostro futuro.

In ballo, infatti, non c’erano le solite contrapposizioni ideologiche, ma l’avvenire delle giovani generazioni. Il mio appello, in sostanza, era mirato a non far pagare ai nostri figli le colpe di un’amministrazione gretta e miope.

Ebbene, mentre al Consiglio comunale di Ceccano abbiamo trascorso 5 ore a discutere di dossi e fioriere (certamente argomenti che hanno la loro importanza, ma del tutto marginale rispetto a simili temi) mentre negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un presenzialismo a dir poco eccessivo in merito a questioni che dovrebbero rappresentare l’ordinaria amministrazione, come il taglio delle erbacce, il Comune è rimasto in colpevole silenzio sul tema dello ‘Spazio Attivo’.

A differenza del Sindaco Caligiore e della sua squadra, però, c’è stato chi si è mosso: è notizia di ieri l’apertura di uno ‘Spazio Attivo’ a Latina, con tanto di inaugurazione da parte del Presidente Zingaretti, che nel giro di poco tempo creerà incredibili possibilità di sviluppo per il loro territorio ed i loro ragazzi. Info point, Sportello Europa, FabLab, spazi di incubazione di impresa: questi e tanti altri i punti di forza del progetto, i cui vantaggi sono davvero inestimabili.

Sta succedendo, purtroppo, quello che temevo: mentre noi pensiamo a dossi e fioriere, gli altri pensano al progresso, quello costante e duraturo. Anche Ceccano aveva, ed ha ancora, le giuste caratteristiche per puntare ad ottenere un simile servizio. È ora che il Sindaco capisca che è necessario alzarsi dalla sedia, imboccare l’autostrada e andare a cercare in Regione Lazio di ottenere ciò che potrebbe farci fare un balzo nel futuro. Allora, Sindaco Caligiore, cosa vogliamo fare? Perdere altre ore a parlare di dossi e fioriere oppure iniziare a parlare del futuro dei giovani di Ceccano? La risposta, lo dico con infinita amarezza, la conoscono già tutti.

 

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La Costituzione di Renzi: meno diritti e meno libertà

art3 350 260di Paolo Ciofi - Sentite questa. È la scoperta epocale di Ezio Mauro direttore di Repubblica. Secondo lui, da come si comporterà un plurindigato ex spicciafaccende del Cavaliere dipenderà il profilo del Pd, addirittura «cosa sarà la nuova sinistra nel nuovo secolo». Né più né meno questo sarebbe il tema al centro della politica italiana, «Verdini permettendo».

È la solita visione della politica politicante (e dichiarante), in questo caso spinta al limite del grottesco, tutta concentrata sulle manovre di palazzo. Lontana mille miglia dai contenuti, dai mille problemi che travagliano la vita quotidiana delle donne e degli uomini in carne e ossa.

In compenso Mauro affibbia a Renzi la patente di leader indiscusso del partito della nazione, che deve decidere se impiantare il Pd nel territorio del centrosinistra o farne un partito pigliatutto. Ma evita di mettere le mani nell’acqua sporca dei provvedimenti sociali e istituzionali del governo, mentre Verdini dà più di una mano e rivendica il ruolo di picconatore (renziano) della Costituzione.

La belletristica del direttore non pulisce però l’acqua sporca. Andiamo allora alla sostanza. La controriforma costituzionale del Senato, accettata dalla minoranza Pd in cambio di un piatto di lenticchie che non ne cambia la natura, e la legge elettorale («ottima» secondo lo statista di Rignano), che trasforma una assoluta minoranza di voti in una maggioranza assoluta di seggi, pongono una questione di fondo. Perlopiù trascurata anche da chi generosamente si batte in difesa della Costituzione.

Come è possibile garantire i diritti costituzionali, in particolare i diritti sociali sanciti nel titolo III dagli articoli 35-47, se i titolari di tali diritti, i lavoratori e le lavoratrici nel nuovo secolo, sono sopraffatti ed esclusi, senza rappresentanza e senza rappresentazione culturale e mediatica? Lasciate perdere Verdini, esperto cacciatore di soldi, di posti e di prebende: questo è il tema centrale della politica e della democrazia. A cui però Renzi, imprigionato nel blairismo, una delle cause scatenanti della crisi, non dà, e non può dare, una risposta.

Se, come ha annotato più obiettivamente Scalfari, «il rischio è di diventare una democrazia che interessa il 30-40 per cento» degli italiani, allora bisogna ammettere che di fatto viene cancellato l’articolo 3 della Costituzione anche se formalmente resta in vita. È infatti evidente che in tali condizioni non si può neanche immaginare «l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese», rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che lo impediscono.

Si discute di “riforma” del Senato e di legge elettorale. Di fatto si sta abbattendo il pilastro fondamentale su cui si regge l’intero impianto costituzionale. Più che un governo delle élites si delinea un’oligarchia capitalistica di nuovo conio, che trae vigore dal fallimento senza rimpianti delle vecchie classi dirigenti. Ma non si può ignorare – una sinistra degna di questo nome non può ignorare – che riconoscendo nel lavoro il fondamento della Repubblica la Costituzione pone un limite alla proprietà, sottoposta al vincolo della «funzione sociale» e della «utilità generale».

Senza di che non avrebbe senso l’affermazione secondo cui «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo tale diritto» (Art. 4). Nella nostra Costituzione è il lavoro il fondamento che tiene insieme i principi di libertà e di uguaglianza ridisegnandoli in termini moderni, e i diritti che ne derivano. Non il capitale. La conseguenza, come ormai dovrebbe essere di pubblico dominio, è che se stai dalla parte del capitale i diritti di libertà e di uguaglianza si indeboliscono e vengono attaccati. È precisamente questa la fase che stiamo vivendo, come già è capitato in altri momenti della nostra storia.

Dove è finito il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa», insieme al diritto al riposo settimanale e alle ferie retribuite? (Art.36). E il diritto alla parità di retribuzione per pari lavoro tra uomini e donne? (Art. 37). E quello alla pensione e all’assistenza sociale? (Art. 38). In discussione sono anche la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (Art. 32), il diritto per «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi» «di raggiungere i gradi più alti degli studi» (Art. 34), lo sviluppo della cultura e della ricerca, nonché la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (Art. 9).

Da qui, dalla lotta per l’applicazione dei diritti sociali costituzionalmente garantiti, che delineano una civiltà più avanzata, occorre muovere per la costruzione di una formazione politica con caratteristiche popolari e di massa, che faccia asse sul lavoro nelle sue diverse forme, oggi retrocesso da diritto a pura merce nella piena disponibilità del capitale. Su questo metro si misura la capacità della sinistra di porsi all’altezza dei tempi nella dimensione europea e mondiale, in quanto portatrice di solidarietà e di unità delle persone che per vivere devono lavorare, oggi divise e in lotta tra loro. Tutto il resto è una favola, la narrazione fantastica di una sinistra che non esiste.

D’altra parte, il referendum confermativo della controriforma costituzionale, che vedrà solidamente affratellati Renzi e Verdini nel ruolo di ammazzasette della casta, si potrà vincere sventando un’operazione conservatrice e reazionaria di portata storica solo se si riuscirà a rendere chiaro agli italiani che la vera posta in gioco non è un arzigogolo istituzionale molto lontano dalla nostra vita, ma ben altro. Sono i nostri diritti, la nostra possibilità di avere un ruolo nelle scelte dell’Italia e dell’Europa, la qualità del nostro presente e del nostro futuro, l’avvenire dei nostri figli e nipoti. Il referendum sarà davvero un passaggio decisivo per tutti noi. E sin da ora è necessario cominciare a lavorarci.
Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

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La Costituzione di Renzi: meno diritti e meno libertà

art3 350 260di Paolo Ciofi - Sentite questa. È la scoperta epocale di Ezio Mauro direttore di Repubblica. Secondo lui, da come si comporterà un plurindigato ex spicciafaccende del Cavaliere dipenderà il profilo del Pd, addirittura «cosa sarà la nuova sinistra nel nuovo secolo». Né più né meno questo sarebbe il tema al centro della politica italiana, «Verdini permettendo».

È la solita visione della politica politicante (e dichiarante), in questo caso spinta al limite del grottesco, tutta concentrata sulle manovre di palazzo. Lontana mille miglia dai contenuti, dai mille problemi che travagliano la vita quotidiana delle donne e degli uomini in carne e ossa.

In compenso Mauro affibbia a Renzi la patente di leader indiscusso del partito della nazione, che deve decidere se impiantare il Pd nel territorio del centrosinistra o farne un partito pigliatutto. Ma evita di mettere le mani nell’acqua sporca dei provvedimenti sociali e istituzionali del governo, mentre Verdini dà più di una mano e rivendica il ruolo di picconatore (renziano) della Costituzione.

La belletristica del direttore non pulisce però l’acqua sporca. Andiamo allora alla sostanza. La controriforma costituzionale del Senato, accettata dalla minoranza Pd in cambio di un piatto di lenticchie che non ne cambia la natura, e la legge elettorale («ottima» secondo lo statista di Rignano), che trasforma una assoluta minoranza di voti in una maggioranza assoluta di seggi, pongono una questione di fondo. Perlopiù trascurata anche da chi generosamente si batte in difesa della Costituzione.

Come è possibile garantire i diritti costituzionali, in particolare i diritti sociali sanciti nel titolo III dagli articoli 35-47, se i titolari di tali diritti, i lavoratori e le lavoratrici nel nuovo secolo, sono sopraffatti ed esclusi, senza rappresentanza e senza rappresentazione culturale e mediatica? Lasciate perdere Verdini, esperto cacciatore di soldi, di posti e di prebende: questo è il tema centrale della politica e della democrazia. A cui però Renzi, imprigionato nel blairismo, una delle cause scatenanti della crisi, non dà, e non può dare, una risposta.

Se, come ha annotato più obiettivamente Scalfari, «il rischio è di diventare una democrazia che interessa il 30-40 per cento» degli italiani, allora bisogna ammettere che di fatto viene cancellato l’articolo 3 della Costituzione anche se formalmente resta in vita. È infatti evidente che in tali condizioni non si può neanche immaginare «l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese», rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che lo impediscono.

Si discute di “riforma” del Senato e di legge elettorale. Di fatto si sta abbattendo il pilastro fondamentale su cui si regge l’intero impianto costituzionale. Più che un governo delle élites si delinea un’oligarchia capitalistica di nuovo conio, che trae vigore dal fallimento senza rimpianti delle vecchie classi dirigenti. Ma non si può ignorare – una sinistra degna di questo nome non può ignorare – che riconoscendo nel lavoro il fondamento della Repubblica la Costituzione pone un limite alla proprietà, sottoposta al vincolo della «funzione sociale» e della «utilità generale».

Senza di che non avrebbe senso l’affermazione secondo cui «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo tale diritto» (Art. 4). Nella nostra Costituzione è il lavoro il fondamento che tiene insieme i principi di libertà e di uguaglianza ridisegnandoli in termini moderni, e i diritti che ne derivano. Non il capitale. La conseguenza, come ormai dovrebbe essere di pubblico dominio, è che se stai dalla parte del capitale i diritti di libertà e di uguaglianza si indeboliscono e vengono attaccati. È precisamente questa la fase che stiamo vivendo, come già è capitato in altri momenti della nostra storia.

Dove è finito il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa», insieme al diritto al riposo settimanale e alle ferie retribuite? (Art.36). E il diritto alla parità di retribuzione per pari lavoro tra uomini e donne? (Art. 37). E quello alla pensione e all’assistenza sociale? (Art. 38). In discussione sono anche la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (Art. 32), il diritto per «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi» «di raggiungere i gradi più alti degli studi» (Art. 34), lo sviluppo della cultura e della ricerca, nonché la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (Art. 9).

Da qui, dalla lotta per l’applicazione dei diritti sociali costituzionalmente garantiti, che delineano una civiltà più avanzata, occorre muovere per la costruzione di una formazione politica con caratteristiche popolari e di massa, che faccia asse sul lavoro nelle sue diverse forme, oggi retrocesso da diritto a pura merce nella piena disponibilità del capitale. Su questo metro si misura la capacità della sinistra di porsi all’altezza dei tempi nella dimensione europea e mondiale, in quanto portatrice di solidarietà e di unità delle persone che per vivere devono lavorare, oggi divise e in lotta tra loro. Tutto il resto è una favola, la narrazione fantastica di una sinistra che non esiste.

D’altra parte, il referendum confermativo della controriforma costituzionale, che vedrà solidamente affratellati Renzi e Verdini nel ruolo di ammazzasette della casta, si potrà vincere sventando un’operazione conservatrice e reazionaria di portata storica solo se si riuscirà a rendere chiaro agli italiani che la vera posta in gioco non è un arzigogolo istituzionale molto lontano dalla nostra vita, ma ben altro. Sono i nostri diritti, la nostra possibilità di avere un ruolo nelle scelte dell’Italia e dell’Europa, la qualità del nostro presente e del nostro futuro, l’avvenire dei nostri figli e nipoti. Il referendum sarà davvero un passaggio decisivo per tutti noi. E sin da ora è necessario cominciare a lavorarci.
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Andare in treno a Roma in meno tempo? Resta un sogno

integrazione AV lineastorica 350 260da Roma-Cassino Express - Collegamento veloce Roma-Cassino: ancora nessuna risposta dalla Regione
Vi ricordate il progetto proposto dall’Associazione Roma-Cassino Express per velocizzare il collegamento ferroviario Roma-Cassino attraverso l’utilizzo della linea Alta Velocità? Bene, siete gli unici perché in Regione pare che se lo siano dimenticato!
Era il 30 Marzo quando, in occasione dell’incontro tra la nostra Associazione e l’Assessore Civita, ci veniva annunciato che il nostro progetto meritava una analisi più approfondita e che la Regione lo avrebbe commissionato direttamente a Trenitalia; al più tardi entro la prima metà di Giugno avremmo ricevuto una risposta.
L’8 giugno poi c’è stato un nuovo incontro tra la nostra associazione e la Regione per discutere i nuovi orari e, anche in questa occasione, la Regione ci confermava che “entro 10 giorni” saremmo stati convocati per discutere il progetto Alta Velocità. Bene, di giorni ne sono passati 15 ma, nonostante i nostri ripetuti solleciti, di convocazioni non ne abbiamo ricevute.
Che l’Assessore Civita ed i suoi collaboratori (sia della segreteria politica che della struttura tecnica) fossero scarsamente interessati alla nostra proposta, e a tutto il basso Lazio in verità, ci era già sembrato in occasione della riunione di Marzo, ma confidavamo nella volontà di mantenere l’impegno preso con la Consigliera Daniela Bianchi che si era fatta promotrice di quel primo incontro.
Mentre l’Assessore si prende il tempo necessario a formulare la sua risposta, noi restiamo ad assistere ai soliti disagi, a soffrire il caldo nelle solite vetture senza aria condizionata, a viaggiare in treni spesso sprovvisti di servizi igienici, a non conoscere alcun dato ufficiale sulla qualità del servizio che paghiamo e subiamo ogni giorno.
Ma per carità, non c’è fretta.

Pietro Fargnoli
Pres. Roma-Cassino Express
Tel. 349 866 3051

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Meno 31 minuti per arrivare a Roma

integrazione AV lineastorica 350 260da Roma Cassino Express riceviamo e pubblichiamo - Raggiungere Roma in treno da Frosinone in 37 minuti (28 in meno rispetto all'orario attuale) e in 70 (31 minuti prima rispetto ad oggi) da Cassino, segnare un +35% di posti a sedere per gli utenti della provincia di Roma: il tutto senza realizzare nuove opere.
Sono questi alcuni dei risultati del progetto di integrazione tra la linea tradizionale e quella ad Alta Velocità formulato da "Roma Cassino Express", l'unica associazione di pendolari attiva sulla linea ferroviaria Roma-Cassino. Risultati che riguardano, assieme all'Autostrada A1, l'infrastruttura territoriale più importante della nostro territorio, e che saranno presentati nel corso di una conferenza stampa convocata Sabato 7 Febbraio alle 11.30 presso la Società Operaia di Mutuo Soccorso, in via S. Martino a Frosinone.
Roma Cassino Express partecipa regolarmente ai tavoli tecnici indetti dalla Regione per discutere possibili migliorie del servizio di concerto con Trenitalia ed RFI (rispettivamente gestori del servizio e della rete). E vi partecipa con i suoi due tratti caratteristici: realismo e progettualità.
Realizzato con professionalità di tipo economico ed ingegneristico, tutte rintracciabili tra i soci della associazione, il progetto analizza, tra l'altro, la definizione dei livelli di servizio, individua delle tabelle orarie di massima, compie delle valutazione dei tempi di percorrenza e della offerta posti, offrendo sia una Stima del costo per l'acquisto/noleggio dei nuovi treni AV che di quelli di esercizio (pedaggio per l'accesso alle infrastrutture, costi per manutenzione e personale...)
Una vera e propria svolta per una rete realizzata nel 1862 e che giornalmente muove 46.000 persone le quali pagano le conseguenze della congestione del nodo Ciampino-Roma ed in cui, nella fascia pendolare del mattino, arriva a Roma Termini un treno ogni 7' (il massimo consentito dal sistema).
Quello che verrà presentato sabato è rientrato tra le proposte di miglioramento pervenute al Centro di ricerca per il Trasporto e la Logistica dell'Università Sapienza nell'ambito dello sviluppo del Piano per la Mobilità del Lazio (PML). Un progetto per il quale il prof. Filippi, responsabile dello sviluppo del PML, ed i suoi collaboratori hanno confermato la fattibilità tecnica e condiviso l'approccio del nostro progetto.
Una opportunità straordinaria di rilancio di un territorio che questa infrastruttura potrebbe rendere attrattivo per nuovi residenti e utile alla nascita di nuove imprese o al trasferimento di altre oggi presenti nella periferia romana.

Roma Cassino Express

Ufficio Stampa
Armando Mirabella
Mobile: 3471323083
Mail:

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