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Romain Rolland nelle parole di Fiorenza Taricone

romainrolland 350 260okErmisio Mazzocchi intervista Fiorenza Taricone autrice del suo libro: "Romain Rolland pacifista libertario e pensatore globale" (video)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Parole Ritrovate - Il romanzo perduto dei ragazzi del '77

parole ritrovare igor patrunodi Diego Protani - Nel quarantennale del '77 non poteva mancare la testimonianza di uno che sa di cosa si parla, ovvero Igor Patruno. Dopo "I campi di Maggio" è uscito in libreria "Le parole Ritrovate - Il romanzo perduto dei ragazzi del '77" edito da Ponte Sisto.

Un libro suddiviso in due parti, nella prima Patruno si trattiene nel raccontare i vari avvenimenti del decennio, narra del funerale di Pasolini, il movimento e gli Indiani Metropolitani. Nella seconda parte è una raccolta di interviste che fece agli intellettuali dell'epoca come Alberto Moravia, Dario Bellezza o Aldo Rosselli.

Ciò che da subito salta all'occhio è il percorso letterario dell'epoca che viene evidenziato da Patruno che in quel tempo era un collaboratore di Lotta Continua.

Un libro molto differente, che non racconta direttamente quel periodo, ma lo fa raccontare.

Un libro che, purtroppo, evidenzia non volendo, anche la differenza del livello degli intellettuali di ieri con quelli di oggi.

Igor Patruno lavora tra il 1976 e il 1977 a Radio On Off. Tra il 1984 e il 1985 collabora in Rai come autore e conduttore al programma Appuntamento del sabato. Esordisce nel 1983 come scrittore con il romanzo Passaggi ristampato nel 2011 da Edizioni fahrenheit 451. Fonda nel 2005 insieme a Giacomo Marramao l’associazione Multiversum e organizza, nel 2006, 2007 e 2008, con la fondazione Musica per Roma e con la rivista Micromega il Festival Internazionale della Filosofia di Roma. Collabora, nel 2007, alla realizzazione di Hi! Tech. Festival dell’innovazione. Negli anni successivi lavora come freelance nel mondo dell’innovazione e comunicazione.

Per Edizioni Ponte Sisto ha pubblicato Via Poma, "La ragazza con l’ombrellino rosa", un romanzo-inchiesta sull’omicidio di Simonetta Cesaroni e "I campi di maggio".

 
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Macchitella parla: poche parole e confuse

sanità prevenzionedi Angelino Loffredi - Nei primi giorni del mese di settembre sul questo sito www.unoetre.it e sul quotidiano “L’Inchiesta“ avevo contestato l’infausto tentativo di privatizzare i servizi sanitari nell’interno degli istituti di pena di Frosinone, Cassino e Paliano, come previsto dalla determina 6927 del 31 agosto 2017 della ASL di Frosinone. Il Commissario della stessa infatti bandiva una gara per tale servizio per due anni, con il costo annuo di 1 milione e duecentomila euro.

L’altra settimana CGIL CISL e UIL sono intervenuti sul tema rilevandone l’antieconomicità: la ASL per il servizio annuo spende ora 200.000 euro mentre privatizzando si spenderanno un milione di euro in più. Una cifra incredibile ma vera, frutto di calcoli rigorosi. Le stesse organizzazioni quindi chiedevano la sospensione del Bando.
Successivamente si è fatta sentire anche l’Associazione Assotutela, la quale ha chiesto, per svolgere il servizio, l’assunzione di 20 unità lavorative dimostrando che la spesa sarebbe stata inferiore rispetto a quella prevista dal Bando.

Dopo tali prese di posizione, finalmente, abbiamo potuto conoscere il parere del Commissario Luigi Macchitella, il quale, furbescamente, preferisce replicare alle argomentazioni poste da Assotutela, ma non alle organizzazioni sindacali. Ad Assotutela manda a dire che per nuove assunzioni mancano le autorizzazioni regionali. Da questo punto di vista potrebbe avere qualche ragione.

Sempre a proposito del servizio sanitario nelle carceri, il Commissario preferisce dilungarsi attorno a non veritiere considerazioni “il servizio è particolarmente duro. Anzi nessuno vuole andarci e pertanto lo evitano tant’è che oggi riusciamo a portarlo avanti solo con gli straordinari.”
Dopo ciò, sempre Luigi Macchitella, prova a terrorizzare prevedendo situazioni che non corrispondono al vero “se il servizio fosse svolto da personale interno alla ASL nel giro di poche settimane mi troverei sul tavolo decine di domande di trasferimento perché tutti farebbero l’impossibile per uscire da quell’ambiente“.

A fronte di tale rappresentazione si rimane increduli, interdetti se si considera che la situazione che stiamo illustrando esiste da parecchi anni, dal tempo dei provvedimenti della ministra Bindi, circa 11 anni fa. Le fughe di personale o richieste di trasferimento si sarebbero verificate già da tempo, ma non ci sono state. Ho l’impressione invece che possa esserci una “corsa“ ad andare a fare il servizio nelle carceri, forse, per poter fare gli straordinari.
Io non conosco a quanto ammonti la spesa per gli straordinari ma quello che mi sento di dire è che se la gara dovesse essere espletata non si riuscirà mai a giustificare che nel prossimo anno i cittadini debbano pagare un milione di euro in più rispetto ad oggi per una scelta veramente infausta.

 
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Parole, parole, ma non solo parole

unsupertaxidelmare 350 260Daniela Mastracci - Forse sta diventando una mia fissazione, ma il linguaggio trattiene visioni del mondo. Ne sono convinta. Se chiamo “taxi del mare” le navi che salvano vite umane, li faccio passare per mezzi di trasporto d’elite, quasi che i migranti, accalcati gli uni sugli altri, spaventati, disidratati, denutriti, picchiati, stuprati anche, siano delle elite ricche che scorrazzano nel mediterraneo per viaggio di piacere. Se affibbio un aggettivo, se uso un certo sostantivo, o un certo verbo, io dico qualcosa di come vedo il mondo, di come nel mondo che vedo stanno esseri umani, scafisti delinquenti? Ong colluse? Diffidiamo degli sos? Dei rapporti che le navi intrattengono con i profittatori di vite umane?


Intanto, scusate, ma se sono taxi del mare vuol dire che le persone che ci salgono sopra possono permettersi chissà che trattamento? Non hanno mica bisogno di trafficanti, di Ong, di aiuti? Insomma se la cavano abbondantemente da soli, no? Chi meglio di loro, che addirittura solcano il Mediterraneo, e non solo, a bordo di mezzi di lusso? E però, se poi li andiamo a salvare mettendoci d’accordo coi trafficanti, mi sa che allora non sono proprio dei taxi, no? Affibbiamo etichette denigratorie questa è la verità.

Perché l'odio dilaghi

Dobbiamo usare certi termini così la gente si fa delle idee, e si fa quelle che c’ho in testa io: insomma è un’operazione di manipolazione di massa, un lavaggio del cervello. E come stupirsi allora se dilaga odio? Se gli animi sono accesi di rabbia, insofferenza, diffidenza? E ci metto anche il carico da 11, facendo passare le Ong per colluse, e perciò delle specie di società senza scrupoli che fanno profitto trasportando persone sulle nostre coste: loro si fanno i soldi e noi? Ecco, vedi? Siamo costretti ad accoglierli! Ma mica ce lo possiamo permettere? Eh no. Non possiamo mica salvarli tutti!
E qui esplode il plauso: me lo immagino il riso smargiasso di chi non aspettava altro! Così i giochi sono fatti: io dico peste e corna, addito il profittatore, il parassita, quellotaxidelmare inpanne 350 260 che ci mette tutti in mutande. E addito il pericolo pubblico dei migranti: pericolo sociale, economico, sanitario (che tanto non guasta mica mettercene uno in più: melius abundare…) e tutti saranno d’accordo con i fermi, coi i respingimenti (un grazie a Bossi e a Fini non lo dimentichiamo, no?). E ho gioco facile facile a far passare come eccellenti misure anti pericolo (anti migrante ormai è superfluo: li ho già etichettati, e ci capiamo tutti così). Le Ong da ora in poi devono sottoscrivere un codice di sicurezza (da cosa?) onde evitare che facciano ancora affari d’oro co’ sti’ trafficanti e sti’ pericolosi ladri di lavoro e stupratori seriali.

La caccia all'untore

Quanto manca alle elezioni politiche? Non è molto chiaro, vero? Ma Renzi s’avvantaggia e promuove “Avanti”: meglio prevenire che curare, no? Ma in verità ci siamo abituati ad una campagna elettorale permanente. Meglio sarebbe una bella rivoluzione permanente, ma tant’è: questo c’abbiamo e questo ci teniamo: politici arraffoni di voti che stanno ben comodi sulle loro poltrone e non vogliono altro che rimanerci. E chi s’è visto s’è visto. Il popolo ha fame: mandateli a fermare i migranti. Chissà magari l’adrenalina non fa sentire la fame, e comunque non se la prenderanno mica con noi, poveri parlamentari e ministri, che ci stiamo sbracciando per risolvere il grande problema del sovraffogioiosisaluti dauntaxidelmare 350 260llamento: ecco, noi togliamo di mezzo chi toglie il lavoro e così finalmente gli italiani potranno di nuovo lavorare. Mica servono una politica industriale o altro: basta eliminare i migranti. E così la campagna elettorale va avanti a gonfie vele.
Come si dice: la pancia è sempre pancia e se vede soddisfazione ti vota no? In fondo è facile fare i politici così: non hanno bisogno di progettare mondi, di cambiare lo stato di povertà, di emancipare, di espandere diritti, di far vivere bene i cittadini. No, hanno bisogno di un capro espiatorio.
Ma per favore allora non veniteci più a dire che il mondo è cambiato, che dobbiamo stare dietro ai grandi mutamenti, che non possiamo perdere tempo in chiacchiere (cioè un pò di riflessione che magari prende un’oretta o due di tempo), dobbiamo agire, andare incontro al futuro, fare, insomma. Ecco, non ditecelo più: quello che fate davvero è la cosa più vecchia che ci sia: incolpare qualcuno, aprire la caccia all’untore e così sia!

 
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Parole semplici, ma non battute

bambino dirittidi Daniela Mastracci - Ma è vero, semplificare è come quando vedi chiaro: dopo che ti sei interrogato, hai osservato, hai domandato, hai ascoltato, e hai provato a risponderti. Piano piano, il processo del ragionamento piano piano si svolge, dipanando la matassa apparente, ingarbugliata. Lentamente e non velocemente. Magari con mesi di tentativi. Anni forse.
Ma poi tanto sforzo della ragione ma anche della passione, dell'indignazione, viene a sintesi. Trova le parole giuste che spiegano ciò che si andava faticosamente cercando.
E quelle parole che saranno sintesi e non certo l'immediatezza di una battuta, saranno parole semplici. Paragonabili a slogan? e quindi troppo di pancia? No, al contrario. Sono la lucidità raggiunta. Sono la esplicitazione concettuale che emerge dal ragionamento.
Allora se poi sono così semplici da rassomigliare a slogan ecco, possono sembrare populiste. Ma se è populismo è perché in esse il popolo si può rispecchiare, perché ci rivede e sente i suoi drammi: solo che non sono parole che recingono, non sono parole che incitano violenze e odio. sono parole che incitano senso di giustizia, riconoscimento dei diritti, perché la pancia che sollecitano è quella della rivendicazione dei Molti di contro ai Pochi: degli oppressi, sfruttati, esclusi, usati e abusati, impoveriti, lasciati a combattere per un appuntamento alla Asl che non arriva mai, lasciati a combattere contro se stessi per arrivare a fine mese, a scusarsi se non sono abbastanza easy, o se hanno pretese chissà quali, o se sono costretti a lavorare con turni massacranti, oppure il lavoro non lo trovano più, o non possono iscriversi all'università perché non ne hanno la possibilità, o devono pagare l'acqua dopo che hanno votato che fosse pubblica, e tanto altro ancora.
Qui le parole sono: sanità per tutti, in tempi e modi affidabili e certi; università e scuola alla portata di tutti; lavoro certo e tutelato; reddito minimo garantito; beni comuni; nazionalizzazione dei servizi essenziali: elettricità, gas, telefono, trasporti, poste. Nazionalizzazione delle imprese come si dicono "di bandiera"
Queste parole non escludono nessuno. Sono “for the many and not for the few”: sono all'insegna del far pagare di più a chi ha di più; sono per una redistribuzione del peso fiscale, per una tassazione davvero progressiva; sono per dare a tutti la possibilità di accesso a beni, servizi, scuola, cultura e sono per dare a tutti l'indispensabile per una vita dignitosa.
Questo vuol dire ripartire dalle parole semplici, secondo me.
E se si spaventano i cosiddetti poteri forti, e gridano al populismo, allora basta una domanda: se si spaventano vuol dire che sono arroccati in tenuta da autodifesa? Già questo spingerebbe a pensare che la giustizia non è realizzata: perché è chiaro che c'è qualcuno che sta proteggendo se stesso e i suoi beni, la sua ricchezza, avendo con ciò impoverito i milioni da cui adesso si sente minacciato, infatti la diseguaglianza è tale che dice da sé quanto sia sproporzionatamente ingiusta.
Siamo in un Paese dove pochissimi hanno moltissimo e moltissimi hanno pochissimo. Questo è ciò che NON è giusto. Questo è da combattere. Questo sarebbe l'attuazione della Costituzione nel suo articolato tutto, ma sicuramente del suo nobile articolo 3.

P.S. la statalizzazione dei servizi l’aveva fatta quel “socialista” di Giolitti a inizio secolo scorso in un regime monarchico.

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Parole che pesano come macigni

Debora Serracchiani 350 260di Daniela Mastracci - Le bambine Rom uccise nel sonno da una bomba incendiaria hanno colpito l’immaginario collettivo tanto quanto le parole, solo parole, di Debora Serracchiani? Ecco, questo è il punto di vista da cui parto per fare qualche considerazione intorno al caso governatore Friuli Venezia Giulia. Non nascondo che il fatto che la Serracchiani sia un’esponente di spicco del partito democratico fa di lei un “boccone” prelibato per chi come me sta molto attenta alle mosse di un partito che, da sinistra si è traghettato sempre più al centro, ma che si sta spingendo verso politiche di destra.

Gli esempi a “carico” di questa mia lettura sono tanti, ma tra tutti il decreto sicurezza, il decreto migranti, l’ultima infelice legge sulla legittima difesa. Senza poi tener in conto, in questi pensieri sparsi, di leggi come la Flat Tax, le varie detassazioni sugli yaucht e così via. I primi mesi di questo governo ci hanno fatto drizzare i capelli in testa troppe volte a proposito di una visione del mondo, semmai ce l’abbiano, escludente, securitaria, respingente, fatta a suon di accordi con un paese come la Libia, onde fermare i migranti subsahariani in rotta verso il mediterraneo, e quindi l’Italia. Sappiamo tutti bene cosa siano mai i campi libici ove “transitano” i migranti? Ove sono costretti a restare per mesi e mesi e trattati nelle condizioni peggiori, come alimentazione, igiene, ma soprattutto diritti umani negati, umiliati e offesi, abusati, oggetto di violenze? E che dire sul decreto sicurezza-migranti? In nome del non ben identificato “decoro” si cacciano via donne, uomini che soffrono fame, disagio sociale profondo, esclusione, incertezza, mancanza di tutto.

 

In nome del decoro urbano siamo arrivati a sgomberare piazze e vie perché un mendicante è brutto a vedersi? Toglie lustro alla scintillante città dei consumi di questo occidente privo di anima? Ingombrano il passaggio di gente bene che acquista prodotti di lusso? Il mondo è diviso in chi può e chi non può: e questa è una constatazione. Ma oltre ad essere una fotografia di questo mondo arido e pessimo, vuole essere per me una denuncia. Perché non ci sto a questa divisione. E perché chi non può, nella mia testa, e soprattutto nel mio cuore, di donna di sinistra, di donna che vorrebbe la felicità su questa terra, che sente male se un altro sta male, che crede insopportabile l’ingiustizia, la diseguaglianza, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ebbene io, politiche fatte così, che ritengono che un essere umano deturpi l’arredo urbano, le rifiuto e le ributto al mittente. Così come rinnego ogni tentennamento di fronte alla salvezza, al soccorso, a quell’SOS che, per me ragazzina, ha costellato il mio immaginario circa i mari lontani: era il mare per me bimba il luogo dell’SOS ed è, oggi, il mare, a quanto pare, immensamente più grande e pesante della piccola immaginazione ristretta di una ragazzina: perché il mare nostrum è il mare dell’sos ormai quasi per definizione, ogni giorno, ogni momento. E quando leggo di bambini morti perché una nostra nave non ha preso il largo per andarli a salvare, a me si accappona la pelle, mi sento rigida come un statua di pietra, rappresa in un coagulo gelato.

La governatrice Serracchiani deve sempre sapere che parla a tutti

Le parole hanno un peso. Ho già scritto di questo. All’inizio dell’estate scorsa è morto un giovane uomo perché sua moglie è stata chiamata “scimmia”. Lo ricordiamo? Ebbene, se chiamo scimmia e non c’è nessuno che denuncia, quella parola è sdoganata. Passa come parola accettabile e diventa un sentire.

Io penso che il sentire comune sia dentro le parole che usiamo, si annida là ove trova sfogo oppure motivo. Una parola bella e umana è bene che entri nel nostro comune vocabolario, fa bene al cuore e anche alla ragione, se è ancora una ragione umana. Ma le parole brutte e disumane non devono passare sotto silenzio, non possono essere dette senza denuncia. L’attenzione deve essere vigile sempre. E diventa accorta con l’abitudine ad essere accorta: un habitus che, solo, ci permette ancora di indignarci e denunciare. È per questo habitus che le parole di Debora Serracchiani mi sono penetrate nella testa appena lette, e hanno fatto corto circuito: una donna, che sia un politico quando parla, parla a tutti i cittadini, ovunque sia; e se scrive, scrive per tutti. Le sue parole diventano macigni quando possono, anche solo per un istante, alludere a valutazioni morali e/o giuridiche che pongono distinguo fra esseri umani: come se la morale e il diritto valesse più o meno a seconda del soggetto di cui si parla. A maggior ragione in riguardo a soggetti già a rischio discriminazione ed esclusione, odio e violenza.

La governatrice deve sempre sapere che parla a tutti, e che ciascuno coglierà una piegatura di senso nelle sue parole: le leggerà così come si incastrano al suo sentire, e se quel sentire è tentennante circa l’altro, se è già pieno zeppo di luoghi comuni, se è già saturo di disagio, allora la piega, che quelle parole prenderanno, sarà verso la legittimazione degli stessi luoghi comuni: straniero ladro, stupratore, soggetto che vive di illeciti, pericoloso, da fermare e respingere. Ecco, è il messaggio implicito, conscio o inconscio che sia, che va respinto.

E un politico non può permettersi di lasciarsi prendere dagli atti mancati: lì sta la trappola insidiosa dell’interpretazione del pubblico. Lei sarebbe dovuta stare mille volte più attenta. Ma se per caso c’è della malafede nelle sue parole, allora come non prenderne, non solo le distanze, ma scoprire la fallacia del suo discorso e alzare subito l’allerta sociale? Non si deve, non si può. Senza se e senza ma. E dove stanno i “ma” sottolineare subito che chi si lascia prendere dai luoghi comuni o, peggio, chi quei luoghi comuni accetta perché ci crede e avalla e fomenta, quello è un segnale che dobbiamo riconoscere, e che si chiama fascismo: che si nutre di discriminazione ed esclusione, e potrebbe di nuovo portare verso un ‘Europa dimentica dei motivi profondi che hanno provato a costruirla dopo le due guerre mondiali, ma soprattutto la seconda.

Doveva essere un’Europa dei diritti, della fine dei fascismi; ma se nelle parole che usa, questa Europa, c’è l’allontanamento dell’altro, la discriminazione, allora dove stanno i diritti e la fine del fascismo? È contro questo sentire che do l’allerta, e mi sono sentita profondamente scossa dalle parole del governatore del Friuli. Sono troppo pessimista? Vedo troppo buio? Mi pare che di esempi di rinnovato sentimento xenofobo ce ne siano fin troppi intorno a noi, allora non ritengo di essere troppo pessimista. In verità mi pare di avere paura.

 
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Anagni. Rifiuti? Fatti non parole

fumi ambientedi Meetup Anagni 5 Stelle - Dopo le ultime esternazioni a mezzo stampa, ci sentiamo in dovere di dire la nostra. Considerando che alcuni consiglieri del PD hanno espresso la volontà di fare un consiglio comunale sul tema rifiuti, chiediamo, pubblicamente e anche tramite richiesta protocollata, che come punti all’ordine del giorno vengano posti:

1) In considerazione della prossima stesura di un nuovo piano regolatore generale, l’impegno a mettere una moratoria per almeno 10 anni, dalla data del consiglio comunale, su nuovi impianti che verranno messi in essere sul territorio del comune di Anagni. Per impianti intendiamo sia di smaltimento/recupero rifiuti sia nuove ciminiere;

2) Controlli accurati sull’esistente, con monitoraggi costanti delle emissioni di fumi o liquidi o altro della produzione industriale;

3) Monitoraggio continuo della qualità dell’aria nelle zone periferiche della città;

4) Piani di incentivi/sgravi fiscali, a medio/lungo termine, rivolti ai cittadini per limitare le emissioni di fumi da utenze domestiche e/o automobili private;

5) Sollecito alla regione per l’attuazione del registro tumori;

6) Pubblicazione dei dati sanitari sulla popolazione di Anagni, per evitare allarmismi;

Queste le nostre richieste, vedremo chi le appoggerà in consiglio e soprattutto chi le voterà favorevolmente.

Una postilla per il segretario del PD anagninno, siamo felici che vigilerà “per tutelare la salute pubblica dei nostri cittadini”, lo informiamo però, se non ne fosse a conoscenza, che entro il 30 settembre 2016 il comune avrebbe dovuto elaborare il piano rifiuti “individuazione delle zone idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti nonché delle zone non idonee alla localizzazione di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti”, invece si è preferito rispondere che “Il Responsabile del Servizio comunale rappresenta di non avere sufficienti elementi atti alla individuazione di aree idonee ad ospitare impianti di smaltimento/recupero rifiuti” (prot prov 93014 del 21 set 16).

In merito a ciò, tralasciando tutte le considerazioni sulle promesse fatte per l’ospedale, vorremmo fare due considerazioni:M5S Anagni

La prima: se non si avevano le competenze tecniche, almeno una dichiarazione politica in cui si diceva semplicemente “Ad Anagni abbiamo già dato, anche per i prossimi 100 anni, e non vogliamo altri impianti” poteva pure essere espressa da Sordo o dal Sindaco a suo tempo? Questa si che sarebbe stata vera tutela della salute pubblica.

La seconda: se non si hanno le competenze, che ci stanno a fare alla guida del comune?

Quando c’è da fare non si fa nulla, mentre a chiacchiere... A chiacchiere so tutti boni. Forse sarebbe ora di uscire dal vostro bel mondo fantastico e tornare con i piedi per terra, dove la gente si ammala e muore, mentre voi dite che va tutto bene. Fatti non promesse, ci scusino tutti ma alla forma preferiamo la sostanza, del resto siamo quelli del #vaffanculo facile!

Meetup Anagni 5 Stelle

 
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Parole fascinose. Se scopri il velo resti deluso

rai mediasetdi Daniela Mastracci - La lingua della tv e dei giornali è fantasiosa e fascinosa. Ma il fascino nasconde menzogne, se non sempre, spesso. Nasconde verità che, dette nude e crude, farebbero inorridire, o almeno pensare. Ma se poi si impara a leggere il linguaggio della tv e dei giornali, si scopre il velo e non si torna più indietro. Basta decodificarlo una volta, poi più o meno la chiave di lettura ti rimane: buona per tante occasioni. E qui voglio partire dalle belle e favolose “riforme”, che ci porterebbero verso il “magnifico futuro, roseo, perfetto”. A leggere o ad ascoltare giornalisti e politici, sembra che basti dire “riforma”, perché il miracolo avvenga da solo. E poi strenuamente tutti a combattere per esse, da sinistra soprattutto, perché è di sinistra la riforma, no? Beh! a parte il fatto, non proprio trascurabile, che di sinistra sarebbe ben altro che riforma, ma vabbè, ci possiamo stare: Keynes non era proprio un rivoluzionario, no? Ma il punto è che oggi dire “riforma”, non è qualcosa di sinistra, perché le riforme che la pseudo sinistra intraprende, sono troykesche, altro che di sinistra! Sono all’insegna delle letterine di Bruxelles; sono genuflessioni alla Commissione Europea. Basta! per favore, davvero non se ne può più.
Fate l’analisi logica, semantica, sintattica; fate un bel confronto sinottico con gli articoli della Costituzione, e poi rivedete in profondità il termine “riforma” e capitene il significato. Un tempo la società era profondamente diseguale, e riforma voleva dire renderla eguale; era divisa in poveri e ricchi e riforma voleva dire limare, se non azzerare la diseguaglianza. Voleva dire scolarizzazione e analfabetismo e riforma era scolarizzare tutti; era salute per pochi e malattia per moltissimi, e riforma voleva dire salute per tutti...insomma farne l’elenco a che serve?
In poche ed efficacissime battute “riforma” voleva dire questo: “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art. 3 della costituzione della repubblica italiana) E allora leggiamoci la Costituzione e troviamo là tutte le risposte. A cominciare dal suo primo articolo, dove si evince chiaro che il lavoro NON E’ MERCE. Quindi le riforme che lo trattano come tale, non sono riforme, ma Controriforme.

Il lavoro prima di tutto

Basta! col lusingare un udito sofisticato e un po’ narciso! A quell’udito gli dobbiamo svelare la verità, senza orpelli: e la verità è che stiamo tornando indietro, nel cammino verso la emancipazione di tutti e di ciascuno. Stiamo indietreggiando sui diritti, abbiamo dimenticato che tutti vuol dire tutti, senza esclusione di nessuno. E tutti abbiamo diritto allo studio, alla salute, all’opinione, all’associazione, all’espressione. Ma io devo dire che, per me, il primo diritto è, e resta, il Lavoro: senza lavoro non c’è dignità, non c’è possibilità di accedere a nulla, è negata a priori la possibilità della rimozione degli ostacoli, vista la mercificazione di tutto, la privatizzazione di tutto (vedi l’acqua niente affatto pubblica). Senza lavoro non c’è accesso alla cultura, alla crescita personale, ad una vita piena e aperta a sempre nuove scoperte. Senza lavoro non si hanno i mezzi per vivere, soprattutto. Senza lavoro si è “scarti sociali”, perché un mondo di merci nelle mani di pochi, ci è divenuto estraneo e lontanissimo, ne siamo fuori perché impossibilitati.

Parità di diritti soltanto sulla carta

Quale società di eguali e partecipata? Quale società di parità di diritti? Soltanto sulla carta, eguali, ma nella sostanza sempre più diversi, sempre più largiornali in edicola 350 260ga la cosiddetta “forbice” tra pochissimi ricchissimi e tantissimi poveri e poverissimi. Le riforme hanno portato a questo, e allora no grazie, quel futuro di cui tanto vi riempite la bocca, non mi interessa. Non lo voglio, e soprattutto non lo voglio per i miei figli, per i ragazzi che stanno oggi crescendo e che si trovano sulla soglia di un mondo che sa soltanto sfruttarli e ridurli al silenzio: tra voucherizzazione e scuola sempre meno scuola, perché sempre più un’anticamera per un mondo del lavoro che neppure esiste, sventagliato come prossimo venturo, ma del tutto assente dall’agenda politica di questa Italia, e di questa burocratica e finanziarissima Europa.
Allora non parliamo più di riforme, perché la parola sembra promettere cose buone per tutti, perché così era nel passato. Ma adesso promette precarizzazione e parcellizzazione, esclusione sociale, emarginazione. Promette poca partecipazione alla vita pubblica, e riduzione di spazi di democrazia. Tutto all’insegna di un potere che si è fatto estraneo rispetto ai cittadini, che sta altrove, lontano, quasi misterioso e fantastico. Governa con le parole inglesi di spred, spending review, jobs act, class action etc etc , ma governa dalle stanze segrete delle agenzie di rating e delle banche. Come ha fatto l’uomo a farsi governare dalle agenzie di rating? Che diavolo sono? dove sono? Che cosa misurano di noi altri, che stentiamo a campare?
Se Europa c’è, questa deve farsi carico di parole che sanno di cose concrete, e che sappiano guardare in faccia chi sta male. E poi l’Europa deve ricordare, soprattutto: se le borse governano il mondo, il mondo può crollare, come sta facendo, come ha già fatto. Senza la politica il mondo non si regge. Lo abbiamo già visto e sappiamo dove ha portato: con le Borse a picco, l’inflazione, la disoccupazione, ci abbiamo già avuto a che fare, specie noi, proprio qui, in Europa. Come si può abbandonare il mondo alle Borse, alle banche, a Moody’s, a JP Morgan, a Standard & Poor’s? In piedi Europa, ma in piedi con la Politica, quella che vede al di là dei conti, delle entrate e delle uscite, del pareggio di bilancio, dei parametri meramente economici.

 
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Parole fascinose. Se scopri il velo resti deluso

rai mediasetdi Daniela Mastracci - La lingua della tv e dei giornali è fantasiosa e fascinosa. Ma il fascino nasconde menzogne, se non sempre, spesso. Nasconde verità che, dette nude e crude, farebbero inorridire, o almeno pensare. Ma se poi si impara a leggere il linguaggio della tv e dei giornali, si scopre il velo e non si torna più indietro. Basta decodificarlo una volta, poi più o meno la chiave di lettura ti rimane: buona per tante occasioni. E qui voglio partire dalle belle e favolose “riforme”, che ci porterebbero verso il “magnifico futuro, roseo, perfetto”. A leggere o ad ascoltare giornalisti e politici, sembra che basti dire “riforma”, perché il miracolo avvenga da solo. E poi strenuamente tutti a combattere per esse, da sinistra soprattutto, perché è di sinistra la riforma, no? Beh! a parte il fatto, non proprio trascurabile, che di sinistra sarebbe ben altro che riforma, ma vabbè, ci possiamo stare: Keynes non era proprio un rivoluzionario, no? Ma il punto è che oggi dire “riforma”, non è qualcosa di sinistra, perché le riforme che la pseudo sinistra intraprende, sono troykesche, altro che di sinistra! Sono all’insegna delle letterine di Bruxelles; sono genuflessioni alla Commissione Europea. Basta! per favore, davvero non se ne può più.
Fate l’analisi logica, semantica, sintattica; fate un bel confronto sinottico con gli articoli della Costituzione, e poi rivedete in profondità il termine “riforma” e capitene il significato. Un tempo la società era profondamente diseguale, e riforma voleva dire renderla eguale; era divisa in poveri e ricchi e riforma voleva dire limare, se non azzerare la diseguaglianza. Voleva dire scolarizzazione e analfabetismo e riforma era scolarizzare tutti; era salute per pochi e malattia per moltissimi, e riforma voleva dire salute per tutti...insomma farne l’elenco a che serve?
In poche ed efficacissime battute “riforma” voleva dire questo: “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art. 3 della costituzione della repubblica italiana) E allora leggiamoci la Costituzione e troviamo là tutte le risposte. A cominciare dal suo primo articolo, dove si evince chiaro che il lavoro NON E’ MERCE. Quindi le riforme che lo trattano come tale, non sono riforme, ma Controriforme.

Il lavoro prima di tutto

Basta! col lusingare un udito sofisticato e un po’ narciso! A quell’udito gli dobbiamo svelare la verità, senza orpelli: e la verità è che stiamo tornando indietro, nel cammino verso la emancipazione di tutti e di ciascuno. Stiamo indietreggiando sui diritti, abbiamo dimenticato che tutti vuol dire tutti, senza esclusione di nessuno. E tutti abbiamo diritto allo studio, alla salute, all’opinione, all’associazione, all’espressione. Ma io devo dire che, per me, il primo diritto è, e resta, il Lavoro: senza lavoro non c’è dignità, non c’è possibilità di accedere a nulla, è negata a priori la possibilità della rimozione degli ostacoli, vista la mercificazione di tutto, la privatizzazione di tutto (vedi l’acqua niente affatto pubblica). Senza lavoro non c’è accesso alla cultura, alla crescita personale, ad una vita piena e aperta a sempre nuove scoperte. Senza lavoro non si hanno i mezzi per vivere, soprattutto. Senza lavoro si è “scarti sociali”, perché un mondo di merci nelle mani di pochi, ci è divenuto estraneo e lontanissimo, ne siamo fuori perché impossibilitati.

Parità di diritti soltanto sulla carta

Quale società di eguali e partecipata? Quale società di parità di diritti? Soltanto sulla carta, eguali, ma nella sostanza sempre più diversi, sempre più largiornali in edicola 350 260ga la cosiddetta “forbice” tra pochissimi ricchissimi e tantissimi poveri e poverissimi. Le riforme hanno portato a questo, e allora no grazie, quel futuro di cui tanto vi riempite la bocca, non mi interessa. Non lo voglio, e soprattutto non lo voglio per i miei figli, per i ragazzi che stanno oggi crescendo e che si trovano sulla soglia di un mondo che sa soltanto sfruttarli e ridurli al silenzio: tra voucherizzazione e scuola sempre meno scuola, perché sempre più un’anticamera per un mondo del lavoro che neppure esiste, sventagliato come prossimo venturo, ma del tutto assente dall’agenda politica di questa Italia, e di questa burocratica e finanziarissima Europa.
Allora non parliamo più di riforme, perché la parola sembra promettere cose buone per tutti, perché così era nel passato. Ma adesso promette precarizzazione e parcellizzazione, esclusione sociale, emarginazione. Promette poca partecipazione alla vita pubblica, e riduzione di spazi di democrazia. Tutto all’insegna di un potere che si è fatto estraneo rispetto ai cittadini, che sta altrove, lontano, quasi misterioso e fantastico. Governa con le parole inglesi di spred, spending review, jobs act, class action etc etc , ma governa dalle stanze segrete delle agenzie di rating e delle banche. Come ha fatto l’uomo a farsi governare dalle agenzie di rating? Che diavolo sono? dove sono? Che cosa misurano di noi altri, che stentiamo a campare?
Se Europa c’è, questa deve farsi carico di parole che sanno di cose concrete, e che sappiano guardare in faccia chi sta male. E poi l’Europa deve ricordare, soprattutto: se le borse governano il mondo, il mondo può crollare, come sta facendo, come ha già fatto. Senza la politica il mondo non si regge. Lo abbiamo già visto e sappiamo dove ha portato: con le Borse a picco, l’inflazione, la disoccupazione, ci abbiamo già avuto a che fare, specie noi, proprio qui, in Europa. Come si può abbandonare il mondo alle Borse, alle banche, a Moody’s, a JP Morgan, a Standard & Poor’s? In piedi Europa, ma in piedi con la Politica, quella che vede al di là dei conti, delle entrate e delle uscite, del pareggio di bilancio, dei parametri meramente economici.

 
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Fate l’analisi logica, semantica, sintattica; fate un bel confronto sinottico con gli articoli della Costituzione, e poi rivedete in profondità il termine “riforma” e capitene il significato. Un tempo la società era profondamente diseguale, e riforma voleva dire renderla eguale; era divisa in poveri e ricchi e riforma voleva dire limare, se non azzerare la diseguaglianza. Voleva dire scolarizzazione e analfabetismo e riforma era scolarizzare tutti; era salute per pochi e malattia per moltissimi, e riforma voleva dire salute per tutti...insomma farne l’elenco a che serve?
In poche ed efficacissime battute “riforma” voleva dire questo: “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art. 3 della costituzione della repubblica italiana) E allora leggiamoci la Costituzione e troviamo là tutte le risposte. A cominciare dal suo primo articolo, dove si evince chiaro che il lavoro NON E’ MERCE. Quindi le riforme che lo trattano come tale, non sono riforme, ma Controriforme.

Il lavoro prima di tutto

Basta! col lusingare un udito sofisticato e un po’ narciso! A quell’udito gli dobbiamo svelare la verità, senza orpelli: e la verità è che stiamo tornando indietro, nel cammino verso la emancipazione di tutti e di ciascuno. Stiamo indietreggiando sui diritti, abbiamo dimenticato che tutti vuol dire tutti, senza esclusione di nessuno. E tutti abbiamo diritto allo studio, alla salute, all’opinione, all’associazione, all’espressione. Ma io devo dire che, per me, il primo diritto è, e resta, il Lavoro: senza lavoro non c’è dignità, non c’è possibilità di accedere a nulla, è negata a priori la possibilità della rimozione degli ostacoli, vista la mercificazione di tutto, la privatizzazione di tutto (vedi l’acqua niente affatto pubblica). Senza lavoro non c’è accesso alla cultura, alla crescita personale, ad una vita piena e aperta a sempre nuove scoperte. Senza lavoro non si hanno i mezzi per vivere, soprattutto. Senza lavoro si è “scarti sociali”, perché un mondo di merci nelle mani di pochi, ci è divenuto estraneo e lontanissimo, ne siamo fuori perché impossibilitati.

Parità di diritti soltanto sulla carta

Quale società di eguali e partecipata? Quale società di parità di diritti? Soltanto sulla carta, eguali, ma nella sostanza sempre più diversi, sempre più largiornali in edicola 350 260ga la cosiddetta “forbice” tra pochissimi ricchissimi e tantissimi poveri e poverissimi. Le riforme hanno portato a questo, e allora no grazie, quel futuro di cui tanto vi riempite la bocca, non mi interessa. Non lo voglio, e soprattutto non lo voglio per i miei figli, per i ragazzi che stanno oggi crescendo e che si trovano sulla soglia di un mondo che sa soltanto sfruttarli e ridurli al silenzio: tra voucherizzazione e scuola sempre meno scuola, perché sempre più un’anticamera per un mondo del lavoro che neppure esiste, sventagliato come prossimo venturo, ma del tutto assente dall’agenda politica di questa Italia, e di questa burocratica e finanziarissima Europa.
Allora non parliamo più di riforme, perché la parola sembra promettere cose buone per tutti, perché così era nel passato. Ma adesso promette precarizzazione e parcellizzazione, esclusione sociale, emarginazione. Promette poca partecipazione alla vita pubblica, e riduzione di spazi di democrazia. Tutto all’insegna di un potere che si è fatto estraneo rispetto ai cittadini, che sta altrove, lontano, quasi misterioso e fantastico. Governa con le parole inglesi di spred, spending review, jobs act, class action etc etc , ma governa dalle stanze segrete delle agenzie di rating e delle banche. Come ha fatto l’uomo a farsi governare dalle agenzie di rating? Che diavolo sono? dove sono? Che cosa misurano di noi altri, che stentiamo a campare?
Se Europa c’è, questa deve farsi carico di parole che sanno di cose concrete, e che sappiano guardare in faccia chi sta male. E poi l’Europa deve ricordare, soprattutto: se le borse governano il mondo, il mondo può crollare, come sta facendo, come ha già fatto. Senza la politica il mondo non si regge. Lo abbiamo già visto e sappiamo dove ha portato: con le Borse a picco, l’inflazione, la disoccupazione, ci abbiamo già avuto a che fare, specie noi, proprio qui, in Europa. Come si può abbandonare il mondo alle Borse, alle banche, a Moody’s, a JP Morgan, a Standard & Poor’s? In piedi Europa, ma in piedi con la Politica, quella che vede al di là dei conti, delle entrate e delle uscite, del pareggio di bilancio, dei parametri meramente economici.

 
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