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'Fragile come una tela di ragno': Leonardo Sciascia e il potere

restiamo umanidi Tommaso Di Brango di Tommaso di Brango, docente di scuola media in provincia di Frosinone - Le fragili trame del potere in Leonardo Sciascia.
Il giorno della civetta è uno dei più importanti romanzi del secondo dopoguerra italiano. Con esso, infatti, Leonardo Sciascia contribuì significativamente a diffondere la conoscenza della mafia e della tremenda pervasività dei suoi meccanismi in un’Italia ancora assai refrattaria ad ammetterne addirittura l’esistenza.
Al centro della narrazione, la quale si svolge mescolando i caratteri del romanzo “giallo” e quelli del conte philosophique di illuministica memoria, c’è il capitano Bellodi, un ex partigiano originario di Parma impegnato nelle indagini relative all’omicidio di Salvatore Colasberna, un imprenditore edile freddato nell’immaginario paese di “C.” mentre prendeva l’autobus per Palermo. L’ufficiale, con al seguito il maresciallo Arturo Ferlisi - suo alter ego sicilianamente ironico e disincantato -, condurrà l’inchiesta avendo come bussola costante i valori della Costituzione nata dalla Resistenza, ma sarà costretto a prendere atto della propria sconfitta sia dal punto di vista giudiziario che, soprattutto, sul piano più propriamente ideologico.

Le indagini, infatti, andranno a sbattere contro il muro dell’omertà e delle alte protezioni di cui godono le locali cosche mafiose, che hanno commissionato il delitto Colasberna perché quest’ultimo aveva rifiutato la loro protezione. Ma a subire un violentissimo scossone - senza tuttavia infrangersi - saranno soprattutto i valori di Bellodi, costretto a misurarsi con la realtà di una Sicilia che, pur nella sua atavica arretratezza, mostra una vitalità e addirittura una moralità irriducibili agli stereotipi di cui pure, spesso, è stata (e viene tuttora) fatta oggetto. In proposito èFestival filosofia -programma molto significativo il dialogo tra Bellodi e don Mariano Arena, temutissimo capomafia di “C.” dotato di un proprio pittoresco ma assai suggestivo modo di intendere l’umanità («la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà»).

In questo frangente, infatti, il servitore dello Stato fermamente convinto dei valori della Resistenza antifascista e della Costituzione è costretto a riconoscere che don Mariano, pur essendo un volgare capomafia, è un vero uomo, a differenza - paradossalmente - di quei ministri e alti funzionari che invece, nell’atto stesso di servire la Repubblica, la tradiscono con le loro corruttele e i loro loschi traffici: « “(…) Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”. “Anche lei” disse il capitano con una certa emozione. E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, a giustificazione pensò di avere stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo».

Il cortocircuito ideologico di Bellodi viene del resto riverberato, sia pure e contrario, anche nella scena in cui due emissari della mafia, giunti a Roma per conferire con il loro onorevole di riferimento, assistono a un’interrogazione parlamentare sulla situazione dell’ordine pubblico in Sicilia. In quell’occasione, infatti, operando un rovesciamento pirandellianamente umoristico e grottesco, Sciascia fa sì che i due esponenti di Cosa Nostra, di fronte alla baraonda in corso nell’aula, ammettano la necessità dell’intervento della forza pubblica: «La campanella era impazzita. Scattando dalla destra come un grillo, il deputato dalla testa rasa si trovò al centro della sala: altri commessi corsero a trattenerlo. Gridò verso sinistra i suoi insulti. La parola cretino volò a nugoli, ad ondate, sfiorando la sua testa massiccia come le frecce degli indiani quella di Buffalo Bill. ‘Qui ci vuole un battaglione di carabinieri’ pensarono i due: per la prima volta nella loro vita ammettendo che i carabinieri potevano servire a qualcosa».

La denuncia della mafia, nel Giorno della civetta, è dunque, contemporaneamente, denuncia della fragilità del nostro apparato politico e istituzionale, i cui valori di riferimento sono messi costantemente alla prova dalla condotta di classi dirigenti del tutto inadeguate a esserne incarnazione sul terreno della storia.
Di tutto questo - e di molto altro - si parlerà col professor Toni Iermano (docente di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale) il 15 luglio a Ceccano, presso il Castello dei Conti. La lezione, intitolata Fragile come una tela di ragno: Leonardo Sciascia e il potere, avrà luogo nel contesto del Primo Festival della Filosofia in Ciociaria organizzato dall’Associazione R-esistenze, il quale prevede una tre giorni di lezioni gravitanti intorno al tema della fragilità.

 

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La politica, il potere e il bene comune

Scuola di Atene RaffaelloSanzio400 mindi Elia Fiorillo - C'è modo e modo d'esercitare il potere. C'è chi sceglie di chiudersi nelle quattro mura di casa e fidarsi solo dei famigli. E chi, invece, utilizza tutti quei soggetti che ritiene leali verso di lui e le proprie idee. Bella differenza che s'avverte - quando c'è - particolarmente in politica.

La casa chiusa restringe le competenze. I fidati saranno pure tali ma in fatto di conoscenze potranno averle in materie determinate. Chi invece punta sulla lealtà dei propri collaboratori può avere una prateria sterminata di persone su cui contare. Tra i due comportamenti gestionali c'è spesso una differenza di base, ovvero quale obiettivo si vuole raggiungere.

Nel primo caso il potere e basta. Tutto è finalizzato ad occupare "posti al sole" in un crescendo ossessivo. Non contano i programmi, gli obiettivi che dovrebbero essere alla base di tutto. Certo, sono importanti per "la carriera" ma vengono dopo i compromessi, gli accordi sottobanco con i capi bastone del momento, che non hanno niente a che vedere con il ruolo pubblico o privato che si andrà a ricoprire. Parliamo d'interessi di parte dove il cosiddetto "bene comune" non è altro che un'utopia dei soliti creduloni. Comunque, ci sarà sempre tempo per presentare percorsi operativi attesi da anni. E la "catena di Sant'Antonio" continuerà senza fine nell'attesa, appunto, di un miracolo.

I virtuosi - pochi in verità quelli che riescono a raggiungere significativi livelli di "potere" - ci sono e fanno una fatica inaudita per portare avanti le loro idee, senza accettare compromessi o cose simili. L'età non c'entra. Puoi essere un giovane pimpante o un vecchio matusalemme per stare sullo stesso piano o delle idealità, o dello sfrenato arrivismo.

Certi fenomeni sono ben presenti e visibili in politica. Non è un caso se circa il quaranta per cento degli elettori non va a votare. O se il trenta per cento dei votanti sceglie per protesta un partito definito impropriamente "anti sistema". Il problema è come cambiare registro, come premiare le idealità contro gli interessi esasperati di bottega.

Le responsabilità dell'attuale stato di cose vanno cercate a trecentosessanta gradi. Più colpevoli di altri sono quei "benpensanti", anche dal medio-alto profilo culturale, che non si abbassano a combattere battaglie contro la politica politicante. Perché dovrebbero sporcarsi le mani - e l'immagine - confrontandosi con "certi loschi figuri", a loro avviso, dei partiti? Insomma, uno scaricabarile senza fine che premia i soliti noti.

C'è da riflettere su come vengono visti nel nostro Paese i politici e la politica. L'opinione pubblica, nella stragrande maggioranza, vede la classe politica con livore e conseguentemente la politica in modo negativo. Non come la necessaria ed insopprimibile "gestione della polis", ma come un mezzo d'arrichimento improprio. Uno strumento per compiere il "grande salto di qualità" di ruolo nella vita. Non è sempre così. Tante le donne e gli uomini di buona volontà che s'impegnano nel sociale per spirito di servizio, per passione, per dare un senso alla propria esistenza. Sono questi i soggetti che possono ridare ai cittadini fiducia nella politica. Persone scomode per i profondi convincimenti che si portano dietro e che non sono disposti a barattare.

In periodo di campagna elettorale la parola d'ordine per i partiti è vincere. Ed è una cosa comprensibile. Le trovate pirotecniche sono all'ordine del giorno. Non si porta agli elettori, nella maggior parte dei casi, il conto di quello che si è fatto, sia stando all'opposizione che al governo. Si parla di "futuro", come se il "passato" non fosse determinante.

Tante nei territori le donne e gli uomini di buona volontà che credono e s'impegnano per il "bene comune". Ci sono tra loro giovani e meno giovani, professionisti, imprenditori, artigiani, docenti universitari, gente comune. È su questi soggetti che bisogna puntare per far fare alla politica un cambio di passo che la società civile invoca da tempo.

No, non basta essere un ottimo imprenditore, o industriale, o insegnante, o altro per essere un buon politico. Se non hai alle spalle un'esperienza consolidata anche nel "sociale", se non ti sei mai confrontato con gli altri per il raggiungimento di un obiettivo non personale, è difficile che saprai gestire la cosa pubblica. Difficile, non impossibile. Ogni regola ha le sue eccezioni.

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1935: Come gli svedesi e i norvegesi hanno rotto il potere dell’1%

marcia Adalen Svezia 1931 350 260Interessante la rilettura di questo articolo di George Lakey apparso su commondreams.org, tradotto dall'inglese da Sofia Caprara. Ci racconta vicende di lotta degli anni trenta in Svezia e Norvegia e delle conquiste importanti che ottennero, anche se tuttavia parziali. Questi successi si ottengono solo a spese di grandi sforzi, di molti sacrifici e di una reale lotta di opposizione tenace e convinta.

di George Lakey - Mentre molti di noi stanno lavorando per assicurare che il Movimento di occupazione (Occupy) abbia un impatto durevole, vale la pena considerare altri Paesi dove masse di persone sono riuscite a portare, in maniera non violenta, un alto grado di democrazia e di giustizia economica. La Svezia e la Norvegia, ad esempio, hanno entrambe sperimentato un maggiore cambio di potere negli anni 30, dopo una prolungata lotta non violenta. Hanno “licenziato” il primo 1% di persone che hanno assunto la direzione per la società e creato le basi per qualcosa di diverso.

Entrambi i Paesi hanno avuto una storia segnata da terribile povertà. Quando l’1% era in carica, centinaia di migliaia di persone sono emigrate per non morire di fame. Sotto la guida della classe operaia, tuttavia, entrambi i Paesi hanno costruito economie solide e di successo che hanno quasi eliminato la povertà, diffuso un’educazione universitaria gratuita, abolito i bassifondi, fornito un’eccellente assistenza sanitaria disponibile per tutti per una questione di diritto e creato un sistema di piena occupazione. A differenza dei norvegesi, gli svedesi non hanno trovato olio, ma questo non li ha fermati dal costruire quello che l’ultimo CIA World Factbook chiama “un invidiabile tenore di vita”.

Nessuno dei due Paesi rappresenta un’utopia, come già sapranno i lettori dei gialli di Stieg Larsson, Henning Mankell e Jo Nesbro. Autori critici di sinistra come questi, tentano di spingere la Svezia e la Norvegia a proseguire lungo la strada verso società ancor più giuste. Tuttavia, come attivista americano che per primo ha incontrato la Norvegia come studente nel 1959 e ha imparato un po’ del suo linguaggio e della cultura, i risultati che ho trovato mi hanno sorpreso. Ricordo, per esempio, quando andavo in bicicletta per ore in una piccola città industriale, cercando invano alloggi di qualità inferiore alla norma. A volte, resistendo all’evidenza dei miei occhi, inventavo storie che “spiegassero” le differenze che vedevo: “piccolo Paese”, “omogeneo”, “valore di consenso”. Ho alla fine rinunciato ad imporre le mie visioni su questi Paesi ed ho imparato cosa narrare per davvero: le loro stesse storie.

Poi ho cominciato ad imparare che gli svedesi e i norvegesi hanno pagato un prezzo per i loro tenori di vita attraverso la lotta non violenta. C’è stato un tempo in cui i lavoratori scandinavi non si aspettavano che l’arena elettorale potesse portare il cambiamento nel quale loro credevano. Hanno realizzato che, con l’1% in carica, la “democrazia” elettorale era tutta contro di loro, così l’azione diretta e non violenta era necessaria per esercitare un potere che realizzasse il cambiamento.

In entrambi i Paesi, le truppe venivano chiamate per difendere l’1%; sono morte delle persone. Il regista svedese vincitore del premio Award, Bo Widerberg, ha vividamente raccontato la storia svedese in “Adalen ‘31”, che racconta degli scioperanti uccisi nel 1931 e le scintille di uno sciopero generale a livello nazionale. (Per saperne di più, leggere in the Global Nonviolent Action Database.)

I norvegesi hanno avuto tempi peggiori organizzando un movimento coesivo di persone, poiché la piccola popolazione norvegese - circa 3 milioni - era sparsa su un territorio delle stesse dimensioni della Gran Bretagna. Le persone erano divise dalle montagne e dai fiordi, e parlavano dialetti regionali in vallate isolate. Nel diciannovesimo secolo, la Norvegia era governata dalla Danimarca e poi dalla Svezia; nel contesto europeo, i norvegesi erano “gli zoticoni del Paese”, di poca importanza. Non prima del 1905, la Norvegia divenne finalmente indipendente.

Quando gli operai formarono sindacati agli inizi del ‘900, generalmente facevano riferimento al Marxismo, organizzandosi per la rivoluzione oltre che per guadagni immediati. Erano sopraffatti dalla gioia per la destituzione dello zar in Russia, ed il Partito Laburista norvegese si unì all’Internazionale Comunista organizzato da Lenin. Tuttavia il Partito Laburista non durò molto. La maggior parte dei norvegesi, poiché rifiutava il ruolo della violenza, prese una strada diversa dalla strategia leninista: i norvegesi volevano vincere la loro rivoluzione attraverso una lotta non violenta collettiva, con la realizzazione delle cooperative e con la competizione elettorale.marcia Adalen Svezia 1931

Negli anni ‘20 il numero degli scioperi aumentò in intensità. La città di Hammerfest formò un comune nel 1921, guidato da consigli di lavoratori; l’esercito intervenne per distruggerlo. La reazione dei lavoratori sfociò in uno sciopero generale nazionale. I datori di lavoro, sostenuti dallo Stato, respinsero quello sciopero, ma i lavoratori “esplosero” ancora una volta nello sciopero degli operai siderurgici del 1923-24.

L’1% dei norvegesi decise di non fare affidamento solo sull’esercito; nel 1926 formarono un movimento sociale chiamato la Lega Patriottica, reclutando gente appartenente principalmente al ceto medio. Negli anni ‘30, la Lega includeva fino a 100.000 persone per la protezione armata di crumiri - tutto questo in un Paese di soli 3 milioni!

Il Partito Laburista, nel frattempo, ha aprì a chiunque la possibilità di aderire, sia chi aveva un posto di lavoro sindacalizzato e sia chi non l’avevav. I marxisti del ceto medio ed alcuni riformatori aderirpono al partito. Anche molti lavoratori agricoli hanno aderito al partito, così come alcuni piccoli proprietari terrieri. La leadership del Partito Laburista capì che, in una lotta prolungata, erano necessarie una sensibilizzazione costante ed organizzazione per una campagna non violenta. Nel bel mezzo della polarizzazione crescente, i lavoratori della Norvegia lanciarono un'altra ondata di scioperi e boicottaggi nel 1928.

La Depressione toccò il fondo nel 1931. C’erano più persone senza lavoro lì che in qualsiasi altro paese nordico. A differenza degli U.S., il movimento sindacale norvegese mantenne come membri le persone sbattute fuori dal mercato del lavoro, anche se non potevano pagare le tasse. Questa decisione venne ripagata da mobilitazioni di massa. Quando la federazione dei datori di lavoro chiuse gli impiegati fuori dalle fabbriche per cercare di costringerli ad una riduzione del salario, gli operai hanno combattuto con dimostrazioni di massa.

Molte persone hanno poi scoperto che i loro mutui erano a rischio. (Suona familiare?) La Depressione continuava, e i contadini non erano in grado di rispettare il pagamento dei loro debiti. Non appena la turbolenza colpì il settore rurale, le folle si radunarono in maniera non violenta con l’obiettivo di prevenire lo sfratto delle famiglie dalle loro fattorie. Il Partito Agrario, che includeva il maggior numero di contadini ed era stato alleato in precedenza con il Partito Conservatore, iniziò a prendere le distanze dall’1%. Alcuni poterono vedere che l’abilità dei pochi a governare i molti era in dubbio.

Dal 1935, la Norvegia era sull’orlo del cambiamento. Il governo conservatore stava perdendo quotidianamente legittimità; l’1% diventò sempre più disperato nel momento in cui crebbe l’alleanza militante tra lavoratori e contadini. Un completo rovesciamento potrebbe essere questione di un paio di anni, hanno pensato lavoratori radicali. Tuttavia, la miseria dei poveri diventò sempre più urgente e il Partito Laburista sentì una pressione crescente da parte dei suoi membri che volevano alleviare le loro sofferenze, cosa che il partito avrebbe potuto fare solamente se si fosse messo a capo del governo in un accordo di compromesso con l’altra parte.

Ed è questo quello che fece. In un compromesso che permetteva ai proprietari di conservare il diritto di possesso e di gestire aziende, nel 1935 il Partito Laburista prese in mano le redini del governo, coalizzato con il Partito Agrario. Hanno ampliato l’economia e cominciato progetti di opere pubbliche, per andare incontro ad una politica di piena occupazione che diventasse il pilastro della politica economica norvegese. Il successo del Partito Laburista e la continua militanza dei lavoratori favorirono incursioni costanti contro i privilegi dell’1%, a tal punto che il controllo azionario (la partecipazione maggioritaria) di tutte le grandi aziende venne presa dall’interesse pubblico. (C’è una voce riguardo questo caso anche su at the Global Nonviolent Action Database.)

L’1% ha, pertanto, perso il suo storico potere di dominare l’economia e la società. I Conservatori poterono ritornare ad una coalizione di governo non prima di tre decenni più tardi, avendo a quel punto accettato le nuove regole del gioco, compreso un elevato grado di proprietà pubblica dei mezzi di produzione, tassazione estremamente progressiva, una forte regolamentazione degli affari per il bene pubblico e la virtuale abolizione della povertà. Quando i Conservatori hanno infine provato un’avventura con politiche neoliberali, l’economia ha generato una bolla, dirigendosi verso un disastro. (Suona familiare?)

Il Partito Laburista intervenì, prese le tre banche più grandi, licenziò l’alta dirigenza, lasciò gli azionisti senza un centesimo e si rifiutò di salvare qualunque piccola banca. Il ben purificato settore finanziario norvegese non era uno di quei Paesi che finì in crisi nel 2008; attentamente regolato e buona parte di esso pubblicamente posseduta, il settore era solido.

Sebbene i norvegesi potrebbero non raccontarvi tutto questo la prima volta che li incontrate, resta comunque il fatto che l’alto tasso di libertà ed il benessere ampiamente condiviso della loro società cominciarono quando operai e contadini, insieme ad alleati appartenenti al ceto medio, intrapresero una lotta non violenta che autorizzò le persone a governare per il bene comune.

 
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Il Potere non ama la scuola…per niente

i nuovi italiani 350 260di Daniela Mastracci - Ma la scuola è un'istituzione della Repubblica e la Costituzione riconosce il diritto di studio a tutti i bambini, adolescenti, ragazzi italiani...e la Scuola dovrebbe portare tutti gli alunni ad essere "pari", uguali, e da uguali, pronti a progettare il loro futuro; ma prima ancora ad essere CITTADINI consapevoli, autonomi in pensiero e scelte, attivi e responsabili di sé e della comunità nella quale abitano: Cives che si prendano cura della vita associata, e non soltanto di quella individuale all'insegna del cosiddetto Self empowerment (auto responsabilizzazione ndr).

Come hanno costretto la scuola a interpretare le novità

I prof universitari hanno scritto una lettera: gli studenti italiani non sanno esprimersi in un buon italiano, e non sanno scrivere, se non in modo elementare, e comunque con parecchi errori. La padronanza lessicale è povera, la sintassi minima e spesso ingarbugliata: la costruzione di un periodo risulta ardua, e se poi si devono produrre discorsi, le subordinate, la consecutio, e i fatidici congiuntivi, diventano una corsa a ostacoli solo per i più allenati. Seguire il periodare a volte “fantasioso” degli studenti è prova di pazienza. E per loro è un obiettivo tutt’altro che raggiunto. E’ colpa degli insegnanti? l’opinione pubblica italiana già tanto diffidente verso la categoria dei docenti: quelli dei tre mesi di ferie etc etc. Probabilmente ciò che manca è una consapevolezza sociale di quanto si viva all’interno della scuola italiana: della condizione dei docenti nel luogo della conoscenza e della sua condivisione e trasmissione, un luogo che invece sta ripiegando su posizioni reazionarie, perché impostata sul nozionismo delle facile e veloci informazioni (???) che la RETE rende disponibili e fruibili immediatamente; su un digitale “mordi e fuggi” che non fa assimilare e strutturare conoscenze, ma serve solo per immagazzinare dati “utili”; piattaforme dove imparare soltanto a seguire il flusso della procedura informatica; comandi e implementazioni; programmi su cui allenarsi e diventare “esperti”; funzioni da eseguire; meccanismi da attivare e monitorare; scheduling; diario di bordo; presenze; firme; attività; report; cronoprogramma etc etc...Una scuola che sta mettendo tutti, docenti e studenti, a durissima prova per essere “all’altezza informatica” che i Governi stanno richiedendo. Una scuola che usa tecnologie e sforna esperti fruitori e utilizzatori del web. Una scuola che appronta manovalanza per l’impresa; operai del digitale, sempre più specializzati in micro o macro procedure, ma sempre meno colti, sempre meno informati delle vicende del mondo, sempre meno consapevoli di relazioni, sempre meno cittadini consapevoli. All’italiano carente aggiungo ATTUALITA’ carente, eventi del contemporaneo, sguardo sul presente critico e libero. Ragazzi sempre invece omologati e piegati alle logiche del sistema consumistico.

La fantomatica “cultura d’impresa”alunni scuola professore 350

Entrano in quel sistema e nella sua fantomatica “cultura d’impresa” anche prima di finire gli anni delle superiori. Nella scuola è entrato il fantasma del lavoro con l’Alternanza scuola-lavoro: i ragazzi sono virtualmente immessi in un mondo del lavoro, che però nella realtà NON ESISTE. E lo sappiamo bene, visti i dati della disoccupazione, soprattutto giovanile. Ma intanto gli alunni imparano tecniche di marketing, di investimenti, di quel mondo dell’impresa dove vige una sola legge: quella appunto del self empowerment.
Un self empowerment che investe gli stessi insegnanti, costretti ad una perpetua e incoerente auto-formazione praticamente in ogni ambito delle “cose” del web, come delle “cose” del mondo del lavoro, anche esso in perpetua parcellizzazione e cambiamento. Insegnanti alla rincorsa sempre e comunque delle ultime versioni di questo o di quel programma da usare per questa o quella attività. Sempre alla rincorsa degli aggiornamenti, delle versioni 2.0 e seguenti. E tale corsa è destinata a priori a essere persa, perché le versioni si aggiornano di continuo e allora, acquisita una certa pratica, questa già non serve più il giorno dopo. Il risvolto è la frustrazione, ma ancora di più il senso di inadeguatezza o di affaticamento, di stress, di esaurimento di energie, spese di fatto per il nulla.

La “liquefazione” del tempo scuola

All’inquietudine da aggiornamento tecnologico, si aggiunge la “liquefazione” del tempo scuola, delle ore in classe ad ascoltare il docente, a leggere testi, a scrivere, a dialogare insieme, a mettersi alla prova con compiti via via più complessi, ad approfondire e strutturare conoscenze, a svolgere ragionamenti e discuterli assieme, a provare cosa significa democrazia, la “liquefazione” cioè di una Scuola che ha ceduto alla frammentazione del tempo-scuola, procurandole discontinuità con continue interruzioni e cambiamento di attività: convegni, conferenze, attività di orientamento in ingresso e in uscita, festività, giornate di questo e di quello chiamate all’inglese, come ad esempio “open day”. Ma questo sarebbe tollerabile, se non fosse che i Governi hanno TAGLIATO le ore curricolari: latino, italiano, storia dell’arte, storia, filosofia, geografia. Questa, in particolare, sta scomparendo sostituita da una non meglio definita “Geostoria” in cui confluiscono al biennio Storia e Geografia appunto, con voto unico per di più, per poi scomparire nel triennio. Da ultimo, a coronare l’opera di de-consapevolizzazione: è sparita l’Educazione Civica e con essa la conoscenza della Repubblica, della Costituzione, dei diritti e dei doveri di una donna e di uomo che sia cittadino a pieno titolo, attivo, partecipe, consapevole. Sparisce la Democrazia perché va scomparendo la sua stessa conoscenza teorica e pratica, viene svilita da una partecipazione inesistente, dall’utilizzo delle Assemblee di classe e di istituto consegnate al massimo alla discussione dei “problemi della classe”, alle votazioni dei rappresentanti, rimasta però una vuota e formale elezione: assemblee subito “sciolte” in gruppi sparsi di studenti affaccendati con i loro smartphone, sulle loro amicizie social. Studenti che non sanno più distinguere un diritto da una regola, che scambiano i diritti per libertà a prescindere, che battono i piedi perché questo o quello a scuola non è permesso, che smaniano e non vedono l’ora che tutto finisca per essere finalmente “liberi” di trastullarsi come meglio credono. Ma non è tutto così. C’è l’altra faccia, perché forse il peggio sta, invece, nel vedere i loro volti disorientati. Si perché per alcuni la frantumazione del tempo scuola sta producendo disagio, inconsapevoli domande che restano inespresse, soltanto accennate da sguardi che sembrano chiedere ma prof che si fa adesso? Prof ma quando facciamo lezione?

Ci sono domende a cui dare risposte

Ebbene sì, anche questa domanda: domanda di lezione! Domanda di orientamento, di stabilità, di sicurezza, di punti di riferimento, di CONTINUITA’. Domanda di un tempo senza strappi, che dia loro il tempo di capire, di ragionare, di strutturare conoscenze, di costruire un percorso senza la fretta di chiudere perché sta per iformazione scuola 350 260niziare un’altra ennesima attività. Una domanda di PENSIERO, piuttosto che di parcellizzazione, di specialismi, di “apriamo il più possibile il ventaglio di attività”: ecco ci sono anche i ragazzi che soffrono tale ostentata e fanatica apertura di tutti e qualsivoglia ventagli: anche basta! Ma se proprio li vogliamo aprire facciamo in modo che non siano estemporanei, slegati, random. Questo genera invece grande confusione, e con quella grande senso di inadeguatezza. I ragazzi vengono sobbarcati di mille e una “conoscenza” gettate qua e là senza unità, senza senso, senza una visione d’insieme. Parcellizzate, slegate e soprattutto in micro dosi, tanto che il nozionismo, di cui la scuola poteva essere accusata qualche decennio fa, era “zucchero”.
Quando è cominciato tutto? Si parte da lontano e allora, così, tanto per rinfrescare la memoria: 8 miliardi di euro di tagli sotto il duo Gelmini-Tremonti. Mai visto prima un simile disincentivo da parte dello Stato per la scuola pubblica. Prima ancora c’era stato il feeling del centrodestra per le tre i (Impresa, inglese e Internet). Ancora prima c’era stata la parificazione delle scuole private con quelle pubbliche con il ministro Luigi Berlinguer.
E poi è arrivata la Buona scuola, che non a caso è stata applaudita anche da Forza Italia perché ha completato l’opera gelminiana, con un premier che alla lavagna spiegava le magnifiche sorti e progressive del preside manager e della scuola come azienda: le super futuristiche slides di Renzi.

 
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Il Potere non ama la scuola…per niente

i nuovi italiani 350 260di Daniela Mastracci - Ma la scuola è un'istituzione della Repubblica e la Costituzione riconosce il diritto di studio a tutti i bambini, adolescenti, ragazzi italiani...e la Scuola dovrebbe portare tutti gli alunni ad essere "pari", uguali, e da uguali, pronti a progettare il loro futuro; ma prima ancora ad essere CITTADINI consapevoli, autonomi in pensiero e scelte, attivi e responsabili di sé e della comunità nella quale abitano: Cives che si prendano cura della vita associata, e non soltanto di quella individuale all'insegna del cosiddetto Self empowerment (auto responsabilizzazione ndr).

Come hanno costretto la scuola a interpretare le novità

I prof universitari hanno scritto una lettera: gli studenti italiani non sanno esprimersi in un buon italiano, e non sanno scrivere, se non in modo elementare, e comunque con parecchi errori. La padronanza lessicale è povera, la sintassi minima e spesso ingarbugliata: la costruzione di un periodo risulta ardua, e se poi si devono produrre discorsi, le subordinate, la consecutio, e i fatidici congiuntivi, diventano una corsa a ostacoli solo per i più allenati. Seguire il periodare a volte “fantasioso” degli studenti è prova di pazienza. E per loro è un obiettivo tutt’altro che raggiunto. E’ colpa degli insegnanti? l’opinione pubblica italiana già tanto diffidente verso la categoria dei docenti: quelli dei tre mesi di ferie etc etc. Probabilmente ciò che manca è una consapevolezza sociale di quanto si viva all’interno della scuola italiana: della condizione dei docenti nel luogo della conoscenza e della sua condivisione e trasmissione, un luogo che invece sta ripiegando su posizioni reazionarie, perché impostata sul nozionismo delle facile e veloci informazioni (???) che la RETE rende disponibili e fruibili immediatamente; su un digitale “mordi e fuggi” che non fa assimilare e strutturare conoscenze, ma serve solo per immagazzinare dati “utili”; piattaforme dove imparare soltanto a seguire il flusso della procedura informatica; comandi e implementazioni; programmi su cui allenarsi e diventare “esperti”; funzioni da eseguire; meccanismi da attivare e monitorare; scheduling; diario di bordo; presenze; firme; attività; report; cronoprogramma etc etc...Una scuola che sta mettendo tutti, docenti e studenti, a durissima prova per essere “all’altezza informatica” che i Governi stanno richiedendo. Una scuola che usa tecnologie e sforna esperti fruitori e utilizzatori del web. Una scuola che appronta manovalanza per l’impresa; operai del digitale, sempre più specializzati in micro o macro procedure, ma sempre meno colti, sempre meno informati delle vicende del mondo, sempre meno consapevoli di relazioni, sempre meno cittadini consapevoli. All’italiano carente aggiungo ATTUALITA’ carente, eventi del contemporaneo, sguardo sul presente critico e libero. Ragazzi sempre invece omologati e piegati alle logiche del sistema consumistico.

La fantomatica “cultura d’impresa”alunni scuola professore 350

Entrano in quel sistema e nella sua fantomatica “cultura d’impresa” anche prima di finire gli anni delle superiori. Nella scuola è entrato il fantasma del lavoro con l’Alternanza scuola-lavoro: i ragazzi sono virtualmente immessi in un mondo del lavoro, che però nella realtà NON ESISTE. E lo sappiamo bene, visti i dati della disoccupazione, soprattutto giovanile. Ma intanto gli alunni imparano tecniche di marketing, di investimenti, di quel mondo dell’impresa dove vige una sola legge: quella appunto del self empowerment.
Un self empowerment che investe gli stessi insegnanti, costretti ad una perpetua e incoerente auto-formazione praticamente in ogni ambito delle “cose” del web, come delle “cose” del mondo del lavoro, anche esso in perpetua parcellizzazione e cambiamento. Insegnanti alla rincorsa sempre e comunque delle ultime versioni di questo o di quel programma da usare per questa o quella attività. Sempre alla rincorsa degli aggiornamenti, delle versioni 2.0 e seguenti. E tale corsa è destinata a priori a essere persa, perché le versioni si aggiornano di continuo e allora, acquisita una certa pratica, questa già non serve più il giorno dopo. Il risvolto è la frustrazione, ma ancora di più il senso di inadeguatezza o di affaticamento, di stress, di esaurimento di energie, spese di fatto per il nulla.

La “liquefazione” del tempo scuola

All’inquietudine da aggiornamento tecnologico, si aggiunge la “liquefazione” del tempo scuola, delle ore in classe ad ascoltare il docente, a leggere testi, a scrivere, a dialogare insieme, a mettersi alla prova con compiti via via più complessi, ad approfondire e strutturare conoscenze, a svolgere ragionamenti e discuterli assieme, a provare cosa significa democrazia, la “liquefazione” cioè di una Scuola che ha ceduto alla frammentazione del tempo-scuola, procurandole discontinuità con continue interruzioni e cambiamento di attività: convegni, conferenze, attività di orientamento in ingresso e in uscita, festività, giornate di questo e di quello chiamate all’inglese, come ad esempio “open day”. Ma questo sarebbe tollerabile, se non fosse che i Governi hanno TAGLIATO le ore curricolari: latino, italiano, storia dell’arte, storia, filosofia, geografia. Questa, in particolare, sta scomparendo sostituita da una non meglio definita “Geostoria” in cui confluiscono al biennio Storia e Geografia appunto, con voto unico per di più, per poi scomparire nel triennio. Da ultimo, a coronare l’opera di de-consapevolizzazione: è sparita l’Educazione Civica e con essa la conoscenza della Repubblica, della Costituzione, dei diritti e dei doveri di una donna e di uomo che sia cittadino a pieno titolo, attivo, partecipe, consapevole. Sparisce la Democrazia perché va scomparendo la sua stessa conoscenza teorica e pratica, viene svilita da una partecipazione inesistente, dall’utilizzo delle Assemblee di classe e di istituto consegnate al massimo alla discussione dei “problemi della classe”, alle votazioni dei rappresentanti, rimasta però una vuota e formale elezione: assemblee subito “sciolte” in gruppi sparsi di studenti affaccendati con i loro smartphone, sulle loro amicizie social. Studenti che non sanno più distinguere un diritto da una regola, che scambiano i diritti per libertà a prescindere, che battono i piedi perché questo o quello a scuola non è permesso, che smaniano e non vedono l’ora che tutto finisca per essere finalmente “liberi” di trastullarsi come meglio credono. Ma non è tutto così. C’è l’altra faccia, perché forse il peggio sta, invece, nel vedere i loro volti disorientati. Si perché per alcuni la frantumazione del tempo scuola sta producendo disagio, inconsapevoli domande che restano inespresse, soltanto accennate da sguardi che sembrano chiedere ma prof che si fa adesso? Prof ma quando facciamo lezione?

Ci sono domende a cui dare risposte

Ebbene sì, anche questa domanda: domanda di lezione! Domanda di orientamento, di stabilità, di sicurezza, di punti di riferimento, di CONTINUITA’. Domanda di un tempo senza strappi, che dia loro il tempo di capire, di ragionare, di strutturare conoscenze, di costruire un percorso senza la fretta di chiudere perché sta per iformazione scuola 350 260niziare un’altra ennesima attività. Una domanda di PENSIERO, piuttosto che di parcellizzazione, di specialismi, di “apriamo il più possibile il ventaglio di attività”: ecco ci sono anche i ragazzi che soffrono tale ostentata e fanatica apertura di tutti e qualsivoglia ventagli: anche basta! Ma se proprio li vogliamo aprire facciamo in modo che non siano estemporanei, slegati, random. Questo genera invece grande confusione, e con quella grande senso di inadeguatezza. I ragazzi vengono sobbarcati di mille e una “conoscenza” gettate qua e là senza unità, senza senso, senza una visione d’insieme. Parcellizzate, slegate e soprattutto in micro dosi, tanto che il nozionismo, di cui la scuola poteva essere accusata qualche decennio fa, era “zucchero”.
Quando è cominciato tutto? Si parte da lontano e allora, così, tanto per rinfrescare la memoria: 8 miliardi di euro di tagli sotto il duo Gelmini-Tremonti. Mai visto prima un simile disincentivo da parte dello Stato per la scuola pubblica. Prima ancora c’era stato il feeling del centrodestra per le tre i (Impresa, inglese e Internet). Ancora prima c’era stata la parificazione delle scuole private con quelle pubbliche con il ministro Luigi Berlinguer.
E poi è arrivata la Buona scuola, che non a caso è stata applaudita anche da Forza Italia perché ha completato l’opera gelminiana, con un premier che alla lavagna spiegava le magnifiche sorti e progressive del preside manager e della scuola come azienda: le super futuristiche slides di Renzi.

 
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Quando il Potere non è più diviso in tre

LAmerica di Trump 350x260di Daniela Mastracci - “Trump ha scelto il candidato ideale per compattare la destra: maschio bianco protestante, profondamente religioso e ultraconservatore, "un giovane Antonin Scalia", l'ideale per sostituire quel giudice scomparso un anno fa.” F. Rampini su La Repubblica di oggi
Oggi Repubblica apre nuovamente su Trump. E non solo Repubblica. Trump sta letteralmente catturando su di sé tutta l’attenzione dei quotidiani e dei mass media in generali, i social, i talk show, i programmi d’inchiesta...ovunque. È il segno, credo, della potenza tsunamica delle sue primissime firme. E a ragione! Tocca andargli dietro e comprendere, più che si possa.
Ha firmato il Muslim Ban, ha tagliato i finanziamenti alle cliniche che operano aborti, ha ristretto i termini dell’Obamacare; ha fatto dimettere la giudice che non ha inteso sottostare alla chiusura su immigrazione e ingressi negli Usa; ha deciso che un oleodotto passi all’interno di una riserva indiana fino ad ora protetta; ha minacciato il Messico di prendersi i risparmi dei Messicani negli Usa, se il Governo Messicano non intendesse pagare per la costruzione dell’odiosissimo muro; intrattiene rapporti preferenziali con Putin; avalla la Brexit ammiccando alla May....insomma altro da aggiungere? Ah sì, dal Muslim Ban è esclusa l’Arabia Saudita e qualche altro Paese arabo dove gli interessi personali del Presidente non possono essere minacciati (!!)

Tre poteri in mano a Trump

Stamane scopro che al peggio non c’è mai fine: Trump ha nominato il nuovo giudice della Corte Suprema statunitense: il 49enne Neil Gorsuch. Cosa significa? Intanto che il neo designato è un integerrimo conservatore, un repubblicano doc, come Trump (più repubblicano dei repubblicani, anche se, a parer mio, la definizione non gli calza più, date le derive che dimostra nei fatti). Secondo: la corte, con Neil Gorsuch all’interno, avrebbe la maggioranza repubblicana, esattamente come alle due camere del Congresso. Questo vuol dire che i tre poteri di cui uno stato di diritto consta, ed in cui è ripartito, sono tutti e tre in mano repubblicana, e quindi del presidente Trump. La tripartizione dei poteri, che servirebbe da controlli e bilanciamenti (chek and balance), è di un solo colore politico: dunque quali bilanciamenti? Quali controlli? Di fatto un monopolio repubblicano che scalza ogni eventuale opposizione democratica, a priori, senza nemmeno un contraddittorio in via potenziale, visto che Rampini ricorda “i democratici non hanno i numeri per opporsi”. Tre poteri: ma un solo partito e un presidente dello stesso partito. Democrazia? Bilanciamenti? Possibilità di prendere misure ad arginare questo tsunami Trump? Ecco, ora pare proprio di no! Lui ha nelle sue mani le redini delle istituzioni americane. Tra l’altro il neo giudice viene dipinto come ultraconservatore: così Federico Rampini “Di Gorsuch si prevede che userà il suo seggio per far pesare letrump proteste contro di lui posizioni della destra religiosa sui temi valoriali più controversi: è contrario ai matrimoni gay, all'aborto, a quel che rimane dell'"affirmative action" a favore delle minoranze. Diventa irrealistico pensare di fare avanzare norme più restrittive sulle armi.”

Prosciuga i diritti, ma garantisce armi a tutti

Che ne è dei diritti civili? Che ne è delle conquiste che il “paese più democratico del mondo” (???) ha conseguito negli ultimi decenni? E soprattutto, ricordando la gravità del problema circa il possesso di armi e delle stragi accadute (vedi Orlando, e non solo), la posizione di Trump e del neo giudice concordano nell’avallare tale pericoloso possesso, e nell’interpretare il secondo emendamento in senso personalistico: a difesa della persona, a prescindere dall’appartenenza ad una milizia nazionale (vedi mio articolo in proposito). Ma, ancora, Rampini scrive “E sarà la Corte suprema ad avere l'ultima parola sullo stesso decreto anti-islamici, così come sulle restrizioni al diritto di voto delle minoranze che i repubblicani continuano a imporre di fatto in molti Stati del Sud, col pretesto di combattere i presunti "brogli" che sono spesso un sinonimo di "voti democratici".”
Trump mi inquieta. E mi inquieta Putin. Come Orban, come Erdogan. Come la Le Pen e tutti coloro che le assomigliano. Mi inquieta Aleppo, sotto le bombe ormai da sei anni. Mi inquieta un mondo dove i rapporti di forza sono mutati.
Se il potere è indiviso, accade che chi comanda possa fare ciò che vuole, infischiandosene delle conquiste democratiche, politiche e civili, infischiandosene dei diritti sociali. Soprattutto cominciando a limitare libertà, con il tacito plauso dei cittadini stessi, perché tra loro serpeggia, ad arte, odio, insofferenza, intolleranza, Paura. Anche questo abbiamo già visto! E anche su questo attendo la posizione dell’Europa: c’è bisogno di politica, di consapevolezza, di memoria. C’è bisogno che i poteri non siano forti. Questo mood sotterraneo, e neanche troppo, che ammicca all’uomo forte è da fermare al più presto.

 
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Quando il Potere non è più diviso in tre

LAmerica di Trump 350x260di Daniela Mastracci - “Trump ha scelto il candidato ideale per compattare la destra: maschio bianco protestante, profondamente religioso e ultraconservatore, "un giovane Antonin Scalia", l'ideale per sostituire quel giudice scomparso un anno fa.” F. Rampini su La Repubblica di oggi
Oggi Repubblica apre nuovamente su Trump. E non solo Repubblica. Trump sta letteralmente catturando su di sé tutta l’attenzione dei quotidiani e dei mass media in generali, i social, i talk show, i programmi d’inchiesta...ovunque. È il segno, credo, della potenza tsunamica delle sue primissime firme. E a ragione! Tocca andargli dietro e comprendere, più che si possa.
Ha firmato il Muslim Ban, ha tagliato i finanziamenti alle cliniche che operano aborti, ha ristretto i termini dell’Obamacare; ha fatto dimettere la giudice che non ha inteso sottostare alla chiusura su immigrazione e ingressi negli Usa; ha deciso che un oleodotto passi all’interno di una riserva indiana fino ad ora protetta; ha minacciato il Messico di prendersi i risparmi dei Messicani negli Usa, se il Governo Messicano non intendesse pagare per la costruzione dell’odiosissimo muro; intrattiene rapporti preferenziali con Putin; avalla la Brexit ammiccando alla May....insomma altro da aggiungere? Ah sì, dal Muslim Ban è esclusa l’Arabia Saudita e qualche altro Paese arabo dove gli interessi personali del Presidente non possono essere minacciati (!!)

Tre poteri in mano a Trump

Stamane scopro che al peggio non c’è mai fine: Trump ha nominato il nuovo giudice della Corte Suprema statunitense: il 49enne Neil Gorsuch. Cosa significa? Intanto che il neo designato è un integerrimo conservatore, un repubblicano doc, come Trump (più repubblicano dei repubblicani, anche se, a parer mio, la definizione non gli calza più, date le derive che dimostra nei fatti). Secondo: la corte, con Neil Gorsuch all’interno, avrebbe la maggioranza repubblicana, esattamente come alle due camere del Congresso. Questo vuol dire che i tre poteri di cui uno stato di diritto consta, ed in cui è ripartito, sono tutti e tre in mano repubblicana, e quindi del presidente Trump. La tripartizione dei poteri, che servirebbe da controlli e bilanciamenti (chek and balance), è di un solo colore politico: dunque quali bilanciamenti? Quali controlli? Di fatto un monopolio repubblicano che scalza ogni eventuale opposizione democratica, a priori, senza nemmeno un contraddittorio in via potenziale, visto che Rampini ricorda “i democratici non hanno i numeri per opporsi”. Tre poteri: ma un solo partito e un presidente dello stesso partito. Democrazia? Bilanciamenti? Possibilità di prendere misure ad arginare questo tsunami Trump? Ecco, ora pare proprio di no! Lui ha nelle sue mani le redini delle istituzioni americane. Tra l’altro il neo giudice viene dipinto come ultraconservatore: così Federico Rampini “Di Gorsuch si prevede che userà il suo seggio per far pesare letrump proteste contro di lui posizioni della destra religiosa sui temi valoriali più controversi: è contrario ai matrimoni gay, all'aborto, a quel che rimane dell'"affirmative action" a favore delle minoranze. Diventa irrealistico pensare di fare avanzare norme più restrittive sulle armi.”

Prosciuga i diritti, ma garantisce armi a tutti

Che ne è dei diritti civili? Che ne è delle conquiste che il “paese più democratico del mondo” (???) ha conseguito negli ultimi decenni? E soprattutto, ricordando la gravità del problema circa il possesso di armi e delle stragi accadute (vedi Orlando, e non solo), la posizione di Trump e del neo giudice concordano nell’avallare tale pericoloso possesso, e nell’interpretare il secondo emendamento in senso personalistico: a difesa della persona, a prescindere dall’appartenenza ad una milizia nazionale (vedi mio articolo in proposito). Ma, ancora, Rampini scrive “E sarà la Corte suprema ad avere l'ultima parola sullo stesso decreto anti-islamici, così come sulle restrizioni al diritto di voto delle minoranze che i repubblicani continuano a imporre di fatto in molti Stati del Sud, col pretesto di combattere i presunti "brogli" che sono spesso un sinonimo di "voti democratici".”
Trump mi inquieta. E mi inquieta Putin. Come Orban, come Erdogan. Come la Le Pen e tutti coloro che le assomigliano. Mi inquieta Aleppo, sotto le bombe ormai da sei anni. Mi inquieta un mondo dove i rapporti di forza sono mutati.
Se il potere è indiviso, accade che chi comanda possa fare ciò che vuole, infischiandosene delle conquiste democratiche, politiche e civili, infischiandosene dei diritti sociali. Soprattutto cominciando a limitare libertà, con il tacito plauso dei cittadini stessi, perché tra loro serpeggia, ad arte, odio, insofferenza, intolleranza, Paura. Anche questo abbiamo già visto! E anche su questo attendo la posizione dell’Europa: c’è bisogno di politica, di consapevolezza, di memoria. C’è bisogno che i poteri non siano forti. Questo mood sotterraneo, e neanche troppo, che ammicca all’uomo forte è da fermare al più presto.

 
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Oggi Repubblica apre nuovamente su Trump. E non solo Repubblica. Trump sta letteralmente catturando su di sé tutta l’attenzione dei quotidiani e dei mass media in generali, i social, i talk show, i programmi d’inchiesta...ovunque. È il segno, credo, della potenza tsunamica delle sue primissime firme. E a ragione! Tocca andargli dietro e comprendere, più che si possa.
Ha firmato il Muslim Ban, ha tagliato i finanziamenti alle cliniche che operano aborti, ha ristretto i termini dell’Obamacare; ha fatto dimettere la giudice che non ha inteso sottostare alla chiusura su immigrazione e ingressi negli Usa; ha deciso che un oleodotto passi all’interno di una riserva indiana fino ad ora protetta; ha minacciato il Messico di prendersi i risparmi dei Messicani negli Usa, se il Governo Messicano non intendesse pagare per la costruzione dell’odiosissimo muro; intrattiene rapporti preferenziali con Putin; avalla la Brexit ammiccando alla May....insomma altro da aggiungere? Ah sì, dal Muslim Ban è esclusa l’Arabia Saudita e qualche altro Paese arabo dove gli interessi personali del Presidente non possono essere minacciati (!!)

Tre poteri in mano a Trump

Stamane scopro che al peggio non c’è mai fine: Trump ha nominato il nuovo giudice della Corte Suprema statunitense: il 49enne Neil Gorsuch. Cosa significa? Intanto che il neo designato è un integerrimo conservatore, un repubblicano doc, come Trump (più repubblicano dei repubblicani, anche se, a parer mio, la definizione non gli calza più, date le derive che dimostra nei fatti). Secondo: la corte, con Neil Gorsuch all’interno, avrebbe la maggioranza repubblicana, esattamente come alle due camere del Congresso. Questo vuol dire che i tre poteri di cui uno stato di diritto consta, ed in cui è ripartito, sono tutti e tre in mano repubblicana, e quindi del presidente Trump. La tripartizione dei poteri, che servirebbe da controlli e bilanciamenti (chek and balance), è di un solo colore politico: dunque quali bilanciamenti? Quali controlli? Di fatto un monopolio repubblicano che scalza ogni eventuale opposizione democratica, a priori, senza nemmeno un contraddittorio in via potenziale, visto che Rampini ricorda “i democratici non hanno i numeri per opporsi”. Tre poteri: ma un solo partito e un presidente dello stesso partito. Democrazia? Bilanciamenti? Possibilità di prendere misure ad arginare questo tsunami Trump? Ecco, ora pare proprio di no! Lui ha nelle sue mani le redini delle istituzioni americane. Tra l’altro il neo giudice viene dipinto come ultraconservatore: così Federico Rampini “Di Gorsuch si prevede che userà il suo seggio per far pesare letrump proteste contro di lui posizioni della destra religiosa sui temi valoriali più controversi: è contrario ai matrimoni gay, all'aborto, a quel che rimane dell'"affirmative action" a favore delle minoranze. Diventa irrealistico pensare di fare avanzare norme più restrittive sulle armi.”

Prosciuga i diritti, ma garantisce armi a tutti

Che ne è dei diritti civili? Che ne è delle conquiste che il “paese più democratico del mondo” (???) ha conseguito negli ultimi decenni? E soprattutto, ricordando la gravità del problema circa il possesso di armi e delle stragi accadute (vedi Orlando, e non solo), la posizione di Trump e del neo giudice concordano nell’avallare tale pericoloso possesso, e nell’interpretare il secondo emendamento in senso personalistico: a difesa della persona, a prescindere dall’appartenenza ad una milizia nazionale (vedi mio articolo in proposito). Ma, ancora, Rampini scrive “E sarà la Corte suprema ad avere l'ultima parola sullo stesso decreto anti-islamici, così come sulle restrizioni al diritto di voto delle minoranze che i repubblicani continuano a imporre di fatto in molti Stati del Sud, col pretesto di combattere i presunti "brogli" che sono spesso un sinonimo di "voti democratici".”
Trump mi inquieta. E mi inquieta Putin. Come Orban, come Erdogan. Come la Le Pen e tutti coloro che le assomigliano. Mi inquieta Aleppo, sotto le bombe ormai da sei anni. Mi inquieta un mondo dove i rapporti di forza sono mutati.
Se il potere è indiviso, accade che chi comanda possa fare ciò che vuole, infischiandosene delle conquiste democratiche, politiche e civili, infischiandosene dei diritti sociali. Soprattutto cominciando a limitare libertà, con il tacito plauso dei cittadini stessi, perché tra loro serpeggia, ad arte, odio, insofferenza, intolleranza, Paura. Anche questo abbiamo già visto! E anche su questo attendo la posizione dell’Europa: c’è bisogno di politica, di consapevolezza, di memoria. C’è bisogno che i poteri non siano forti. Questo mood sotterraneo, e neanche troppo, che ammicca all’uomo forte è da fermare al più presto.

 
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«Il popolo sa ancora distinguere l’arroganza del potere»

camera dei deputatiIntervista di Luca Sappino a Michele Prospero

Professore, è quello che si aspettava?

«Il successo del No era scontato ed è stato reso possibile, paradossalmente, dallo stesso presidente del Consiglio. Quindi era prevedibile, sì. Quello che non era prevedibile, almeno in questi termini, è invece l’affluenza straordinaria ai seggi»

 

Ha votato il 65,5 per cento, un dato quasi da elezioni politiche. Come se lo spiega?

«La partecipazione al voto è stato un riflesso popolare, contrario all’ordine arrivato da palazzo Chigi che, appellandosi persino a una fantomatica maggioranza silenziosa, ha ecceduto in populismo, un populismo dall’alto di un potere che ha tentato di presentarsi come contropotere. Fallendo. Ha invece innescato una reazione popolare vera, di chi ha colto un atteggiamento costituzionalmente sciagurato. Un atteggiamento e delle scelte che sarebbero dovute esser fermate prima, almeno da chi dovrebbe esercitare una qualche funzione di contropotere: per questo il voto è una batosta clamorosa per il governo, ma anche per gli ex presidenti della Repubblica, gli ex presidenti del Consiglio, le figure istituzionali che hanno avallato, seppur con riserva, il disegno di Renzi».

 

Ha veramente vinto la vecchia Italia, l’Italia che non vuole cambiare, e ha perso la modernità?

«No. Questa è proprio la narrazione che viene smentita. Ha vinto un’Italia, soprattutto di giovani, dicono i primi dati, che non ha abboccato al potere, che giocava ad accarezzare simbologie antipolitiche e che invece puntava a dividere, a rendere tutti più soli. E c’è stata poi una questione sociale incompresa – che è ciò che ci diciamo tutte le elezioni, inutilmente – una questione sociale incompresa da anni, e che certo non poteva riconoscersi nella rincorsa di politiche neo notabiliari, di mancette date a pioggia».

 

Cosa resterà della comunicazione muscolare di questi mesi?

«Il voto di questa domenica segna l’insuccesso dell’arroganza al potere, dell’occupazione illimitata del fronte del video: mancava solo che il presidente del Consiglio comparisse nel videocitofono e paventasse anche lì il diluvio. Tutto questo non è servito, anzi, ha prodotto un effetto di rigetto, di ripulsa, una reazione del popolo che sa evidentemente ancora distinguere il potere eccessivo. Sul fatto che i toni cambieranno, però, non sono così convinto, anzi».

 

Forse mai come su questo voto si è spaccato l’elettorato, non solo il ceto politico, del centrosinistra. La frattura si potrà ricomporre?

«Tre anni di renzismo hanno distrutto tutto. Travolgendo anche il centrosinistra e il Partito democratico – che comunque era, bene o male, l’ultima presenza significativa nel sistema dei partiti. Il mito della velocità non solo non ha velocizzato nulla, dunque (tutte le riforme caraterrizzanti del governo si stanno infrangendo e dovranno esser riscritte, perdendo tempo: l’Italicum, la riforma delle banche e quella del pubblico impiego, la riforma costituzionale...), ma lascia dietro di sé solo macerie. Tra cui quelle dello stesso Renzi, però: la sua carriera è finita, e la storia della sua leadership che si ricostruisce in pochi mesi di opposizione, in tempo per il 2018, fa parte della mitologia costruita da palazzo Chigi e dai media. Un falso. Renzi si è sgonfiato come un pallone».

 

Ma il fatto che si sia sgonfiato può aiutare la sinistra a riorganizzarsi?

«Il fatto che Renzi si sgonfi è la condizione per ricostruire qualcosa. Ma non è l’unica. Il Pd, ad esempio, dovrebbe archiviare il mito della leadership, e una certa sinistra dovrebbe rinunciare all’idea che possa esistere una sinistra, magari arancione, subalterna ai desideri del capo».

 

Lo sconfitto ha un nome. Il vincitore chi è? Il primo a dichiarare è stato Salvini, abbiamo visto ovunque Brunetta sorridente...

«Che la destra abbia avuto un peso in questa vittoria lo testimoniano i dati che arrivano dalle regioni del Nord. Ma anche gli elettori di sinistra sono un pezzo importante del successo, con almeno 6 milioni di voti, così come una maggioranza dell’onore è sicuramente da riconoscere al Movimento 5 stelle. Il punto incompreso è che questo è però un bene: tutti gli appartenenti al fronte del No sono stati determinanti, e lo sono stati perché quella di domenica è stata una vittoria di popolo, una vittoria contro un potere arrogante. Che è l’altra faccia di quella che Renzi, infastidito proprio dal popolo, chiama non per nulla “accozzaglia”».

 

Una domanda sul dopo. Va cambiata la legge elettorale o si può andare al voto così, come dicono i 5 stelle, appena arriva la sentenza della Corte sull’Italicum?

«Il disastro l’ha creato ancora una volta il governo, che nel mito del fare presto ha fatto approvare dal Parlamento una legge elettorale valida per la sola Camera, dando per abolito un Senato che ora rimane lì, vivo e vegeto. Una follia che, ancora una volta, non è stata fermata da chi poteva farlo. Però è chiaro che adesso c’è un problema, perché la legge deve esser omogenea per i due rami del Parlamento: non è possibile votare senza una parvenza di omogeneità. Occorreranno dunque alcuni mesi, e bisognerà vedere e rispondere a ciò che chiederà la Corte, che magari indicherà un quorum per il secondo turno, almeno, o l’addio alle liste bloccate. È ovvio che i 5 stelle ora spingano per andare al voto, perché il referendum per loro (ma anche per Renzi) è stata soprattutto una simulazione del ballottaggio. Ma bisognerebbe quindi mostrare una certa responsabilità politica e non accelerare in maniera strumentale».

 

Serve quindi un altro governo?

«Serve un governo di una figura istituzionale, magari vicino al fronte del No, che rapidamente metta mano alla legge elettorali e poi porti al voto il Paese, magari già a giugno».

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«Il popolo sa ancora distinguere l’arroganza del potere»

camera dei deputatiIntervista di Luca Sappino a Michele Prospero

Professore, è quello che si aspettava?

«Il successo del No era scontato ed è stato reso possibile, paradossalmente, dallo stesso presidente del Consiglio. Quindi era prevedibile, sì. Quello che non era prevedibile, almeno in questi termini, è invece l’affluenza straordinaria ai seggi»

 

Ha votato il 65,5 per cento, un dato quasi da elezioni politiche. Come se lo spiega?

«La partecipazione al voto è stato un riflesso popolare, contrario all’ordine arrivato da palazzo Chigi che, appellandosi persino a una fantomatica maggioranza silenziosa, ha ecceduto in populismo, un populismo dall’alto di un potere che ha tentato di presentarsi come contropotere. Fallendo. Ha invece innescato una reazione popolare vera, di chi ha colto un atteggiamento costituzionalmente sciagurato. Un atteggiamento e delle scelte che sarebbero dovute esser fermate prima, almeno da chi dovrebbe esercitare una qualche funzione di contropotere: per questo il voto è una batosta clamorosa per il governo, ma anche per gli ex presidenti della Repubblica, gli ex presidenti del Consiglio, le figure istituzionali che hanno avallato, seppur con riserva, il disegno di Renzi».

 

Ha veramente vinto la vecchia Italia, l’Italia che non vuole cambiare, e ha perso la modernità?

«No. Questa è proprio la narrazione che viene smentita. Ha vinto un’Italia, soprattutto di giovani, dicono i primi dati, che non ha abboccato al potere, che giocava ad accarezzare simbologie antipolitiche e che invece puntava a dividere, a rendere tutti più soli. E c’è stata poi una questione sociale incompresa – che è ciò che ci diciamo tutte le elezioni, inutilmente – una questione sociale incompresa da anni, e che certo non poteva riconoscersi nella rincorsa di politiche neo notabiliari, di mancette date a pioggia».

 

Cosa resterà della comunicazione muscolare di questi mesi?

«Il voto di questa domenica segna l’insuccesso dell’arroganza al potere, dell’occupazione illimitata del fronte del video: mancava solo che il presidente del Consiglio comparisse nel videocitofono e paventasse anche lì il diluvio. Tutto questo non è servito, anzi, ha prodotto un effetto di rigetto, di ripulsa, una reazione del popolo che sa evidentemente ancora distinguere il potere eccessivo. Sul fatto che i toni cambieranno, però, non sono così convinto, anzi».

 

Forse mai come su questo voto si è spaccato l’elettorato, non solo il ceto politico, del centrosinistra. La frattura si potrà ricomporre?

«Tre anni di renzismo hanno distrutto tutto. Travolgendo anche il centrosinistra e il Partito democratico – che comunque era, bene o male, l’ultima presenza significativa nel sistema dei partiti. Il mito della velocità non solo non ha velocizzato nulla, dunque (tutte le riforme caraterrizzanti del governo si stanno infrangendo e dovranno esser riscritte, perdendo tempo: l’Italicum, la riforma delle banche e quella del pubblico impiego, la riforma costituzionale...), ma lascia dietro di sé solo macerie. Tra cui quelle dello stesso Renzi, però: la sua carriera è finita, e la storia della sua leadership che si ricostruisce in pochi mesi di opposizione, in tempo per il 2018, fa parte della mitologia costruita da palazzo Chigi e dai media. Un falso. Renzi si è sgonfiato come un pallone».

 

Ma il fatto che si sia sgonfiato può aiutare la sinistra a riorganizzarsi?

«Il fatto che Renzi si sgonfi è la condizione per ricostruire qualcosa. Ma non è l’unica. Il Pd, ad esempio, dovrebbe archiviare il mito della leadership, e una certa sinistra dovrebbe rinunciare all’idea che possa esistere una sinistra, magari arancione, subalterna ai desideri del capo».

 

Lo sconfitto ha un nome. Il vincitore chi è? Il primo a dichiarare è stato Salvini, abbiamo visto ovunque Brunetta sorridente...

«Che la destra abbia avuto un peso in questa vittoria lo testimoniano i dati che arrivano dalle regioni del Nord. Ma anche gli elettori di sinistra sono un pezzo importante del successo, con almeno 6 milioni di voti, così come una maggioranza dell’onore è sicuramente da riconoscere al Movimento 5 stelle. Il punto incompreso è che questo è però un bene: tutti gli appartenenti al fronte del No sono stati determinanti, e lo sono stati perché quella di domenica è stata una vittoria di popolo, una vittoria contro un potere arrogante. Che è l’altra faccia di quella che Renzi, infastidito proprio dal popolo, chiama non per nulla “accozzaglia”».

 

Una domanda sul dopo. Va cambiata la legge elettorale o si può andare al voto così, come dicono i 5 stelle, appena arriva la sentenza della Corte sull’Italicum?

«Il disastro l’ha creato ancora una volta il governo, che nel mito del fare presto ha fatto approvare dal Parlamento una legge elettorale valida per la sola Camera, dando per abolito un Senato che ora rimane lì, vivo e vegeto. Una follia che, ancora una volta, non è stata fermata da chi poteva farlo. Però è chiaro che adesso c’è un problema, perché la legge deve esser omogenea per i due rami del Parlamento: non è possibile votare senza una parvenza di omogeneità. Occorreranno dunque alcuni mesi, e bisognerà vedere e rispondere a ciò che chiederà la Corte, che magari indicherà un quorum per il secondo turno, almeno, o l’addio alle liste bloccate. È ovvio che i 5 stelle ora spingano per andare al voto, perché il referendum per loro (ma anche per Renzi) è stata soprattutto una simulazione del ballottaggio. Ma bisognerebbe quindi mostrare una certa responsabilità politica e non accelerare in maniera strumentale».

 

Serve quindi un altro governo?

«Serve un governo di una figura istituzionale, magari vicino al fronte del No, che rapidamente metta mano alla legge elettorali e poi porti al voto il Paese, magari già a giugno».

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