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Grazie Simone

Simone 350 260 mindi Emanuela Piroli - “Io ragiono co’ a testa mia. Nun me devo fa spigne da voi. Si, perché voi spignete la gente pe’ na manciata de voti...”

Perché il problema non sono le persone, il problema è l’inefficienza istituzionale, è l’indifferenza dello Stato. Tutto ciò trasforma il disagio in odio verso altri disagiati, mette le une contro le altre le classi sociali in difficoltà, e questo odio viene fomentato da politicanti senza scrupoli e senza argomenti alti.

Ha ragione Simone nel dire “come se il problema fossero i rom”. Il problema è l’assenza dello Stato. Torniamo nelle periferie abbandonate a se stesse, torniamoci per renderci conto, per intervenire, per dare loro dignità! Dignità è scuola, servizi, lavoro, decoro, pulizia, sicurezza, luoghi di incontro, giardini e parchi. Ripartiamo dai ragazzi come Simone, dalla loro consapevolezza e saggezza. Lui sa con certezza che la sua Torre Maura non ha bisogno della guerra tra poveri, non è togliendo il pane a chi sta peggio, che gli altri staranno meglio. “Nessuno va lasciato indietro”. I rom, gli immigrati, sono l’escamotage utilizzato da una classe politica dirigente incapace, per spostare l’attenzione dai problemi reali. Ma chi dovrebbe dare l’input giusto? Quale parte politica? Fino a qualche tempo fa avrei detto la sinistra, il centrosinistra, così come erano nella mia testa. Il partito maggiore, che ho considerato la mia casa. Ora sono in difficoltà, perché da quella parte ho visto arrivismo, menefreghismo, ho visto la mobilitazione solo per garantirsi la poltrona e per tutelare i propri interessi personali. Ho visto guerre interne infinte per mantenere parvenze di potere. Non ho visto differenza con gli altri partiti. Ora sono arrabbiata, perché non percepisco una volontà vera di ripartire da quelle che dovrebbero essere le nostre priorità.

Ma per fortuna c’è Simone, così piccolo eppure un gigante di fronte ai suoi interlocutori. Simone ci da una lezione che dovrebbe stimolare una riflessione e provocare una reazione forte, tanto da indurre uno scatto di orgoglio e una presa di coscienza da parte di chi, come me, e non siamo in pochi, ancora crede in un certo modo di fare politica. Non bastano le vignette e le frasi ad effetto, trattasi di pura strumentalizzazione, serve il coraggio di esporsi, di stare tra la gente e di cambiare rotta. Non so ancora bene come, ma io nel mio piccolo continuerò a provarci. Grazie Simone.

 

 

 

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“Qual è il tuo sogno?” Un mondo senza razzismo

  • Pubblicato in Partiti

amare 350 260 mindi Irene Mizzoni - “Qual è il tuo sogno?” Un mondo senza razzismo. Diallo Alpha Oumr
Diallo Alpha Oumr vive nei pressi di Cassino. In Guinea si è laureato e lì ha lavorato come assistente universitario, finché non ha dovuto lasciare il suo Paese. Oggi è un rifugiato politico. E’ studente del terzo anno presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Cassino. Dopo tante peripezie, ha imparato a parlare fluidamente italiano, francese e inglese. Per lui non è stato facile. La difficoltà più grande è stata imparare la lingua. Quando è arrivato in Italia volevano riscriverlo alle scuole medie. Lui non ha mollato e oggi è a pochi passi dalla seconda laurea.

Una storia toccante raccontata da lui stesso domenica pomeriggio durante l’incontro-dibattito che è stato organizzato dal Prc di Sora. Al suo fianco la dottoressa Maria Laura Bartolomucci, responsabile di uno dei centri di accoglienza presenti sul territorio, i professori Marco De Nicolò, docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Cassino, il professor Pasquale Beneduce, docente di Storia del Diritto Medievale e Moderno presso la stessa Università, il professor Gabriele De Ritis, educatore e il segretario del locale circolo del Prc Luigi Pede.

Una storia, quella di Diallo Alpha Oumr, preziosa per tutti coloro che credono in una società multietnica e multiculturale. E’ stato lui a farsi avanti, a raccontare la sua storia alla folta platea presente. La sua è una delle tantissime storie d’amare. Storie di persone, storie di resistenza, storie di lotta e insieme di grande sensibilità, perché chi ha conosciuto la sofferenza non può desiderare che altri ne facciano esperienza.
Raccontare è scoprirsi e conoscersi. E’ abbattere il muro dei pregiudizi, è mettere in circolo la solidarietà. E’ sentire forte lo spirito di fratellanza. Una serata importante quella di domenica che grazie agli straordinari relatori ha affrontato vari aspetti dei fenomeni legati ai flussi migratori.

Le migrazioni non si possono fermare. Le migrazioni sono il futuro. La storia dell’umanità è storia di migrazioni. Bisogna conoscere la storia per comprendere davvero i fenomeni e saper leggere quello che ci accade intorno; bisogna scegliere sempre le parole giuste perché le parole soffiano sui sentimenti che possono trasformarsi in azioni. Le storie sono le persone e le persone hanno un nome, una identità. L’identità è dignità. Sono questi i concetti sui quali ci si è soffermati a riflettere domenica.

Un incontro riuscitissimo al quale le donne e gli uomini di Prc della provincia di Frosinone intendono dare seguito. «E’ solo la prima di una lunga serie di iniziative» – ha spiegato il segretario Paolo Ceccano – «Durante i lavori di preparazione è stata lanciata l’idea di istituire un coordinamento che si occupi di mettere in campo altre iniziative del genere. Voglio ringraziare ancora una volta i relatori e tutti i ragazzi che hanno partecipato, fra l’altro deliziandoci con piatti davvero straordinari. E’ stata una serata meravigliosa».
Sora, 31 luglio 2018

 

 

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Soffia il vento del razzismo

uovoinunocchio 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Soffia ancora il vento del razzismo.
L’aggressione a Daisy Osakue è solo l’ultima in ordine di tempo, forse la più nota visto il clamore mediatico creato dalla notizia. Un’atleta di primo livello, primatista italiana di lancio del disco, destinata ad un grande campionato europeo.

L’afosa cappa di odio razziale che opprime il Paese è il contesto in cui questi eventi trovano collocazione e pubblica giustificazione. Ciò che, infatti, più angoscia è il pensiero dei tanti che oggi si professano indignati. Gli stessi che, nel caso si fosse trattata davvero di una prostituta straniera, avrebbero voltato lo sguardo in direzione opposta.

Il primo razzista è colui che non riesce a prendere posizioni a riguardo, o peggio chi si rifugia dietro freddi comunicati senza alcuna valenza morale. La negazione della deriva razzista di una Nazione pervasa da campagne di odio costanti rappresenta il più aspro pericolo per la società.

E’ negli interessi di alcuni schieramenti politici propinare l’incubo dell’invasione, il terrore della “guerra contro gli italiani”, la volontà di non si sa quale preciso “potere forte” della “sostituzione razziale del nostro popolo”. Quasi un secolo è trascorso, eppure sembra che la storia non abbia lasciato alcuna eredità; proprio dalle grandi mrazzaumanaunosola 350 260 minenzogne populiste e razziali di alcuni folli sono nate le più grandi dittature. Tirannidi che hanno portato soltanto all’oppressione del più debole e alla repressione del diverso. Un diverso fisico, geografico, politico ed ideologico.

Oggi il mondo che ci circonda è cambiato. Oggi l’informazione è di più semplice diffusione e fruizione. Oggi informarsi è dunque un dovere per una società che aspiri ad essere civile.

La storia di Daisy Osakue serva dunque da lezione, con l’augurio che la campionessa italiana riesca a ripercorrere la strada di quel Jesse Owens, che a Berlino riscrisse la storia davanti ad Adolf Hitler.

Dal 1936 al 2018. Da Berlino a Berlino. Da Owens alla Osakue. Storie parallele di uno sport che per sua storica vocazione ha il merito di superare conflitti e diversità. Una speranza che porta a dire: “Forza Daisy!”.

 

 

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Razzismo e razzismi in guerra e in pace

razzismobruttastoriadi Fiorenza Taricone «...razzismi esplosi in tempo di guerra hanno avuto, guardando ai fatti, una sponda forte nei micro comportamenti della vita quotidiana e nelle subculture intolleranti fondate su pretese superiorità, che allora e oggi riguardano ancora gli ebrei, ma come schema si possono riferire ai tanti razzismi xenofobi di oggi.» (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Razzismo e razzismi
  2. Funzione dell'antisemitismo
  3. Razzismo in Italia

Razzismo e razzismi

Il 4 luglio ho partecipato, a Roma, a un seminario dal titolo Un percorso per la testa che colpisce al cuore. Viaggio nella memoria, organizzato dalla Uil e dalla Uil Scuola, prima tappa di una serie di iniziative che si svolgeranno nel 2018; il Seminario era inteso anche come preparazione ad un viaggio riservato ad un gruppo di giovani ad Auschwitz, nel prossimo ottobre; oltre ad aver accettato come storica, e come “resistente” alla xenofobia e alle discriminazioni, la spinta veniva anche dal timore che quell’antisemitismo venga considerato oggi un capitolo chiuso della storia, per giunta anche poco conosciuto dai giovani, senza implicazioni con l’oggi; invece, pur facendo tutte le distinzioni possibili fra ieri e oggi, il razzismo anche in Italia va declinato al plurale e anche per questo avevo titolato il mio intervento “razzismo e razzismi in guerra e in pace”. Penso che queste riflessioni possano interessare lettori e lettrici di UNOeTRE.it

La distinzione fra razzismo e razzismi intende sottolineare due differenze importanti: la prima riguarda una certa falsificazione del termine perché con la parola razzismo s’intende, da parte soprattutto dell’antropologia o della biologia, la diversità delle razze o dei gruppi etnici, mentre l’uso politico che ne è stato fatto ha indotto alla credenza di una superiorità di una razza sulle altre. A questa distorsione si collega il plurale razzismi; ampi strati di popolazioni, prive di competenze specialistiche, negli ultimi decenni hanno abbracciato infatti teorie e comportamenti razzisti, aderendo caratterialmente. I razzismi sono quindi facilitati e sostenuti da una forma mentis in cui l’educazione distorta ha giocato un ruolo fondamentale; qualunque politica di governo dalle finalità razziste infatti, ha dovuto trovare una sponda in comportamenti collettivi motivati dalla convinzione di una razza superiore, o minacciosa per la comunità, come l’antisemitismo del XX secolo, alimentato dalla paura di un complotto ebreo massonico che intendeva schiacciare le razze superiori europee e cristiane. Se nella storia le teorie razzistiche sono state elaborate soprattutto contro i negri e contro gli ebrei, nondimeno sono antiche quanto la politica: è esistito un razzismo fra le grandi razze, bianca, gialla o negra, ma anche fra piccole razze o gruppi etnici particolari; la xenofobia può svilupparsi fra comunità politiche differenti, ma anche dentro una comunità plurirazziale. Oggi non è difficile riscontrare un razzismo endogeno italiano anche verso nazionalità differenti, anche se integrate, che si è concretizzato nel rifiuto dello ius soli.

Il razzismo contemporaneo, sviluppato a livello politico soprattutto dopo la prima guerra mondiale è stato il risultato dell’incontro e della fusione fra la corrente di pensiero basata sullo studio scientifico delle razze, e il nazionalismo. Un elemento fondamentale è stato sempre rappresentato dalla lettura delle differenze come composte di due elementi principali disposti in ordine gerarchico: il primo naturalmente superiore, il secondo irriducibilmente inferiore. Grammaticalmente, il sostantivo razzismo è espresso al singolare, che sottintende una visione gerarchica piuttosto che una visione plurale delle differenze. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Funzione dell'antisemitismo

Nella costruzione di uno stato nazione tendenzialmente aggressivo l’antisemitismo risulta essenziale, sintesi del tradizionale antigiudaismo cristiano, di vecchi stereotipi e di nuovi temi. L’antisemitismo denunciava il forte legame degli ebrei con gli stati che avevano promosso l’emancipazione; alla fine del XIX secolo infatti gli ebrei di Francia, Inghilterra, Germania e Italia avevano ottenuto diritti civili e politici, anche se non l’integrazione sociale, più lenta. In Germania, gli ebrei erano tra i protagonisti della trasformazione industriale, in Francia la comunità ebraica era entrata con la Terza Repubblica nel mondo della politica, dell’esercito, nella pubblica Amministrazione. In Italia, la separazione fra Chiesa e Stato favoriva il processo. Diversamente invece l’Europa orientale e particolarmente la Russia zarista che, a partire dalla spartizione della Polonia alla fine del Settecento, aveva tra i suoi sudditi milioni di ebrei polacchi mal visti dal regime zarista. Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del ‘900 si succedettero infatti i pogrom, sommosse antiebraiche che sfociavano in saccheggi e massacri. L’antisemitismo collegato al nazionalismo stigmatizzava il loro carattere femminilizzato o la capacità di sedurre le donne, la richhezza o la miseria, o la partecipazione alla vita pubblica. Fra i sentimenti prevalenti l’invidia, perché gli ebrei mancavano di una base statale ma erano integrati nelle società, conservando la cultura e la religione. Era un antisemitsimo visione del mondo, senza più alcun rapporto con quello che gli ebrei facevano o non facevano, né con particolari tradizioni politiche. Per la prima volta, scrisse Hannah Arendt, l’odio antiebraico seguiva la logica peculiare delle ideologie. Razzismo NO

Milioni di ebrei si spostarono dalla Russia all’America, alla Francia, all’Inghilterra. Una risposta diversa fu la crescita di un’opposizione politica antizarista che confluì da una parte del marxismo, nel terrorismo e dall’altra nella crescita di un movimento di risveglio nazionale ebraico, il sionismo, fondato da Theodore Herzl, giornalista ebreo ungherese; elaborò la convinzione che l’antisemitismo fosse una costante non solo dei Paesi privi di emancipazione, ma di tutti i paesi in cui viveva una minoranza ebraica; di qui l’idea che gli ebrei dispersi nella dispora dovessero ricostituirsi in nazione. Fino agli anni Venti del Novecento il movimento sionista raccolse scarso seguito fra gli ebrei occidentali, identificati con le loro patrie di adozione e inseriti nelle rispettive società.

La realtà di una razza ariana si era diffusa nella Germania dell’Ottocento desunta dall’esistenza di un’area linguistica indoeuropea, razza distinta e pura, biologicamente superiore, identificata con i Germani e i nordici; gl’italiani, come gli slavi e in genere tutti i popoli mediterranei, restavano fuori da ogni possibile inserimento nella cosiddetta razza ariana; di qui l’invenzione da parte della cultura razzista italiana di una razza italica assimilabile alla razza ariana. L’esigenza di difenderne la purezza fu alla base del manifesto della razza del luglio ’38, prima dell’emanazione delle leggi razziali, a firma di un gruppo di scienziati e antropologi di secondo piano, tranne l’accademico d’Italia Nicola Pende, illustre medico. Un ruolo particolare nell’elaborazione della scienza razzista lo ebbe anche il passaggio dall’incremento quantitativo della popolazione all’incremento qualitativo, cioè dalla demografia all’eugenetica. Un passaggio mai attuato fino in fondo anche perché l’orientamento generale era contrario all’eugenetica negativa cioè sterilizzazione ed eutanasia, piuttosto favorevole invece all’eugenetica positiva, con la proibizione di matrimoni misti. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Il razzismo in Italia

In Italia, come conseguenza diretta della sciagurata alleanza con la Germani, nell’autunno del 1938, disposizioni di legge precise introducevano nella legislazione italiana radicali discriminazioni fra appartenenti alla razza ariana e non, passate alla storia come leggi razziali; dirette in teoria verso tutti i non ariani, ebbero come vittime gli ebrei. Le leggi razziali erano state precedute da una vasta campagna di propaganda antisemita, un razzismo quindi di tipo pseudo culturale e di costume, non solo politico, diffuso già dal 1937. Docenti e studenti ebrei erano allontanati dalle scuole e da tutti i pubblici uffici. Vincoli di varia entità erano poste alla proprietà, al diritto di fare testamento ed ereditare, ai mestieri consentiti e i non ariani. Gli ebrei erano allontanati da tutti i mezzi d’informazione, e non potevano pubblicare libri o articoli. Limitazioni erano poste alle loro possibilità di curarsi con il divieto di servirsi di medici ariani, erano proibiti necrologi sui giornali. Una serie di disposizioni secondarie, ma altrettanto umilianti introducevano vessazioni nella vita quotidiana. La proibizione di possedere apparecchi radio, andare in luoghi di villeggiatira avere personale di servizio.

Fino all’inizio della campagna di stampa razziale e antisemita il rapporto fra regime fascista e ebrei era stato normale. Integrati nella società, gli ebrei erano fascisti comeRazzismo NO altri italiani; il Concordato del ’29 aveva introdotto come preferenziale la religione cattolica, ma non aveva portato a una politica di discriminazioni. Più preoccupante era per loro la vicinanza alla Germania nazista; molti sperarono che Mussolini non avrebbe seguito fino in fondo il dittatore, molti sperarono in un trattamento di favore, molti che avevano perso il lavoro emigrarono negli Stati Uniti e America Latina. La maggioranza rimase e che le leggi razziali siano state applicate senza rigore è un tipo d’intepretazione “buonista” non confermata dai fatti. Gli apparati dello Stato si applicarono per rendere operativi i divieti con la maggior velocità possibile. Il Ministero dell’Educazione attuò rapidamente la cacciata degl’insegnanti e degli studenti. Nacquero per gli espulsi scuole ebraiche che ebbero come insegnanti docenti di grande prestigio cacciati. Furono attuali censimenti di cittadini di razza ebraica e le liste furono poi usate dai tedeschi per gli arresti e le deportazioni nei lager.

Altre interpretazioni ricollegano la genesi delle leggi al razzismo diffuso dopo la conquista dell’Abissina, per il pericolo di unioni fra funzionari, soldati e donne abissine, e la nascita di meticci che avrebbero reso impuro il sangue italiano. Altri studiosi invece hanno sottolineato le profonde radici che le teorie razziste avevano nell’humus culturale italiano. Definire le leggi razziali italiane come più modeste di quelle tedesche è vero solo in parte. Certo, offrivano maggiori possibilità di non essere considerati ebrei ai figli di matrimoni misti e ai convertiti al cattolicesimo più di quanto non avessero fatto quelle naziste, frutto di un compromesso fra la tendenza antisemita filotedesca raccolta intorno a La difesa della razza, di Julius Evola e la tradizione italiana spiritualista e cattolica. Le preoccupazioni maggiori nel mondo cattolico riguardarono la classificazione degli ebrei convertiti o dei loro discendenti, cioè se fossero da considerare di razza ariana o ebraica; in questa direzione andò lo sforzo da parte della Chiesa di salvare dalla deportazione quanti erano diventati cristiani. La Repubblica di Salò si allineò fra il ’43 e il ’45 alle leggi razziali, non smentendo l’animus razzista del regime. Il razzismo, l’arianesimo, l’eugenetica, la volontà di potenza della Germania, il nazionalismo, combinato con le sorti della guerra non potevano che produrre stragi di civili e una prassi concentrazionaria. Esplosi in tempo di guerra hanno avuto, guardando ai fatti, una sponda forte nei micro comportamenti della vita quotidiana e nelle subculture intolleranti fondate su pretese superiorità, che allora e oggi riguardano ancora gli ebrei, ma come schema si possono riferire ai tanti razzismi xenofobi di oggi.


 

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Sora. Confiscano gli asparagi ad un bengalese

  • Pubblicato in da Sora

Bandieraprc 350 260Quanto accaduto nella nostra città ha dell’incredibile, e ci fa riflettere in merito al mondo che viviamo.
Il mondo in cui il più forte denuncia il più debole, l’ultimo della società, l' indifeso che vende qualche asparago per vivere proprio non ci piace!!!

Torniamo ai fatti: pare che “anonimi cittadini” avrebbero fatto una segnalazione alle forze dell’ordine in merito ad un’extracomunitario che vendeva merce illegale in luogo pubbico.

Gli anonimi cittadini del “prima gli Italiani” o “Stop Invasione” o quelli “del rimpatrio immediato”, insomma i professionisti del soffiare sul fuoco, i fomentatori di odio e violenza, gli istigatori della guerra tra poveri.

Questi anonimi cittadini, non segnalano chi sta inondando le nostre strade di droghe, chi esercita usura, insomma i delinquenti veri, quelli che rovinano i nostri giovani e la nostra società, chi inquina l’ambiente o chi commette reati di ogni genere, perchè quelli sono pericolosi per davvero, e il coraggio che serve per metterseli contro, non è certamente quello necessario a perseguire i pericolosissimi membri della "gang dell'asparago"....

Rifondazione Comunista esprime piena solidarietà al ragazzo bengalese coinvolto, e metterà a disposizione un legale, affinché possa fare ricorso all’incredibile multa comminata.

Chiudiamo questo comunicato con le parole del giornalista scrittore e pacifista Vittorio Arrigoni : “restiamo umani”.

Sora, 1 Maggio 2018

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Non esiste una terra di confine, siamo tutti vittime o carnefici

Luca Traini 350 260 mindi Nadeia De Gasperis - Facciamo che le parti si invertano e che il colore della pelle del terrorista di Macerata, che ha cercato di attentare alla vita di giovanissime donne e uomini immigrati, sia invertito. Ecco che il commento di un padre di Macerata, a un post sui social network, suonerebbe così familiare “il folle attentatore è stato catturato, possiamo tornare a circolare con i nostri bambini senza correre rischi”.

Sì, perché siamo tutti a correre rischi in questo clima di odio e violenza sul quale la politica soffia. Sono le persone disabili, omosessuali, transessuali, ma siamo tutti noi, perché la stupidità si accanisce sulla diversità e per puro caso o per la nostra stessa natura siamo tutti potenzialmente vittime.

L’unica nota stonata di questo ammonimento, è l’aggettivo affibbiato a Luca Traini, “folle” appunto. Perché se Luca Traini è un folle, folle è la politica che lo difende, folle è la gente che lo giustifica, con frasi accomodanti o spudoratamente razziste.
Folle è dimenticare che le donne e gli uomini che hanno rischiato la vita in questo attentato hanno un nome, una storia da dimenticare e una tutta da sperare.
Si chiamano Jennifer Odion, Mahamadou Toure, Wilson Kofi, Festus Omagbon, Gideon Azek, Omar Fadera). Jennifer colpita alla spalla e al seno, con i suoi 25 anni tutti da vivere, è stata salvata dal fidanzato.
Omar, 23 anni, aveva scampato le torture del suo Paese, la Libia, e Festus Omagbon, stava studiando da carrellista, un suo piccolo sogno, che ha rischiato di essere interrotto da un proiettile alla spalla.

Sappiamo tutto dell’attentatore ma nessun organo di stampa, format televisivo ecc. ci ha detto qualcosa sulle vittime, le vere protagoniste di tanta efferatezza.
E anche così rimaniamo sulla superficie delle loro storie, alla ferma condanna di certi episodi, dovremmo accompagnare una determinata educazione all’accoglienza, che trae massima ispirazione dallo studio della storia, quella universale, e quella personale delle donne e degli uomini.

La frase di Fontana di qualche giorno fa “la razza bianca rischia l’estinzione per colpa degli immigrati” è una semplificazione razzista verbale e concettuale che avrebbe dovuto essere un buon argomento per mettere fuori legge i partiti neofascisti e cominciare a indagare sull'incitamento all'odio razziale. La nostra Costituzione e il nostro ordinamento giuridico offrono ogni strumento per farlo, non dobbiamo inventarci niente.
Invitare Salvini o la Meloni a parlare all’indomani dell’attentato in una trasmissione che fa opinionismo politico, è fomentare certi atteggiamenti e caldeggiarli visto che il loro afflato di solidarietà verso Luca Traini è stato molto esplicito.
Voglio terminare con le parole della madre di Pamela Mastropietro, uccisa da un nigeriano, ora in carcere.
L’episodio che avrebbe “giustificato” la rabbia dell’attentatore marchigiano e il suo gesto “folle”.

“Chiediamo solamente giustizia. Pene esemplari per chi ha ucciso e fatto a pezzi nostra figlia. Ma condanniamo fermamente l’attacco di ieri, non siamo razzisti e anche Pamela se fosse ancora viva sarebbe inorridita per questo atto di odio”.
La destra può permettersi di semplificare e minimizzare con i suoi “ma” che fanno sempre da corollario alla condanna, la destra estrema e xenofoba può placidamente solidarizzare, ma la sinistra, se condanna il razzismo, senza se e senza ma, sta strumentalizzando la vicenda.

«Esiste una politica di accoglienza sana, e il 4 marzo ognuno di noi andrà alle urne sapendo come votare. Noi siamo per la non violenza assoluta e non vogliamo essere strumentalizzati.» (Alessandra, madre di Pamela Mastropietro).
Anche unoetre.it aderisce alla marcia pacifista, manifestazione nazionale contro razzismo e fascismo, a Macerata il 10 febbraio perché non esiste una terra di confine, siamo tutti vittime o carnefici.

 
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Le ragioni inconfessabili del razzismo dall’alto

giovanimigrantisultrenoi 350 260di Fausto pellecchia da L’Inchiesta del 14 giugno 2017 - Alcuni atti recenti delle istituzioni italiane sembrano confermare con spietata esattezza la tesi sostenuta dal filosofo Jacques Rancière sul razzismo come “passione dall’alto”[Il razzismo viene dall’alto, Il Manifesto, 26 settembre 2010] suscitata in primo luogo dallo Stato, ma alimentata anche dalle critiche di una sedicente “sinistra” pronta a mobilitarsi contro i particolarismi comunitari e a trasformare il principio sacrosanto dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge in omologazione eurocentrica e xenofoba dei costumi e dei simboli etno-antropologici.

Il razzismo come strategia dell'azione politica

Sta di fatto che, tanto le strategie dello Stato nell’affrontare il problema dei flussi migratori con misure di emergenza, quanto l’interpretazione critica che in esse coglie un cedimento, per fini elettoralistici, a rozze ideologie razzistiche, sottendono un comune presupposto: il razzismo sarebbe, infatti, essenzialmente un pregiudizio popolare, una reazione emotiva e irrazionale degli strati culturalmente più arretrati della popolazione, “incapaci di adattarsi al nuovo mondo mobile e cosmopolita”. Questa convergenza fa sì che una serie di leggi e decreti con chiari effetti discriminatori [si veda la recente legge Minniti-Orlando approvata il 12.04.2017, che ha ulteriormente inasprito le disposizioni contro gli “immigrati irregolari” della Bossi-Fini (2002) e del “Pacchetto sicurezza” (2009)] vengano giustificati come necessarie misure congiunturali, dettate dall’aumento della microcriminalità e dai disordini provocati dai flussi migratori, come estremo baluardo legale contro il pericoloso dilagare di un razzismo di massa.
In verità questa argomentazione è perfettamente rovesciabile, dal momento che il nuovo razzismo appare innanzitutto come strategia dell’azione politica condotta dalle istituzioni s e opportunamente “argomentata” e amplificata sui media dalle élites intellettuali, i cui effetti ideologici si propagano rapidamente sulle popolazioni, come è attestato dalla diffusione delle intossicazioni razzistiche sui social network.
La diffusione del razzismo e della xenofobia come fenomeno di massa è, anche e soprattutto, la conseguenza di una strategia politica degli Stati, basata sulla creazione dall’alto di identità fluttuanti, sempre passibili di nuove divisioni (e di incerti confini) tra appartenenza e non appartenenza, inclusione ed esclusione, che la legislazione si incarica volta per volta di riconfigurare mediante “decreti d’urgenza”, di natura puramente emergenziale. Nonostante i flussi migratori – troppo spesso determinati dalle sciagurate politiche estere dell’Occidente- siano ormai un dato epocale che investe le società avanzate da almeno un quarto di secolo, si emettono sempre nuovi e instabili criteri intenti a opporre migranti economici vs rifugiati politici; regolari e irregolari; leggi restrittive sullo jus soli vs “i privilegiati” dello jus sanguinis; cittadini residenti vs apolidi; migranti inoccupati (e schiavizzati) vs disoccupati in cerca di occupazione, ecc.

La tumultuosa globalizzazione dell’economia ha radicalizzato la natura dello Stato moderno in “stato di polizia”

In realtà, la demarcazione mobile e provvisoria tra il “dentro” e il “fuori” del diritto è il dispositivo con il quale lo Stato cerca invano di venire a capo di ciò che Michel Foucault ha individuato come la frattura bio-politica fondamentale. Anche la forma politica degli stati democratici è infatti sottesa da una scissione che attraversa e divide la popolazione nel momento stesso in cui deve costituirsi come corpo politico unitario in rapporto alle istituzioni, seguendo i limiti mutevoli sanciti dai canali della rappresentanza. È come se la variabile costruzione giuridico-istituzionale che dà a quel corpo la forma di soggetto politico presupponga già sempre un’alterità non integrabile e irrappresentabile (e tuttavia coessenziale alle logiche identitarie del potere), rispetto alla quale lo Stato definisce la legittimità del proprio intervento. Si tratta di una differenza interna o di un resto sovra-numerario, costituito da frazioni eccedenti della popolazione amministrata, che possono non essere rappresentate e/o gestite conformemente ai principi fondamentali del proprio ordinamento. Questo resto viene evocato per legittimare la violenza discriminatoria delle istituzioni come argine provvisorio contro la possibile minaccia “sovversiva” di coloro che sono esclusi dall’insieme a cui di fatto appartengono (immigrati irregolari, apolidi, disoccupati senza fissa dimora ecc.) o di coloro che non appartengono di fatto al medesimo insieme in cui pure sono già inclusi (gli sfruttati, i precari, i disoccupati, i giovani alla ricerca di occupazione, gli strati sociali impoveriti dalla grande crisi). In questo senso, il temuto dilagare del razzismo popolare, le “guerre tra poveri” e le violenze discriminatorie “tra ultimi e penultimi”, sono innanzitutto la conseguenza e l’effetto di un razzismo dall’alto, prodotto dall’impossibilità dello Stato di suturare la frattura bio-politica su cui si fonda.
La tumultuosa globalizzazione dell’economia degli ultimi trent’anni è stato il detonatore di un nuovo razzismo top down, che ha radicalizzato la natura dello Stato moderno in “stato di polizia” a protezione del libero mercato capitalistico-finanziario. Infatti, diventati progressivamente impotenti nel governo dei processi economici interni - quando non agiscono piuttosto come passivi esecutori delle logiche predatorie della libera circolazione dei capitali – gli Stati hanno tuttavia conservato quasi intatto il potere di controllo sulla circolazione delle persone. Per questo, la funzione securitaria e il mantenimento dell’ordine pubblico, innalzati a suprema “ragione di stato”, si avvalgono della costruzione fantasmatica dell’invasione migratoria come potenziale minaccia per la vita delle persone e dei codici simbolici che ne costituiscono la forma. L’inevitabile conseguenza è l’innesco del corto-circuito securitario come permanente “stato di eccezione” sul piano legislativo: per consolidare e rafforzare il proprio potere di controllo e di selezione nella circolazione delle persone, è necessario provocare e incrementare sentimenti di insicurezza e di paura collettiva, che suscitino e favoriscano sempre più la domanda sociale di procedure straordinarie di “pubblica sicurezza”, a fronte di una progressiva riduzione della sfera dei diritti personali. È in questa logica che va collocata la discriminazione razziale prodotta e instillata dallo Stato nella popolazione che è chiamato a gestire, e che i “populismi reazionari” cavalcano abilmente, proiettando il conflitto politico tra “Noi” e “Loro”- piuttosto che in direzione anti-elitaria o anti-establishment - verso i bassifondi della scala sociale, in termini di chiusura e di esclusione etno-antropologica. [Cfr., Mudde C. e Kaltwasser C.R., Exclusionary vs. Inclusionary Populism: Comparing Contemporary Europe and Latin America, Government and Opposition, (2013), n.48, pp 147-174]

 
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La via italiana al razzismo

immigrati dietro le reti 350 260di Fausto Pellecchia, L’Inchiesta 8 giugno 2017 - Sono ben noti i bandi di “crociata” reazionaria nello “scontro di civiltà”, pubblicizzati da Marcello Pera (al seguito dell’inglese Bernard Lewis, influente consigliere di Nethanyahu), i pamphlet di Oriana Fallaci -nei quali dei mussulmani si dice che “si riproducono come topi e urinano in pubblico contro i muri delle nostre chiese” e gli infuocati editoriali di Magdi Cristiano Allam, pervicace vessillifero della “salvaguardia delle radici ebraico-cristiane della nostra civiltà” – quotidianamente riecheggiati da editorialisti ultraconservatori come Maurizio Belpietro, Mario Giordano e Vittorio Feltri.
Ad essi, si sono recentemente aggiunte le “costruzioni intellettuali” ascrivibili a una sorta di “razzismo democratico”, contenute nelle dichiarazioni di Debora Serracchiani, immediatamente condivise e patrocinate da Michele Serra. La vice-presidente del PD aveva censurato come «ancor più inaccettabile, moralmente e socialmente» lo stupro commesso da chi chiede accoglienza nel nostro Paese. Serra, vestendo la toga di difensore d’ufficio, si era appellato al comma 11 dell’art.61 del Codice penale, che effettivamente prevede un aggravante per i reati commessi “con abuso di relazioni di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione, o di ospitalità”. Nella foga dell’arringa difensiva, l’editorialista ha quindi maliziosamente identificato due fattispecie incomparabili e, cioè, la relazione privata e fiduciaria tra ospitante e ospitato con il diritto che coinvolge lo Stato nel rapporto ad un soggetto immigrato. Come se l’accoglienza e l’ottenimento della regolarizzazione amministrativa fossero conseguenze di una benevola concessione discrezionale, alla quale deve corrispondere un più forte dovere di lealtà.
Queste perverse illazioni giuridiche giustificano la permanente attualità dell’allarme lanciato da un gruppo di intellettuali il 29 giugno 2009 “contro il ritorno delle leggi razziali in Italia”: «È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati "irregolari", che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti. Con tale divieto si impedisce, in ragione della nazionalità, l’esercizio di un diritto fondamentale quale e’ quello di contrarre matrimonio senza vincoli di etnia o di religione; diritto fondamentale che in tal modo viene sottratto non solo agli stranieri ma agli stessi italiani. Con una norma ancora più lesiva della dignità e della stessa qualità umana, è stato inoltre introdotto il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati. Pertanto (...) i figli generati dalle madri straniere "irregolari" diverranno per tutta la vita figli di nessuno, saranno sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali introdotte da quel regime nel 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, ne’ le costringevano all’aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato»[1]

Anche l’Italia, da quasi un ventennio, sta scivolando verso il “razzismo di Stato”

Ma è sul piano legislativo che anche l’Italia, da quasi un ventennio, sta scivolando lungo la china del “razzismo di Stato”. Il recente decreto Minniti-Orlando, convertito in legge il 12 aprile scorso dal governo Gentiloni, grazie alla blindatura del voto di fiducia, conferma e inasprisce la strategia dell’emergenza securitaria perseguita da oltre un ventennio, già a partire dalla Legge Turco-Napolitano (1998), successivamente riformata dalla Bossi-Fini (2002) e dall’introduzione nell’ordinamento penale del reato di “immigrazione clandestina” nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” (2009), con la previsione di procedure sommarie di espulsione e rimpatrio dei migranti irregolari. La Legge Minniti-Orlando accentua il carattere emergenziale (“accelerazione dei procedimenti di protezione internazionale e misure di contrasto dell’immigrazione illegale”) prevedendo un’esplicita deroga alle norme del nostro ordinamento, con l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza sostituita da un rito camerale in assenza dell’interessato con l’ausilio della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. È previsto altresì l’allargamento della rete degli attuali CIE (centri di identificazione ed espulsione), ridenominati “Centri permanenti per il rimpatrio” (CPR) che, nonostante le rassicurazioni verbali del ministro, rischiano di perpetuare le medesime condizioni disumane di detenzione: affollamento in strutture fatiscenti, prive di servizi igienici e di assistenza sanitaria, isolamento coattivo, promiscuità ecc, nei quali si materializza l’equivalenza tra migranti e “stupratori, trafficanti di droga e potenziali terroristi”. Del tutto inascoltate le voci di protesta che si sono levate da parte di molte associazioni di volontariato e degli operatori sociali, nonché i rischi di incostituzionalità paventati dall’Associazione nazionale magistrati, che ha espresso un “fermo e allarmato dissenso” nei confronti della legge. A questo coro di contestazioni, si è unito il monito del presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, che ha criticato la “semplificazione delle procedure in quanto riducono drasticamente le garanzie dell’imputato”.

La diffusione del razzismo e della xenofobia come fenomeno di massa non è un caso

E tuttavia, nei media italiani, queste proteste hanno avuto risonanza ben minore di quella ottenuta dall’estratto di una recente sentenza della Cassazione (diffusa mediaticamente come voce unitaria della suprema Corte) sul caso un indiano Sikh, che aveva indossato in pubblico un coltello ‘sacro’ secondo i precetti della sua religione. Nella sentenza si legge infatti : «Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante (...) In una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere». Una formulazione sintomatica dell’ambiguità e delle distorsioni ideologiche che la ispirano. Per questo, i titoli della stampa italiana ne hanno sottolineato, con unanimità bipartisan, il messaggio esplicitamente politico e metagiuridico. Si va da «La Cassazione sui migranti: si conformino ai nostri valori» (La Repubblica) a «I migranti seguano i nostri valori» (Il Messaggero), fino al più sbrigativo «Immigrato, vuoi stare qui? Fai l’Italiano» (Libero).
Appellandosi all’universalità civile di un (indeterminato)“nucleo comune” tra immigrati e società d’accoglienza, la sentenza fa esplicito riferimento alla violazione dei “valori”, piuttosto che a disposizioni di legge, imponendo l’obbligo di conformarsi all’identità etno-culturale della società ospitante. Una società nella quale, peraltro, le agenzie educative per l’integrazione, gestite per lo più da associazioni umanitarie di volontariato, registrano permanenti condizioni di scarsità e di precarietà. A ciò si aggiungano le misure discriminatorie dei governi italiani nel ventennio trascorso, che accomunano i migranti irregolari e gli apolidi, in particolare i Rom e Sinti, spesso vittime di deportazioni, sfratti o espulsioni collettive, e di segregazioni -più volte censurate dalla Commissione dei diritti umani dell’Onu- che hanno creato la straordinaria categoria di “europei-non-europei a pieno titolo”.
La diffusione del razzismo e della xenofobia come fenomeno di massa è dunque innanzitutto la conseguenza di una strategia politica basata sulla creazione dall’alto di identità fluttuanti, e perciò passibili di sempre nuove divisioni (e di incerti confini) tra appartenenza e non appartenenza, inclusione ed esclusione, che la legislazione si incarica volta per volta di riconfigurare. Ed ogni volta, la violenza discriminatoria delle istituzioni viene legittimata dalla necessità di porre un argine provvisorio contro la possibile minaccia “sovversiva” di coloro che sono esclusi dall’insieme a cui di fatto appartengono (immigrati irregolari, apolidi, disoccupati senza fissa dimora ecc.), e di coloro che non appartengono, di fatto, al medesimo insieme in cui pure sono già inclusi (gli sfruttati, i precari, i giovani in cerca di lavoro, gli strati sociali impoveriti dalla grande crisi).

[1] Firmato da Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia, Maurizio Scaparro, Gianni Amelio

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Razzismo, arroganza e violenza fascista. Cosa penso?

Razzismo è fascismodi Daniela Mastracci - Riflessioni sull’onda di episodi di arroganza e violenza fascista, razzista e xenofoba. E indirettamente su chi, strumentalmente, polarizza la scena politica italiana tra un centrosinistra (non bene identificato, in realtà) e una destra populista e nazionalista, pericolosamente razzista, etc...ovvero fare un campo largo, larghissimo di centrosinistra, capace di arginare le destre italiane.
Nazionalismo e razzismo e soprattutto violenza sono le benvenute quando il capitale impera. E sono le benvenute quando si sente minacciato dai lavoratori. Noi lo abbiamo vissuto. Ma se proprio non vogliamo guardare all’Italia fascista almeno dobbiamo avere il coraggio di confrontarci con l’esempio storico del Cile di Allende e poi di Pinochet.
Ai lavoratori garantiti e tutelati non conviene né odiare né andare in guerra. Possono vivere ciascuno la propria vita e in pace. Hanno di che abbisognano e di che accedere alle cose belle che la società umana ha prodotto. Possono stare insieme a tutti e di tutti i colori e provenienza. Non devono temere l'altro né recargli offesa. Perché dovrebbero?
Se ci fossero i mezzi economici per tutti, sono sicura che non ci sarebbe violenza né discriminazione. Se vogliamo che non ci siano, se vogliamo dire no alla violenza razzista, xenofoba e fascista, dobbiamo garantire il lavoro e servizi sociali per tutti. Se non vogliamo che altri attacchi vengano fatti fin dentro le istituzioni, dobbiamo cambiare marcia e ascoltare la povertà. Non più soltanto politiche borghesi per borghesi, per chi i mezzi ce li ha.
Se continuiamo a fare politiche borghesi per borghesi questi, che i mezzi ce li hanno, andranno in odio a chi i mezzi non li ha. Quelli che hanno anche solo un po' di mezzi, andranno in odio a chi non ce li ha affatto. Lo abbiamo già visto. Erano gli anni '20. Lo abbiamo già visto: era il Cile di chi stava riuscendo a fare politiche socialiste ma è stato fatto precipitare nel gorgo fascista perché i lavoratori non alzassero più la testa. Perché dobbiamo rivederlo? Perché non riusciamo a capire che la pressione sulle classi deboli è troppo forte? Perché non capire l'odio che sta salendo? Perché non cambiare marcia prima che sia tardi? Politiche sociali subito!! Investimenti sul lavoro subito!! Educazione alla relazione, all'incontro con l'altro, subito!! Educazione al riconoscimento, subito!! Socialismo subito!!
Occorre la sinistra! Occorre ritrovare il popolo dei lavoratori e soprattutto degli ex lavoratori e di tutti coloro che il lavoro non lo trovano. Occorre ritrovare il popolo dei voucher, dei sottopagati da multinazionali che fanno profitti vertiginosi e però pagano con quei miserabili pezzi di carta. Multinazionali che pagano a ore nei call center mentre i loro amministratori delegati sono ipermilionari.

 
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Cari amici migranti...

immigrati 350 260lettera aperta di Ivano Alteri - Cari amici migranti,
non sappiamo quanti di voi leggeranno questo scritto; le difficoltà della lingua, tristemente note a noi stessi che conosciamo soltanto il ciociaro e l'italiano, rendono la comunicazione con voi, se non impossibile, quanto meno altamente improbabile. Tuttavia, riteniamo che voi siate la nostra unica speranza, per sfuggire alla cattiveria e al delirio di alcuni nostri compatrioti, in evidente crisi di astinenza da nemico. E quindi ci rivolgiamo a voi, allo scopo di difenderci insieme dai nostri comuni oppressori e detrattori.  (continua a leggere completata una pagina. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Come manganello
  2. Con i princìpi
  3. Non siate schiavi

Un motto che sembra un manganello

In questo momento, il loro motto preferito, da scagliare contro di voi e noi, è : “prima gli italiani!”. Lo usano come un manganello in numerose occasioni: se si tratta di assegnare una casa popolare, “prima gli italiani!”; se si tratta di lavoro, “prima gli italiani!”; di un asilo nido, “prima gli italiani!”. È tanto usato e abusato che a chi di loro diceva minacciosamente: “se vogliono restare qui devono imparare l'italiano!”, è stato opportunamente risposto: “prima gli italiani!”.

Come vedete, alcuni di noi non mancano d'ironia; ma dagli altri non fatevi ingannare. Quelli che oggi dicono “prima gli italiani!”, agli italiani non hanno mai pensato, e quando lo hanno fatto l'hanno fatto male. Delle case popolari, del lavoro, degli asili nido per gli italiani, a loro non interessa niente. Quando voi non c'eravate ancora, alcuni di loro, per distinguersi da noi, usavano addirittura chiamarsi “padani” piuttosto che italiani, e per gli italiani manifestavano tutto il loro disprezzo. Prima ancora, altri della stessa specie hanno bastonato di gusto gli italiani per venti lunghi anni, riducendoli alla fame, opprimendoli sotto un'insopportabile dittatura e portandoli alla catastrofe di una dolorosissima guerra; pensate che per toglierli di mezzo, abbiamo dovuto organizzare la Resistenza e appendere il loro capo a testa in giù. Altri ancora, i più feroci, hanno spremuto agli italiani ogni goccia di sangue, facendoli vivere di stenti e sfruttando ogni più piccolo muscolo dei nostri uomini e donne, vecchi e bambini; dall'alba al tramonto, dall'infanzia alla vecchiaia, per secoli e secoli. Poi ci sono anche quelli, forse i più meschini, che percepiscono dallo stato milioni di euro per accudirvi, ma vi fanno vivere nella sporcizia e nella più totale promiscuità, vi fanno morire nella malattia, vi danno cibo scadente, vi insultano ed umiliano, vi disprezzano insomma; mentre si appropriano indebitamente di quei soldi. Non solo; poi fanno anche in modo che si pensi invece che li abbiate presi voi!...
Mentre a quelli come noi che vi difendono e aiutano come possono, loro riservano un trattamento diverso ma altrettanto speciale. Normalmente sono chiamati con disprezzo “buonisti”, poiché loro sono vili e ci vuole troppo coraggio per attaccare i “buoni”; poi ad alcuni può capitare di essere pesantemente insultati o minacciati, ad altri di essere aggrediti, ad altri ancora capita che gli brucino la porta di casa. E anche noi, che usiamo chiamarvi “amici”, non lo facciamo a cuor leggero, ma in aperta sfida alla loro stupidità e cattiveria.

Avete capito bene con chi abbiamo a che fare, cari amici migranti? Come li chiamate voi, dalle vostre parti, quelli così? Noi li chiamiamo ipocriti, sfruttatori, parassiti,entro le mura 350 260 egoisti, cattivi. Ma qualsiasi sia il nome che gli attribuiate, quando li sentite inveire contro di voi, facendo finta di difendere noi, sappiate che voi e noi gli facciamo schifo allo stesso modo.

Con nostra grande sorpresa, lo confessiamo, vi abbiamo visto venire qui da noi col cappello in mano, mentre noi pensavamo che prima o poi sareste venuti coi forconi. Sì, perché gli europei per oltre mezzo millennio sono venuti a casa vostra e vi hanno calpestati, schiavizzati, vilipesi, sfruttati, derubati di tutto ciò che avevate; hanno distrutto le vostre economie, le vostre culture, i vostri villaggi, le vostre religioni, le vostre famiglie, le vostre vite; hanno inquinato il vostro ambiente e le vostre menti, saccheggiato le vostre terre, torturato i vostri uomini, violentato le vostre donne, allevato i vostri bambini come bestiame umano. Perciò, vedervi ora col cappello in mano a chiederci l'elemosina di una vita neanche decente, ci fa un tantino impressione, e quasi ci fa dubitare di voi.

Ma nonostante ciò ora ci rivolgiamo proprio a voi, perché sappiamo che vi sono momenti in cui bisogna scegliere da che parte stare, nettamente, per non cadere nell'ipocrisia, nella cattiveria o, peggio ancora, nella da noi odiatissima indifferenza. E allora parteggiamo senza alcun dubbio per voi, che vi chiamate stranieri, piuttosto che con loro, che dovrebbero essere nostri compatrioti. Non perché pensiamo che voi siate tutti buoni o migliori di altri, e non vi siano invece tra di voi anche soggetti poco raccomandabili o assolutamente detestabili; ma perché voi siete gli ultimi, i diseredati, gli scacciati, i sopraffatti; e noi preferiamo stare con i sopraffatti, gli scacciati, i diseredati, gli ultimi, per quanto sporchi e cattivi, piuttosto che con i sopraffattori, per quanto profumati e sorridenti. E qualora fossimo costretti a scegliere, sceglieremmo voi anche contro coloro che, pur essendo tra gli ultimi e i sopraffatti, intendessero adottare contro di voi la stessa arroganza usata dai sopraffattori contro di loro.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

In compagnia dei nostri principi

Purtroppo, la nostra parte politica, quella a cui siamo appartenuti per lunghi decenni, salvo qualche suo lodevole ma polverizzato resto, ha abbandonato la difesa degli ultimi, per passare prima a difendere i penultimi, i terzultimi, e poi arrivare a difendere direttamente i sopraffattori. Oggi ci sarebbe stata molto utile per combattere la nostra battaglia di giustizia; ma essa, che una volta difendeva gli operai, i contadini, i diseredati, ora difende i banchieri, i gestori di giochi d'azzardo, i parassiti, i ruffiani, gli affamatori di popoli, i delinquenti, insomma i mafioidi di ogni specie, purché non abbiano niente a che fare col sudore della fronte. E così siamo rimasti quasi soli, ancorché in buona compagnia dei nostri principi.

Quasi soli, cari amici migranti. Sì, perché da qualche tempo abbiamo trovato un buon alleato in Papa Francesco. Lui si sta dando molto da fare per darvi, e darci, sostegno morale e materiale, per opporsi all'ignavia dei governi, ai soprusi dei malvagi che imperversano indisturbati per l'intero mondo; le sue associazioni di volontariato vi accudiscono costantemente, per quanto possono e sanno; le sue parole fanno tremare i nemici dei popoli. È vero che neanche lui se la passa troppo bene; imigranti 350 260nfatti alcuni dei suoi seguaci, che pure si definiscono cristiani, non sembrano intenzionati ad usare le loro male acquisite ricchezze, neanche la loro più piccola parte, per dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, da vestire agli ignudi, ricovero e conforto a chi scappa dalla guerra, dalla fame e dal dolore. Loro, pur chiamandosi cristiani, preferiscono stare col denaro, lo sterco del demonio, piuttosto che col popolo di Dio. La domenica vanno anche a messa, si confessano e fanno la comunione; ma state certi che non si sentono mai in comunione con nessuno: né con voi, né con noi ed ora neanche col loro stesso Papa. Anche lui, perciò, soffrirà un po' di solitudine; ma non arretra, perché sa che può contare su di voi e su di noi.
Sappiamo che molti di voi appartengono ad un'altra religione, ma non ci pare un problema; pensate: noi personalmente non ne abbiamo nessuna! Ma pensiamo che le religioni abbiano il compito principale di “religere”, appunto, e non di dividere. Non vogliamo, e non sappiamo, addentrarci in disquisizioni dottrinali, troppo sofisticate per le nostre modeste conoscenze; ma ingenuamente pensiamo che tutte le religioni abbiano a che fare con l'Amore, per quanto gli uomini possano utilizzarle per aggredire e uccidere i fratelli. Oggi, contrariamente a quanto successo lungamente in passato, sembra proprio che questo loro carattere stia emergendo, finalmente, con grande forza; nonostante i signori del denaro cerchino di sobillare i popoli per indurli a nuove guerre di religione, che sarebbero invece soltanto guerre tra poveri. Non sono di religione, le guerre che imperversano per il mondo; sappiatelo! Lo ripete in continuazione Papa Francesco: non è l'Islam che compie gli attentati in occidente, ma i signori del denaro; non è il Cristianesimo che bombarda le vostre città, ma i signori del denaro. Loro sono i nemici dei popoli, non le religioni.

Cari amici migranti, a questo punto starete ormai pensando che sarebbe ora di dire cosa vogliamo che facciate. Sinceramente, non lo sappiamo con precisione, ma pensiamo che qualcosa bisogna pur fare; certo non possiamo restare con le mani in mano. Noi iniziamo ad essere molto preoccupati, poiché l'attività diffamatoria nei vostri e nei nostri confronti sta entrando anche nella testa della “nostra gente”, quella che noi continuiamo a considerare la nostra gente; e vi sta mettendo radici. Si tratta dei nostri lavoratori, disoccupati, precari a vita, occupati ridotti alla fame, i senza casa... insomma gli ultimi, i diseredati, quelli poveri come voi, vessati come voi, turlupinati come voi, umiliati e offesi come voi; ma indotti dagli affamatori a stare contro di voi! E questo ci fa molto male, ci è insopportabile; dobbiamo trovare una soluzione, noi e voi, insieme o distintamente, per impedire che la nostra povera gente si scagli contro la vostra povera gente, in un reciproco annientamento. Dovete aiutarci a fare ciò che non stiamo riuscendo a fare da soli.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Primo: "Non rendetevi schiavi"

Vi elenchiamo finalmente qualche nostra idea generale, così, come ce la sentiamo e secondo i nostri consueti modi.

Innanzitutto, vi preghiamo, non rendetevi schiavi. Non accettate di lavorare per quattro soldi, pretendete di essere pagati come stabilito dalle leggi e dai contratti di lavoro italiani; pretendete che siano rispettate tutte le regole del lavoro; e quando vedete qualcuno che non le rispetta, ribellatevi, organizzatevi, lottate contro di lui con tutte le vostre forze. Dovete sapere che i nostri comuni sopraffattori approfittano della vostra indigenza per sfruttarvi e arricchirsi sulle vostre spalle, come hanno già fatto con noi; e poi dicono ai disoccupati italiani che voi gli rubate il lavoro, per creare inimicizia tra i poveri, e questo non deve più accadere. Lo sappiamo che molti italiani subiscono queste stesse prepotenze senza muovere un dito; ma dovete capire che molti di noi, soprattutto i più bisognosi, sono stati derubati anche della loro dignità, e non sanno più dove trovarne una. Ma ve ne sono anche altri che l'hanno preservata e non si piegano e lottano; lottate con loro. Anche voi avete già dimostrato di averla ancora, e di saperla difendere, la dignità. Vi abbiamo visto in azione contro le nostre mafie, che volevano sottomettervi e imporvi le loro sporche regole; ma voi avete saputo reagire con grande dignità e determinazione, mentre molti nostri connazionali abbassano tristemente la testa davanti a loro, da lungo tempo, e non trovano di meglio che rifugiarsi in un silenzio omertoso (che forse è meno grave della complicità, ma certo è un po' più vigliacco).

Una seconda questione a cui dovreste prestare la massima attenzione è quella di rispettare, voi, le nostre leggi. Potrà sembrarvi quasi una pretesa, visto che molti italiani non lo fanno, e magari si arricchiscono proprio non rispettandole. Ma sono proprio loro che bisogna combattere; e allora, non possiamo comportarci come loro. Noi le regole vogliamo rispettarle e farle rispettare, invece; e quando non ci piacciono, vogliamo combattere per cambiarle; oppure scegliamo di andarcene in un altro posto. E non basta che le rispettiate voi, e noi, individualmente; dovreste, dovremmo, anche fare in modo che le rispettino i vostri e i nostri concittadini. Se ci capitasse di vedere qualcuno operare contro le leggi, dovremmo, noi e voi, intervenire tempestivamente per fargli cambiare idea, con i buoni argomenti oppure denunciandolo alle autorità: non consentiamo che il suo cattivo comportamento comprometta la nostra onorabilità.antirazzismocattivo 350 260
(Vorremmo anche aggiungere, tra parentesi e senza presunzione nei vostri confronti, che rispettare le nostre leggi - ovviamente non tutte perfette e facilmente rispettabili, molte da cambiare - può aggiungere qualcosa al vostro spirito. I nostri antichi antenati, i Romani, sul diritto si sono dati molto da fare, e in tempi moderni il loro grande ingegno nel fare le leggi ha arricchito l'intero mondo occidentale e non solo. È un onore essere coinvolti, per voi e per noi, in una cultura tanto antica e di così gran valore.)
Come avrete notato, abbiamo parlato prima del vostro diritto a vedere rispettate le leggi, poi del vostro dovere di rispettarle. State certi che molti di quei signori di cui parlavamo prima s'inalbereranno di fronte a questa nostra scelta. “Prima il diritto, poi il dovere?”, ci chiederanno arcigni. Sì, gli risponderemo noi, perché se mettessimo il diritto per secondo, i doveri diventerebbero ordini: i loro; e allora vorrebbe dire che la nostra libertà sarebbe già perduta, che sarebbe già perduta la nostra dignità. Ma libertà e dignità sono esattamente l'obiettivo della nostra lotta, quindi...
Comunque, nonostante l'ordine che abbiamo dato ai diritti e i doveri, bisogna sapere che essi non debbono mai essere separati, e che la rivendicazione degli primi deve sempre essere associata all'assunzione di responsabilità relativa ai secondi. Non perché ce lo imponga qualcuno, ma per nostra libera e consapevole scelta.

Un'altra cosa che potreste fare per farci uscire da questa insopportabile situazione, sarebbe imparare davvero la nostra lingua. Non ve lo diciamo, come fanno quelli di cui parlavamo prima, con l'intenzione di scacciarvi dal nostro Paese, ma al contrario proprio per invitarvi a restare e a vivervi nel miglior modo possibile. Molti italiani non la usano, la lingua italiana, e altri non la conoscono proprio; ma l'italiano è una lingua antichissima e bellissima, molto ricca ed eloquente. Siamo sicuri che imparandola ve ne innamorereste e vi sentireste immediatamente più ricchi di prima. Vi sono molte istituzioni e associazioni, anche qui da noi in Ciociaria, che organizzano corsi di lingua per i migranti; cercatele e partecipate, magari riuscirete a coinvolgere anche qualche italiano. Se poi, una volta imparata la nostra lingua, vorrete anche insegnarla ai parenti e agli amici che avete lasciato a casa, ve ne saremmo immensamente grati; forse anche loro.

Cari amici migranti, siete venuti col cappello in mano, e noi vi ringraziamo di non essere venuti coi forconi. Ma adesso riponetelo, il cappello; cercate di aiutarci a combattere i sopraffattori e a costruire una comunità che ci accolga e raccolga tutti. Potreste riuscirci, voi che continuate a chiamarvi fratelli.
In amicizia.

Frosinone 8 gennaio 2017

 

 
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