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Stupri di guerra. Intervista a Fabi e Loffredi

stupri guerra congo 350 260 mindi Lucia Fabi, Angelino Loffredi (video)- Sta facendo (giustamente) molto scalpore l’apertura di una indagine da parte del Procuratore Militare di Roma, Marco De Paolis, sugli stupri, gli assassinii e le rapine avvenute nel Lazio Meridionale nel 1944 ad opera dei militari appartenenti alle 4 Divisioni del Corps Espedizioner Francais ( CEF ). L’indagine è stata avviata sulla base di un esposto-denuncia predisposto dall’ "Associazione Vittime Marocchinate di Goumier". Si tratta di vicende drammatiche ricordate con il termine Marocchinate compiute non solo da soldati marocchini ma anche da algerini, tunisini, senegalesi, provenienti dalle colonie francesi e dalla Legione straniera. (completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Prede di guerra
  2. Stupro arma e premio
  3. Una battaglia di civiltà

Le donne prede di guerra

Delle quattro divisioni del CEF due erano composte da marocchini (la seconda – Fanteria- e la quarta di Montagna) dove erano inglobati tre Reggimenti- Goumier- che provenivano dalle montagne dell’Atlante. La terza era composta da soldati tunisini e prevalentemente da algerini, mentre la prima, denominata Francia Libera, era composta da uomini provenienti dalla Legione straniera e dai possedimenti coloniali.
Ci auguriamo che la ripresa di attenzione attorno al tema, l’indagine avviata dalla Procura Militare e le sollecitazioni che provengono dal sito unoetre.it favoriscano ulteriori e necessari approfondimenti e nuove conoscenze. Agli interessati al tema facciamo presente inoltre che nel 2016 abbiamo scritto un libro “Il dolore della memoria/Ciociaria 1943-1944“ che può essere letto (gratuitamente) da tutti. Basta cliccare su http://www.loffredi.it/il-dolore-della-memoria.html

Nello stesso tempo facciamo una raccomandazione. Le vicende di cui si discute sono drammatiche e vissute per tanti anni dalle donne e dalle famiglie in solitudine. Anticipiamo che c’è ancora tanto da raccontare per le tante omissioni e per la vergogna che sovrastò le stesse violentate, ma c’è anche la necessità e il dovere di saper ricordare partendo Ildolore dellamemoria Fabi Loffredi 350sempre da fonti e documenti. Ancora oggi leggiamo di un proclama, un editto, in verità non sappiamo come denominarlo del generale Alphonse Jiuin, comandante del CEF che facciamo conoscere.
«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete»

Questa dichiarazione da più di cinquanta anni è in circolazione ma manca del testo originale, della data e del luogo d’archiviazione. E’ privo dunque di presupposti storici oltre che discutibile anche per altre questioni ugualmente importanti e che ci accingiamo a sottolineare:
- La promessa di libertà, ovvero di indipendenza delle colonie, non venne mai posta. Il Generale De Gaulle non l’Stupridiguerra Marocchinate 350 260 minavrebbe mai permessa. Gli Algerini la ottennero solo nel 1962 dopo una crudele guerra di liberazione durata otto anni e pagata con 300.000 morti.
- Il riferimento alla promessa di trovare il vino più buono del mondo non può essere stata fatta da un generale cresciuto in Algeria, che conosceva i precetti della religione islamica che vietano di bere alcool. Se avesse scritto veramente quel testo sarebbe stata a rischio la sua credibilità da parte dei suoi soldati.
- Infine, la gestione delle 50 ore di violenze e rapine: chi è che dava il segnale di avvio e chi di chiusura? (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Lo stupro come arma e premio

La terribile verità è costituita dal fatto che i soldati del CEF non ebbero bisogno di autorizzazioni dal loro generale. Le violenze erano state commesse già nel luglio 1943 in Sicilia e nell’inverno 1943-1944 a Venafro, Acquafondata, Viticuso, Sant’Elia Fiumerapido.

Ricercare, raccogliere testimonianze e metterle a confronto. Ci abbiamo provato ma c’è ancora tanto da conoscere e verificare. Per esempio, attorno alla tolleranza e complicità verso tali crimini da parte degli ufficiali francesi e da parte dei soldati statunitensi. Non dimentichiamo, infatti, che soldati del CEF e statunitensi facevano parte della V Armata e combattevano sempre in modo coordinato.
La tolleranza e la complicità da quello che abbiamo ricavato furono prevalenti e con motivazioni diverse: la vendetta francese per “la pugnalata alle spalle“ del giugno 1940 e le violenze italiane in Costa azzurra, ma anche per debolezze e non determinazione nel fermare soldati che avevano rotto la Linea Gustav, stavano facendo arretrare i tedeschi pagando nello stesso tempo un alto tributo di sangue. Il silenzio americano si legava al fatto di non rompere rapporti con alleati che sapevano combattere. stupridiguerra 1 min

Nello stesso tempo abbiamo trovato e raccolto sia episodi di reazione armata di civili italiani che reagiscono e uccidono soldati del CEF, che di reazioni dei soldati americani che uccidono marocchini (Lenola) o di soldati americani che difendono donne (Giuliano di Roma) oppure di soldati del CEF che compostamente accompagnano una fila di cittadini a rientrare nel paese (sempre a Giuliano di Roma). A Ceccano abbiamo raccolto testimonianze ove risulta che un ufficiale francese abbia ucciso un marocchino, identificato come un violentatore, con un colpo di pistola alla testa. Sempre a Ceccano abbiamo ricevuto testimonianze che ufficiali americani hanno tollerato (giustificato) che cittadini ceccanesi uccidessero marocchini per difendersi da violenze.

Un sacerdote di Vallecorsa, don Alfredo Salutini, nel suo libro ”Le mie memorie in tempo di guerra“ riporta di essere stato per diversi giorni collaboratore dei Francesi, di essersi opposto alla consegna delle armi appartenenti ai suoi concittadini perché dovevano servire a difendersi dai violentatori, di essere stato in grado di far arrestare alcuni stupratori ma il giorno del processo alcune violentate “si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni e volevano dimenticare”.

Il dramma della violenza è stato vissuto dalle donne individualmente, in solitudine e con vergogna. Solo in rari momenti è stato socializzato. In una società sessuofobica e maschilista le donne non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno stato che non prese mai le loro difese. Proprio per queste situazioni bisogna rendere merito al ruolo svolto dall’Associazione Donne Italiane (UDI) che seppe lottare contro chi auspicava la necessità di dimenticare. È l’UDI che nel 1948, attraverso Maddalena Rossi, Adriana Molinari, Lea Locatelli e Lina Paniccia solleva la questione degli indennizzi, della cura delle violentate e dei loro familiari. Questioni non semplici da affrontare. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Una grande battaglia di civiltà

E’ difficile anche per noi raccontare che il 14 ottobre 1951 una iniziativa promossa dall’UDI a Pontecorvo venne ostacolata dalla Questura per motivi d’ordine morale perché di sesso non si doveva parlare. Le donne provenienti da San Giorgio a Liri, Castro dei Volsci, Ceccano, Amaseno, Vallecorsa, Pico, Vallemaio, Pastena furono fatte scendere con la forza dagli autobus ma coraggiosamente furono in grado di raggiungere il Supercinema e qualcuna di queste riuscì a parlare per rendere pubblica la loro sofferenza, rendendo la manifestazione drammatica e appassionata. È anche difficile per noi riportare che la interpellanza di Maddalena Rossi, deputata del PCI, riguardante tale argomento venisse discussa in seduta notturna il 7 aprile 1952 perché il tema era ritenuto peccaminoso e non consono alla istituzione. Il sottosegretario Tiziano Tessitore, democristiano, intervenendo ebbe la sfrontatezza di mettere sullo stesso piano le violenze carnali con quelle degli incidenti stradali e delle vedove di guerra. Costui non fu in grado di distinguere la gravità che la drammatica la sorte toccata alle violentate era diversa dalle altre perché le donne che avevano perso un marito o un figlio in guerra sapevano che quel lutto era sostenuto da milioni di persone mentre il dramma delle violate non veniva ne condiviso ne legalmente riconosciuto.
Dopo una discussione tesa, imbarazzata, in una Camera composta a grandissima maggioranza da uomini, di fronte al cinismo e alla insensibilità del sottosegretario, Maddalena Rossi fu costretta ad urlargli “Come si vede che ella non è donna“. Solo una sensibilità femminile, infatti, poteva essere in grado di cogliere il significato emotivo e il riflesso psicologico degli stupri e le conseguenze prodotte sulle violentate per il resto della loro vita.stupridi guerra congo violenze min

Discutiamo, dunque, raccontiamo, documentiamo approfondiamo, contestualizziamo ma facciamo attenzione a non rimanere prigionieri di un certo provincialismo, ovvero quello di ricordare il dolore e la sofferenza solo delle nostre donne. Questo sarebbe un errore. Se ricordiamo che anche i soldati italiani esercitarono violenze in Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Etiopia, Eritrea, Libia non lo facciamo per bilanciare o per esseri equidistanti ma per sollevare una questione molto più grande e sempre dimenticata. Nella storia dell’umanità tutte le guerre si sono combattute, nella parte finale, sul corpo delle donne. I vincitori, attraverso il dominio del corpo della donna, vogliono rappresentare la conquista del territorio e la donna è nello stesso tempo preda e oggetto. In teoria lo stupro è considerato da tutti inaccettabile ma nella sostanza è interiorizzato come qualcosa di inevitabile. Si tratta di una concezione inconsapevolmente più diffusa di quanto si possa pensare, sedimentata attraverso secoli, che partendo da Platone e attraversando le religioni monoteiste ha ritenuto la donna non soggetta di diritti, condizionando così l’ordinamento giuridico, il costume e la cultura. È un dovere per tutti sconfiggere tale pensiero.
Dobbiamo aspettare l’anno 2008 per vedere approvata il 21 giugno dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Risoluzione 1820 che ritiene lo Stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Balza agli occhi di tutti il notevole ritardo con cui arriva questa doverosa scelta. Tale Risoluzione può essere considerata un primo mattone per coniugare le buone intenzioni ai provvedimenti sanzionatori. E’ necessario passare alla internazionalizzazione della sofferenza. Difendere oggi le donne violate di tutto il mondo, a cominciare da quelle che vengono colpite in questi giorni in Siria, Yemen, Irak, Afganistan e pretendere giuste sanzioni per i violentatori significa predisporre (per domani) una difesa per le nostre donne.
Si tratta di una grande battaglia di civiltà, forse la più importante.

 

 

 

 

Video intervista a Lucia Fabi e Angelino Loffredi a cura di Ignazio Mazzoli

 

 

 

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Stupri di guerra. Intervista a Fabi e Loffredi

stupri guerra congo 350 260 mindi Lucia Fabi, Angelino Loffredi (video)- Sta facendo (giustamente) molto scalpore l’apertura di una indagine da parte del Procuratore Militare di Roma, Marco De Paolis, sugli stupri, gli assassinii e le rapine avvenute nel Lazio Meridionale nel 1944 ad opera dei militari appartenenti alle 4 Divisioni del Corps Espedizioner Francais ( CEF ). L’indagine è stata avviata sulla base di un esposto-denuncia predisposto dall’ "Associazione Vittime Marocchinate di Goumier". Si tratta di vicende drammatiche ricordate con il termine Marocchinate compiute non solo da soldati marocchini ma anche da algerini, tunisini, senegalesi, provenienti dalle colonie francesi e dalla Legione straniera. (completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Prede di guerra
  2. Stupro arma e premio
  3. Una battaglia di civiltà

Le donne prede di guerra

Delle quattro divisioni del CEF due erano composte da marocchini (la seconda – Fanteria- e la quarta di Montagna) dove erano inglobati tre Reggimenti- Goumier- che provenivano dalle montagne dell’Atlante. La terza era composta da soldati tunisini e prevalentemente da algerini, mentre la prima, denominata Francia Libera, era composta da uomini provenienti dalla Legione straniera e dai possedimenti coloniali.
Ci auguriamo che la ripresa di attenzione attorno al tema, l’indagine avviata dalla Procura Militare e le sollecitazioni che provengono dal sito unoetre.it favoriscano ulteriori e necessari approfondimenti e nuove conoscenze. Agli interessati al tema facciamo presente inoltre che nel 2016 abbiamo scritto un libro “Il dolore della memoria/Ciociaria 1943-1944“ che può essere letto (gratuitamente) da tutti. Basta cliccare su http://www.loffredi.it/il-dolore-della-memoria.html

Nello stesso tempo facciamo una raccomandazione. Le vicende di cui si discute sono drammatiche e vissute per tanti anni dalle donne e dalle famiglie in solitudine. Anticipiamo che c’è ancora tanto da raccontare per le tante omissioni e per la vergogna che sovrastò le stesse violentate, ma c’è anche la necessità e il dovere di saper ricordare partendo Ildolore dellamemoria Fabi Loffredi 350sempre da fonti e documenti. Ancora oggi leggiamo di un proclama, un editto, in verità non sappiamo come denominarlo del generale Alphonse Jiuin, comandante del CEF che facciamo conoscere.
«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete»

Questa dichiarazione da più di cinquanta anni è in circolazione ma manca del testo originale, della data e del luogo d’archiviazione. E’ privo dunque di presupposti storici oltre che discutibile anche per altre questioni ugualmente importanti e che ci accingiamo a sottolineare:
- La promessa di libertà, ovvero di indipendenza delle colonie, non venne mai posta. Il Generale De Gaulle non l’Stupridiguerra Marocchinate 350 260 minavrebbe mai permessa. Gli Algerini la ottennero solo nel 1962 dopo una crudele guerra di liberazione durata otto anni e pagata con 300.000 morti.
- Il riferimento alla promessa di trovare il vino più buono del mondo non può essere stata fatta da un generale cresciuto in Algeria, che conosceva i precetti della religione islamica che vietano di bere alcool. Se avesse scritto veramente quel testo sarebbe stata a rischio la sua credibilità da parte dei suoi soldati.
- Infine, la gestione delle 50 ore di violenze e rapine: chi è che dava il segnale di avvio e chi di chiusura? (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Lo stupro come arma e premio

La terribile verità è costituita dal fatto che i soldati del CEF non ebbero bisogno di autorizzazioni dal loro generale. Le violenze erano state commesse già nel luglio 1943 in Sicilia e nell’inverno 1943-1944 a Venafro, Acquafondata, Viticuso, Sant’Elia Fiumerapido.

Ricercare, raccogliere testimonianze e metterle a confronto. Ci abbiamo provato ma c’è ancora tanto da conoscere e verificare. Per esempio, attorno alla tolleranza e complicità verso tali crimini da parte degli ufficiali francesi e da parte dei soldati statunitensi. Non dimentichiamo, infatti, che soldati del CEF e statunitensi facevano parte della V Armata e combattevano sempre in modo coordinato.
La tolleranza e la complicità da quello che abbiamo ricavato furono prevalenti e con motivazioni diverse: la vendetta francese per “la pugnalata alle spalle“ del giugno 1940 e le violenze italiane in Costa azzurra, ma anche per debolezze e non determinazione nel fermare soldati che avevano rotto la Linea Gustav, stavano facendo arretrare i tedeschi pagando nello stesso tempo un alto tributo di sangue. Il silenzio americano si legava al fatto di non rompere rapporti con alleati che sapevano combattere. stupridiguerra 1 min

Nello stesso tempo abbiamo trovato e raccolto sia episodi di reazione armata di civili italiani che reagiscono e uccidono soldati del CEF, che di reazioni dei soldati americani che uccidono marocchini (Lenola) o di soldati americani che difendono donne (Giuliano di Roma) oppure di soldati del CEF che compostamente accompagnano una fila di cittadini a rientrare nel paese (sempre a Giuliano di Roma). A Ceccano abbiamo raccolto testimonianze ove risulta che un ufficiale francese abbia ucciso un marocchino, identificato come un violentatore, con un colpo di pistola alla testa. Sempre a Ceccano abbiamo ricevuto testimonianze che ufficiali americani hanno tollerato (giustificato) che cittadini ceccanesi uccidessero marocchini per difendersi da violenze.

Un sacerdote di Vallecorsa, don Alfredo Salutini, nel suo libro ”Le mie memorie in tempo di guerra“ riporta di essere stato per diversi giorni collaboratore dei Francesi, di essersi opposto alla consegna delle armi appartenenti ai suoi concittadini perché dovevano servire a difendersi dai violentatori, di essere stato in grado di far arrestare alcuni stupratori ma il giorno del processo alcune violentate “si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni e volevano dimenticare”.

Il dramma della violenza è stato vissuto dalle donne individualmente, in solitudine e con vergogna. Solo in rari momenti è stato socializzato. In una società sessuofobica e maschilista le donne non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno stato che non prese mai le loro difese. Proprio per queste situazioni bisogna rendere merito al ruolo svolto dall’Associazione Donne Italiane (UDI) che seppe lottare contro chi auspicava la necessità di dimenticare. È l’UDI che nel 1948, attraverso Maddalena Rossi, Adriana Molinari, Lea Locatelli e Lina Paniccia solleva la questione degli indennizzi, della cura delle violentate e dei loro familiari. Questioni non semplici da affrontare. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Una grande battaglia di civiltà

E’ difficile anche per noi raccontare che il 14 ottobre 1951 una iniziativa promossa dall’UDI a Pontecorvo venne ostacolata dalla Questura per motivi d’ordine morale perché di sesso non si doveva parlare. Le donne provenienti da San Giorgio a Liri, Castro dei Volsci, Ceccano, Amaseno, Vallecorsa, Pico, Vallemaio, Pastena furono fatte scendere con la forza dagli autobus ma coraggiosamente furono in grado di raggiungere il Supercinema e qualcuna di queste riuscì a parlare per rendere pubblica la loro sofferenza, rendendo la manifestazione drammatica e appassionata. È anche difficile per noi riportare che la interpellanza di Maddalena Rossi, deputata del PCI, riguardante tale argomento venisse discussa in seduta notturna il 7 aprile 1952 perché il tema era ritenuto peccaminoso e non consono alla istituzione. Il sottosegretario Tiziano Tessitore, democristiano, intervenendo ebbe la sfrontatezza di mettere sullo stesso piano le violenze carnali con quelle degli incidenti stradali e delle vedove di guerra. Costui non fu in grado di distinguere la gravità che la drammatica la sorte toccata alle violentate era diversa dalle altre perché le donne che avevano perso un marito o un figlio in guerra sapevano che quel lutto era sostenuto da milioni di persone mentre il dramma delle violate non veniva ne condiviso ne legalmente riconosciuto.
Dopo una discussione tesa, imbarazzata, in una Camera composta a grandissima maggioranza da uomini, di fronte al cinismo e alla insensibilità del sottosegretario, Maddalena Rossi fu costretta ad urlargli “Come si vede che ella non è donna“. Solo una sensibilità femminile, infatti, poteva essere in grado di cogliere il significato emotivo e il riflesso psicologico degli stupri e le conseguenze prodotte sulle violentate per il resto della loro vita.stupridi guerra congo violenze min

Discutiamo, dunque, raccontiamo, documentiamo approfondiamo, contestualizziamo ma facciamo attenzione a non rimanere prigionieri di un certo provincialismo, ovvero quello di ricordare il dolore e la sofferenza solo delle nostre donne. Questo sarebbe un errore. Se ricordiamo che anche i soldati italiani esercitarono violenze in Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Etiopia, Eritrea, Libia non lo facciamo per bilanciare o per esseri equidistanti ma per sollevare una questione molto più grande e sempre dimenticata. Nella storia dell’umanità tutte le guerre si sono combattute, nella parte finale, sul corpo delle donne. I vincitori, attraverso il dominio del corpo della donna, vogliono rappresentare la conquista del territorio e la donna è nello stesso tempo preda e oggetto. In teoria lo stupro è considerato da tutti inaccettabile ma nella sostanza è interiorizzato come qualcosa di inevitabile. Si tratta di una concezione inconsapevolmente più diffusa di quanto si possa pensare, sedimentata attraverso secoli, che partendo da Platone e attraversando le religioni monoteiste ha ritenuto la donna non soggetta di diritti, condizionando così l’ordinamento giuridico, il costume e la cultura. È un dovere per tutti sconfiggere tale pensiero.
Dobbiamo aspettare l’anno 2008 per vedere approvata il 21 giugno dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Risoluzione 1820 che ritiene lo Stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Balza agli occhi di tutti il notevole ritardo con cui arriva questa doverosa scelta. Tale Risoluzione può essere considerata un primo mattone per coniugare le buone intenzioni ai provvedimenti sanzionatori. E’ necessario passare alla internazionalizzazione della sofferenza. Difendere oggi le donne violate di tutto il mondo, a cominciare da quelle che vengono colpite in questi giorni in Siria, Yemen, Irak, Afganistan e pretendere giuste sanzioni per i violentatori significa predisporre (per domani) una difesa per le nostre donne.
Si tratta di una grande battaglia di civiltà, forse la più importante.

 

 

 

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Stupri di Monza: qualche interrogativo sulla legge 107 è d'obbligo

a scuola studentessedi Daniela Mastracci - Si avvia un’istruttoria? E’ il minimo! La inqualificabile vicenda di Monza relativa alle violenze sessuali ai danni delle studentesse in alternanza scuola-lavoro probabilmente fa emergere una grave lacuna nell’articolato della legge 107 a proposito dell’alternanza stessa. Si aprono due scenari di indagine a questo punto. Per un verso, a proposito delle responsabilità, su quali dei soggetti coinvolti potranno ricadere? Per un altro verso, la domanda che sembra venire fuori anche dai commenti su Facebook riguarda la valutazione degli studenti in attività di alternanza.

Ricordiamoci sempre che l’alternanza scuola-lavoro riguarda i nostri studenti e i nostri figli

E’ possibile pensare che l’apertura dell’istruttoria lasci emergere contraddizioni dentro la legge? Oppure inadeguatezze giuridiche? Oppure una certa qual superficialità nella scrittura degli articoli della 107? Intanto vogliamo ricordare che l’alternanza scuola lavoro riguarda i nostri studenti: tutte le scuole superiori secondarie sono partecipi di questi percorsi tra il didattico e il lavorativo. Non vogliamo entrare nel merito passando attraverso critiche, pur legittime, all’alternanza nel suo complesso (quanto a sfruttamento di lavoro minorile, cioè). Ma vogliamo tenere fermo il punto drammatico che è emerso con la vicenda di Monza.
Dal punto di vista delle responsabilità, va detto che l’Assessore all’Istruzione della Regione Lombardia, Valentina Aprea, si dichiara parte civile, a tutela dell’amministrazione e degli studenti: cioè, come già detto, si apre un’istruttoria per verificare l’intera vicenda alla luce delle “colpe” attribuibili all’imprenditore che gestisce ed opera entro i centri estetici dove i fatti sono accaduti.

A chi sono affidati gli studenti?

La domanda nostra è: gli studenti sono accompagnati nelle strutture che li ospitano da insegnanti della loro scuola? Ovvero il cosiddetto tutor interno è presente durante l’attività di alternanza? Troviamo che tale presenza “NON sia un obbligo”.
Ci riferiamo ad un articolo esplicativo uscito su La tecnica della Scuola il 28 ottobre 2016
La recente faq del Miur chiarisce che NON è prevista la presenza obbligatoria del tutor scolastico in azienda durante lo svolgimento delle attività di alternanza: «I suoi compiti di assistere e guidare lo studente nei percorsi di alternanza e verificarne il corretto svolgimento possono essere svolti a distanza, oppure durante incontri organizzati presso la scuola. L’importante è che lo studente in azienda sia seguito dal tutor formativo esterno designato dalla struttura ospitante, che ha il compito di assistere il giovane nel suo percorso di apprendimento attraverso il lavoro».

Sembra cioè che gli studenti possano essere lasciati sotto la sola responsabilità del cosiddetto tutor esterno. Agli studenti mancherebbe quindi l’apporto-supporto di loro insegnanti. Le famiglie lasciano con tranquillità i loro figli alla responsabilità della scuola: già qui si apre dunque una discussione su quanto e come siano informate le famiglie a proposito delle ore in cui i loro figli sono invece presso le sedi scelte per l’attività di alternanza. Inoltre ci sarebbe da chiedersi se il ministero abbia o no un albo relativo alle aziende, servizi vari, presso cui gli studenti vengono inseriti; e se c’è tale albo, come vengono scelti i soggetti, in base a quali requisiti e trasparenza? Ovvero come possiamo essere certi che gli studenti siano affidati a tutor esterni censiti e selezionati, e perciò ritenuti affidabili? Inoltre il fatto che non ci siano obbligatoriamente gli insegnanti come accompagnatori, come può ciò rendere tutelato dalla scuola il percorso di alternanza?

La legge 107 non è chiara ed è superficiale

La legge 107 non determina in modo chiaro tali problemi, e interpretazioni sono perciò possibili; tanto più che la legge stessa lascia molto margine di manovra alle scuole stesse che possono progettare e portare avanti in modo autonomo i percorsi di alternanza, visto anche il legame con i rispettivi territori e quindi con la platea di soggetti differenti con cui progettare i percorsi stessi. Insomma un universo differenziato, non a priori selezionato e, soltanto dopo ciò, immesso in un qualche albo a garanzia di affidabilità e pertinenza con i percorsi scolastici degli istituti, accoglie studentesse e studenti per effettuare le ore di alternanza.
Ecco che sembra aprirsi una lacuna nelle maglie della legge. Allora ci auguriamo che l’istruttoria possa farle emergere tutte, e riaprire la discussione almeno sugli articoli e decreti attuativi che riguardano l’alternanza scuola lavoro. In proposito citiamo la fonte della CGIl dove è scritto chiaramente che pur in presenza di un Registro nazionale per l’alternanza scuola lavoro, presso le Camere di Commercio la notizia più clamorosa è la seguente: non vi sarebbe alcun obbligo per le scuole, a partire dal 2016, di sottoscrivere convenzioni esclusivamente con i soggetti iscritti nel registro nazionale per l’alternanza scuola lavoro istituto presso le Camere di commercio. Infatti la “Guida” recita testualmente: «Le convenzioni possono essere stipulate, tuttavia, anche con imprese, musei e luoghi di cultura e di arte, istituzioni, che non sono presenti nel Registro nazionale per l’alternanza scuola lavoro. La mancata iscrizione del soggetto ospitante nel suddetto Registro non preclude, quindi, la possibilità, da parte del suddetto soggetto, di accogliere studenti per esperienze di alternanza.»
(http://www.flcgil.it/attualita/formazione-lavoro/formazione-integrata/alternanza-scuola-lavoro-la-guida-operativa-del-miur.flc)

Cosa si è già scritto


Per quanto riguarda il punto sulla valutazione, a scanso di equivoci riportiamo un altro articolo de La Tecnica della Scuola, apparso il 7-11-2016, che chiarisce in proposito
1^ fase della valutazione: «l’esperienza in sé L’ASL (Alternanza Scuola-Lavoro) è frutto di una co-progettazione con la struttura ospitante e si conclude con la valutazione CONGIUNTA dell’attività svolta dallo studente da parte del tutor interno e del TUTOR ESTERNO, che fornisce alla scuola ogni elemento atto a verificare e valutare le attività dello studente e l’efficacia dei processi formativi.»

3^ fase della valutazione: il Consiglio di classe
«valutazione del percorso in alternanza è PARTE INTEGRANTE della valutazione finale dello studente ed incide sul livello dei risultati di apprendimento conseguiti nell’arco del secondo biennio e dell’ultimo anno del corso di studi. In sede di scrutinio, il Consiglio di classe deve avere disposizione tutte le informazioni, i report e la certificazione delle competenze acquisite con l’esperienza fatta dallo studente.
La valutazione degli esiti delle attività di alternanza riguarda:
la ricaduta sugli apprendimenti disciplinari;
la ricaduta sul voto di condotta, tenendo conto del comportamento dello studente durante l’attività nella struttura ospitante e valorizzando il ruolo attivo e propositivo eventualmente manifestato ed evidenziato dal tutor esterno;
l’attribuzione dei crediti, in coerenza con i risultati di apprendimento in termini di competenze acquisite relative all’indirizzo di studi frequentato.»
Da ultimo ricordiamo che l’alternanza scuola-lavoro è stata inserita nel nuovo esame di stato, sia in termini di ammissione all’esame stesso, sia come percorso da “raccontare” da parte del candidato, durante il colloquio finale (si veda in proposito l’articolo 13 del DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 62. Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato, a norma dell'articolo 1, commi 180 e 181, lettera i), della legge 13 luglio 2015, n. 107. (17G00070). (GU n.112 del 16-5-2017 - Suppl. Ordinario n. 23) Vigente al: 31-5-2017)»


Ce n'è abbastanza per una istruttoria seria e approfondita?

 
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