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Costituente PCI. Ricordi e interrogativi tanti

bandiere rosse a piazza del popolo 350 260di Ignazio Mazzoli - Il 21 maggio 2016 Frosinone ha ospitato l’assemblea costituente del Pci. Stesso simbolo del partito che fra gli anni 1989-1992 fu messo in archivio da Achille Occhetto generando Pds poi Ds ed una profonda lacerazione da cui nacque Rifondazione comunista. Il simbolo era in possesso di Occhetto che oggi lo ha messo a disposizione dei compagni del PCd’I.
Innegabile l’effetto emotivo di rivedere in circolazione quel simbolo così glorioso. !921-1992, 71 anni di grandi battagli e tanti nuovi diritti acquisiti ai lavoratori e alla società italiana. (clicca sui titoli qui sotto par cambiare pagina e  leggere l'intero articolo diviso in 4 parti)

  1. Un simbolo
  2. Che serve oggi?
  3. Fare opposizione
  4. Il sogno concreto

Un simbolo

Sono stato invitato a questa assemblea e ho partecipato con interesse insieme a molti interrogativi.. Il primo, che forza può avere la resurrezione del nome Pci e del suo simbolo originario? Poi ancora. Che cosa potrà aggregare? Cosa è successo in questi 27 anni, dal 1989 che faccia ritenere che quel nome e quel simbolo abbiano una forza di traino ancora dinamica e in grado di esercitare un ruolo nella società? Questa ed altre domande avevo in testa anche quando sono intervenuto come testimone di una stagIl Pciione della politica ormai conclusa. Certo, bisognerà attendere il primo congresso di questa formazione, che si svolgerà in autunno, per avere, almeno in parte, alcune risposte.
Ora posso fare solo alcune considerazione sulla base della relazione di Oreste Della Posta e degli interventi degli ospiti fra i quali si colloca anche il mio da cui riprenderò alcune affermazioni.
Mi è stato chiesto di ricordare. Ma ricordare cosa per un partito che nasce e deve fronteggiare questa difficile attualità? Ho pensato a lungo, ma ciò che mi veniva in mente era solo: che deve fare un partito oggi?
“Questo partito è un animale strano – diceva Palmiro Togliatti del Pci – come la giraffa. Un lungo collo che gli permette di arrivare dove altri non arrivano”. A questo pensavo. Era insieme un partito di quadri e di massa. Popolo e dirigenti in un dialogo continuo. Un popolo, quello comunista, inserito nella società e nei luoghi di lavoro che rendeva il Pci attento, quasi sempre, alle modificazioni ed alle esigenze vecchie e nuove che si facevano avanti. Ho così riannodato i ricordi della costruzione in fabbrica della presenza comunista. In particolare la presenza nella Fiat di Piedimonte che rappresentò il riscatto di un ritardo, quello con cui affrontammo l’industrializzazione in questa provincia, dalla Valle del Sacco al cassinate. Tutti i meccanismi di assunzione erano in mano alle forze di governo senza alcuna trasparenza. Avvicinarsi a questi lavoratori e conquistarli alla causa della difesa dei loro diritti non era semplice.Rinasce il Pci Fu dura la costruzione di un partito radicato nei luoghi di lavoro, ma il dialogo con tutti, anche quelli di altri partiti, sui problemi dei tempi di produzione (il salario, lo sfruttamento, la salubrità dell’ambiente di lavoro, i trasporti dai tanti comuni ciociari alla fabbrica) fecero il miracolo di far nascere una comunità più attenta e più partecipa ai fatti della società e della politica. Grande fu lo sviluppo della sindacalizzazione, dell’iniziativa di Cgil, Cisl e Uil, in primo luogo. Grandissime le conquiste della fine degli anni ‘60 e per tutti gli anni ’70 in Italia, il welfare moderno con una sanità pubblica per davvero e lo Statuto dei diritti dei lavoratori, un scuola aperta a tutti, per citare quelle che mi appaiono le più importanti.
Sicuramente il radicamento del Pci era un vantaggio certo rispetto ad altre formazioni politiche, ma non era l’unico. Una grande forza attrattiva gli proveniva dalla dialettica interna. Dal modo come, centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di iscritti discutevano di obiettivi politici, di orientamenti, di rivendicazioni. Non dimenticherò l’attenzione e la passione con cui in questa provincia decine e decine di assemblee di sezione discussero la condanna al Pcus dopo l’invasione della Cecoslovacchia e altrettanto furono gli incontri, numerosi e vivaci, sulla proposta di compromesso storico avanzata da Enrico Berlinguer. Senso critico assai acuto e ricerca di comprensioni delle posizione diverse spesso trovavano punti d’incontro, ma a volte apparivano inconciliabili. Discussioni vere, quindi, e non per un posto in giunta o per un favore. I momenti elettorali avevano i loro definiti spazi.

Che seve oggi?

Cosa c’è in questi esempi che possa essere un‘indicazione per l’oggi. Non tutto, ma certamente qualcosa. E’ vero esistono lavori diversi, organizzati in forme assai varie, ma in ognuno di essi ci sono bisogni da soddisfare e diritti da rivendicare. Basta pensare che tantissime partite-iva non sono altro che una variante di lavoro subalterno sfruttato vuoi dai possessori di software, che da quelli di materie prime o di brevetti ecc., senza mai dimenticare che c’è ancora tanto, ma tanto lavoro dipendente, in fabbrica e non solo.
Molto quindi è cambiato tranne una cosa, diritti, migliori condizioni di vita, vero ascensore sociale si possono conquistare solo con la lotta. E questa purtroppo manca. Questa strano, diffuso convincimento che impone di non disturbare il guidatore, l’adorazione del feticcio della governabilità (anche quando si governa male), hanno per ora ucciso la partecipazione tanto che la sfiducia verso i partiti e la loro azione hanno prodotto finanche una spaventosa astensione dal voto.
Non solo questo, soprattutto oggi siamo in un quadro del tutto cambiato, a partire dal potere nello scenario internazionale. La tanto invocata globalizzazione altro non è che la più scalmanata centralizzazione del potere politico della finanza internazionale che non ha avversari e neppure contrappesi. Ad essa si contrappongono truppe sparse e sbandate. Nessuna solidarietà internazionale come hanno sperimentato i greci e lo stesso Tsipras.
Non credete che prima di tutto ci vorrebbe una internazionale dei diritti del lavoro e di quelli sociali? Il senato virtuale che governa il mondo e si accanisce contro le Costituzioni europee nate dalle Resistenze che hanno abbattuto il nazismo dovrebbe avere come avversario almeno un movimento sindacale con obiettivi internazionali comuni. O no?

C’è invece un grande caos, nel quale ogni cosa che si muove è criminalizzata. Non più equilibri, tutto quello che non è sistema finanziario-economico delle multinazionali (soprattutto Usa) è terrorismo, come tutto quello che non è austerità è populismo lasciando in mano ai terroristi veri interi territori o consegnandoli a dittatori militari come l'Egitto in cui si massacra uno studioso di problemi del lavoro e dei lavoratori come l’italiano Giulio Regeni. Addio primavere arabe, ma anche addio all’Europa dei popoli quale era stata disegnata e sognata in primo luogo da Altiero difesa costituzione foto aleandro biagianti 350 260Spinelli e da coloro che volevano garantire diritti sociali e civili ad una Europa pacificata senza più guerre.
La “deforma costituzionale” è l’imperioso segnale dell’attacco ai diritti sociali ed economici del popolo italiano. Come non condividere l’affermazione di Della Posta quando ha ricordato che la cancellazione dell’articolo 18 non riuscì a Berlusconi ed invece Renzi ha potuto farla autodefinendosi di sinistra senza alcuna opposizione, al contrario di quanto sta avvenendo in questi giorni in Francia dove una mobilitazione senza sosta da giorni coinvolge milioni di lavoratori e cittadini di ogni età contro una legge simile a Jobs Act che li vuole privare di diritti acquisiti.
In Italia nessuno ha chiamato cittadini e lavoratori alla lotta. Ecco manca una forza politica che li tuteli insieme ai più deboli e ai più poveri. Questo occorre oggi. Ci sono le energie? Penso di si. Molti cervelli si dedicano ormai solo a ricostruire con precisione e passione il passato. Il nostro passato anche recente. La resistenza antifascista, la nascita della Costituzione per trarre da quelle vicende esempi ed insegnamenti. Giusto, una visione corretta e oggettiva della memoria è cosa importantissima.
Oggi siamo precipitati in un moderno medioevo. Nei secoli dal 476 d.C. al 1500 la conoscenza e la conservazione del passato furono l’alimento del risveglio rinascimentale. Non possiamo aspettare 10 secoli. Serve un grande risveglio. Subito. Oggi serve presenza e partecipazione, perché questo medioevo moderno cessi anche in considerazione del fatto che tante cose buone ce l’eravamo conquistate e ora ci vengono tolte brutalmente.

Fare opposizione

Sarebbe bello e utile che tutte queste forze ritornassero anche alla lotta quotidiana, per battere la delusione, la sfiducia e l'astensionismo a partire dalla lotta per difendere i diritti conquistati e affermarne di nuovi, impedendo il massacro della Costituzione nata dalla Resistenza. Il referendum, sulle proposte modifiche, merita una trattazione a parte, ma per ora vale ricordare che anche per chi condivide, come il sottoscritto, il monocameralismo è inaccettabile la riforma di Renzi e della Boschi che insieme alla legge elettorale ”Italicum” produrrà un Parlamento di nominati peggio del vecchio Porcellum. Addio potere popolare.
Credo che un nuovo impegno di opposizione, di lotta che muovano subito dalle emergenze del profondo disagio sociale, disoccupazione, povertà, gestioni privatistiche dei servizi di prima utilità a partire dall’acqua e dalla sanità, non possa però non comprendere anche un riesame serio degli errori che si sono compiuti.
Non credo che basti rimpiangere il Pci. Neppure credo che basti condannare chi ha operato per il superamento di quel partito e dei partiti comunisti. Il movimento operaio alla fine degli anni ’80 ha vissuto una tragica sconfitta che, pure si preannunciava. Perché? Per gli errori del campo cosiddetto “socialista” che non aveva consentito, in primo luogo, il dispiegamento della democrazia in quelle società che guidava; i partiti comunisti nel loro insieme, ma non solo loro anche i quelli socialisti e socialdemocratici non avevano colto cosa si muoveva nel campo avversario del capitalismo, che insieme alla spinte più feroci ispirate dalla scuola di Detroit che predicava e attuava dittature di lacrime e sangueTTIP come in Cile ed in Indonesia, si muovevano altre spinte che stavano scegliendo strade diverse per imporre quella che il guerrafondaio Edward Luttwak chiama abitualmente la dittatura del capitale. Attacco all’autodeterminazione dei singoli Paesi, trattati commerciali internazionali (vedi TTIP) in aperto conflitto con gli interessi dei consumatori non solo europei ma di tutto il mondo in ossequio ai voleri delle grandi multinazionali, sono ormai pratica corrente.
Solo Enrico Berlinguer percepì il percolo. La sua battaglia per cambiare l’atteggiamento del “suo” partito ormai avviato verso il politicismo fu interrotta dalla sua morte. Chi quella lezione ha voluto dimenticare ha riversato a piene mani nel PD la sua smemoratezza di valori e di insegnamenti e, non sono certo, eredi di quel partito e dell’insegnamento dei suoi dirigenti come Berlinguer. Qualche tempo addietro Aldo Tortorella ebbe a dire, in sintonia con Emanuele Macaluso che proprio non è il più vicino ai suoi convincimenti, che un limite serio l’avevamo avuto nel Pci. Nulla di simile all’elaborazione per l’VIII congresso si era ripetuto negli anni successivi. Cioè, cosa cambiava nella società, nell’economia, nelle centrali del potere e dei poteri non aveva beneficiato dello studio e dell’elaborazione necessaria a definire orientamenti e obiettivi adeguati. Bisogna allora, anche, dire che, pur essendo stati decisivi nella conquista di tanti diritti civili, ci siamo arrivati tardi a cogliere la loro importanza. Non è recriminazione, ma soltanto l’accertamento che è insostituibile lo studio e la valutazione autonomi da parte di un forza politica per cogliere la necessità dei cambiamenti e delle proposte conseguenti.. Oggi più che mai, manca tutto ciò.
Condivido le critiche di alcuni compagni alla svolta dell’89, detta della Bolognina e completata nel ’92. Non la ripercorro qui, rinvio al bel libro di Luca Telese “Qualcuno era comunista” che rivela bene luci, ombre e limiti seri di quell’operazione. Dico, per chiarezza del mio pensiero, che non sono in sintonia con chi avrebbe lasciato tutto com’era. Di fronte alla dura sconfitta del movimento operaio e delle sue rappresentanze politiche costituita dai partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici, non ci si poteva far camminare sopra dai fatti che precipitavano e dagli avversari che volevano la cancellazione di un grande patrimonio di conquiste sociali (come è chiaro oggi). Era opportuno fare politica, stare nell’agone, per salvare il meglio delle realizzazioni sociali del 1900.

Il sogno concreto

Ma proprio qui casca l’asino. Siamo finiti nella spirale della cosiddetta “responsabilità”, perdendo di vista che la ragione del nostro essere era e doveva restare il riscatto e la liberazione del lavoro e dei lavoratori dalla sudditanza al capitale. Avendolo come obiettivo chiaro anche se raggiungibile nei modi e tempi possibili e attraverso tutti gli obbligati passaggi tattici. Questa è la speranza. Il “sogno” come ama dire qualcuno. Si deve sapere dove si vuol arrivare. Altrimenti mai esisterà un mondo nuovo. Non ci saranno la forza e le gambe per ottenere un sistema giusto e un diverso modo di essere cittadini con diritti e doveri in un quadro di relazioni sociali che offrono opportunità reali a tutte e a tutti. Si badi bene, tutto ciò non è in un libro dei sogni perché nella “Costituzione più bella del mondo” nata dalla Resistenza, già sono codificati come diritti nella sua prima parte e ben son tutelati dalle norme previste nella seconda parte. Che significa, che nulla si può modificare? No. Certo che no. Significa che questi meccanismi della seconda parte vanno cambiati in modo tale che mai possano consentire la compromissione dei diritti riconosciuti nei primi 54 articoli e soprattutto in quelli da 1 a 12.
Prevalse allora (dal ’89-al ’92 e successivamente) il politicismo di Giorgio Napolitano e degli uomini a lui più vicini. Il resto è cronaca sotto gli occhi di tutti. Quel quadro equivoco della “svolta” ha prodotto una frammentazione della sinistra che ormai è patologica. Sfere di mercurio che si moltiplicano impazzite ad ogni piccolo urto di dissenso. Vittime della suggestione di partecipazione al potere cercano soltanto una collocazione governativa. Oggi questo si traduce nella ricerca di stare con il PD ad ogni costo, LaSperanza IlLavoro 350 260 puntilucemagari dicendo che lo si vuole condizionare? Sciocchezze. Basta vedere come questa prospettiva ha massacrato Sel, le cui ambivalenze impediscono anche il decollo di Sinistra Italiana. Quanto costerà a Sel nel Lazio l'alleanza con Zingaretti e quindi anche a SI (Sinistra Italiana) se non si libera degli equivoci? Anche in questo caso "unità deve far rima con volontà". Ci dispiace pensare al prezzo che pagheranno anche quei compagni che respinsero l'ipotesi di “Led” e oggi nei fatti, per stare abbarbicati alla Giunta regionale del Lazio, rinunciano ai propri convincimenti. Ne è riprova il caso del frusinate dove non vedono e non sentono i disoccupati e le loro emergenze.
Un scelta è irrinunciabile per la propria credibilità: essere alternativi al PD, non solo dichiararlo, ma nell’agire politico quotidiano.
La verità è che c'è un Paese sofferente, non per i gufi, ma perché la più gran parte dei sui figli è in grande disagio. Serve una forza politica che costruisca un rapporto concreto e stabile con i lavoratori e i cittadini soprattutto con i loro bisogni e in questo senso occorre che sia trasversale senza forzature ideologiche, ma impegnata nella conquista di risultati concreti (Podemos fa scuola) e sappia guidare settori di popolo e di società a conquistarne le risposte e le soluzioni. Questa è anche l’unica strada contro la sfiducia. Tutti giudicheremo e saremo giudicati su questi parametri.
La costituente del nuovo Pci è impegnativa e coraggiosa, ma anche questo partito dovrà superare le prove indicate se vorrà guadagnarsi fiducia e consenso. Diversamente, tanti come me resteranno semplicemente orfani del vecchio Pci pronti a schierarsi e battersi solo con chi vorrà avviare concretamente il necessario “nuovo rinascimento”.

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Costituente PCI. Ricordi e interrogativi tanti

bandiere rosse a piazza del popolo 350 260di Ignazio Mazzoli - Il 21 maggio 2016 Frosinone ha ospitato l’assemblea costituente del Pci. Stesso simbolo del partito che fra gli anni 1989-1992 fu messo in archivio da Achille Occhetto generando Pds poi Ds ed una profonda lacerazione da cui nacque Rifondazione comunista. Il simbolo era in possesso di Occhetto che oggi lo ha messo a disposizione dei compagni del PCd’I.
Innegabile l’effetto emotivo di rivedere in circolazione quel simbolo così glorioso. !921-1992, 71 anni di grandi battagli e tanti nuovi diritti acquisiti ai lavoratori e alla società italiana. (clicca sui titoli qui sotto par cambiare pagina e  leggere l'intero articolo diviso in 4 parti)

  1. Un simbolo
  2. Che serve oggi?
  3. Fare opposizione
  4. Il sogno concreto

Un simbolo

Sono stato invitato a questa assemblea e ho partecipato con interesse insieme a molti interrogativi.. Il primo, che forza può avere la resurrezione del nome Pci e del suo simbolo originario? Poi ancora. Che cosa potrà aggregare? Cosa è successo in questi 27 anni, dal 1989 che faccia ritenere che quel nome e quel simbolo abbiano una forza di traino ancora dinamica e in grado di esercitare un ruolo nella società? Questa ed altre domande avevo in testa anche quando sono intervenuto come testimone di una stagIl Pciione della politica ormai conclusa. Certo, bisognerà attendere il primo congresso di questa formazione, che si svolgerà in autunno, per avere, almeno in parte, alcune risposte.
Ora posso fare solo alcune considerazione sulla base della relazione di Oreste Della Posta e degli interventi degli ospiti fra i quali si colloca anche il mio da cui riprenderò alcune affermazioni.
Mi è stato chiesto di ricordare. Ma ricordare cosa per un partito che nasce e deve fronteggiare questa difficile attualità? Ho pensato a lungo, ma ciò che mi veniva in mente era solo: che deve fare un partito oggi?
“Questo partito è un animale strano – diceva Palmiro Togliatti del Pci – come la giraffa. Un lungo collo che gli permette di arrivare dove altri non arrivano”. A questo pensavo. Era insieme un partito di quadri e di massa. Popolo e dirigenti in un dialogo continuo. Un popolo, quello comunista, inserito nella società e nei luoghi di lavoro che rendeva il Pci attento, quasi sempre, alle modificazioni ed alle esigenze vecchie e nuove che si facevano avanti. Ho così riannodato i ricordi della costruzione in fabbrica della presenza comunista. In particolare la presenza nella Fiat di Piedimonte che rappresentò il riscatto di un ritardo, quello con cui affrontammo l’industrializzazione in questa provincia, dalla Valle del Sacco al cassinate. Tutti i meccanismi di assunzione erano in mano alle forze di governo senza alcuna trasparenza. Avvicinarsi a questi lavoratori e conquistarli alla causa della difesa dei loro diritti non era semplice.Rinasce il Pci Fu dura la costruzione di un partito radicato nei luoghi di lavoro, ma il dialogo con tutti, anche quelli di altri partiti, sui problemi dei tempi di produzione (il salario, lo sfruttamento, la salubrità dell’ambiente di lavoro, i trasporti dai tanti comuni ciociari alla fabbrica) fecero il miracolo di far nascere una comunità più attenta e più partecipa ai fatti della società e della politica. Grande fu lo sviluppo della sindacalizzazione, dell’iniziativa di Cgil, Cisl e Uil, in primo luogo. Grandissime le conquiste della fine degli anni ‘60 e per tutti gli anni ’70 in Italia, il welfare moderno con una sanità pubblica per davvero e lo Statuto dei diritti dei lavoratori, un scuola aperta a tutti, per citare quelle che mi appaiono le più importanti.
Sicuramente il radicamento del Pci era un vantaggio certo rispetto ad altre formazioni politiche, ma non era l’unico. Una grande forza attrattiva gli proveniva dalla dialettica interna. Dal modo come, centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di iscritti discutevano di obiettivi politici, di orientamenti, di rivendicazioni. Non dimenticherò l’attenzione e la passione con cui in questa provincia decine e decine di assemblee di sezione discussero la condanna al Pcus dopo l’invasione della Cecoslovacchia e altrettanto furono gli incontri, numerosi e vivaci, sulla proposta di compromesso storico avanzata da Enrico Berlinguer. Senso critico assai acuto e ricerca di comprensioni delle posizione diverse spesso trovavano punti d’incontro, ma a volte apparivano inconciliabili. Discussioni vere, quindi, e non per un posto in giunta o per un favore. I momenti elettorali avevano i loro definiti spazi.

Che seve oggi?

Cosa c’è in questi esempi che possa essere un‘indicazione per l’oggi. Non tutto, ma certamente qualcosa. E’ vero esistono lavori diversi, organizzati in forme assai varie, ma in ognuno di essi ci sono bisogni da soddisfare e diritti da rivendicare. Basta pensare che tantissime partite-iva non sono altro che una variante di lavoro subalterno sfruttato vuoi dai possessori di software, che da quelli di materie prime o di brevetti ecc., senza mai dimenticare che c’è ancora tanto, ma tanto lavoro dipendente, in fabbrica e non solo.
Molto quindi è cambiato tranne una cosa, diritti, migliori condizioni di vita, vero ascensore sociale si possono conquistare solo con la lotta. E questa purtroppo manca. Questa strano, diffuso convincimento che impone di non disturbare il guidatore, l’adorazione del feticcio della governabilità (anche quando si governa male), hanno per ora ucciso la partecipazione tanto che la sfiducia verso i partiti e la loro azione hanno prodotto finanche una spaventosa astensione dal voto.
Non solo questo, soprattutto oggi siamo in un quadro del tutto cambiato, a partire dal potere nello scenario internazionale. La tanto invocata globalizzazione altro non è che la più scalmanata centralizzazione del potere politico della finanza internazionale che non ha avversari e neppure contrappesi. Ad essa si contrappongono truppe sparse e sbandate. Nessuna solidarietà internazionale come hanno sperimentato i greci e lo stesso Tsipras.
Non credete che prima di tutto ci vorrebbe una internazionale dei diritti del lavoro e di quelli sociali? Il senato virtuale che governa il mondo e si accanisce contro le Costituzioni europee nate dalle Resistenze che hanno abbattuto il nazismo dovrebbe avere come avversario almeno un movimento sindacale con obiettivi internazionali comuni. O no?

C’è invece un grande caos, nel quale ogni cosa che si muove è criminalizzata. Non più equilibri, tutto quello che non è sistema finanziario-economico delle multinazionali (soprattutto Usa) è terrorismo, come tutto quello che non è austerità è populismo lasciando in mano ai terroristi veri interi territori o consegnandoli a dittatori militari come l'Egitto in cui si massacra uno studioso di problemi del lavoro e dei lavoratori come l’italiano Giulio Regeni. Addio primavere arabe, ma anche addio all’Europa dei popoli quale era stata disegnata e sognata in primo luogo da Altiero difesa costituzione foto aleandro biagianti 350 260Spinelli e da coloro che volevano garantire diritti sociali e civili ad una Europa pacificata senza più guerre.
La “deforma costituzionale” è l’imperioso segnale dell’attacco ai diritti sociali ed economici del popolo italiano. Come non condividere l’affermazione di Della Posta quando ha ricordato che la cancellazione dell’articolo 18 non riuscì a Berlusconi ed invece Renzi ha potuto farla autodefinendosi di sinistra senza alcuna opposizione, al contrario di quanto sta avvenendo in questi giorni in Francia dove una mobilitazione senza sosta da giorni coinvolge milioni di lavoratori e cittadini di ogni età contro una legge simile a Jobs Act che li vuole privare di diritti acquisiti.
In Italia nessuno ha chiamato cittadini e lavoratori alla lotta. Ecco manca una forza politica che li tuteli insieme ai più deboli e ai più poveri. Questo occorre oggi. Ci sono le energie? Penso di si. Molti cervelli si dedicano ormai solo a ricostruire con precisione e passione il passato. Il nostro passato anche recente. La resistenza antifascista, la nascita della Costituzione per trarre da quelle vicende esempi ed insegnamenti. Giusto, una visione corretta e oggettiva della memoria è cosa importantissima.
Oggi siamo precipitati in un moderno medioevo. Nei secoli dal 476 d.C. al 1500 la conoscenza e la conservazione del passato furono l’alimento del risveglio rinascimentale. Non possiamo aspettare 10 secoli. Serve un grande risveglio. Subito. Oggi serve presenza e partecipazione, perché questo medioevo moderno cessi anche in considerazione del fatto che tante cose buone ce l’eravamo conquistate e ora ci vengono tolte brutalmente.

Fare opposizione

Sarebbe bello e utile che tutte queste forze ritornassero anche alla lotta quotidiana, per battere la delusione, la sfiducia e l'astensionismo a partire dalla lotta per difendere i diritti conquistati e affermarne di nuovi, impedendo il massacro della Costituzione nata dalla Resistenza. Il referendum, sulle proposte modifiche, merita una trattazione a parte, ma per ora vale ricordare che anche per chi condivide, come il sottoscritto, il monocameralismo è inaccettabile la riforma di Renzi e della Boschi che insieme alla legge elettorale ”Italicum” produrrà un Parlamento di nominati peggio del vecchio Porcellum. Addio potere popolare.
Credo che un nuovo impegno di opposizione, di lotta che muovano subito dalle emergenze del profondo disagio sociale, disoccupazione, povertà, gestioni privatistiche dei servizi di prima utilità a partire dall’acqua e dalla sanità, non possa però non comprendere anche un riesame serio degli errori che si sono compiuti.
Non credo che basti rimpiangere il Pci. Neppure credo che basti condannare chi ha operato per il superamento di quel partito e dei partiti comunisti. Il movimento operaio alla fine degli anni ’80 ha vissuto una tragica sconfitta che, pure si preannunciava. Perché? Per gli errori del campo cosiddetto “socialista” che non aveva consentito, in primo luogo, il dispiegamento della democrazia in quelle società che guidava; i partiti comunisti nel loro insieme, ma non solo loro anche i quelli socialisti e socialdemocratici non avevano colto cosa si muoveva nel campo avversario del capitalismo, che insieme alla spinte più feroci ispirate dalla scuola di Detroit che predicava e attuava dittature di lacrime e sangueTTIP come in Cile ed in Indonesia, si muovevano altre spinte che stavano scegliendo strade diverse per imporre quella che il guerrafondaio Edward Luttwak chiama abitualmente la dittatura del capitale. Attacco all’autodeterminazione dei singoli Paesi, trattati commerciali internazionali (vedi TTIP) in aperto conflitto con gli interessi dei consumatori non solo europei ma di tutto il mondo in ossequio ai voleri delle grandi multinazionali, sono ormai pratica corrente.
Solo Enrico Berlinguer percepì il percolo. La sua battaglia per cambiare l’atteggiamento del “suo” partito ormai avviato verso il politicismo fu interrotta dalla sua morte. Chi quella lezione ha voluto dimenticare ha riversato a piene mani nel PD la sua smemoratezza di valori e di insegnamenti e, non sono certo, eredi di quel partito e dell’insegnamento dei suoi dirigenti come Berlinguer. Qualche tempo addietro Aldo Tortorella ebbe a dire, in sintonia con Emanuele Macaluso che proprio non è il più vicino ai suoi convincimenti, che un limite serio l’avevamo avuto nel Pci. Nulla di simile all’elaborazione per l’VIII congresso si era ripetuto negli anni successivi. Cioè, cosa cambiava nella società, nell’economia, nelle centrali del potere e dei poteri non aveva beneficiato dello studio e dell’elaborazione necessaria a definire orientamenti e obiettivi adeguati. Bisogna allora, anche, dire che, pur essendo stati decisivi nella conquista di tanti diritti civili, ci siamo arrivati tardi a cogliere la loro importanza. Non è recriminazione, ma soltanto l’accertamento che è insostituibile lo studio e la valutazione autonomi da parte di un forza politica per cogliere la necessità dei cambiamenti e delle proposte conseguenti.. Oggi più che mai, manca tutto ciò.
Condivido le critiche di alcuni compagni alla svolta dell’89, detta della Bolognina e completata nel ’92. Non la ripercorro qui, rinvio al bel libro di Luca Telese “Qualcuno era comunista” che rivela bene luci, ombre e limiti seri di quell’operazione. Dico, per chiarezza del mio pensiero, che non sono in sintonia con chi avrebbe lasciato tutto com’era. Di fronte alla dura sconfitta del movimento operaio e delle sue rappresentanze politiche costituita dai partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici, non ci si poteva far camminare sopra dai fatti che precipitavano e dagli avversari che volevano la cancellazione di un grande patrimonio di conquiste sociali (come è chiaro oggi). Era opportuno fare politica, stare nell’agone, per salvare il meglio delle realizzazioni sociali del 1900.

Il sogno concreto

Ma proprio qui casca l’asino. Siamo finiti nella spirale della cosiddetta “responsabilità”, perdendo di vista che la ragione del nostro essere era e doveva restare il riscatto e la liberazione del lavoro e dei lavoratori dalla sudditanza al capitale. Avendolo come obiettivo chiaro anche se raggiungibile nei modi e tempi possibili e attraverso tutti gli obbligati passaggi tattici. Questa è la speranza. Il “sogno” come ama dire qualcuno. Si deve sapere dove si vuol arrivare. Altrimenti mai esisterà un mondo nuovo. Non ci saranno la forza e le gambe per ottenere un sistema giusto e un diverso modo di essere cittadini con diritti e doveri in un quadro di relazioni sociali che offrono opportunità reali a tutte e a tutti. Si badi bene, tutto ciò non è in un libro dei sogni perché nella “Costituzione più bella del mondo” nata dalla Resistenza, già sono codificati come diritti nella sua prima parte e ben son tutelati dalle norme previste nella seconda parte. Che significa, che nulla si può modificare? No. Certo che no. Significa che questi meccanismi della seconda parte vanno cambiati in modo tale che mai possano consentire la compromissione dei diritti riconosciuti nei primi 54 articoli e soprattutto in quelli da 1 a 12.
Prevalse allora (dal ’89-al ’92 e successivamente) il politicismo di Giorgio Napolitano e degli uomini a lui più vicini. Il resto è cronaca sotto gli occhi di tutti. Quel quadro equivoco della “svolta” ha prodotto una frammentazione della sinistra che ormai è patologica. Sfere di mercurio che si moltiplicano impazzite ad ogni piccolo urto di dissenso. Vittime della suggestione di partecipazione al potere cercano soltanto una collocazione governativa. Oggi questo si traduce nella ricerca di stare con il PD ad ogni costo, LaSperanza IlLavoro 350 260 puntilucemagari dicendo che lo si vuole condizionare? Sciocchezze. Basta vedere come questa prospettiva ha massacrato Sel, le cui ambivalenze impediscono anche il decollo di Sinistra Italiana. Quanto costerà a Sel nel Lazio l'alleanza con Zingaretti e quindi anche a SI (Sinistra Italiana) se non si libera degli equivoci? Anche in questo caso "unità deve far rima con volontà". Ci dispiace pensare al prezzo che pagheranno anche quei compagni che respinsero l'ipotesi di “Led” e oggi nei fatti, per stare abbarbicati alla Giunta regionale del Lazio, rinunciano ai propri convincimenti. Ne è riprova il caso del frusinate dove non vedono e non sentono i disoccupati e le loro emergenze.
Un scelta è irrinunciabile per la propria credibilità: essere alternativi al PD, non solo dichiararlo, ma nell’agire politico quotidiano.
La verità è che c'è un Paese sofferente, non per i gufi, ma perché la più gran parte dei sui figli è in grande disagio. Serve una forza politica che costruisca un rapporto concreto e stabile con i lavoratori e i cittadini soprattutto con i loro bisogni e in questo senso occorre che sia trasversale senza forzature ideologiche, ma impegnata nella conquista di risultati concreti (Podemos fa scuola) e sappia guidare settori di popolo e di società a conquistarne le risposte e le soluzioni. Questa è anche l’unica strada contro la sfiducia. Tutti giudicheremo e saremo giudicati su questi parametri.
La costituente del nuovo Pci è impegnativa e coraggiosa, ma anche questo partito dovrà superare le prove indicate se vorrà guadagnarsi fiducia e consenso. Diversamente, tanti come me resteranno semplicemente orfani del vecchio Pci pronti a schierarsi e battersi solo con chi vorrà avviare concretamente il necessario “nuovo rinascimento”.

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Ferentino. Società partecipate, tanti costi nessuna utilità

stu ferentino 350 260di Marco Maddalena - Un’ interrogazione urgente al Sindaco per sapere la situazione di “ben sette anni di nulla” della società partecipata “STU Aulo Quintilio”. E’ evidente il fallimento dell’oggetto sociale della società partecipata, infatti, non è mai stata avviata la ristrutturazione dell’ex edificio “Paolini e il degrado della zona ne è testimone.

Dal 2008 , anno in cui il Comune decide di formalizzare la nascita della STU Aulo Quintilio, troppi dubbi e zone di ombra sono emerse nel progetto e nel frattempo si è persa un presidio scolastico pubblico nel nostro Comune.

Ad oggi il soggetto che ha investito maggiori risorse economiche nel progetto è proprio il Comune di Ferentino, infatti, nel dicembre 2012, nello stesso giorno, si stipula sia il contratto di compravendita con in quale il Comune di Ferentino cede alla società “Aulo Quintilio spa” l’immobile denominato ex “PAOLINI” al prezzo convenuto di 2 milioni e 366 mila euro e sia la sottoscrizione di una scrittura privata per il riacquisto da parte del Comune di opere pubbliche per 2 milioni e 320 mila euro . L’ ammontare della transazione, quindi, versato dal Comune di Ferentino in anticipo per opere future ancora non realizzate è pari al 100% (circa) del valore dell’acquisto (!)

Nel 2013, sono stati rilevati , nel sito, importanti beni archeologici come una porzione di villa romana e una porzione di strada romana. Cosa che poteva essere prevista con tempo, considerato l’ importanza archeologica del Comune di Ferentino e vista l’esistenza di documenti che confermano la presenza di tali reperti. Non è chiaro il motivo per cui il Comune di Ferentino non abbia provveduto ai necessari carotaggi prima della costituzione della società STU Aulo Quintilio e della transazione economica acquisto/riacquisto , in considerazione anche delle operazioni di scavo prescritte dall’ ente Beni Culturali. Praticamente si è avviato un iter senza nessuna garanzia dell’effettiva realizzabilità del progetto (!)

Nella prima versione del piano di recupero, è del tutto evidente che l’interesse pubblico è fortemente limitato, la contropartita per il Comune di Ferentino è ben poca cosa rispetto all’interesse privato che si conseguirà con la ristrutturazione degli edifici, infatti, dai documenti si prevede che la destinazione pubblica sia solo del 30% contro la destinazione privata di ben il 70%. . Essendo, inoltre, una partecipata controllata dal Comune e per questo non potrebbe svolgere un ruolo “commerciale e privatistico” non è chiaro chi venderà le residenze ed i negozi e chi gestirà la valorizzazione immobiliare.

La conferma delle perplessità sulla fattibilità del progetto viene proprio da chi dovrebbe concedere il finanziamento , infatti, le banche finanziatrici dell’operazione hanno espresso dubbi sull’importanza eccessiva di offerta immobiliare residenziale ad opera finita in tali difficili anni e comunque sulla tenuta generale del quadro economico e finanziario così come inizialmente proposto, precludendo in tal senso ad oggi l’accesso della linea di credito da parte della società.

A seguito delle prescrizioni della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, nel dicembre 2014, il Comune di Ferentino rilascia un nuovo permesso a costruire alla società “STU Aulo Quintilio”, che sembra prevedere sia la ristrutturazione dell’immobile senza abbattimento e sia la riduzione dell’entità dell’intervento. Una tale rimodulazione urbanistica ed economica finanziaria obbligatoriamente sarebbe dovuta essere portata all’attenzione del Consiglio Comunale, ma a distanza di ben 6 mesi ancora non è avvenuto (!) . Tutto ciò, è ancora più grave se si considerano sia l’immobilismo del progetto e sia le conseguenze erariali che potrebbero emergere .

La “STU Aulo Quintilio” ad oggi non ha prodotto nulla ed è evidente la mancanza di fini istituzionali. Il mantenimento della quota del Comune può solo generare disavanzi e il Comune è chiamato a ripianare le perdite, una situazione molto simile a quella nota dell’ altra partecipata “Farmacie di Ferentino”.

La richiesta finale nell’interrogazione è un’ immediata discussione in consiglio comunale per valutare l’opportunità di liquidare la società “STU Aulo Quintilio” per tutelare le casse comunali e per valutare nuovi progetti utili alla valorizzazione del bene ex Paolini ad esempio ad uso pubblico come da sua naturale destinazione urbanistica

*Marco Maddalena - Capogruppo Consiliare di Sinistra Ecologia e Libertà di Ferentino

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Tanti convegni, troppi documenti, un'inflazione di nomi e nessun esito

valle del sacco 350 260di Ermisio Mazzocchi - Ottima iniziativa, ma ripetitiva. Il 19 marzo 2015 la Direzione provinciale del PD approva il documento "Valle del Sacco. Dall'emergenza alla programmazione. Proposte di Documento programmatico della Federazione del PD di Frosinone" in cui sono indicati metodologia, strategia, strumenti. Il Documento è il risultato delle consultazioni dell'VIII commissione regionale, del convegno di Patrica del 27 giugno 2014, di un lavoro condiviso promosso dalla Federazione. Sarebbe stato necessario aprire un confronto pubblico su questo Documento che non è stato una elaborazione di un gruppo di amici. Esso è un atto ufficiale del PD.

Apprendo che il PD di Anagni promuove un convegno dal titolo "Un futuro per la Valle del Sacco. Bonifica e prospettive" Meritevole. Ma è l'ennesimo convegno in cui incomprensibilmente sono assenti i principali protagonisti per la soluzione dei problemi della Valle del Sacco. Si pongono questioni politiche di metodo e di contenuto. Il metodo. La drammaticità della Valle del Sacco richiede un impegno e un coinvolgimento di tutte le forze politiche e istituzionali. Come si pretende di convogliare tutte le energie disponibili alla soluzione del problema se l'iniziativa è monca di parti essenziali?

In questo convegno che si svolge nella città, Anagni, epicentro del dramma ambientale sono assenti il Presidente provinciale del PD, Sara Battisti, garante e sostenitrice del Documento della Federazione PD, il Presidente dell'ASI, Francesco De Angelis, referente dell'ente decisivo per lo sviluppo di quell'area, il consigliere regionale, Daniela Bianchi, coordinatrice del tavolo su la Valle del Sacco all'interno dell'VIII commissione regionale, il consigliere regionale, Mauro Buschini, Presidente commissione Bilancio, essenziale per la programmazione dei finanziamenti. Nel contenuto. Il Documento provinciale traccia un percorso programmatico, patrimonio di tutto il PD. Non tenerne conto significa disconoscerlo o ometterlo. O esiste una posizione ufficiale unica, sostenuta e condivisa o si ripetono a briglie sciolte argomenti noti. L'impegno del solo Francesco Scalia non è sufficiente perché è fuori della filiera che il PD ha avviato con il suo Documento su cui si dovrebbero innestare tutte le iniziative. Mi pongo il problema politico a fronte di una iniziativa da ritenersi in sé valida, ma perde efficacia perché rischia di disorientare l'opinione pubblica che non riesce a individuare dove e quale è la posizione-proposta del PD.
Non ce lo possiamo permettere e non è consentito.

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Davvero è la Barcaccia violata che fa soffrire tanti italiani?

barcaccia violata 350 260di Matteo Ernesto Oi - C'ho dormito sopra per tentare di ricredermi perché dicono che la notte porta consiglio ma non ci sono riuscito.
La bacheca di facebook è inondata dai fatti di Piazza di Spagna, condita dalle generalizzazioni, dalle banalizzazioni e dalle semplificazioni tipiche di noi italiani.

Per me molti dei tanti post carichi d'indignazione, d'odio e d'amor di patria non hanno nulla a che fare con la "Barcaccia", di cui molti non sapevano manco il nome e l'autore, ma piuttosto con un distorto senso dell'onore e di campanilismo.

Si. Ai tanti fa più male che qualcuno sia riuscito a danneggiare una "cosa nostra" piuttosto che ad essere stata danneggiata sia stata un'opera d'arte perché diciamocelo ai tanti dell'arte e di tutto ciò che ha un valore culturale, turistico o ambientale non importa nulla.

Ai tanti non importa che noi siamo il paese degli alberghi e delle ville costruiti sulle spiagge, dei crolli di Pompei, della chiusura dei teatri, delle biblioteche razionalizzate, del lettore medio che legge 2 libri l'anno, dei cinepanettoni e della chiusura di Cinecittà.

Vorrei che i tanti dimostrassero che io mi sbagli e che da domani comprassero e leggessero un libro in più, passassero qualche ora in un museo e che questo Governo, come tutti i Governi, tenesse più in considerazione il nostro patrimonio.

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Tanti artisti migranti ma non restano nell'mmaginario collettivo

daFausta giovani immigratida Fausta L'Insognata Dumano - Che viaggio incredibile sto facendo per cercare di narrare questa città di Frosinone, questo puzzle di voci migranti! Ancora una volta è l'arte, il veicolo che congiunge gli stranieri ......vi ricordate Sherief?? Quel giovane ragazzo egiziano, che nel 2009 arrivò a Frosinone con una borsa di studio per seguire all'accademia il prof di grafica Moussa Abdayam?? (presto parleremo anche del prof).
Sherief,,,,,oggi è il Prof Shorkry Sherief......insegna all' accademia di Alessandria d'Egitto.
Avevo conosciuto Sherief a Frosinone, poiché da subito si era inserito nei gruppi artistici della città, il collettivo Laps e ArtQube.In quel periodo Sherief in provincia è stato molto attivo, vincendo premi ed ottenendo riconoscimenti a Campoli Appennino e a Patrica.
In occasione dei cinquant'anni dell'amicizia tra l'Egitto e l'Italia ha esposto a Roma nella mostra realizzata appunto da artisti italiani ed egiziani.
Sherief conserva un bel ricordo del periodo frusinate, ha sentito il calore e l'ospitalità "delle famiglie", le mamme degli artisti. Nella sua email dall'Egitto manda un caloroso abbraccio a Rocco e Sabina di ArtQube, ma anche alle mamme......E' attraverso la magia dell'arte la sua comunicazione. Ha sentito forte lo spaesamento linguistico, la lingua italiana, difficile, un'ardua impresa, ma tanto affetto l'ha circondato. Sherief oggi in Egitto ha un' intensa attività artistica, un impegnato calendario e tanti progetti...
E' incredibile il numero di artisti migranti, che attraversano questa città......ed è nello stesso tempo incredibile come questa presenza vasta non entri nell'immaginario collettivo.

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