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'La violenza sulle donne è una strage che non si ferma'

beatrice moretti“La violenza contro le donne è un problema di tutti” Cassino Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Campus Universitario Loc. Folcara intervento di Beatrice Moretti, Segretario Generale SPI CGIL Frosinone Latina. **
La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale - e in quanto tale appartiene a tutti.

E’ di questi giorni la presentazione del disegno di legge “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno, che cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.
Dobbiamo infatti ricordare che molte storie di donne ammazzate nel 2018 seguono sempre lo stesso copione. E viene da chiedersi se il nocciolo duro della resistenza ad agire, a comprendere il rischio, a contenerlo prima che si realizzi, non venga proprio dalla categoria dei magistrati.

L'ultima relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato ci ha rivelato che un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalkingbeatrice moretti Cassino30nov18 350 min presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma. Anche quando si arriva al processo, sembra che esistano norme diverse a seconda delle aree geografiche: a Caltanissetta quasi la metà degli imputati (43%) viene assolta, a Trento solo il 12,6 per cento, ed è ovvio interrogarsi su questa disparità. Le denuncianti di alcune zone sono “più bugiarde”? Oppure quelle Procure, quei Tribunali, indagano in modo più superficiale, sono più inclini a giustificare gli imputati

La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte.
La violenza sulle donne è una strage che non si ferma e una ricerca Eures sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita).

Noi OO.SS. (organizzazioni sindacali) possiamo comunque fare molto, quindi sicuramente fare rete, ma ad esempio anche mettere in campo progetti condivisi con le associani datoriali per superare il cosiddetto gender pay gap, il contrasto alla violenza di genere e promuovere la sicurezza di genere nei luoghi di lavoro. Questo vuol dire che fondamentale è il ruolo di Rsu/Rls per promuovere la prevenzione ed il contrasto delle violenze di genere nei luoghi di lavoro, partendo dai compiti loro assegnati, formando però adeguatamente queste figure: ben l’80% delle donne che subiscono molestie e ricatti nei luoghi di lavoro non ne parla con nessuno. Questo è un dato che ci interroga perché vuol dire che abbiamo la necessità di essere maggiormente riconoscibili come interlocutori da questo punto di vista, in quanto pur essendo presenti nei luoghi di lavoro non riusciamo a far riconoscere i nostri rappresentanti sindacali nei diversi luoghi di lavoro come riferimento per le donne che hanno bisogno.

Come Sindacato vogliamo incidere, innanzitutto partendo dalla contrattazione, in cui peraltro sono stati inseriti strumenti importanti che sono già disponibili (congedi per le donne vittime di violenza) , ma vogliamo anche rafforzare il sistema, mettendo in campo nuove alleanze e progettualità, per essere conseguenziali rispetto alla convinzione che la violenza contro le donne è un problema di tutti.
Cassino, 30 novembre 2018

 

**Inviato in Redazione venerdì 30 novembre 2018. UNOeTRE.it pubblicherà anche l'intervento svolto da Alessandra Romano della Cisl di Frosinone appena ci verrà inviato.

 

 

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'La violenza sulle donne è una strage che non si ferma'

beatrice moretti“La violenza contro le donne è un problema di tutti” Cassino Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Campus Universitario Loc. Folcara intervento di Beatrice Moretti, Segretario Generale SPI CGIL Frosinone Latina. **
La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale - e in quanto tale appartiene a tutti.

E’ di questi giorni la presentazione del disegno di legge “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno, che cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.
Dobbiamo infatti ricordare che molte storie di donne ammazzate nel 2018 seguono sempre lo stesso copione. E viene da chiedersi se il nocciolo duro della resistenza ad agire, a comprendere il rischio, a contenerlo prima che si realizzi, non venga proprio dalla categoria dei magistrati.

L'ultima relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato ci ha rivelato che un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalking presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma. Anche quando si arriva al processo, sembra che esistano norme diverse a seconda delle aree geografiche: a Caltanissetta quasi la metà degli imputati (43%) viene assolta, a Trento solo il 12,6 per cento, ed è ovvio interrogarsi su questa disparità. Le denuncianti di alcune zone sono “più bugiarde”? Oppure quelle Procure, quei Tribunali, indagano in modo più superficiale, sono più inclini a giustificare gli imputati

La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte.
La violenza sulle donne è una strage che non si ferma e una ricerca Eures sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita).

Noi OO.SS. (organizzazioni sindacali) possiamo comunque fare molto, quindi sicuramente fare rete, ma ad esempio anche mettere in campo progetti condivisi con le associani datoriali per superare il cosiddetto gender pay gap, il contrasto alla violenza di genere e promuovere la sicurezza di genere nei luoghi di lavoro. Questo vuol dire che fondamentale è il ruolo di Rsu/Rls per promuovere la prevenzione ed il contrasto delle violenze di genere nei luoghi di lavoro, partendo dai compiti loro assegnati, formando però adeguatamente queste figure: ben l’80% delle donne che subiscono molestie e ricatti nei luoghi di lavoro non ne parla con nessuno. Questo è un dato che ci interroga perché vuol dire che abbiamo la necessità di essere maggiormente riconoscibili come interlocutori da questo punto di vista, in quanto pur essendo presenti nei luoghi di lavoro non riusciamo a far riconoscere i nostri rappresentanti sindacali nei diversi luoghi di lavoro come riferimento per le donne che hanno bisogno.

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Cassino, 30 novembre 2018

 

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Dopo la giornata del 25 novembre contro la violenza sulle donne

sei STATO tu 2018 350 minGruppo Consulta le Donne e Associazione culturale Segni - A conclusione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne vogliamo continuare a parlare di questa “piaga” strutturale che attraversa molte società del mondo.

Nel nostro manifesto “sei STATO tu” abbiamo scritto i nomi di donne uccise da uomini che hanno voluto fermarle per sempre piuttosto che consentire loro di fare una scelta di autodeterminazione. “sei STATO tu” si riferisce alla responsabilità delle Istituzioni che non vanno oltre la sottoscrizione di Protocolli che non realizzeranno e l’approvazione di Leggi che non applicheranno.

Le donne hanno avuto fiducia nello Stato sia per le leggi che avrebbe approvato, sia per le politiche di prevenzione che avrebbe attuato, ma il sistema non è stato in grado di garantire loro la vita e la giustizia. Le Istituzioni non hanno saputo proteggerle e non hanno fatto abbastanza per impedire le conseguenze di gesti estremi.

Per lo Stato la “piaga” della violenza sulle donne non è una priorità sociale su cui intervenire con ogni mezzo culturale e risorsa economica, investendo in programmi educativi nelle Scuole, percorsi di sensibilizzazione dei giovani e politiche attive di prevenzione.

Sono però le Istituzioni ad avere un ruolo primario nel prevenire e combattere ogni forma di abuso sulle donne e i loro figli e lo fanno invece con poco convincimento e scarsa convinzione. L’enormità del problema e il fatto che questi comportamenti incidono sulla sfera privata diventano l’alibi per interventi formali, che lasciano tutto immutato o quasi.

Dopo questo 25 novembre si fa sempre più chiaro il disegno delle forze conservatrici al potere: cercare nella difesa di facciata del diritto alla vita delle donne una loro legittimazione, per poi accantonare con una certa fretta tutti gli impegni presi e gli slogan di circostanza, privi di sostanza.

In Italia di maltrattamenti e abusi si parla poco, sottovoce, e le Istituzioni non contrastano con convinzione il pregiudizio e l’arretratezza culturale, che fa da sfondo a comportamenti oppressivi e di dominio degli uomini, nella vita privata e pubblica delle donne.

Le leggi e la cultura giuridica hanno aiutato le conquiste di libertà femminili, soprattutto dopo il 1948, ma non hanno cambiato la loro vita. Manca il riconoscimento effettivo delle donne ad avere giustizia, uguaglianza e parità di diritti, nella vita di tutti i giorni e nelle aule giudiziarie.

E’ molto difficile cambiare le tradizioni del nostro Paese se non si parte dai ragazzi e dalle Scuole, coinvolgendo i giovani e le famiglie per far attecchire e affermare una cultura – sociale e giuridica - fondata sull’uguaglianza della persona in quanto tale.

Anche una componente del mondo musicale ha dato voce ad atteggiamenti e comportamenti dove la donna è vissuta come oggetto di proprietà.

Nel 1963 Mia Martini esordisce con temi forti come lo stupro in “La vergine e il mare” e “Padre davvero” in cui canta la ribellione di una figlia nei confronti di un genitore padrone. Anni dopo con “Gli uomini non cambiano” conferma il ruolo dominante e di potere del maschio. La canzone “Io donna, io persona” del 1976, la storia di tre donne che difendono i loro diritti in una società che tende a giudicare pesantemente, come “Padre davvero”, incappa nella censura della Rai per il riferimento a temi come l’erotismo e l’aborto. Il brano “Donna”, sicuramente in anticipo sui tempi, parla delle violenze degli uomini che si fanno forti muovendosi all’interno di un branco e per loro, come diceva Lennon, la donna è il negro del mondo.

Nel 1971 Celentano incide “Una storia come questa” e nel 1978 I Nomadi cantano “Ho difeso il mio amore” dal significato ancora oggi controverso. Solo nel 1981 la legge abroga la rilevanza penale della causa d’onore.

Per Antonella è ora di dire basta a chi dice donna dice danno; a chi non vuole riconoscere il loro prezioso lavoro dentro e fuori casa; a chi nega la capacità delle donne di affrontare ogni giorno molteplici responsabilità. La violenza è l’ultimo rifugio di uomini incapaci ad accettare la donna per come è.

Migliaia le scarpe rosse ieri in piazza, è il commento di Cristina, che dubita si sia compreso il significato vero di quel colore e cosa si nasconda dietro tutte le recondite parole. E’ importante essere quello che si è, saper conservare e realizzare i propri obiettivi.

Paola cerca qualcosa di nuovo in questa giornata, ma poi conclude che cambiano le parole, ma la musica è la stessa.

Prevale intorno a noi la consapevolezza che vi sia nei confronti di una “piaga” estrema e definitiva, indifferenza politica e culturale a livello nazionale e locale, soprattutto nelle Istituzioni che abbiamo più vicino.

A questo le donne rispondono tornando di nuovo in piazza per denunciare che prima che si compia il dramma esse vivono un quotidiano fatto di solitudine e paura, con la quasi certezza che non troveranno nello Stato l’aiuto necessario a salvarle o a portarle fuori dal tunnel incolumi.

Nel momento del bisogno estremo, le donne trovano la solidarietà delle amiche, di una rete di amicizie, di sostegni del volontariato e dopo il 25 novembre resta il silenzio delle Istituzioni, lontane e vicine.

Nei nostri Comuni questa giornata è stata particolarmente trascurata, i rappresentanti istituzionali e i delegati alle pari opportunità non gli hanno dato il giusto rilievo, promuovendo una o più iniziativa culturali, come per altri temi, coinvolgendo in particolare le Scuole.

Proporre e condividere con le realtà sociali un evento culturale è il primo strumento per richiamare l’attenzione delle coscienze collettive e iniziare un lungo percorso che veda su un piano privilegiato la Scuola e ogni altra aggregazione organizzata.

Se a questi si negano deliberatamente attenzioni e cure, si ammala una società.

Gruppo Consulta le Donne e Associazione culturale Segni

 

 

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Uomini che offendono le Donne

trattamidadonna 350 260di Stefania Catallo - Che si chiamino Claretta Petacci o Marie Anne Erize o Irma Bandiera, le cose non cambiano. Che siano le donne a pagare il prezzo più alto, in guerra o in pace, è innegabile. Che siano loro il bottino di guerre e repressioni, e che niente sia cambiato, lo dimostrano le testimonianze, da ultimo, delle yazite, schiave dimenticate dell'Isis.
L'odio patriarcale si sfoga sulle donne, colpevoli di bellezza, intelligenza, sagacia, affettuosità, amore, rivoluzione. Esistono davvero ancora uomini che odiano le donne: e, mentre per alcuni quest'odio si trasforma in violenza evidente, per altri, per quelli che tengono di più alle apparenze, esso si tramuta in affettuosità e sostegno illimitato in pubblico, e alla privata mortificazione.
Quando una di noi è vittima di violenza, sia essa fisica o verbale, non valgono le idee politiche. Non si deve difendere solo chi la pensa come noi, perché la violenza che è agita su una lo è su tutte quante.
E tutte quante dovremmo fare fronte comune, allearci e fregarcene beatamente delle rispettive ideologie, religioni, ateismi e competizioni: chi tenta di dividerci sta facendo suo quel "Dividi et impera" proprio di Cesare.

Mi duole però notare come sia fragoroso il silenzio di molte, finora indignate per i vari Weinstein & co., per quelle, presenzialiste nelle stanze del potere durante le cerimonie ufficiali, magari sedute negli scranni accanto a parlamentari e senatrici nei giorni dedicati alla Donna, per quelle che ricoprono cariche istituzionali e tacciono, per quelle che sono sorde e mute perché non gli fa comodo parlare ed esporsi, dopotutto ci sono le elezioni a marzo, per quelle che, così agendo, fanno autogol.
Che siamo mestruate e quindi instabili, o maiali grufolanti nella spazzatura: gli insulti non devono toccarci nella nostra autostima bensì nella dignità di donne.
E adesso chiediamoglielo, a questi signori, anzi pretendiamole, le loro scuse. Che siano Gene Gnocchi o il consigliere Macciomei.

 
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«Oltre l’indignazione l'impegno. Le scuole contro la violenza sulle donne»

fermati non mi uccidere 350 260dall’Ufficio Stampa della Consigliera regionale Daniela Bianchi* - “Oltre l’indignazione l'impegno. Le scuole contro la violenza sulle donne" è la giornata di mobilitazione indetta dalla Regione domani 25 set-tembre con la quale è stato chiesto agli istituti scolastici di organizzare una grande mobilitazione cul-turale con attività, dibattiti e approfondimenti sul tema.

Sono molte le scuole della Provincia di Frosinone che si sono subito attivate e hanno dato la loro adesione, alcune delle quali saranno visitate dalla Consigliera Regione Daniela Bianchi, vice-Presidente della Commissione Cultura e tra le firmatarie della legge regionale contro la violenza di genere approvata nel 2014.

In particolare la Consigliera Bianchi incontrerà i ragazzi e gli insegnanti del Liceo Scientifico e Lin-guistico di Ceccano, del Liceo Artistico di Frosinone e dell’Istituto Comprensivo 3 di Frosinone.

Durante gli incontri saranno anche illustrate le 10 misure messe in atto dalla Regione Lazio per contrastare il fenomeno, tra cui i progetti di prevenzione nelle scuole e la app "App 112 – Where are U" che permette di chiedere subito aiuto in caso di necessità. Tutte le info sull'iniziativa sul sito http://www.regione.lazio.it/rl/giornataimpegno/

 

*del gruppo "Insieme per il Lazio" e vice-Presidente della Commissione Cultura e pari opportunità del Consiglio Regionale del Lazio.

 
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La Memoria scomoda della guerra: le Marocchinate

marocchinate di S.CatalloPresentazione del libro - Vittime, destinate all'oblio oppure ribelli, sopravvissute condannate al silenzio o resistenti: sono questi i profili delle "Marocchinate", raccolti da Stefania Catallo in brevi e dense interviste, che costituiscono il cuore del libro omonimo, che verrà presentato sabato 19 agosto a Roccasecca, presso il Cortile dell'ex seminario alle ore 18.30, e moderato dalla giornalista Romana Barroso Angeloni.

Il vissuto di alcune delle tante donne che subirono le violenze da parte dei goumiers, al seguito del V corpo d'armata francese del Generale Alphonse Juin nel maggio del 1944 in Ciociaria, emerge prepotente in tutta la sua drammatica verità. Il tutto a dimostrare come ancora oggi il dolore di quegli accadimenti sia ben persistente nella mente e nelle anime, nonostante lo scorrere del tempo e la "ragion di Stato". Sul dramma delle Marocchinate, sopravvissute ad una tragedia che ebbe proporzioni immense, si pense infatt che furono 20 mila le donne violentate dai goumiers soltanto nel basso Lazio, calò un velo di oscurità già all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

Un velo spesso che neppure l'intervento della deputata Maria Maddalena Rossi, i cui atti parlamentari rappresentano sono posti a mo' di conclusione nelle ultime pagine del libro, riuscì a squarciare. Un velo però che gli anni hanno reso più sottile e che ora, con questo sforzo di ricerca e di analisi, si tenta di sollevare definitivamente restituendo dignità alle tante vittime di una guerra silenziosa e sporca, compiuta da soldati armati e feroci contro donne indifese e ignare della furia dei dominatori. Stefania Catallo

Domenica 20 agosto verrà presentato lo spettacolo teatrale "Le Marocchinate", tratto dal libro, scritto diretto e interpretato da Francesca Romana Cerri e Delfina Angeloni, alle ore 21 sempre a Roccasecca località Caprile.

 
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Stefania Catallo
Domenica 20 agosto verrà presentato lo spettacolo teatrale "Le Marocchinate", tratto dal libro, scritto diretto e interpretato da Francesca Romana Cerri e Delfina Angeloni, alle ore 21 sempre a Roccasecca località Caprile.

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Nel 2016: il processo del Circeo

AssassiniodelCirceo ColasantiAlloraAnsadi Fiorenza Taricone - Il femminismo e gli studi di genere hanno fin dall’inizio sconvolto la storia tradizionale e la cronologia tradizionale. Non vorrei inoltrarmi troppo nel nuovo anno senza ricordare una data simbolo del 2016: il massacro del Circeo, accaduto nel 1975 e concluso con il processo del 1976. Stante le differenze fra i sessi che per millenni hanno inculcato, più che insegnato, a bambini e bambine, in Italia e in tutto il mondo, biologiche, caratteriali, attitudinali e chi più ne ha più ne metta, la loro storia non poteva essere uguale. La cronologia sociale e politica ha percorso strade diverse. Basta pensare ai diritti civili e politici: da sempre o quasi escluse dal diritto all’istruzione, fino alla metà dell’Ottocento per l’Italia, mentre per gli uomini la differenza era di censo e di classe, le donne non hanno avuto per molto tempo nel loro album di ricordi né foto dei traguardi scolastici, come le nostre numerose ragazze oggi, né dei traguardi professionali, se non le prime timide foto di maestre con le loro classi o commesse e impiegate con la divisa. Ancora meno, firme apposte su documenti istituzionali, non avendo diritto di voto fino al 1945; dai primi abbozzi di parlamenti nel Medio Evo, che comprendevano il clero, ma non le donne, fino alla seconda guerra mondiale, rappresentatività sociale nelle istituzioni, consensi, gestione del potere e del danaro, diplomazia, mediazioni, uso del lessico politico, potere di trascinare una nazione in guerra, sono stati scanditi da tempi, volti e scritture quasi del tutto maschili.
Il tempo pubblico e quello privato, quello delle rivendicazioni e delle diverse modalità sulla scena pubblica hanno disegnato una mappa temporale del tutto diversa ed eterogenea fra i due sessi. Alcuni riferimenti sono specifici e insieme comuni: il suffragio universale dopo la guerra di liberazione e dopo vent’anni di negazione di un diritto democratico è stato una vittoria per tutti, per le donne la fine di un’esclusione millenaria. Altri, del tutto diversi: celebrare un’Europa in cui le donne che hanno lavorato come gli uomini, ma pagate meno, sono entrate nel Parlamento con l’elezione diretta nel 1979, vuol dire necessariamente uno sguardo diverso e un’ottica temporale divergente da quella maschile. Come differente è l’evocazione di ciò che sta intorno alle donne e agli uomini.

Rosaria Lopez e Donatella Colasanti

Il 2016 rimanda alla mia memoria, una memoria di genere, l’inizio del processo ai massacratori del Circeo, che uccisero dopo una notte di violenze sessuali e sevizie Rosaria Lopez, diciannove anni e Donatella Colasanti, diciassetttenne, o almeno così hanno creduto, perché quest’ultima si salvò; ascoltarono i suoi lamenti e fu estratta dal baule della macchina dove l’avevano rinchiusa insieme all’amica morta, chiuse nella plastica; una tortura che usavano i pirati, legare all’albero della nave un morto e un vivo. Penso spesso tristemente che la storia italiana politica e sociale sia stata incisa nella mia memoria anche tramite due drammatiche aperture: quella del cofano della Renault dove era stato rinchiuso il corpo di Aldo Moro, nel ’78 e poco prima il cofano della 127 dove giacevano due corpi femminili, nel ’75; non sapevamo ancora che in questo ultimo caso, mentre il terrorismo, con il suo carico di ambiguità ancora attuali, avrebbe fatto il suo corso, l’omicidio delle due ragazze sarebbe stato l’inizio del femminicidio in grande stile.
Per i lettori e le lettrici forse è bene ricordare almeno il grosso delle vicende. Nella notte del 1 ottobre 1975 Stefano Fabris era stato avvertito dalla madre che da una macchina parcheggiata in un vialetto provenivano dei colpi. Dopo il ritrovamento, Donatella fu accompagnata al Policlinico Umberto I dove furono diagnosticate tracce di violenza carnale, anale e vaginale, oltre alle lesioni e ferite. Per l’amica morta, una diagnosi di asfissia da annegamento, oltre a tracce di stupro e violenza su sutto il corpo. Il giorno seguente, Donatella raccontò ai magistrati che tutto era iniziato il 25 settembre quando un certo Carlo, il cui vero nome era Gian Pietro Parboni Arquati si era fermato per dare unAssassiniodelCirceo 350 260 passaggio a Donatella e alla sua amica Nadia fuori del cinema romano Empire. All’appuntamento per il sabato successivo, Donatella era andata con l’amica Rosaria, trovando Carlo in compagnia di Angelo Izzo e Gianni Guido. Al terzo appuntamento, Donatella e Rosaria trovarono solo Izzo e Guido che proposero di passare qualche ora al mare; iniziò così l’incubo nella villa del Circeo, dove fino alla tarda serata del giorno successivo furono picchiate, costrette ad avere rapporti sessuali con entrambi e con Andrea Ghira, figlio dei proprietari della villa. Il 30 settembre, decisero di tornare a Roma e diedero loro qualche sonnifero per non farsi notare durante il viaggio, ma non funzionò; a quel punto, Rosaria fu portata al piano di sopra, picchiata per farle perdere i sensi e poi annegata nella vasca da bagno. Donatella, picchiata alla testa con una spranga di ferro, si finse morta. In una delle sue testimonianze, Donatella ricordava che nel portabagagli cercava di scuoterla, era inerte, ma non voleva arrendersi alla sua morte. I tre pariolini, come vennero definiti all’epoca, perché di fatto appartenevano alla gioventù ‘bene’ di Roma, mentre le due ragazze vivevano alla Montagnola, quartiere allora operaio e piccolo borghese, erano recidivi: in particolare Izzo, con altri due era già stato protagonista di episodi di violenza con giovani adescate con la menzogna. Ghira, figlio di costruttori il cui nome si può leggere ancora percorrendo la via Pontina fuori Roma, fu protagonista di un vero giallo. Fece perdere subito le sue tracce, certamente facilitato dalle classe sociale di appartenenza; nel ’77 tentò di evadere con Izzo che fu poi condannato all’ergastolo; nel 1985, sembrava si nascondesse sotto falso nome in Kenia. Nel ’94, il fratello dichiarò che viveva in Argentina presso una zia, ma l’anno dopo all’uscita da una casa di appuntamenti fu ritratto inseme ad altri uomini. Nel 2005, la madre di Ghira sostenne che già dal 1976 si era arruolato nella legione spagnola con il nome di Maximo Testa, ritrovato cadavere nel 1994; l’esame del Dna confermò poi l’attendibilità. Izzo, dopo una nuova fuga, fu catturato nel 1993 e nel 2005 confessò l’omicidio di due donne madre e figlia nelle vicinanze di Campobasso; l’Italia fu condannata dalla Corte europea a risarcire la famiglia; nel 2010 Izzo si sposò con la giornalista Donatella Papi; Guido ebbe la pena ridotta a 30 anni perché la famiglia della Lopez decise di accettare il risarcimento di 100 milioni. Nel 1981, evase e fu catturato in Argentina, fuggì di nuovo e fu arrestato una decina di anni dopo a Panama; ha finito di scontare la sua pena nel 2009.
Il processo di Latina nel 1975 fu un momento topico per la storia del femminismo, per il clamore mediatico, la pressione dei movimenti femministi, e anche per la storia della legge sulla violenza sessuale che ci mise venti anni ad essere approvata: 1976-1996.

I fatti nella deposizione di Donatella Colasanti

Nella drammatica deposizione di Donatella Colasanti, durante un processo in cui le femministe si erano fatte molto sentire in aula, si ritrovano molte delle risposte alla domanda sul perché le denunce sono così basse ancora oggi rispetto alle violenze di cui si presuppone l’esistenza. Certamente la violenza d’allora rappresentò un caso limite, ma non la modalità degl’interrogatori che era invece la norma. Donatella dovette difendersi da domande che furono rivolta prima e dopo a moltissime ragazze donne che avevano subito violenza: si erano difese anche durante il coito o erano state ferme, con il sottinteso che quindi era di loro gradimento? Erano vergini? Avevano provocato? Si rendevano conto di essere state imprudenti nell’accettare?
Gl’imputati furono riconosciuti colpevoli di omicidio volontario, violenza carnale continuata, ratto a scopo di libidine, detenzione abusiva di armi da fuoco. Gli ergastoli comminati nel 1976, non chiusero la vicenda, anzi aprirono una serie d’interrogativi: le fughe dal carcere, le protezioni, il rilascio per buona condotta, le cifre offerte in riparazione avallano quello che all’epoca fu contestato, cioè che si trattava di un delitto di classe; innegabilmente, una famiglia di classe sociale inferiore diffivilmente avrebbe potuto fare altrettanto. Senza parlare delle complicità di ogni tipo che si suppone lautamente ricompensate, complicità di ieri che sono anche quelle di oggi, magari nominate diversamente: silenzi, omissioni, sottovalutazioni, anche da parte femminile.
Donatella è scomparsa da non molti anni, ha reagito da grande donna, ha continuato a scrivere, ma non ritengo che alla sua malattia abbia fatto bene, diciamo così, la sorte dei massacratori; in particolare l’uscita per buona condotta di Izzo che ha dimostrato la sua bontà uccidendo altre due donne. A lei questo piccolo, indignato ricordo.

 
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Testa e cuore manifestando contro la violenza sulle donne

26nov16 2 350 260Fiorenza Taricone - Riflessioni a margine della manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne. Ma finalmente, mi è venuto di pensare, arrivando a Piazza della Repubblica sabato 26 novembre, in una semi giornata di sole. Alle 13,30 la piazza era già gremita e faceva nettamente presagire che il numero sarebbe stato imponente. Ma finalmente dunque, le donne, ragazze, nonne, giovani madri, si sono mosse tutte insieme e tutte insieme si sono mostrate pubblicamente e non in rete, in modo virtuale. Erano lì con i loro corpi e sguardi sul mondo, mentre il mondo le guardava. A quelli che occhieggiavano dai davanzali, durante il corteo, come sempre è partito l’invito cantato: Scendi giù, scendi giù sei una donna pure tu.

 ...erano tantissime

Le donne erano tante, anzi tantissime, a occhio e croce, visto che da via Cavour in una prospettiva che andava dall’alto verso il basso, non si vedeva la coda del corteo. Centomila, forse più. E la sera e il giorno dopo, a me che da una vita, dall’inizio dei miei studi cerco di sottrarre le donne dall’oblio cui la cultura ufficiale e il sapere impartito le hanno condannate da millenni, è venuto implacabile il seguente pensiero. Ecco una prova palmare di cancellazione, anche contemporanea, visto che gli onnipresenti media hanno commentato poco o nulla. Del resto, nel corteo, che è partito verso le 14,30, ma che si è messo in movimento nella parte finale alle 16 circa, non si sono viste politiche o politici di rilievo, quelli da intervistare comunque, tranne per fare degli esempi, Livia Turco, Roberta Agostini PD, Pia Locatelli, Euro parlamentare; fatta la tara alle deputate impegnate o meglio sarebbe dire rimaste impigliate nelle maglie del bilancio, tutto il resto battagliava per il referendum. A riprova che quando si sostiene che le politiche di genere vanno oltre ogni categoria politica conosciuta e sono travsversali si dice il vero.
Gli uomini c’erano, nel corteo, a fianco, un po’ bene accolti, un po’ contestati; si era chiesto che stessero dietro il corteo, ma così non è andata; anzi, per molte donne dovevano essere alla testa della manifestazione, a simboleggiare un impegno di riflessione e cambiamento.

Le streghe per un giorno sono tornate davvero

A dare corpo ai timori di chi considera ancora il femminismo con un certo timore reverenziale, ma questo per chi scrive è una nota positiva, sono stati slogans come Tremate, tremate, le streghe son tornate. A forza di evocare gli spettri, le streghe per un giorno sono tornate davvero, ma questa volta, non una generazione sola, ma almeno tre. Le cosiddette vetero femministe, le figlie, le giovanissime. Tutte insieme, come quelle canzoni che non hanno più età, hanno urlato: Per ogni donna stuprata e offesa, siamo tutte parte lesa. Certo, non era un bel pensare da parte di quelle che come me camminavano e si fermavano, poi ricamminavano per rispettare le26nov16 350 260 distanze tipiche di ogni corteo; la mia memoria andava alle accuse rivolte molto tempo fa al femminismo di essere un movimento violento nei confronti del maschio, accuse confrontate con la contemporaneità, che vede donne uccise dagli uomini quest’anno in un numero superiore alle vittime di mafia e camorra.
Le donne erano come sempre tante e diverse, da ogni parte d’Italia, della storica Unione Donne in Italia, con il Gruppo Le sconfinate, della Casa Internazionale delle Donne di Roma, di associazioni storiche come Differenza Donna, della Cgil, dei Collettivi di vario genere, dalle musiciste, alle studentesse. Talmente fisico era che un gruppo di giovani ha costruito ed esibito un’immagine nitida dell’organo femminile (vedi foto, qui a ds). Molte altre si riferivano al rifiuto di un linguaggio sessista. Altre ancora erano a bordo di una sorta di autobus, mentre con l’altoparlante dicevano basta, basta riferito a tante pratiche discriminatorie diventate ormai insopportabili. Come studiosa di genere, un cartello mi ha fatto innegabilmente piacere, quelo che rivendicava il desiderio di una storia diversa, dove le donne fossero presenti come l’altro genere (vedi foto, in alto a sin).
Nella tanta diversità, il grido era uno solo: libertà, perché le donne presenti gridavano di essere come una marea il cui desiderio di libertà avrebbe travolto tutto.

 
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Colleferro. "La panchina rossa"

Foto 25Nov Colleferro 350 260da Consulta le Donne, Colleferro - La mattinata è stata accompagnata da una pioggia abbondante e poco prima delle ore 11 la galleria di piazza Gobetti, animata da un sottofondo musicale, si è riempita dei colori e delle voci di tanti alunni dell’Istituto comprensivo Colleferro II, Scuola secondaria di primo grado Giuseppe Mazzini, Classi II B, II D, III B, IIIC, della Scuola primaria Giovanni Paolo II, Classe V A, V B E V C, e della Scuola primaria Dante Alighieri, Classe V A, V B e V C, intervenuti per la manifestazione “La panchina rossa”, organizzata dal gruppo Consulta le donne, Associazione culturale Segni onlus e la Consulta delle donne di Montelanico in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.
La Dirigente scolastica, dott.ssa Marika Trezza, nell’aprire la manifestazione ha sottolineato la gravità del fenomeno, l’importanza del ruolo formativo della Scuola e l’opera di sensibilizzazione che svolgono le associazioni.
L’educazione dei giovani all’uguaglianza è lo strumento che può contribuire a promuovere il cambiamento culturale per risvegliare le coscienze e sdradicare quei comportamenti violenti che, in casi estremi, degenerano nel femminicidio.
La Scuola può affrontare il tema della violenza sulle donne attraverso l’educazione alla parità di genere, che deve essere diffusa e praticata con consapevolezza sia in classe, sia in famiglia.
Sono poi intervenuti i rappresentanti del gruppo Consulta le Donne di Colleferro, l’Associazione culturale Segni Onlus e la Consulta delle donne del Comune di Montelanico, che hanno ringraziato quanti hanno supportato l’iniziativa, in particolare la dott.ssa Trezza, nella sua qualità di rappresentante istituzionale della comunità scolastica, e tutti i presenti, alunni, docenti, famiglie e cittadini.
Combattere la violenza significa condannare i comportamenti che offendono la dignità della donna. La violenza non ha mai una giustificazione e va contrastata attraverso un’opera costante e profonda di prevenzione.
La panchina rossa – donata dalle associazioni – vuole essere il simbolo di un impegno che vada oltre la data del 25 novembre, dove tutti possano sedersi e pensare alle donne e i bambini vittime di violenza, ma anche per ricordare le donne che son riuscite a recuperare serenità. Quelle che ce l’hanno fatta, nonostante il disimpegno di Istituzioni nazionali e locali, spesso indifferenti al dramma della violenza sulle donne.
Votare nei Consigli comunali di Colleferro, Segni e Montelanico una mozione contro ogni forma di violenza umana, soprattutto contro donne e bambini, è un segnale che deve essere dato.
Sono quindi intervenuti gli alunni che hanno letto brevi pensieri, citazioni, cantato, suonato e recitato alcune poesie, guidati dagli insegnanti che, con molta dedizione e sensibilità, hanno realizzato un progetto educativo articolato in tante forme espressive.
Il progetto è stato curato dalle professoresse Ceraldi Maria Letizia, Massicci Assunta, Ionta Daniela, Daria Pellegrini, Proia Ilaria, Roberta Trezza, Giuseppina Pilla, Sara Poce, Roberta Colelli, Anna Maria Cacciotti, Daniela Colaiacomo e dai professori Pierino Cipriani e Fabio Battisti.
Gli studenti delle medie hanno scritto e recitato le poesie “Chi sono io”, “La donna non si tocca neanche con un fiore”, “Una luce alla finestra”, “Se io fossi un uomo”, con citazioni di Shakespeare.
Gli alunni di quinta hanno esposto alcuni cartelloni con delle considerazioni a tema e un testo poetico di Shakespeare.
Sulle note di Fiorella Mannoia “Quello che le donne non dicono”, di Alex Britti “Perché?” e di Verdi “Libiamo ne’ lieti calici” la parte musicale del programma è stata chiusa con un brano di violino.
Nella seconda parte è stata sorteggia la frase, che sarà riportata sulla panchina rossa, di Federica Briganti: “Gli schiaffi sono schiaffi. Scambiarli per amore può fare molto male".
La panchina rossa è stata affidata, sempre con sorteggio tra le classi, alla V C del plesso Giovanni Paolo II, che ne avrà cura insieme alle associazioni.
Colleferro, 26.11.2016

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Qual'è l'identikit dell'assassino

fermati non mi uccidere 350 260Di Nadeia De Gasperis - Che cosa ci meraviglia? Che sia un professionista a uccidere una donna, sua moglie, o che sia un uomo impegnato in prima linea nella lotta alla violenza sulle donne?
Non ho maturato cinismo sui casi di femminicidio e neppure disincanto, semplicemente non mi sorprende che la violenza si annidi laddove non ce l’aspettiamo. E questa dovrebbe essere una verità che ci guidi a prevenirla, a frenarla, a correggerla. La violenza sulle donne, non è relegata ai ceti meno abbienti, alle classi meno alfabetizzate, la violenza è anche, spesso, borghese, diffusa tra i trenta-quarantenni, acculturati, agiati, con una buona posizione sociale ed economica, e le vittime sono donne altrettanto emancipate, magari figlie di quegli anni in cui l’emancipazione femminile viveva nel pieno della sua evoluzione. E spesso è proprio questa la causa della violenza, il rifiuto che una donna possa affermarsi professionalmente, socialmente, al di fuori della sfera strettamente familiare.
Il malamore non ha ragione, ma la si può supporre, non ha colore sociale, economico, non ha RAGIONE SOCIALE.
E gli stipiti delle porte, ai quali urtano le donne, pena aver urtato la sensibilità di qualche uomo, sono foggiati anche dai designer di lusso.

“nè sante, nè madonne, solo donne”

Uno slogan femminista recitava “nè sante, nè madonne, solo donne”. Oggi, a distanza di tanti anni dalle lotte di emancipazione, viviamo ancora il nostro personale medioevo, dove a volte la violenza ce la andiamo a cercare, sentendoci sempre responsabili della infelicità altrui, che dovrebbe derivare dal nostro successo, economico, sociale, professionale. È il prezzo per il tempo che viviamo.
Eppure le feste “in rosa” dedicate alle donne, sono organizzate sempre con la stessa formula, stands di cosmesi, sport, benessere, e screening di prevenzione per la salute. Come se fossimo solo questo. La prevenzione, sacrosanta e necessaria, si dovrebbe fare in altri ambiti, in una festa dedicata alle donne, diffondiamo la cultura del rispetto, che è innanzitutto ripristinare una profonda verità: nè sante, nè madonne, solo donne”.
E invece sul palco c’è la criminologa di turno alla quale viene chiesto perchè l’omicidio di una donna, di estrazione sociale borghese debba essere trattato con tanto rispetto e la donna uccisa a terra di una zona malfamata del cassinate sia stata sbattuta in prima pagina senza ritegno. “The show must go on”, risponde la signora, “è un’altra situazione, dobbiamo necessariamente usare due pesi e due misure”. Spesso nella mia città è capitato che le stesse persone impegnate in prima linea nella lotta al femminicidio, donne e uomini, fossero coloro che non perdono occasione di usare parole volgari e violente nei confornti degli immigrati. La cultura del rispetto a intermittenza mi rende nervosamente scettica. Così capita che nella piazza principale della città venga fatto calare uno striscione a caratteri cubitali e molto fascisti che “recita “giustiza esemplare per Gilberta”. Sarà la scelta dei caratteri o il carattere della scelta, ma la cosa mi inquieta, mi inquieta chi grida al mostro, elencando con dovizia di dettagli le torture che gli infliggerebbe. Mi fanno paura le commemorazioni dall’umore vendicatorio e punitivo, i cittadini davanti al tribunale che chiedono la pena di morte. LA violenza si annida tra questi estremismi, attechisce e prolifera e soprattutto si nasconde molto bene. Bisogna educare alla cultura del rispetto, sfatare il mito della bellezza e della salute come uniche prerogative femminili, educare alla mitezza, alla bellezza della diversità, lo devono fare le donne, e gli uomini, solo dopo aver educato se stessi al rispetto di ogni essere umano.
Il nome dell’omicida, mostro da torturare, avete fatto caso che non lo ricorda mai nessuno!?

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