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Violenza alla Certosa di Trisulti e più ancora alla Costituzione

Certosa di Trisulti 390 260 mindi Angelino Loffredi - Nella giornata di sabato 29 dicembre il paesino di Collepardo ha ospitato due iniziative organizzate dalla Rete delle Comunità Solidali (in mattinata la Marcia, il pomeriggio il dibattito) per difendere la Certosa di Trisulti dall’assalto predatorio della destra integralista ed anti-Bergoglio.

Il dato che a me preme evidenziare riguarda il fatto che se teniamo presente che tali momenti sono stati fatti conoscere solo qualche giorno prima, privi di una necessaria ricostruzione del (mis)fatto e di una ipotesi di iniziative da tenere a medio termine, oltre che dalla non adesione del sindaco di Collepardo mi sento di dire che la presenza di 300 persone alla marcia rappresenta un lusinghiero risultato.

Cosa è successo di così importante e grave da far accendere i riflettori da parte di giornali e tv nazionali e esteri, su la Certosa di Trisulti, sito benedettino consacrato nel 1211, situato a 825 metri sul mare nel territorio di Collepardo?

Proverò, pertanto, a ricostruire gli avvenimenti accaduti negli ultimi mesi. Scrivo “proverò” perché tanti di questi non risultano essere di chiara comprensione. Parto allora da un dato inequivocabile: il Ministro Dario Franceschini, sviluppando il pensiero perverso delle privatizzazioni, decide di dare in Concessione un bene pubblico e monumento nazionale, sotto la cura e la gestione del Ministero dei beni culturali, attraverso un Bando. Vincitrice dello stesso risulta essere la Fondazione Dignitatis Humanae Istitute, organizzazione vicina o meglio finanziata da Steve Bannon, già consigliere di Trump e al cardinale Raymond Burke meglio conosciuto come l’oppositore di Papa Francesco. La Fondazione quindi potrà utilizzare il sito versando allo Stato 100.000 euro l’anno, somma riducibile se accompagnata da opere di ristrutturazione o di manutenzione.

A proposito della fase preparatoria che ha preceduto il Bando, l’avvocata Carla Corsetti, in un articolo pubblicato sul settimanale LEFT il 28 settembre 2018, ci porta a conoscenza di una missiva del Cardinale Martino, già Presidente della succitata Fondazione, inviata a Parolin Segretario di Stato, per sollecitare il Papa ad intervenire sul Ministro Franceschini a favore della Fondazione.

Alla data di oggi lo scritto della Corsetti non ha avuto nessuna contestazione, rettifica o richiesta di precisazioni. L’altro dato da conoscere riguarda la presenza nel Bando, sulla base del quale si è giunti alla concessione, di Parametri soggettivi, discrezionali che hanno permesso di escludere altre organizzazioni.
La funzione del sito non sarà ne museale, ne religiosa, ne storica se ti tiene conto di una realtà di studio applicato della farmacologia anche perché l’intervista di Bannon al Corriere della sera (rilasciata a Viviana Mazza) conferma il carattere completamente diverso. “Il compito” dice Bannon “sarà quello di addestrare 300 persone ogni anno a diventare gladiatori guerrieri della cultura giudaico cristiana“. Insomma, la scuola rappresenta il punto di partenza per lanciare una crociata contro gli “infedeli “, contro coloro che non la pensano come gli adepti della Fondazione.

Benjamin Harnwell, guardiano del sito, durante l’incontro pomeridiano di sabato 28, tenuto presso la Sala del Consiglio Comunale di Collepardo, ha avuto una reazione idrofoba nei confronti di Carla Corsetti quando questa metteva in evidenza che la Concessione non era un atto del Vaticano, ma dello Stato italiano, pertanto ogni atto deve essere adeguato ai princìpi costituzionali. Una scuola, così come disegnata da Bannon, ostile a chi non accetta quelle idee, è fuori da ogni valore della Costituzione.

Se la Concessione è a dir poco “discutibile“, cosa si fa ? Innanzi tutto, bisogna respingere l’ipotesi che non ci sia più niente da fare, per essere pronti ad incassare qualche misero piatto di lenticchie. È necessario, al contrario, dare corpo al significato delle iniziative del 29 dicembre: creare una organizzazione, ipotizzare ricorsi e raccogliere contributi, coinvolgere studiosi di materie giuridiche e forze politiche.

La vicenda che stiamo vivendo è molto inquietante, non riguarda solo il destino di Papa Francesco, ma anche quello della sua chiesa e soprattutto della democrazia nostra e della stessa Europa.

 

 

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Violenza alla Certosa di Trisulti e più ancora alla Costituzione

Certosa di Trisulti 390 260 mindi Angelino Loffredi - Nella giornata di sabato 29 dicembre il paesino di Collepardo ha ospitato due iniziative organizzate dalla Rete delle Comunità Solidali (in mattinata la Marcia, il pomeriggio il dibattito) per difendere la Certosa di Trisulti dall’assalto predatorio della destra integralista ed anti-Bergoglio.

Il dato che a me preme evidenziare riguarda il fatto che se teniamo presente che tali momenti sono stati fatti conoscere solo qualche giorno prima, privi di una necessaria ricostruzione del (mis)fatto e di una ipotesi di iniziative da tenere a medio termine, oltre che dalla non adesione del sindaco di Collepardo mi sento di dire che la presenza di 300 persone alla marcia rappresenta un lusinghiero risultato.

Cosa è successo di così importante e grave da far accendere i riflettori da parte di giornali e tv nazionali e esteri, su la Certosa di Trisulti, sito benedettino consacrato nel 1211, situato a 825 metri sul mare nel territorio di Collepardo?

Proverò, pertanto, a ricostruire gli avvenimenti accaduti negli ultimi mesi. Scrivo “proverò” perché tanti di questi non risultano essere di chiara comprensione. Parto allora da un dato inequivocabile: il Ministro Dario Franceschini, sviluppando il pensiero perverso delle privatizzazioni, decide di dare in Concessione un bene pubblico e monumento nazionale, sotto la cura e la gestione del Ministero dei beni culturali, attraverso un Bando. Vincitrice dello stesso risulta essere la Fondazione Dignitatis Humanae Istitute, organizzazione vicina o meglio finanziata da Steve Bannon, già consigliere di Trump e al cardinale Raymond Burke meglio conosciuto come l’oppositore di Papa Francesco. La Fondazione quindi potrà utilizzare il sito versando allo Stato 100.000 euro l’anno, somma riducibile se accompagnata da opere di ristrutturazione o di manutenzione.

A proposito della fase preparatoria che ha preceduto il Bando, l’avvocata Carla Corsetti, in un articolo pubblicato sul settimanale LEFT il 28 settembre 2018, ci porta a conoscenza di una missiva del Cardinale Martino, già Presidente della succitata Fondazione, inviata a Parolin Segretario di Stato, per sollecitare il Papa ad intervenire sul Ministro Franceschini a favore della Fondazione.

Alla data di oggi lo scritto della Corsetti non ha avuto nessuna contestazione, rettifica o richiesta di precisazioni. L’altro dato da conoscere riguarda la presenza nel Bando, sulla base del quale si è giunti alla concessione, di Parametri soggettivi, discrezionali che hanno permesso di escludere altre organizzazioni.
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Benjamin Harnwell, guardiano del sito, durante l’incontro pomeridiano di sabato 28, tenuto presso la Sala del Consiglio Comunale di Collepardo, ha avuto una reazione idrofoba nei confronti di Carla Corsetti quando questa metteva in evidenza che la Concessione non era un atto del Vaticano, ma dello Stato italiano, pertanto ogni atto deve essere adeguato ai princìpi costituzionali. Una scuola, così come disegnata da Bannon, ostile a chi non accetta quelle idee, è fuori da ogni valore della Costituzione.

Se la Concessione è a dir poco “discutibile“, cosa si fa ? Innanzi tutto, bisogna respingere l’ipotesi che non ci sia più niente da fare, per essere pronti ad incassare qualche misero piatto di lenticchie. È necessario, al contrario, dare corpo al significato delle iniziative del 29 dicembre: creare una organizzazione, ipotizzare ricorsi e raccogliere contributi, coinvolgere studiosi di materie giuridiche e forze politiche.

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'La violenza sulle donne è una strage che non si ferma'

beatrice moretti“La violenza contro le donne è un problema di tutti” Cassino Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Campus Universitario Loc. Folcara intervento di Beatrice Moretti, Segretario Generale SPI CGIL Frosinone Latina. **
La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale - e in quanto tale appartiene a tutti.

E’ di questi giorni la presentazione del disegno di legge “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno, che cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.
Dobbiamo infatti ricordare che molte storie di donne ammazzate nel 2018 seguono sempre lo stesso copione. E viene da chiedersi se il nocciolo duro della resistenza ad agire, a comprendere il rischio, a contenerlo prima che si realizzi, non venga proprio dalla categoria dei magistrati.

L'ultima relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato ci ha rivelato che un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalkingbeatrice moretti Cassino30nov18 350 min presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma. Anche quando si arriva al processo, sembra che esistano norme diverse a seconda delle aree geografiche: a Caltanissetta quasi la metà degli imputati (43%) viene assolta, a Trento solo il 12,6 per cento, ed è ovvio interrogarsi su questa disparità. Le denuncianti di alcune zone sono “più bugiarde”? Oppure quelle Procure, quei Tribunali, indagano in modo più superficiale, sono più inclini a giustificare gli imputati

La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte.
La violenza sulle donne è una strage che non si ferma e una ricerca Eures sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita).

Noi OO.SS. (organizzazioni sindacali) possiamo comunque fare molto, quindi sicuramente fare rete, ma ad esempio anche mettere in campo progetti condivisi con le associani datoriali per superare il cosiddetto gender pay gap, il contrasto alla violenza di genere e promuovere la sicurezza di genere nei luoghi di lavoro. Questo vuol dire che fondamentale è il ruolo di Rsu/Rls per promuovere la prevenzione ed il contrasto delle violenze di genere nei luoghi di lavoro, partendo dai compiti loro assegnati, formando però adeguatamente queste figure: ben l’80% delle donne che subiscono molestie e ricatti nei luoghi di lavoro non ne parla con nessuno. Questo è un dato che ci interroga perché vuol dire che abbiamo la necessità di essere maggiormente riconoscibili come interlocutori da questo punto di vista, in quanto pur essendo presenti nei luoghi di lavoro non riusciamo a far riconoscere i nostri rappresentanti sindacali nei diversi luoghi di lavoro come riferimento per le donne che hanno bisogno.

Come Sindacato vogliamo incidere, innanzitutto partendo dalla contrattazione, in cui peraltro sono stati inseriti strumenti importanti che sono già disponibili (congedi per le donne vittime di violenza) , ma vogliamo anche rafforzare il sistema, mettendo in campo nuove alleanze e progettualità, per essere conseguenziali rispetto alla convinzione che la violenza contro le donne è un problema di tutti.
Cassino, 30 novembre 2018

 

**Inviato in Redazione venerdì 30 novembre 2018. UNOeTRE.it pubblicherà anche l'intervento svolto da Alessandra Romano della Cisl di Frosinone appena ci verrà inviato.

 

 

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beatrice moretti“La violenza contro le donne è un problema di tutti” Cassino Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Campus Universitario Loc. Folcara intervento di Beatrice Moretti, Segretario Generale SPI CGIL Frosinone Latina. **
La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale - e in quanto tale appartiene a tutti.

E’ di questi giorni la presentazione del disegno di legge “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno, che cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.
Dobbiamo infatti ricordare che molte storie di donne ammazzate nel 2018 seguono sempre lo stesso copione. E viene da chiedersi se il nocciolo duro della resistenza ad agire, a comprendere il rischio, a contenerlo prima che si realizzi, non venga proprio dalla categoria dei magistrati.

L'ultima relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato ci ha rivelato che un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalking presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma. Anche quando si arriva al processo, sembra che esistano norme diverse a seconda delle aree geografiche: a Caltanissetta quasi la metà degli imputati (43%) viene assolta, a Trento solo il 12,6 per cento, ed è ovvio interrogarsi su questa disparità. Le denuncianti di alcune zone sono “più bugiarde”? Oppure quelle Procure, quei Tribunali, indagano in modo più superficiale, sono più inclini a giustificare gli imputati

La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte.
La violenza sulle donne è una strage che non si ferma e una ricerca Eures sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita).

Noi OO.SS. (organizzazioni sindacali) possiamo comunque fare molto, quindi sicuramente fare rete, ma ad esempio anche mettere in campo progetti condivisi con le associani datoriali per superare il cosiddetto gender pay gap, il contrasto alla violenza di genere e promuovere la sicurezza di genere nei luoghi di lavoro. Questo vuol dire che fondamentale è il ruolo di Rsu/Rls per promuovere la prevenzione ed il contrasto delle violenze di genere nei luoghi di lavoro, partendo dai compiti loro assegnati, formando però adeguatamente queste figure: ben l’80% delle donne che subiscono molestie e ricatti nei luoghi di lavoro non ne parla con nessuno. Questo è un dato che ci interroga perché vuol dire che abbiamo la necessità di essere maggiormente riconoscibili come interlocutori da questo punto di vista, in quanto pur essendo presenti nei luoghi di lavoro non riusciamo a far riconoscere i nostri rappresentanti sindacali nei diversi luoghi di lavoro come riferimento per le donne che hanno bisogno.

Come Sindacato vogliamo incidere, innanzitutto partendo dalla contrattazione, in cui peraltro sono stati inseriti strumenti importanti che sono già disponibili (congedi per le donne vittime di violenza) , ma vogliamo anche rafforzare il sistema, mettendo in campo nuove alleanze e progettualità, per essere conseguenziali rispetto alla convinzione che la violenza contro le donne è un problema di tutti.
Cassino, 30 novembre 2018

 

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Dopo la giornata del 25 novembre contro la violenza sulle donne

sei STATO tu 2018 350 minGruppo Consulta le Donne e Associazione culturale Segni - A conclusione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne vogliamo continuare a parlare di questa “piaga” strutturale che attraversa molte società del mondo.

Nel nostro manifesto “sei STATO tu” abbiamo scritto i nomi di donne uccise da uomini che hanno voluto fermarle per sempre piuttosto che consentire loro di fare una scelta di autodeterminazione. “sei STATO tu” si riferisce alla responsabilità delle Istituzioni che non vanno oltre la sottoscrizione di Protocolli che non realizzeranno e l’approvazione di Leggi che non applicheranno.

Le donne hanno avuto fiducia nello Stato sia per le leggi che avrebbe approvato, sia per le politiche di prevenzione che avrebbe attuato, ma il sistema non è stato in grado di garantire loro la vita e la giustizia. Le Istituzioni non hanno saputo proteggerle e non hanno fatto abbastanza per impedire le conseguenze di gesti estremi.

Per lo Stato la “piaga” della violenza sulle donne non è una priorità sociale su cui intervenire con ogni mezzo culturale e risorsa economica, investendo in programmi educativi nelle Scuole, percorsi di sensibilizzazione dei giovani e politiche attive di prevenzione.

Sono però le Istituzioni ad avere un ruolo primario nel prevenire e combattere ogni forma di abuso sulle donne e i loro figli e lo fanno invece con poco convincimento e scarsa convinzione. L’enormità del problema e il fatto che questi comportamenti incidono sulla sfera privata diventano l’alibi per interventi formali, che lasciano tutto immutato o quasi.

Dopo questo 25 novembre si fa sempre più chiaro il disegno delle forze conservatrici al potere: cercare nella difesa di facciata del diritto alla vita delle donne una loro legittimazione, per poi accantonare con una certa fretta tutti gli impegni presi e gli slogan di circostanza, privi di sostanza.

In Italia di maltrattamenti e abusi si parla poco, sottovoce, e le Istituzioni non contrastano con convinzione il pregiudizio e l’arretratezza culturale, che fa da sfondo a comportamenti oppressivi e di dominio degli uomini, nella vita privata e pubblica delle donne.

Le leggi e la cultura giuridica hanno aiutato le conquiste di libertà femminili, soprattutto dopo il 1948, ma non hanno cambiato la loro vita. Manca il riconoscimento effettivo delle donne ad avere giustizia, uguaglianza e parità di diritti, nella vita di tutti i giorni e nelle aule giudiziarie.

E’ molto difficile cambiare le tradizioni del nostro Paese se non si parte dai ragazzi e dalle Scuole, coinvolgendo i giovani e le famiglie per far attecchire e affermare una cultura – sociale e giuridica - fondata sull’uguaglianza della persona in quanto tale.

Anche una componente del mondo musicale ha dato voce ad atteggiamenti e comportamenti dove la donna è vissuta come oggetto di proprietà.

Nel 1963 Mia Martini esordisce con temi forti come lo stupro in “La vergine e il mare” e “Padre davvero” in cui canta la ribellione di una figlia nei confronti di un genitore padrone. Anni dopo con “Gli uomini non cambiano” conferma il ruolo dominante e di potere del maschio. La canzone “Io donna, io persona” del 1976, la storia di tre donne che difendono i loro diritti in una società che tende a giudicare pesantemente, come “Padre davvero”, incappa nella censura della Rai per il riferimento a temi come l’erotismo e l’aborto. Il brano “Donna”, sicuramente in anticipo sui tempi, parla delle violenze degli uomini che si fanno forti muovendosi all’interno di un branco e per loro, come diceva Lennon, la donna è il negro del mondo.

Nel 1971 Celentano incide “Una storia come questa” e nel 1978 I Nomadi cantano “Ho difeso il mio amore” dal significato ancora oggi controverso. Solo nel 1981 la legge abroga la rilevanza penale della causa d’onore.

Per Antonella è ora di dire basta a chi dice donna dice danno; a chi non vuole riconoscere il loro prezioso lavoro dentro e fuori casa; a chi nega la capacità delle donne di affrontare ogni giorno molteplici responsabilità. La violenza è l’ultimo rifugio di uomini incapaci ad accettare la donna per come è.

Migliaia le scarpe rosse ieri in piazza, è il commento di Cristina, che dubita si sia compreso il significato vero di quel colore e cosa si nasconda dietro tutte le recondite parole. E’ importante essere quello che si è, saper conservare e realizzare i propri obiettivi.

Paola cerca qualcosa di nuovo in questa giornata, ma poi conclude che cambiano le parole, ma la musica è la stessa.

Prevale intorno a noi la consapevolezza che vi sia nei confronti di una “piaga” estrema e definitiva, indifferenza politica e culturale a livello nazionale e locale, soprattutto nelle Istituzioni che abbiamo più vicino.

A questo le donne rispondono tornando di nuovo in piazza per denunciare che prima che si compia il dramma esse vivono un quotidiano fatto di solitudine e paura, con la quasi certezza che non troveranno nello Stato l’aiuto necessario a salvarle o a portarle fuori dal tunnel incolumi.

Nel momento del bisogno estremo, le donne trovano la solidarietà delle amiche, di una rete di amicizie, di sostegni del volontariato e dopo il 25 novembre resta il silenzio delle Istituzioni, lontane e vicine.

Nei nostri Comuni questa giornata è stata particolarmente trascurata, i rappresentanti istituzionali e i delegati alle pari opportunità non gli hanno dato il giusto rilievo, promuovendo una o più iniziativa culturali, come per altri temi, coinvolgendo in particolare le Scuole.

Proporre e condividere con le realtà sociali un evento culturale è il primo strumento per richiamare l’attenzione delle coscienze collettive e iniziare un lungo percorso che veda su un piano privilegiato la Scuola e ogni altra aggregazione organizzata.

Se a questi si negano deliberatamente attenzioni e cure, si ammala una società.

Gruppo Consulta le Donne e Associazione culturale Segni

 

 

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La violenza contro le donne è un problema di tutti

Drammasilenzioso BrunellaFerrari minLa violenza contro le donne è un problema di tutti. Invito a partecipare alla Manifestazione presso l'Aula Magna de il Campus Folcara il 30 novembre ore 10,30 in occasione della "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne".

Il 30 novembre presso l’Aula Magna dell’Università di Cassino e Lazio Meridionale, dalle ore 10, si terrà una manifestazione dal titolo La violenza contro le donne è un problema di tutti, in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ( risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999).

Patrocinata dal Comitato Unico di Garanzia, dal Laboratorio Anti Discriminazione e dalla Consigliera provinciale di parità, Fiorenza Taricone, che è anche Presidente del Comitato e Responsabile del Laboratorio, la manifestazione è stata ampiamente condivisa dalle organizzazioni sindacali.

La manifestazione, dopo i Saluti istituzionali del Rettore, Giovanni Betta, della Direttrice del Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute, Elisabetta De Vito e della prof.ssa Fiorenza Taricone, avrà il piacere di ospitare il Coro Vesuviano, composto di sole donne, insegnanti e musiciste di valore, che hanno arrangiato testi antichi e moderni, dedicandoli a quelle che in ogni tempo che hanno conosciuto la violenza, privata e pubblica.

Come è scritto nel CD che raccoglie i loro testi, in napoletano, accompagnati sullo schermo dalla traduzione in italiano e in inglese, questo progetto è in memoria di tutte le donne fatte sparire talvolta ancora prima che nascessero. I brani sono quindi dedicati a Eva, Antigone di Tebe, Gertrude da Monza, Eleonora Pimentel Fonseca, Margherita Hack, ma anche a tutte le Brave Donne che studiando e giocando, cantando, imprecando e cucinando alzano la testa, lasciando traccia di sé, imprimendo passi di pace su questa terra.

A seguire, la proiezione del video “Stupri di guerra” in cui Angelino Loffredi e Lucia Fabi parlano, intervistati da UNOeTRE.it giornale online, delle cosiddette marocchinate, alla luce di esperienze personali e conoscenze storiche condensate nel libro a loro firma “Il dolore della memoria”.

Invitiamo inoltre tutte le scuole, le persone interessate, gli studenti, chiunque ritenga di poterlo fare, di lasciare all’entrata un paio di scarpe rosse, che da anni simboleggiano ormai le donne scomparse violentemente e per noi sempre presenti.

 

unicas 150 logocug ok 150 min logoLAD 150 min LOGO CONSIGLIERA PARITA FROSINONE 150 min

 

 

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'Terremoto' per denunciare la violenza contro le donne

Iaconetti 350 260Forti emozioni dall'interpretazione di Diana Iaconetti, brava attrice, amica e lettrice di UNOeTRE.it
In questo video nato da un'idea di Marco Costantini insieme alla stessa Iaconetti e diretto da Marco Aquilanti una drammatica storia, purtroppo ancora attuale di amore e morte. Una denuncia della violenza che ancora molti uomini riservano alle donne che dichiarano di amare. Forti le immagini create da Diana Iaconetti, importante l'effetto del bianco e nero.
Un tema delicato e drammatico, trattato con grande realismo si esprime con un vigore senza pari nella tragica fine che vale vale un milione di parole. Non è solo pessimistica, anche se assai triste, ma per il modo come la Iaconetti la propone a chi segue e magari si attende un segnale di speranza, diventa un'arma potente contro una bestialità che deve finire.
"TERREMOTO" è il titolo e tale è la storia per scuotere le coscienze. Perché di fronte alla violenza contro le donne, si reagisca.
Il messagggio di questo video deve arrivare ovunque. A tutte e a tutti.

 

 

 

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Violenza: tra noia esistenziale e incomunicabilità

a scuola studentessedi Raffaele Perruzza e Marco Mattacchione* - La violenza sugli insegnanti: tra noia esistenziale e incomunicabilità. Al giorno d’oggi, leggendo il giornale ed/o documentandosi in rete, non è affatto difficile venire a conoscenza di episodi di insegnanti aggrediti, picchiati e umiliati da studenti o dai loro genitori.

Molti sono stati i casi del genere, per citarne alcuni:
• un docente di Educazione Fisica di Avola picchiato dai genitori di un alunno rimproverato;
• una docente di Italiano accoltellata in classe da un 17enne a Santa Maria a Vico, nel Casertano, a causa di una nota assegnatagli;
• il vicepreside di una scuola media di Foggia preso a calci e pugni dal padre di un alunno;
• una docente di una scuola in provincia di Piacenza colpita ad un braccio da uno studente di prima media;
• lancio di chewing-gum masticate su un’altra professoressa sempre in provincia di Piacenza.

Tralasciando le motivazioni che potrebbero aver portato ad alcuni di questi episodi, le reazioni sono state inequivocabilmente scorrette ed a dir poco esagerate.
Questi eventi, tuttavia, possono essere la perfetta estremizzazione di un fenomeno che imperversa nel sistema scolastico (non solo italiano). La violenza sui docenti diventa sempre più frequente, ed i motivi sempre tesi tra l’inutile e lo sconsiderato: note, richiami, addirittura rimproveri.

 

Quali possono essere le cause scatenanti degli episodi di violenza sugli insegnanti?
In realtà, molteplici, per non dire che vi siano, nel dettaglio, solo casi l’uno diverso dall’altro. Ognuno di essi porta con sé sfumature differenti, che vanno quindi ad intaccare la visione generale e contestualizzata dell’accaduto.
In certi soggetti possiamo trovare, ad esempio, un certo squilibrio mentale, che porta quindi a decisioni irrazionali con conseguenze decisamente gravi.
Oppure possiamo partire dall’ambito virtuale. Cos’è che in particolare i social network hanno pian piano scrostato dall’essere umano? L’inibizione ed il pudore. Da dietro uno schermo di un computer, ci sentiamo tutti molto più sicuri, e per coloro che sono nati nell’era del digitale, si sta trasformando in un malsano bisogno di dover dire la propria a tutti i costi ed esibirsi in comportamenti spesso anche impropri della stessa persona nel contesto della vita quotidiana. E questi comportamenti sfociano spesso nella violenza, soprattutto verbale (siamo pur sempre dietro ad uno schermo), che può però ripercuotersi sulle vittime con conseguenze molto gravi. Sono gli effetti che il presunto anonimato e l’invisibilità fisica hanno sul carattere dei ragazzi (oltre che su tutte le altre persone, sia chiaro), che diventa quindi sempre più instabile, sempre meno controllabile perché meno disposto a compromessi perché troppo abituato ad essere realmente sé stesso nell’ambito virtuale.
Volendo però parlare nel generico e partire dalle basi per poi ampliare il discorso, vi sono varie idee fondanti sulla crescente quantità di certi eventi, tra le quali la più accreditata è senz’altro la perdita di quell’autorità che tempo addietro rendeva il professore tale, non semplicemente un “insegnante” (letteralmente “colui che insegna”, e quindi potenzialmente chiunque), ma una persona dotata di qualifica e, quindi, una carica, aldilà della persona detentrice della suddetta.

 

Ma come si perde autorità e potere?

Ad esempio, mostrando le proprie debolezze. Non si parla solo dell’essere o meno competenti, ma nel momento in cui la scuola subisce negli anni riforme piuttosto importanti, aggiornamenti consistenti (quali l’introduzione delle moderne tecnologie, la scuola portata nel social internettiano, e così via), dunque cambiamenti corposi, la vulnerabilità del corpo docenti è di gran lunga più esposta. Anche il solo atto di non saper utilizzare, ad esempio, il registro elettronico, può fare la differenza, e non soltanto a livello pratico.
Prima, un insegnante poteva tranquillamente essere incompetente e comunque farsi rispettare, poiché gli alunni erano tendenzialmente molto più cauti e c’era più possibilità di imporsi su di loro. Ora, invece, ci si fa molti meno problemi, perché disinibiti e perché sempre meno oppressi dall’aura autorevole degli insegnanti, specie quando non proprio idonei al loro mestiere.
Non volendo necessariamente dipingere la figura dell’alunno come un freddo manipolatore, bisogna comunque attestare di come sia psicologicamente stimolante (nel bene e nel male) l’idea di rapportarsi al proprio/a professore/essa in maniera più diretta. Questo processo di umanizzazione (intesa come un sempre maggiore distacco dall’aura autorevole che la carica di professore dovrebbe creare) porta inconsciamente l’alunno a non aver timore dei docenti sotto quel punto di vista. O comunque, questo timore non viene automaticamente scaturito, ma avviene con il diverso esperire del loro modo di fare (metodo, modi, capacità e conoscenze), qualora ad esempio l’insegnante si riveli competente e tosto al punto da “ristabilire le gerarchie”. O almeno così dovrebbe essere.

Ma chi viene in aiuto dell’alunno?

Esatto, sempre Internet. Questa enorme, mastodontica fonte di informazioni e conoscenze, accessibile a tutti. Ed è proprio questo un altro punto fondamentale. Ad oggi formarsi una cultura è infinitamente più semplice rispetto ai tempi passati, perché spesso lo si può fare gratuitamente, e ciò non fa che affievolire ancora di più quelle differenze tra insegnanti e studenti. Questi ultimi, infatti, ora come ora, hanno a disposizione i mezzi per informarsi ed acculturarsi più comodi che ci siano, e, con un uso responsabile e serio, potrebbero arrivare a conoscere dei particolari su determinati argomenti (anche scolastici) non inclusi nel programma o nel proprio libro. Ed anche qui, l’effetto sullo studente, oltre che pratico, con discussioni in classe molto più frequenti, che possono portare tanto a dibattiti interessanti quanto a vere e proprie guerre ideologiche (volendo fare un’iperbole), è anche e soprattutto psicologico.
Insomma, abbiamo visto che l’insegnante ha dunque infinitamente meno controllo sugli alunni, meno potere, e l’unico modo che ha per riconquistarlo sarebbe quello di irrigidire ulteriormente i modi, ma anche qui, i problemi non si fanno mancare.

Si può affermare che il problema di fondo sia l’incomunicabilità tra insegnante ed alunni dovuta ad un ampio distacco generazionale, ma non è raro vedere anche giovani professori alle prese con problemi di questo genere. Anzi, spesso e volentieri lo stesso fatto di essere di giovane età porta gli alunni a non prenderlo troppo seriamente. Perché questi nuovi professori, in molti dei casi, sono più vulnerabili, specialmente considerando il fatto che sono privi di un grande bagaglio di esperienze ed anche non del tutto coscienti di come funzioni il mondo del lavoro. E lo studente può approfittarsene. Inoltre, ciò non spiegherebbe la completa mancanza di empatia dei genitori.
Perché è un problema che riguarda tutti.

L’incomunicabilità è una delle grandi tragedie del nostro tempo. Non si parla solo dell’enorme paradosso di avere a disposizione una rete “vasta ed infinita”, velocissima ed in tempo reale, per poi essere totalmente incapaci di usarla a dovere, ma di come la società si stia lentamente perdendo in sé stessa.
Abbiamo di fronte a noi un mondo ben più grande di quanto potessimo immaginare 50, 60 o più anni fa, e semplicemente non ci siamo ancora abituati a questo drastico cambiamento. E dunque ci perdiamo in un miasma di sconforto, tra gli insegnanti persi in un lavoro duro e con addosso la responsabilità di portare avanti un sistema scolastico sempre più intriso di insidie e di gran lunga indebolito ed i bulli che, destinati a non avere un futuro (così i media dicono), semplicemente si annoiano. Si annoiano perché non riescono ad impegnarsi ed/od a tenersi impegnati in una determinata azione (come suggerirebbero gli studi della Carnegie Mellon University, uscito sulla rivista dell’American Psychology Association). E non si parla neanche dell’insignificanza delle azioni (come suggerirebbe Giacomo Leopardi), perché semplicemente chi si annoia non è perché fa qualcosa di insignificante, ma perché fa qualcosa di cui non comprende il vero significato, non riuscendo dunque ad impegnarvisi. Ed i media non fanno che alimentare questo senso di nichilismo.
Si potrebbe pensare che siano semplicemente gli effetti di pensare fin troppo alla crisi, ma in realtà non è necessario pensare la crisi e nemmeno prenderne coscienza per esserne influenzati. Perché le cause possono essere molteplici, e la crisi moderna fa più che altro da sfondo a tutte le vicissitudini ed a tutto ciò che ci avviene personalmente.
Ma sono tante le situazioni che rendono sempre più insopportabile la vita quotidiana nella scuola, nel quartiere e nella famiglia, e queste spesso inducono le persone che vi si trovano coinvolte a vario titolo a rivolgersi a servizi alternativi come quelli scolastici. Per lo più sono convinti che questi problemi, per loro incomprensibili, debbano aver origine da “un’altra dimensione”, di tipo psicologico. Questo lo si nota per esempio nella ricorrente lamentela degli insegnanti, che affermano di non riuscire più a insegnare e di essere invece costretti a farsi carico della missione (impossibile) di educare i giovani — in altri termini, l’istituzione scolastica è sempre più chiamata a porre rimedio alle carenze della famiglia, e gli operatori della scuola si trovano a svolgere un ruolo psicologico che non è loro.

E dei genitori cosa possiamo dire?

Semplicemente la rassegnazione che li colpisce è forse la più forte di tutte. Nei casi in cui si rivelano incapaci di impartire una sana educazione ai propri figli, non pensiate che siano disposti a farsi sempre carico delle proprie responsabilità. Scaricarle sull’insegnante è molto, ma molto più semplice. Immaginatevi un genitore con un lavoro che lo tiene molto impegnato, o, ancora peggio, entrambi i genitori con lavori ardui che li tengono fuori casa la maggior parte del tempo (perché la crisi porta anche a questo). Cosa volete che facciano, prendersi le proprie responsabilità in quanto genitori? Certo, ma per molti di loro si può sempre contare sugli asili nido, o sui babysitter, o su qualsiasi altra persona utile in quel momento. E con tutto il buon lavoro che questi nuclei o queste persone possono fare, la situazione non si risolverà comunque. Questi genitori perderanno il loro figlio, perché nella sua educazione mancherà sempre qualcosa, o ci sarà qualcosa di diverso. E dunque non riusciranno, in quella specifica fase adolescenziale, a comunicare. A volte invece fanno l’esatto opposto, viziando il proprio figlio, non impartendogli gli insegnamenti basilari dell’essere uomo e cittadino, non rimproverandolo mai, finendo per farlo diventare un tipo privo di senso del dovere, ma dandogli esattamente ciò che pensa di volere, e nel mentre incolpano chi non dovrebbe essere responsabile di questo enorme peso.
Quindi irrigidire i modi non aiuta, perché, come nel caso del docente di Avola, in un contesto dove non si viene educati ed abituati a poter anche essere nel torto, basta un semplice rimprovero per scatenare reazioni violente.

Volendo riassumere tutto e tirando le conclusioni: la violenza avviene perché il professore non ha più un’autorità tale da poter ottenere rispetto da questi studenti, che si annoiano perché a causa dei media, ed in particolare del web, non riescono a capire il senso di quello che fanno, e che non sono stati educati a dovere dai genitori che, persi tra le tante cose alle quali fa sfondo quell’enorme panorama desolante che è la crisi moderna, non badano a dovere i propri figli, o lasciandoli in balia di servizi esterni o di persone che semplicemente non sono le persone adatte ad educarli, o semplicemente educandoli male, agevolandoli, non preparandoli ad affrontare la vita in modo corretto.

E qui sorge una domanda conclusiva: ma com’è possibile per gli insegnanti ottenere il rispetto di ragazzi che non hanno mai imparato neanche a rispettare sé stessi?

*Raffaele Perruzza (Scrittura e fonti)
Marco Mattacchione (fonti)
della classe 4^B del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Sora (FR)

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Violenza a scuola: 'ci troviamo di fronte a fenomeni epocali'

a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista al Prof. David Toro*. Insegna storia e filosofia al liceo scientifico Severi di Frosinone

Si parla di bullismo nelle cronache. L'accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell'ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l'avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

Non sono d’accordo. Personalmente bullismo e cyberbullismo li vedo come fenomeni che riguardano coetanei a scuola e fuori la scuola. La violenza dello studente verso il docente invece è un segno del profondo cambiamento che la nostra società sta attraversando.

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Come ho detto sopra ci troviamo di fronte a fenomeni epocali. La crisi della famiglia, il diverso rapporto che si sta creando tra genitori e figli (con la tendenza a considerare i figli più amici che figli appunto, l’uso invasivo delle moderne tecnologie che distraggono, creano dipendenza, abituano a seguire mode effimere. Tutto contribuisce a rendere più confuso e caotico il quadro generale. Come redattore di una rubrica che parla di “webeti” e quindi di arroganza e violenza sul web sono convinto che il fenomeno non sia affatto in diminuzione. Tutt’altro.

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

Devo dire che nella mia scuola il rapporto genitori – insegnanti ancora regge e molto bene, per fortuna. Sui rapporti docenti-studenti ci sono delle evidenti difficoltà in alcuni casi. Alcuni problemi poi dipendono anche da un ruolo invasivo che stanno assumendo le moderne tecnologie, che allontanano sempre di più gli studenti da alcuni docenti, legati a un vecchio modo di fare scuola e che spesso non sono consapevoli delle potenzialità positive che pure avrebbero.
La riforma del lavoro non aiuta in questo senso, poiché farà lavorare nella scuola docenti ultrasessantenni, i quali saranno quindi sempre più distanti dall’universo dei quindicenni e sedicenni.davi toro 350 260 min

I Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare??

Vedi risposta n.3

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente??

Assolutamente sì. Il web è pieno di frustrati e ignoranti che sfogano la propria rabbia e mancanza di cultura sui social, insultando e prevaricando. E non è solo un problema che riguardi i giovani. I giovani però si trovano in una situazione pericolosissima in questo senso, esposti ad un’infinità di rischi e pericoli.

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti??

Le riforme per introdurre nuovi approcci e metodologie sono state utili, basti pensare all’implementazione del PNSD (Piano Nazionale Scuola Digitale ) mediante il quale lo Stato ha investito molti milioni di euro nella scuola, anche investendo sulla formazione digitale dei docenti e suoi rischi di cyberbullismo tra i giovani, ma come detto prima il problema è soprattutto sociale e culturale.

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme??

Gli interventi devono essere ad ampio raggio su tutte le componenti. La legge 71/2017 ad esempio (quella sul cyberbullismo nelle scuola) ha iniziato un percorso di conoscenza e prevenzione del fenomeno, che permetterà – mi auguro - alle scuole di agire con tempestività qualora si verifichino problemi di bullismo e violenza.

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Premesso che questa notizia è stata equivocata in parte poiché il RAV (Rapporto di AutoValutazione - ndr) poneva domande atte a definire il tessuto socioeconomico della scuola (e la percentuale di disabili e stranieri), non in vista di una autopromozione bensì per sole ricerche statistiche, sono convinto che l’inclusione possa aiutare eccome a contrastare il fenomeno. Uno dei Decreti legislativi della Legge 107 è dedicato infatti esclusivamente all’inclusione.

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

*David Toro
Nato a Frosinone nel 1968 ha studiato Organo, Composizione e Filosofia insegnando in Conservatorio e nelle Scuola Statali. È autore di pubblicazioni a carattere musicologico ed attualmente insegna Filosofia e Storia presso il Liceo Severi di Frosinone, dove aver vissuto e lavorato diversi anni a Milano.
E’ presidente dell’Associazione di volontariato Frosinone Bella e Brutta, con la quale porta avanti campagne di sensibilizzazione verso politiche ambientali a Frosinone e nella Valle del Sacco.
Cura sul blog www.alessioporcu.it una rubrica dal titolo “Lei è un webete”.

 

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I Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare??

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