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Martina Inncocenzi: candidata a Sindaco di Fiuggi

MartinaInnocenzi 350 260 min(video intervista) Una città non si misura dalla sua lunghezza e larghezza, ma dall'ampiezza della sua visione e dall'altezza dei suoi sogni. Oggi siamo nuovamente chiamati a sostenere ed attuare un percosrso di reale cambiamento caratterizzato da trasparenza, rinnovamento e partecipazione attiva dei cittadini per giungere ad una gestione consapevole delle risorse della comunità finalizzata a tutelarne la vocazione turistica e la qualità della vita.

Con questi obiettivi nasce il movimento civico "FIUGGI VIVA"

 

 

Martina Innocenzi, Candidata a Sindaco di Fiuggi, prima donna il lizza per queso ruolo, intervistata da Ermisio Mazzocchi, illustra il programma di Fiuggi Viva,

 

 

 

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Anagni. Associazioni interrogano candidati a Sindaco

Anagni Palazzo civico Sec. XI XIII 350 250 min2 gugno 2018 - Il dibattito che si è svolto ieri pomeriggio, nella Sala della Ragione del Comune, tra i candidati alla carica di Sindaco di Anagni, nelle elezioni amministrative del prossimo 10 giugno ha permesso a ciascuno di loro di confrontarsi con gli altri su alcuni punti particolarmente significativi delle loro proposte programmatiche.
Le Associazioni e i Comitati hanno organizzato l’ iniziativa con il chiaro obiettivo che essa fosse,per tutti i cittadini/elettori l’ occasione per capire le ragioni per cui “dovremmo votarli”.
Di fronte ad una Sala gremita, il moderatore Paolo Carnevale ha condotto con misura ed equilibrio lo svolgimento del confronto. In apertura ciascun candidato ha illustrato brevemente la propria proposta elettorale, quindi ad ognuno sono stati presentati , in successione, tre gruppi di domande, incentrate su alcuni temi cruciali per la città e il territorio : Ambiente, Salute, Centro Storico.
Le risposte avevano tempi stabiliti e seguivano una modalità di alternanza nell’ ordine degli interventi.
Sono poi seguiti alcuni interessanti interventi dal pubblico e un giro conclusivo per permettere ad ogni candidato di formulare un breve appello al voto, rivolto a tutti i cittadini.
Il ricco e articolato dibattito ha così permesso di conoscere le posizioni di ciascuno riguardanti temi per nulla “leggeri “ in quanto carichi di prevedibili, pesanti responsabilità alle quali il prossimo sindaco sarà chiamato a rispondere di fronte ai cittadini. Essi non si sono sottratti neanche alle domande “ scomode “ e, pur con qualche spunto polemico, è prevalsa una dialettica politica che ha animato quasi tre ore di discussione
Tutti i candidati, anche se con diverse sfumature, hanno affermato la necessità di migliorare la qualità della vita degli anagnini, con iniziative quali vigilanza e tutela dell’ambiente, con controlli e opposizioni alle vecchie e nuove fonti di inquinamento. Per la ex Polveriera è stato espresso un consenso comune verso la definizione di “ area non industriale” da valorizzare al servizio dei cittadini. Quanto alla questione Ospedale è emersa la volontà di impegnarsi per difendere il Diritto alla Salute, riconosciuto dalla Costituzione, e di proseguire nel coinvolgimento dei sindaci dei comuni limitrofi per una forte richiesta del Pronto Soccorso che garantisca un’ assistenza di base irrinunciabile. Per il Centro Storico, si è fatto riferimento principalmente alla necessità di migliorare l’ offerta turistica, con progetti dai contorni incerti che andranno, indubbiamente precisati. Occorre ancora sottolineare il ruolo del moderatore che ha sempre ricondotto il dibattito nel solco di una discussione civile e rispettosa delle reciproche posizioni politiche davanti ad una platea molto attenta e partecipe.
Pertanto le Associazioni e i Comitati ringraziano i candidati : Viviana Cacciatori, Nello Di Giulio, Fernando Fioramonti, Maria La Pastina, Daniele Natalia, Sandra Tagliaboschi, Daniele Tasca per aver accettato l’ invito al confronto, l’ ottimo moderatore e, doverosamente, il Commissario Prefettizio dott. Massimo Di Donato per aver autorizzato lo svolgimento dell’ incontro nella Sala della Ragione.
Le associazioni e i Comitati avvertono anche la necessità di richiamare tutti i candidati, una volta eletti, nella maggioranza o all’ opposizione, ad impegnarsi fattivamente per gli obiettivi virtuosi dichiarati e confermano il loro impegno, nell’ ambito del loro ruolo, a dare vita concretamente alle forme della democrazia partecipata.

Le Associazioni presenti: "Diritto alla Salute", "Anagni Viva", "Comitato Osteria della Fontana", "Anagni Scuola Futura", "Raggio verde", "LegAmbiente Circolo di Anagni", "Comitato Residenti Colleferro", "Re.Tu.Va.Sa.", "Comitato S. Bartolomeo".

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Voto e democrazia paritaria

la marcia delle donne in politica 350 260 mindi Fiorenza Taricone - Qualche buona ragione per la democrazia paritaria
In vista del nuovo governo che prima o poi si farà, entrambi le coalizioni e i partiti vincitori di certo non hanno messo ai primi posti le questioni di genere e la democrazia paritaria. In particolare le donne della Lega, come scrive Manuela Manera, linguista, del Comitato "Se non ora quando" di Torino, in un recente articolo su «Noi Donne» sicuramente non si faranno carico di questioni femminili in quanto tali.
Riprendendo a sua volta uno scritto recente di Flavia Perina, che nel ricordare la maggiore incidenza numerica nella prossima legislatura, si sofferma anche sulla convinzione che per la Lega le donne non sono un genere o un sesso titolare di particolari diritti e specifici diritti, ma heimat, patria, focolare e radice della comunità.
Manuela Manera trae quindi le giuste conclusioni che la negazione delle differenze di genere porta a un agire politico e giuridico che non tiene in considerazione le specificità; inoltre, che l’essere heimat non le fa agire in uno spazio pubblico, ma privato, come garanti della comunità, del focolare, all’interno di una visione che riporta alla mente le tipologie fasciste sulle donne.

La realtà però ha anche una sua crudezza per fortuna, e la chiusura dell’articolo della Perina riporta anche le risposte alla domanda rivolta alle esponenti vittoriose della Lega: “ma davvero senza quote tu avresti avuto un capolista, un collegio, un’opportunità?” Le più oneste hanno risposto che senza di esse in lista ci sarebbero stati solo uomini. Una bella contraddizione, considerato anche le donne leghiste ritengono di avere alle spalle una gavetta molto dura, quindi di aver superato una selezione, che l’Italia non è un paese particolarmente sessista, e che sono sufficienti le capacità per farcela. Naturalmente, il linguaggio al femminile è aborrito, con buona pace anche delle esternazioni dell’Accademia della Crusca. Manuela Manera si domanda in conclusione se si è veramente consapevoli di negare quelle stesse pratiche antidiscriminatorie che hanno garantito la presenza in Parlamento. Poste queste premesse al futuro ingresso delle numerose leghiste in Parlamento, ritorna pressante anche l’interrogativo su come sarà interpretata e difesa la democrazia paritaria, perché se hanno negato la necessità delle quote, figuriamoci delle quote di democrazia pari al 50 e 50.

Una rapida riflessione allora su qualche buona ragione per non demordere sulla conquista di una democrazia paritaria. La prima è sicuramente il rispetto verso se stesse, e il proprio genere. La politica, la giurisprudenza, la teologia e le scienze esatte sono state quelle sfere della conoscenza proibite per prime e per millenni alle donne, in quanto genere. Fin dalle civiltà greco-romane, le donne sono state ricomprese all’interno di entità collettive come la famiglia e quindi non soggetti autonomi, oppure considerate come individualità temporanee, coloro che esistevano per dare vita a qualcun altro. Hanno fatto parte di comunità politiche dai primordi, ma senza cittadinanza piena e diritto di rappresentanza e addirittura regine senza titoli di sovranità. Contro tutto questo, tante donne hanno lottato, per secoli e disconoscerle non è né utile, né dignitoso. Quindi, se la politica deve essere riformata, la fedeltà a una scala di valori va tenuta presente.

La seconda buona ragione è l’inversione di rotta della globalizzazione, che se è stata finora poco friendly con il genere femminile, ha avuto però anche un grande merito: mostrare impietosamente il collante di una realtà mondiale caratterizzata sì da grosse differenze, ma trasversale. Uno sguardo d’insieme mostra l’esigenza di un cambiamento globale della politica, di cui le donne stesse hanno posto le premesse, in tempi recenti, con l’eco femminismo, con l’attenzione alla qualità della vita e alle risorse alimentari.

La terza buona ragione è nell’opposto della globalizzazione, cioè nella cosiddetta glocalizzazione. La dimensione della territorialità, l’altra faccia della globalizzazione, corrisponde a quella sfera del buon governo nella quale le donne si sono sempre positivamente confrontate.
La democrazia paritaria può costruire un legame intergenerazionale. Le meno giovani, le giovani e le giovanissime sono tutte interessate a una buona democrazia paritaria perché le età delle donne sono diventate mobili, intersecate fra loro, per motivi diversi: l’allungamento della vita, le maternità in tempi non più correlati all’età, l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro che può voler dire entrarci tardi, o uscire e rientrare, o prolungare il tempo lavorativo. Costruire un vocabolario intergenerazionale che faccia parte della politica, a partire da esigenze comuni, può essere un anello importante di congiunzione; esiste infatti oggi, fra le tante contraddizioni, quella di costruire una trasversalità politica femminile, in assenza delle ideologie; in altre parole, quello che è riuscito più facilmente alle donne della Costituente repubblicana nel ’46, fortemente ideologizzate, riesce invece più faticoso negli anni che si dicono privi di barriere ideologiche.

L’esercizio della cittadinanza non si collega solo alla parità numerica, ma alla qualità della rappresentanza femminile, legata a sua volta al livello culturale. Oggi, la cultura politica femminile deve fare i conti con la scarsa alfabetizzazione di genere, l’impreparazione ai meccanismi e al lessico della politica, fondamentali per fare fronte alle nuove generazioni per le quali la politica tutta è screditata.

La proposta pratica è quindi fare pressione per un nuovo disegno delle politiche di pari opportunità; la filiera è attualmente impoverita, con il recente ridimensionamento delle figure di Consigliere di parità; è indispensabile che si sciolgano due nodi fondamentali: il coordinamento con le forze vive femminili di questo Paese, per non apprendere che quattro delle regioni del su italiane hanno un tasso di occupazione femminile lontanissimo dalla media europea; in secondo luogo, che in nome del mainstreaming, si approfondisca e si delinei una riforma dei contenuti scolastici; se vogliamo costruire un ponte con le nuove generazioni e un diverso futuro politico, vanno inserite nei programmi almeno le seguenti materie d’insegnamento: Storia delle relazioni fra i generi-Educazione all’affettività- Educazione alla cittadinanza- Eco-ambiente-Integrazione europea. Magari togliendo ogni accenno al genere, neutralizzandolo, sarebbero d’accordo anche le leghiste e molte delle candidate penta stellate.

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Un gigantesco magheggio trasformistico

renzi di maio 350 mindi Ignazio Mazzoli - Non solo su alcuni organi di stampa, ma anche nel talk show di sabato mattina de La7 occhieggia la notizia che Angela Mauro su huffingtonpost.it ipotizza con meno timidezze: «Domenica il segretario dimissionario (PD) torna in tv per dare la linea. Primo problema: chi gestisce la trattativa? I suoi: non Martina, è debole»

Capiamo bene se intendiamo che l’obiettivo di Renzi sarebbe «sedersi al tavolo con i Cinquestelle ma senza umiliarsi, con una posizione di forza, con la delegazione giusta per trattare al meglio (cioè senza Maurizio Martina)». Angela Mauro scrive «Matteo Renzi vuole giocarla fino in fondo questa partita». Domenica, dopo un lungo silenzio, torna in tv, da Fabio Fazio su Raiuno.
Inizia una settimana di fuoco, quella più importante per il futuro politico del Pd.

Se avverrà quanto circola si possono capire le ragioni di tale comportamento del PD?
La giornalista dell’Huffingtonpost.it riferisce l’opinione di un certo dirigente Dem, (innominato): «Se ci giochiamo male questa partita, non lo avremo più un futuro", mettendo l'accento "non tanto sul sì o sul no ai cinquestelle, ma sul come ci si arriva. Il punto non è cosa si fa alla fine, ma come si arriva a quel punto: forti o deboli?».

Dopo settimane di pressing sulla necessità di parlare di programmi e di cose da fare, rimproverando Di Maio di pensare esclusivamente a palazzo Chigi questa “novità” (?) ha dell’incredibile.

Insieme per fare cosà? Di botto questa domanda scompare dagli schermi. Nessuno dei partecipanti al voto del 4 marzo ha fatto un serio esame del voto e la formazione di un nuovo esecutivo si gioca solo sulle tattiche da seguire per arrivare alla sua formazione?

Durante settimane di dibattiti televisivi abbiamo sentito tutti, ma proprio tutti, perché tutti sono stati invitati. Si è irriso alle proposte elettorali, si sono sottolineate quelle che via via si andavano oscurando (reddito minimo, flat tax, ma non certamente i rimpatri degli immigrati) sempre sotto il martellamento che prima o poi chiunque avrebbe dovuto fare i conti con il quadro europeo e i suoi vincoli (di bilancio e di bilanci e sulla necessità di non toccare le riforme fatte) e nessuno dei contendenti ha avuto la forza di ribadire che il risultato del 4 marzo non era da ascrivere alle promesse fatte o almeno non solo a quelle, ma al disagio grave che gli elettori italiani e il popolo italiano patiscono per le politiche di austerità prive di ogni migliore prospettiva futura in grado poco poco di far sperare.
Il 4 marzo oltre il 50% degli italiani ha votato per opporsi a tutta l’esperienza della stagione Monti-Renzi dal 2011 al 2018, che quelle politiche europee ha imposto con contorno di riforme taglia-diritti ed ora si dovrebbe tornare a quello status mentre si dichiara di volere un “governo del cambiamento per la prima volta” come dice Luigi di Maio? Allora anche i protagonisti della richiesta del cambiamento se ne dimenticano del voto?

Se così fosse sarebbe davvero “un gigantesco magheggio trasformistico” che ha visto impegnati tutti gli strumenti dell’informazione e dei suggeritori europei e nostrani a dimostrare che nulla deve cambiare.

Spiega con una certa provocatoria arroganza il deputato Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, per il PD: «Ci sono due precondizioni nel confronto con i 5 Stelle, "la prima è quella che loro considerino chiuso il dialogo con la Lega e la seconda è che considerino la stagione delle riforme del Pd un elemento positivo per questo Paese. Se ciò non fosse per noi non sarebbe possibile fare un governo con chi considera quei 5 anni" in modo negativo e "vuole smontare le cose fatte dal centrosinistra".»
Caro Di Maio e questo sarebbe il primo governo di cambiamento vero?

Intanto, comunque, si conferma che qualche sorpresa da Fabio Fazio domenica sera, quando ospiterà Matteo Renzi, ci sarà perché Andrea Marcucci, pretoriano di Renzi, ad Omnibus di sabato 28 aprile 2018 mattina conferma che con il M5S occorre dialogare perché rappresenta un terzo degli elettori. Ma non è la stessa cosa che dice anche la minoranza del PD? Bah.

Ancora una volta caro elettore e caro cittadino, al tavolo del dialogo, irrinunciabile strumento di civile dialettica democratica, ci sarà una assente “la credibilità”, che pare non sia mai invitata a dialogare, figuriamoci a negoziare.

Vediamo di capire un po’ meglio. Infatti, non mancano manifesti equivoci. Luigi di Maio va ripetendo che loro propongono di dialogare per definire un “contratto” per legiferare e decidere su alcuni punti irrinunciabili condivisi. Aggiunge e precisa che non propongono un’alleanza. Non più di qualche ora addietro Danilo Toninelli, capogruppo alla Camera dei deputati per il M5S, ha ripetuto e ri-precisato questa posizione.
Diverso ci pare ciò che dice il PD quando nega la possibilità di un “governo” M5S-PD e che la maggior parte degli organi d’informazione rilancia. Domanda: un governo non è il frutto di un’alleanza? Pare che nessuno gliela stia proponendo. E allora? Un’alleanza è una forzatura degli organi di informazione che sono passati dal governo M5S-centrodestra, a ipotizzare quello M5S-Lega soltanto, mentre forse nascostamente sognavano quello che Berlusconi non tanto velatamente sogna immaginando una maggioranza PD-FI ecc e che oggi sembra diventato “governo di centro destra di minoranza" che si cercherebbe i voti in Parlamento?
Il ruolo di TV e grandi organi di stampa in questa ricerca di formazione del nuovo governo è stato svolto con grance meticolosità: prediche a Di Maio e tanta nostalgia di PD e di Renzi. Sono stati la voce dei poteri forti?!?!

A questo punto è nebbia. Di Maio dice che non propongono un’alleanza, altre fonti non pentastellate parlano di passi avanti per una collaborazione di governo. Non andrebbe fatta un po’ di chiarezza prima di tutto o dobbiamo pensare che qualcuno giochi sull’equivoco e chi equivoca di più? I renziani che al governo comunque ci vorrebbero andare o i cinquestelle che invece vorrebbero solo un appoggio esterno per formare solo un loro governo?

Le due cose sono molto diverse come lo sono anche le difficoltà per un risultato o l’altro. Ma intanto perché non si parla esplicitamente di quali punti dovrebbero essere al centro del “contratto”? Questo interesserebbe agli italiani! Data “la minestra ben ammischiata” uscita dal voto forse l’unica ipotesi sarebbe proprio un governo M5S con appoggio esterno del PD, senza alcuna donna e alcun uomo di questo partito coinvolto in qualche incarico.

C’è sicuramente dell’altro. Il Presidente Mattarella di fatto aspetta la direzione del PD prima della sua prossima mossa. Il PD ormai regge sempre peggio la pressione esterna e interna. Renzi potrebbe essere interessato dal canto suo a mettere a fuoco l'occasione per rientrare in partita.
In ogni caso questo scenario fa strame, erba secca da lettiera, del voto e dei suoi significati veri e profondi.

Tuttavia questi sembrano preamboli, di una gigantesca operazione trasformistica degna di un film di fantapolitica. Nei prossimi giorni vedremo, a partire da domani dopo il voto in Friuli, dopo le dichiarazioni di Renzi da Fabio Fazio e dopo la Direzione PD di giovedì 3 maggio.

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PD Ceccano. Assemblea del 7 aprile

partito democratico bandiera350 250di Emanuela Piroli - Non è mia intenzione procedere con l’analisi del voto in questa sede, o comunque non nello specifico, l’obiettivo di questa iniziativa è cercare di fare un passo avanti, e di farlo insieme.
Chiaramente il punto di partenza è la sconfitta elettorale del 4 marzo, di certo non inaspettata, ma forse di un’entità tale da essere percepita come “epocale”, “tragica”, sconfitta del PD, ma anche sconfitta di tutto il centro sinistra. E se vogliamo allargare la discussione, ad essere penalizzati sono tutti i partiti tradizionali, di contro sono state premiate forze politiche che hanno rappresentato il voto di protesta. Voto di protesta, sicuramente, ma anche un voto che è espressione di una voglia grande di cambiare, di provarci.
Si può anche evidenziare che mentre il centrodestra conferma il suo bacino di voti, anche se diversamente distribuiti rispetto alla connotazione storica, questo non può sicuramente dirsi per il centrosinistra nel suo complesso.
Ma in politica si vince e si perde, e noi di certo non ci scoraggiamo, poiché, se è vero che la fine delle ideologie politiche ha portato ad una mancanza di riferimenti per l’elettorato, è altrettanto vero che l’attenzione dell’opinione pubblica è rivolta molto di più ad una politica del fare che si presti alla soluzione dei problemi concreti delle persone. In questo senso c’è molto da fare.
Questa sera, però, vorremmo concentrarci sulla situazione di Ceccano. Il 2020 è vicino, l’appuntamento elettorale amministrativo è alle porte e bisogna iniziare a costruire, per non farci cogliere impreparati.
E vorrei iniziare toccando tre punti problematici in particolare, sperando di dare degli spunti alla discussione.

1) Il primo è, appunto, il crollo dei consensi di tutti i partiti del centro sinistra, perché perde il PD ma con esso tutti i partiti rappresentativi della sinistra storica.

E questo, è, a mio parere, il primo problema da affrontare. Dobbiamo chiederci perché il nostro elettorato non si riconosce più nei valori storici della sinistra. E non c’è una risposta banale basata solo sull’attività di governo e simili, che sicuramente ha influito, perché altrimenti non si spiegherebbero i risultati delle liste della sinistra alternativa né di Nicola Zingaretti alla Regione.
Bisogna, quindi, capire cosa fare per ricucire un rapporto di fiducia con il nostro elettorato. Abbiamo convocato questo incontro proprio per creare i presupposti per iniziare a tracciare un percorso condiviso.
E se è vero che il voto locale è altra cosa rispetto a quello nazionale, non possiamo adagiarci su questa evidenza, né ignorare la situazione. In fondo, in un certo senso, Ceccano ha addirittura anticipato i tempi con la sconfitta del 2015, preceduta da quella del 2012, in cui comunque il PD era tra i vinti.

2) Il secondo punto che vorrei portare alla vostra attenzione è il difetto di rappresentanza dell’area a livello consiliare.

L’opposizione è evidentemente divisa, non riesce a compattarsi al fine di realizzare un’azione condivisa ed efficace per contrastare l’attuale maggioranza. Non sto facendo polemica, ovviamente, ma solo sottolineando che, a mio parere, è assolutamente necessario un coordinamento che sia in grado di impostare e guidare una azione congiunta di opposizione e che possa raccordarsi con l’azione dei consiglieri comunali di minoranza.
La maggioranza attuale già ci mette del suo per dimostrare incompetenza, disinteresse e inadeguatezza rispetto al ruolo amministrativo, ma al momento è libera di agire senza pressione oppositiva efficace.
Fare opposizione è oggi la nostra priorità. Opposizione coesa. Bisogna evidenziare costantemente, giornalmente, con atti concreti l’inerzia amministrativa di questa maggioranza, che tra gli interventi realizzati può contare qualche vaso di plastica, il pavimento di una sala del castello dei conti, lo spostamento del mercato del sabato, semideserto, l’appalto ad HERA, le bugie sulla risoluzione del contratto con ACEA, un bando per lo SPRAR ad hoc per qualche amico, e leggendo i nomi dei referenti della cooperativa è piuttosto evidente.
Dobbiamo quindi portare avanti una opposizione condivisa, organizzata, anche per dare l’idea che oltre a loro a Ceccano c’è altro, che esiste un’alternativa valida al governo cittadino.
Al momento questa alternativa non c’è. Necessario costruirla.
Oggi vi abbiamo coinvolto in questa iniziativa pubblica, per gettare le basi, a partire dal confronto, per iniziare a valutare le possibilità.
La nostra ambizione è aprire un dialogo con tutte le forze di opposizione, partiti e realtà civiche, alcune molto presenti sul territorio, con l’obiettivo finale di realizzare una coalizione ampia e competitiva.
Dico questo con trasparenza e franchezza, non possiamo più prenderci il lusso dell’attesa. Il voto ci aspetta tra due anni.
Auspico in una convergenza su una linea programmatica su cui lavorare da subito, per il bene di Ceccano. E il bene della nostra città non potrà che essere la forza motrice del progetto. Ceccano merita di più

3) Terzo ed ultimo punto. Problema strutturale.

Problema che nasce da eventi del passato, sicuramente seri e da non dimenticare, anzi da ricordare per evitare di compiere certi errori, che hanno contribuito a regalare Ceccano alla destra, dopo decenni di amministrazioni di centrosinistra. Vicende che hanno inevitabilmente creato fratture profonde, che è necessario risaldare. Sarebbe opportuno per superare il problema, guardare oltre, buttarsi dietro le spalle il passato, voltando pagina, rispetto a fatti superati, vecchi rancori, per aprire una stagione nuova proiettata al presente e al futuro.
Bisogna evidenziare costantemente, giornalmente, con atti concreti l’inerzia amministrativa di questa maggioranza Possiamo rappresentare noi quel cambiamento che tanto attrae l’elettorato, un cambiamento positivo e concreto, non solo demagogico.
Se ci guardo qui, insieme, non posso che avere fiducia.
Vedo persone motivate, impegnate già a vari livelli nella vita della città, rappresentanti di associazioni, di forze civiche e partiti, persone con esperienze politiche ed amministrative da rimettere in campo, vedo giovani con “la smania” di mettersi in gioco, persone di valore, principi e competenze di cui Ceccano potrà solo beneficiare.
Importante è essere inclusivi, non porre veti, non farsi condizionare da personalismi e rivalità.
Ciò che ripeto sempre, è che allo stato attuale c’è spazio per tutti. Ci sono vuoti da colmare, e se non saremo noi a farlo, provvederanno altri.

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I dem e i rassicuranti refrein

pd martina 350 260 mindi Elia Fiorillo - “Le parole sono pietre” è il titolo di un libro di Carlo Levi. Parole che quando colpiscono fanno male, più delle stesse pietre. Ma le parole possono trasformarsi in rassicuranti refrein, vera camomilla per lo spirito. Pillole da distribuire a destra e a manca per celare indecisioni, per non affrontare delicate questioni. Per dare il là ad eventi che potrebbero essere letti in tanti modi diversi. Prendete ad esempio la parola “opposizione”, ripetuta in tutte le salse, anche con scarsa convinzione, dagli esponenti del Pd.

Un mantra declinato a gogo per esorcizzare, provarci per lo meno, una sconfitta storica subita dai democratici. Insomma, uno scudo comodo per la classe dirigente di quel partito che non prova a scendere nel profondo della problematica, che addossa genericamente a tutta l’azione del partito le sconfitte subite. Passare dal quaranta per cento delle Europee, al quaranta per cento del referendum perso, per poi sprofondare al di sotto del 20 per cento delle Politiche è un bel crollo. Proprio Matteo Renzi, segretario del Pd al 40% eppoi al 20% meno qualche cosa, dovrebbe essere il più interessato a capire la disfatta. E, invece, sembra più avvinto a tenersi stretto il potere di condizionamento che a far aprire una discussione a tutto campo. Fino al punto, secondo i soliti ben informati, da ipotizzare un suo partito.

“Opposizione, perché gli elettori hanno voluto così”, si ripete al Nazareno. I votanti rimasti ai democrat hanno scelto un partito che potesse governare. Gli altri, quelli persi, non possono avere voce in capitolo, perché sono andati da un’altra parte.

Più che un “reggente” Maurizio Martina sembra diventato un “equilibrista” sulla fune che spesso è strattonata dai renziani. E’ lui che dovrebbe aprire un grande dibattito nei dem, a partire dalle sezioni di base. Un confronto a tutto campo per arrivare ad un Congresso non scritto a priori dai notabili, come troppo spesso avviene.

“Non auspico un governo M5S-Lega - dichiara l’ex ministro delle Politiche Agricole - né tantomeno tifo per un voto anticipato. Dico che l'esito elettorale ci consegna una funzione, quella di stare all'opposizione. Ma questo non significa isolarci o metterci in freezer. Dobbiamo dare battaglia in Parlamento, ricostruire la sinistra, ripartire dagli errori commessi riconoscendo però il lavoro fatto”. Certo, “opposizione”, ma anche “ricostruire la sinistra”, e “ripartire dagli errori commessi”. L’attuale responsabile Pd non spiega come mettere in moto la macchina del rinnovamento. Ancora una volta, al di là di ipotesi di lavoro concrete, si ricorre a parole consolanti, particolarmente per chi le pronuncia: “ripartire”, “ricostruire”. Parole, parole, parole….

C’è chi però non sta fermo un attimo e prova in tutti i modi possibili a scardinare gli altrui schieramenti. Gigino Di Maio lancia l’ultima delle sue: un accordo alternativo a Lega o Partito democratico in base ad un “accordo-contratto” alla tedesca. Una serie di punti concordati per l’azione di governo, retto ovviamente dal premier Gigino, tra cui il conflitto d’interessi. Ovviamente nessuna possibilità d’accordo o di contratto se ci sono ancora in campo Berlusconi e la sua Forza Italia e il Matteo dem. Di Maio non fa un favore a Martina quando afferma: “Con Martina segretario è il nostro primo interlocutore. Martina, Minniti e Franceschini hanno fatto bene”. Al sospettoso e vendicativo ex presidente del Consiglio certi complimenti fatti da nemici giurati ai “suoi” sono pugnalate al cuore, ma anche iscrizione automatica degli elogiati nella sua lista nera.

Tattica, veto, provocazione, contrapposizione le parole – leggi contegni – più adoperate in questo periodo. E il Paese sta a guardare nel bisogno assoluto di un governo che governi nell’ottica del bene comune. Nella situazione attuale ritornare alle urne certo non conviene al Pd che correrebbe il rischio di scomparire, ma nemmeno a Salvini e Di Maio. Non è proprio detto che porterebbero a casa gli stessi consensi di quelli avuti il 4 marzo. Agli elettori populisti basta una sensazione, una convinzione, per spostarsi da una sponda all’altra.

L’ultima speranza è Sergio Mattarella. Dal suo cilindro dovrebbe uscire la soluzione che metta tutti d’accordo. Lui, il presidente, ha già fatto sapere che si atterrà alla volontà dei partiti senza inventarsi soluzioni personali. Insomma, sonderà i lati oscuri delle forze politiche per capire se certe soluzioni saranno perseguibili. Non un governo del presidente ma dei partiti, anche se questi non vorranno ammetterlo.

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Il voto 2018 secondo Futura Umanità

votare 350 260di Gennaro Lopez - Relazione all'assemblea di "Futura Umanità" - 17 marzo 2018
Se nell'anno trascorso la nostra associazione ha continuato ad essere attiva, lo si deve non certo a me e alle mie altalenanti condizioni di salute (che permangono), ma alla tenacia delle compagne e dei compagni del CD, che qui voglio ringraziare di vero cuore, riservando un particolare e affettuoso ringraziamento a Paolo Ciofi, vera "spinta propulsiva" per tutti noi, che trarrà le conclusioni di questa assemblea. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3
  4. Parte 4
  5. Parte 5

I vincitori

Non possiamo ovviamente prescindere in questa sede da considerazioni sul voto del 4 marzo scorso, un voto che consegna la vittoria alla Lega di Matteo Salvini e al M5S di Luigi Di Maio.
Con questa situazione inedita bisogna fare i conti con realismo, con coraggio, con la consapevolezza della gravità della crisi. Questa Italia è il paese in cui, fino a qualche anno fa, nessuno avrebbe immaginato un uomo che andasse in giro avvolto nel tricolore a sparare ai “negri”. Di fronte agli istinti razzisti e fascisti, di fronte alle spinte egoistiche e alla cura ossessiva degli interessi privati, di fronte al disprezzo per gli altri o al disinteresse per il destino degli altri, sembra che non esistano più anticorpi. S’è liquefatto lo spirito pubblico, disperso il senso di comunità, smarrita l’attenzione al bene comune. Si sono spezzati i legami sociali oltreché quelli politici. E ora? Come si libera il campo dalle macerie per ricostruire una sinistra? Che cosa può fare ciascuno di noi? Che cosa la nostra associazione?
Questo voto segna la pesante sconfitta del renzismo e del suo tentativo di attrarre i voti di centrodestra e quelli grillini con un populismo light e liberista. Si era capito il 4 dicembre del 2016 che quella storia si era chiusa, ma l’ostinazione di Renzi non ha fatto altro che condurre il Pd ai livelli più bassi mai raggiunti. Purtroppo, però, la sconfitta non si ferma a Renzi e al suo PD. Escono battuti, con un risultato pessimo, anche LeU e Potere al Popolo. Ma se l'esperimento di LeU può consideraFuturaUmanitàrsi chiuso, non può dirsi la stessa cosa per Potere al Popolo, che aveva messo in conto di non arrivare al 3% e tenterà di riavviare un suo percorso: vedremo.
Ora però comincia un’altra storia. C’è bisogno di ricostruire una grande e unitaria soggettività politica che sappia radicarsi tra le masse e interpretare i bisogni del Paese in chiave di uguaglianza e solidarietà, ponendo al centro dell'iniziativa politica i temi del lavoro e della Costituzione repubblicana e antifascista. Un soggetto politico della sinistra che sappia inventare un nuovo modo di fare politica, lontano da improvvisazioni elettoralistiche, da settarismi, personalismi, opportunismi, astrattismi e burocratismi. C’è bisogno di identità nette e di parole chiare. In fasi di polarizzazione politica e sociale elevata, con rischi evidenti di involuzione reazionaria nelle istituzioni (tra presidenzialismo e abolizione del divieto del vincolo di mandato), ci si può salvare dalle trappole dei meccanismi elettorali solo con un forte impianto progettuale, strategico e di radicamento sociale. Non sarà facile, ma questa è la sfida, alla quale abbiamo il dovere di non sottrarci. Tentiamo intanto qui un primo e provvisorio catalogo di questioni da approfondire e studiare.
Il mondo si è fatto abissalmente diseguale: nel quale 8 (otto!) super ricchi possiedono l’equivalente delle risorse di metà dell’umanità e si aspetta l’avvento del primo trillionaire (uno che possegga mille miliardi di dollari). Il sistema economico in cui siamo immersi è stato definito come “capitalismo senza opposizione del lavoro”. Le nuove generazioni, in effetti, sembrano sempre più sfuggenti tanto alla sindacalizzazione, complici forme di contratto e condizioni lavorative differenti rispetto a quelle del ventesimo secolo, quanto alla partecipazione politica. Questo accade nel quadro di una "passivizzazione di massa", indotta da diversi fattori (anche culturali), su cui occorre seriamente riflettere. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Per una prospettiva ispirata al socialismo

L'ideologia del "libero mercato" si è dimostrata talmente pervasiva da aver trasformato in "merce" e aver imposto un prezzo non solo ai beni materiali, ma anche e sempre più a quelli immateriali. Dunque, non più cogito ergo sum, ma emo ergo sum, non più cittadini, ma solo consumatori. Forse troviamo qui, uno dei motivi della passivizzazione delle masse, che coinvolge le stesse classi dirigenti, se è vera la trasformazione epocale che G. Agamben ha visto nell'idea di governo, in cui la tradizionale relazione gerarchica tra cause ed effetti si è invertita: invece di governare le cause, si governano gli effetti (tipico il caso dell'immigrazione).
Tuttavia, se guardiamo alla sinistra nel mondo e non solo al nostro italico ombelico, va pur detto che qualcosa si sta muovendo: accade nella Gran Bretagna di Jeremy Corbyn, nella Francia di Jean-Luc Mélenchon e persino negli Stati Uniti di Bernie Sanders. Tutte situazioni che meritano di essere indagate e approfondite, così come occorre seguire altre realtà, come quella di Podemos in Spagna, di Syriza in Grecia, della sinistra portoghese. Cosa accomuna esperienze nate in contesti così diversi? Certamente molti punti di programma, come la riconversione ecologica, l’intervento dello Stato in economia, la rivendicazione di diritti in tema di sanità, istruzione, pensioni, assistenza sociale, la difesa dei beni pubblici dalla privatizzazione, la redistribuzione delle ricchezze e dei redditi, la condanna degli interventi bellici, la lotta aFuturaUmanità quello che spesso viene richiamato per brevità come “l’1%”. Li accomuna, insomma, una serie di obiettivi che mettono in discussione l’ideologia del “there is no alternative” (Clinton e Blair).

Per una prospettiva ispirata al socialismo
Ma il socialismo, come idea-guida o programma politico, è ancora attuale? Se indubbiamente occorre fare i conti con la realtà e le sue trasformazioni, occorre anche saper estrarre dalla realtà quegli elementi che contengono in nuce una prospettiva alternativa, senza nulla concedere a irrealistiche fughe in avanti. Sarebbe, comunque, un errore pensare che la possibilità di una controffensiva possa oggi esulare dal rapporto-scontro con le tendenze attuali del capitalismo, e affidata esclusivamente ad un complesso di valori o principi umanitari. Così come sarebbe errato tornare ad affidarsi a versioni e interpretazioni del socialismo affermatesi negli ultimi decenni. Il cosiddetto "socialismo liberale" ha creduto che l’economia di mercato – adeguatamente temperata da politiche macroeconomiche e di welfare – avrebbe messo in moto un processo tale da realizzare obiettivi di tipo socialista. In realtà, quel meccanismo ha finito per accentuare le diseguaglianze. La fase attuale propone quindi un duro conflitto col capitale, da praticare in coerenza con quanto sancito dalla nostra Costituzione: l’art. 1 e gli articoli che si riferiscono al lavoro sprigionano un universalismo e un principio di inclusione, le cui potenzialità sono enormi. Vi sono anche idee guida da recuperare, a cominciare da quella di eguaglianza e dal principio di “dare potere a chi non ce l’ha”. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Il Partito

Sul conflitto bisogna intendersi. La lotta che fu già fra due classi, ora si parcellizza e tende a frantumarsi. Non che il classico terreno di conflitto sia scomparso – il mercato globalizzato offre da un lato sovraprofitti e rendite, dall’altro bassi salari –, ma si esprime anche sul fronte ambientale, su quello del controllo dell'informazione, su quello di genere e su altri ancora, per esempio lì dove è in gioco la tutela di beni collettivi essenziali (caso tipico quello dell'acqua). Ne discende che per “classe” antagonista oggi dobbiamo intendere l’insieme di quanti vivono e lavorano in condizioni di subalternità, di sfruttamento, di marginalità o di esclusione. Ma esiste oggi una coscienza ed una solidarietà di classe? Il proletariato e la classe operaia sono diventati storicamente soggetti politici quando hanno acquistato identità collettive sia attraverso un impegno controculturale (o, se si preferisce, controegemonico) sia con un diffuso radicamento sociale dei soggetti politici e sindacali di riferimento. Oggi il conflitto è imploso nei territori in altre forme rispetto a quelle tradizionali. Ma è una dimensione di conflitto autoreferenziale, precario e privo di prospettive. Ciò che manca è un soggetto politico che costituisca il tessuto connettivo e dia continuità all’azione sociale, determinandone l’orizzonte.
Le impressionanti capitalizzazioni di nuove imprese multinazionali e sovranazionali o il fenomeno di società che non sono proprietarie di mezzi di produzione né elargiscono salari ma hanno enorme influenza nel mercato e nell’immaginario, realtà a trazione finanziaria e tecnologica, incidono fortemente sul tessuto sociale e hanno enormi conseguenze anche di ordine culturale (Amazon, Google, Facebook, ecc.). Come Cerbero, il mostro del neocapitalismo ha tre teste (tecnologia, finanza, globalizzazione) e fa la guardia agli inferi del mercato.
La robotica industriale e quella domestica stanno avanzando (si prevede che esploderanno entro il 2030) grazie a un’intelligenza artificiale che rende il robot un automaFuturaUmanità che parla, esegue e soprattutto è in grado di apprendere. Questi sviluppi sono tali da fare immaginare una società liberata probabilmente dal lavoro più routinario e pesante, ma con l'incubo della disoccupazione tecnologica, della disoccupazione giovanile, delle varie distopie tecnologiche che prefigurano perfino trasformazioni antropologiche. Cambiano, in sostanza, il modo di lavorare e la natura stessa del lavoro. Inoltre, se non si tematizzano i rapporti tra il quinto della popolazione che vive nel mondo benestante e i 4/5 che vivono altrove è difficile pensare a prospettive socialiste adeguate alla nostra realtà.

Il partito
Ricostruire vuol dire recuperare la capacità di ad avere un ruolo di indirizzo politico, che è cosa diversa dall’organizzazione del consenso. I partiti sono diventati, per la gran parte, strumenti di leaders, si sono trasformati in gruppi di potere (esposti a infiltrazioni, carrierismi, conflitti di interessi), o, nel migliore dei casi, in macchine elettorali. La domanda centrale per noi è come si rifonda un partito di massa, di ispirazione socialista. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Quale cultura politica

La risposta può venire solo a seguito di un impegnativo lavoro che sappia coniugare teoria e prassi. Tuttavia, un punto a me sembra chiaro: qualsiasi ipotesi di lavoro si metta in campo, non si potrà prescindere dal conflitto sociale. Il radicamento nella società va costruito seguendo il metodo dell'inchiesta, dell'elaborazione, della formazione, delle lotte. Insomma, penso a ciò che ci insegna la nostra storia: un partito che sia una palestra di educazione civica e di elevazione culturale, politica e morale, capace di "pensieri lunghi", un luogo di solidarietà e condivisione, di intelligenza collettiva, che abbia come stella polare la finalità di trasformare le classi subalterne in classi dirigenti. Alla base di tutto, c'è il necessario ripensamento della politica, a partire dai fondamentali, che significa ri-studiare Machiavelli, Marx, Gramsci, Lenin.
D’altra parte, se da un lato vi è un fiorire di reti, associazioni, centri, fondazioni, siti e riviste on line, e dall’altro un deficit di elaborazione nelle politiche istituzionali, è segno evidente che qualcosa non funziona. Bisognerebbe riflettere su come sia possibile rimettere al centro la necessità di una mediazione tra saperi e democrazia tramite l'elaborazione del partito politico.

I connotati di una cultura politica
Vi è un lavoro di demistificazione da compiere nei riguardi delle distorsioni di giudizio che si sono manifestate in questi anni sul funzionamento del sistema economico,FuturaUmanità dando corso a idee e indirizzi sbagliati: sul debito pubblico, sulla progressività delle imposte, sul ruolo delle privatizzazioni e sugli effetti di una riduzione del costo del lavoro. C’è poi da chiedersi come si sia potuta perdere di vista la "questione meridionale", che certo va rideclinata, ma resta una gigantesca questione nazionale.
Passa attraverso una risocializzazione della politica l'introduzione di nuovi strumenti e metodi di selezione delle classi dirigenti, una necessità che ci viene richiamata dalla capacità che ha avuto il neo liberismo di trasformare in identità collettive le motivazioni individuali (di imprenditori di sé stessi, gestori di capitale, umano e materiale, in un mondo-mercato di opportunità, nel quale il singolo potesse affermarsi e riconoscersi come parte attiva della società). Questa narrazione egemonica (che ha saputo inventare anche nuove tecniche di comunicazione, generando senso comune) ha trovato un contrasto molto debole.
Però, se è vero che l’eterogeneità sociale è oggi molto alta e che le soggettività sono plasmate dalla cultura dominante, è anche vero che non vi era minore disomogeneità in altre epoche della storia, e che quando l’idea e le politiche del socialismo si sono generate la società era costituita in maggioranza da braccianti, servi, artigiani e sottoproletari, mentre gli operai erano una sparuta minoranza. Ma era la stessa elaborazione di un pensiero e di una politica del socialismo a dar luogo alla costruzione di identità e a far trovare in essa ragioni e motivazioni.
Alcune identità collettive emergono oggi, per esempio nelle contrapposizioni élite/popolo, giovani/vecchi, inclusi/esclusi. E’ importante però chiedersi quanto quelle identità settoriali siano riconducibili ad una identità comune e se su tale base sia possibile costruire una trasformazione dell’assetto sociale.  (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

L’eguaglianza e la solidarietà

Va posta attenzione a non considerare le fonti di diseguaglianza come appartenenti solo alla sfera economica o del potere. Le diseguaglianze di genere e quelle di generazione evocano anch’esse questioni di giustizia sociale. Un'altra demistificazione da compiere riguarda la cosiddetta "meritocrazia". L’idea che a ciascuno spetti “ciò che ognuno si merita” ha trovato la sinistra troppo debole nella controffensiva culturale (se non consenziente e perfino convinta che fosse un orizzonte di modernizzazione). Si è diffusa, la convinzione che la società sia ingiusta perché non c’è la valorizzazione del merito, senza però interrogarsi su come si fa a far valere il proprio merito. Ci si è convinti che bastasse essere uguali ai blocchi di partenza e dare a tutti le risorse per fare la propria corsa e poi accettarne gli esiti, come conseguenza di un verdetto – appunto - di merito. A parte che c’è sempre chi ha già in partenza un handicap, non si possono poi ignorare le condizioni in cui si svolge la corsa e le condizioni sono quasi sempre diseguali. FuturaUmanità
Torno, per concludere, alla domanda che avevo posto all'inizio. Quale contributo può dare all'opera di ricostruzione un'associazione come la nostra? Credo sia necessario ampliare il nostro campo d’attività in particolare nei territori, soprattutto per contribuire alla formazione e alla maturazione politica di quanti – specialmente giovani – vorranno cimentarsi con questa impresa di ricostruzione; bisognerà partire da una rilettura critica di ciò che è accaduto nella sinistra italiana dal 1989-'90 ad oggi: la parabola PDS-DS-PD (da un iniziale orizzonte socialdemocratico all'approdo di tipo liberista e alla fuoriuscita delle minoranze interne dell'ultima fase); e poi le vicende della sinistra cosiddetta "radicale" (dall'avvio di Rifondazione, scissione dopo scissione, fino alle liste di "Potere al Popolo). Nel necessario intreccio di teoria e prassi, pensiamo che si debba ripartire da Marx. Per il 18 ottobre abbiamo programmato un impegnativo convegno su "Marx e il capitale come rapporto sociale". Prenderemo poi spunto dalla presentazione degli atti del convegno sulla Rivoluzione d'Ottobre per rilanciare, con un'altra iniziativa, la riflessione e il confronto sulle prospettive del socialismo in Occidente, tema al quale sta lavorando Paolo Ciofi. Trarremo spunto, infine, dal 70° anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione per ripercorrere il contributo dato dalle e dai Costituenti comuniste/i alla elaborazione della nostra Carta.


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Il “grande gioco” per non tornare al voto

politica italia 350di Elia Fiorillo - Finiti i lampi, i tuoni, i fulmini e le saette dei partiti dopo i risultati elettorali del 4 marzo, il tempo “politico” si rasserena un po’. Niente bel tempo. Rimane una nebbiolina avvolgente che tutto ricopre e che non fa capire come andrà a finire, se ci sarà un governo per l’Italia o si tornerà più o meno presto al voto. Ogni tanto spunta un raggio di sole che fende la nebbia, si comprende qualche cosa, meglio s’intuisce, poi però tutto ritorna allo stato di partenza.

Nelle sue comparsate televisive Matteo Salvini ridice che è pronto a governare e la prima cosa che farà il suo esecutivo sarà la cancellazione della legge Fornero e sette accise sulla benzina. Il suo problema è trovare quei voti che gli mancano per arrivare a Palazzo Chigi. Cosa non semplice. Il Pd non sosterrà mai un governo con a capo il Matteo padano, poi diventato italiano. L’ex Cav. va ripetendo che l’alleanza politica con i democrat può essere una soluzione ma sa bene che finché il candidato premier sarà il capo della Lega l’ipotesi è solo fantasiosa. Forse lo fa con un pizzico di cattiveria pensando a quando con Renzi era pappa e ciccia. Certo Berlusconi è incavolato nero. Un risultato così penalizzante per Forza Italia non se lo aspettava. Oggi il suo pensiero fisso è di "non farsi mettere in un angolo" dal capo del Carroccio. E una giustificazione che trova è che i seggi ripartiti tra Camera e Senato, tra la sua Fi e la Lega, non mostrano il distacco netto registrato nelle percentuali di consenso. Insomma, niente di trascendentale che non giustifica le alzate di testa del suo alleato-nemico.

Qualche risentimento l’ex presidente del Consiglio pare l’abbia avuto anche con il suo avvocato, ormai tuttofare, Nicolò Ghedini, per la composizione delle liste elettorali. Liste deboli che hanno consentito il sorpasso tanto sofferto. Sul capo del nuovo “cerchio magico” si abbattono gli strali degli amici di sempre, Gianni Letta e Fedele Confalonieri, che non perdonano all’avv. di aver alzato una barriera invalicabile tra Berlusconi e il resto del mondo forzista. I fermenti nel partito ci sono. Vecchi risentimenti vengono fuori minando un terreno già di per sé franoso. Mai come in questo momento in Fi c’è bisogno di unità e di un coordinatore che rinserri le fila e che riorganizzi il partito.

Luigino o Giggino Di Maio per gli amici sta correndo una maratona telefonica senza fine. Per il momento è concentrato sui possibili candidati alle presidenze di Camera e Senato. Il giorno delle votazioni s’avvicina e, allora, non ci si può far trovare impreparati. Pare si sia tornati all’epoca della D.C. quando al telefono si congetturavano, meglio contrattavano, liste di ministri, sottosegretari e via dicendo. Luigino ha capito che se vuole “quagliare” sulle presidenze ha bisogno di allargare la rosa dei posti da mettere a disposizione e allora tira in campo anche le vice-presidenze. Tutto ruota però sul futuro.

Nei democrat pare che il problema più rilevante sia di far scordare, al di fuori e al di dentro, il vecchio capo assoluto e il suo cerchio magico. Lo spettro però di Matteo Renzi resta ed è presentissimo in Parlamento con i “suoi” uomini, che rimarranno tali finché non capiranno che evoluzione avrà il Pd. Anche l’ex sindaco di Firenze sta a guardare l’evolversi della situazione. Un messaggio chiaro prima d’andar via da segretario l’ha mandato: “opposizione” e basta. Nessun “aiutino” ad alcuno, né alla coalizione di centro-destra, né ai 5Stelle.

Il dimissionario ministro delle Politiche Agricole e reggente del Pd, Maurizio Martina, per il momento prova a non scontentare né i renziani, né l’opposizione. Collaborazione e consigli da tutti per far fare alla sinistra italiana il “grande salto” fuori dalla palude. Per lui sarebbe una grande vittoria l’unificazione con gli scissionisti di Liberi e uguali. Prova anche a spiegare in un lontano passato le radici della perdita di così tanti voti. Il presente, ovvero Renzi, con la débâcle elettorale non c’entra niente. Anche la sua parola d’ordine, per il momento, è “opposizione” tout court.

Bisogna vedere che succederà nel prossimo futuro. Le carte alla fine le distribuirà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il “grande gioco” comincerà da quel momento. Qualcosa sarà necessario inventarsi per non ritornare subito al voto e, soprattutto, per non perdere la fiducia dell’Europa.


21 marzo 2018

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Annotazioni utili a capire il voto

votare 350 260Nell'autunno del 2017 Aldo Tortorella. già dirigente del PCI, in occasione dei 100 anni della Rivoluzione d'Ottobre così rifletteva: «Noi abbiamo assistito in questi giorni alla dura sconfitta eletto-rale della Spd, dopo il crollo del partito socialista francese, la crisi di quello spagnolo, gli arretramenti delle socialdemocrazie nordi-che. Sono state tutte sconfitte certamente spiacevoli ma non imme-ritate e non impreviste. Non era spirito di setta o sentimento nostalgico quello che mosse alcuni di noi della sinistra a prevedere che la perdita della ragione costitutiva del movimento socialista e comunista — e cioè l'opposizione, certamente da aggiornare continuamente, al modello economico e sociale capitalistico e alle sue conseguenze sulla vita dei lavoratori e del popolo — avrebbe portato alla sconfitta e al prevalere delle tendenze peggiori. La rinascita di tendenze demagogiche e persino di pericoli fascisti e nazisti viene anche dall'abbandono della maggior parte delle sinistre della loro funzione originaria, che comporta innanzitutto una scelta di vicinanza ai bisogni delle classi tenute nella subalternità.»

Questa condotta è certamente la coseguenza di un'altra considerazione delle stesso Aldo Tortorella: «Tenere viva con serio studio la memoria storica delle vicende del movimento operaio socialista e comunista nelle sue diverse forme e dunque del Pci, che ne fu parte autonoma e originale, non dovrebbe essere considerato unicamente un interesse delle formazioni che si dicono di sinistra, un interesse peraltro stolidamente negato da quelle nate sotto il segno della damnatio memoriae. Tra l'altro, chi ha abbracciato questa pratica dicendosi innovatore non ha fatto al¬tro che imitare, oltre che pessimi modelli antichi, un tragico co-stume dell'età staliniana, quando la cancellazione delle immagini vi-sive dei capi dell'ottobre, a partire da Trotsky, precedeva o seguiva la cancellazione fisica.
Non solo non si può intendere il '900 senza questa parte della sua storia, ma non si può capire la genesi del presente senza uno studio attento e critico dello straordinario, variegato e spesso con-traddittorio patrimonio di idee, di esperienze e di tragedie del mo-vimento socialista e comunista. Se non si capisce bene, si agisce male.»

 
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«Riconosciamo i nostri errori e impegniamoci a non ripeterli»

partito democratico bandiera350 250di Emanuela Piroli* - La sconfitta elettorale del 4 marzo, in primis del PD, ma anche di tutto il csx, è stata definita in vario modo, epocale, tragica, disastrosa. Certo non è la nostra prima sconfitta, abbiamo forse dimenticato le sconfitte ai tempi d’oro di Berlusconi? Questa pare bruciare di più, pur se decisamente annunciata.
Ripartiremo dopo averne approfondite le cause, senza flagellarci, senza disperare, aprendo una discussione che per troppo tempo abbiamo evitato e rimandato, e che ora è diventata urgente e indispensabile. Con una consapevolezza nuova che ci permetterà di rimetterci in gioco e di tornare ad essere competitivi.

Il voto di protesta limpido, in alcune regioni “di massa”, indica una bocciatura franca e indica che, salvo per pochi fedelissimi, non esiste più il senso di appartenenza ideologico all’uno o all’altro partito. L’opinione pubblica è volubile, a seconda del grado di soddisfazione, cambia idea velocemente, così se un giorno ti porta alle stelle, il giorno dopo può portarti alle stalle, i consensi possono ribaltarsi repentinamente. Quindi, riconquistare la fiducia del nostro popolo è possibile.

La prima cosa da fare è togliersi i paraocchi, perché se è vero che c’è un vento di “populismo” che soffia non solo in Italia e che si accompagna alla crisi di tutte le socialdemocrazie, è altrettanto vero che ci siamo progressivamente allontanati dai più deboli, abbiamo perso di vista alcune priorità, ci siamo omologati ad una parte della società che con la nostra storia e i nostri principi non c’entra nulla. Siamo stati miopi di fronte ai cambiamenti di una società sempre più liquida e di fronte alle difficoltà percepite dal popolo, di fronte ad una forbice tra ricchezza e povertà che tende ad allargarsi, nonostante i dati positivi relativi all’economia e al lavoro. Di fronte al divario grande, mai colmato, tra nord e sud. Un’Italia divisa in due.

La sensazione è che l’ascensore sociale si sia bloccato a metà piano, e manchi la speranza che possa sbloccarsi, il futuro a molti appare incerto. Abbiamo continuato imperterriti a dipingere un paese senza più problemi, in ripresa, e in parte è vero, ma non è concepibile escludere dalla analisi le realtà di disagio e di povertà.
Non abbiamo ascoltato con la giusta attenzione alcune categorie professionali, che con forza hanno cercato di rivendicare una loro partecipazione attiva nelle decisioni del governo, la cui attività è la misura della civiltà di un paese. Mi riferisco in particolare agli insegnati e agli operatori della sanità pubblica e dei servizi sociali.
Più volte ho detto che ci sarebbe bisogno di una rivoluzione socioculturale, e ne sono convinta. Perché un popolo che, anziché chiedere politiche attive per il lavoro, si rassegna alla promessa del reddito di cittadinanza, è un popolo che ha rinunciato al lavoro. Un popolo che vota un partito che promette di cacciare gli immigrati, è un popolo ignaro anche della propria storia e concentrato sul proprio orticello, spaventato che “lo straniero” possa danneggiarlo, l’egoismo sociale cresce a discapito di una collaborazione che potrebbe essere costruttiva.

Ma non possiamo liquidare il tutto scaricando la responsabilità ad un elettorato ignorante, ingrato, incapace di comprendere e valutare. Non è giusto né utile. La responsabilità è della politica. E’ il segnale di un fallimento della politica, quella dei partiti tradizionali, ecco perché si premiano realtà diverse. Noi dobbiamo capire perché e cercare di dare delle risposte.

Possiamo farlo solo ricominciando a comunicare con le persone. Accorciando la distanza tra noi e loro. Mettendo da parte personalismi, autoreferenzialità, leaderismo, tifoserie, correnti, arroganza e presunzione. Tutto ciò ci ha inevitabilmente indebolito. Gli imprenditori sono diventati i nostri migliori amici, lo stile di vita di molti nostri referenti è paragonabile a quello dell’alta società, abbiamo perso il contatto con la realtà.
Siamo stati identificati come “poteri forti”, questa cosa mi fa venire i brividi. E allora di cosa ci stupiamo? Perché avremmo dovuto mantenere i consensi? Perché avremmo dovuto conservare una attrattività? Dovremmo essere i primi a mostrare sobrietà. E poi, dove sta il rinnovamento? Si è limitato allo scontro tra alcuni dirigenti storici a livello nazionale, bypassando i territori.

Esclusi, ignorati, abbandonati, non coinvolti nel processo di rigenerazione del partito, che poi non si è mai realizzato. Lasciando i territori in balia di una classe dirigente consumata. Così, quanto di buono è stato fatto, e con orgoglio dico che è molto, è stato offuscato da questa immagine negativa e non è stato percepito dagli elettori. Ed evito di soffermarmi sulla campagna denigratoria portata avanti dai nostri avversari, a colpi di fake news, a questo punto non mi interessa, non può essere un capro espiatorio.

Con umiltà e senso del dovere, riconosciamo i nostri errori e impegniamoci a non ripeterli, costruiamo un progetto unitario che abbia alla base le priorità del paese, quelle vere, quelle considerate tali dal popolo. Ricominciamo a parlare una lingua comprensibile, ad ascoltare, non sottovalutiamo l’insofferenza sociale in crescita, che abbrutisce, indispettisce e rende intolleranti.
Prevale ormai da tempo insoddisfazione, rassegnazione e disperazione, stati d’animo che hanno trovato una speranza nel voto, permettetemi la forzatura, “rivoluzionario” del 4 marzo. Avvisaglie ce ne erano state nelle ultime tornate elettorali, in cui il dato più eclatante era stato però l’astensionismo. Non siamo stati convincenti, e l’astensionismo si è trasformato nel voto che conosciamo.

Non abbiamo colto la gravità della situazione, presi da altre faccende. Ma con un certo ottimismo, mi sento di dire che in fondo siamo il secondo partito, considerando il movimento 5 stelle un partito, sicuramente l’unico con uno statuto ed un radicamento sui territori. Ecco, ripartiamo da qui, dal secondo posto, dai territori, dalle tante donne e dai tanti uomini di valore, dai nostri principi di base indiscutibili, anche se spesso ignorati, dalla base. Ribaltiamo i consensi riconquistando la fiducia del nostro popolo, riappropriandoci dei temi che sono nostri e che irresponsabilmente abbiamo lasciato ad altri, lavoro e giustizia sociale.
Gli Italiani ci hanno voluto all’opposizione, questo è oggi il nostro posto, che dovremmo occupare con senso di responsabilità, umiltà e di servizio.

*Emanuela Piroli (segretario circolo PD Ceccano)

 

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