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Ignazio Mazzoli

Ignazio Mazzoli

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Anche il 4 luglio con Vertenza Frusinate

disoccupati VertenzaFrusinate 350 260Interessanti e curiose le reazioni alla lettera inviata, da due dirigenti del PD frusinate al loro partito.
Di che parla la lettera? Chiede che il PD ed i suoi organi dirigenti inizino ad occuparsi della più grave crisi che attanaglia questo territorio che è parte della Regione Lazio: manca il Lavoro. È non manca da ieri mattina, ma da ben più di un decennio perché tutti, a cominciare dai partiti, TUTTI, facevamo finta di non accorgersene. Anzi se qualche voce sollevava dubbi veniva zittito affermando in coro che tutto andava bene.
Due appartenenti al PD finalmente provano a richiamare al proprio trovare il loro partito e che succede?

Rispuntano polemiche superate dai fatti: Vertenza Frusinate avrebbe difeso solo gli ex. Ex chi? Ex di che cosa?
Dispiace molto dover constatare che si tratta di fuoco amico. E, proprio perché tale, merita di ripercorrere un po' di strada fatta.
Vertenza Frusinate nasce il 28 ottobre 2014 ad Anagni cogliendo l'occasione offerta dalla lettera che un disoccupato, amico di UNOeTRE.it abitante a Mantova, consegna a Bruxelles al Parlamento Europeo per denunciare la disperata disoccupazione degli over 40
Era Stefano Gavioli che aveva raggiunto il Parlamento UE In bicicletta per dare risalto alla sua missione. In quella occasione si decise di dare voce al dramma disoccupazione negata. Durante una diretta in streaming i disoccupati del nord del Frusinate con in testa i senza lavoro della Videocolor e della Video con si dichiararono disponibile ad aprire una nuova fase di lotta unitaria per il lavoro ai giovani e ai meno giovani dimenticati da tutti. UNOeTRE.it e L'inchiesta quotidiano si impegnarono almeno una volta a settimana a dare notizie dal mondo del lavoro dipendente.
Indagare, raccontare, dare voce al mondo del lavoro ed al disagio sociale che ci circonda fu l'impegno di quella sera e ininterrotto prosegue ancora oggi.

Abbiamo imparato a conoscere paure, disperazioni, ansie, desideri dii tante famiglie di disoccupati, i più determinati fra loro hanno dato vita al Comitato promotore di Vertenza Frusinate iniziando a incontrare i rappresentanti delle istituzioni, dei partiti, dei sindacati. I Vescovi. Ormai sono conosciuti e non faccio nomi.
I primi mesi avrebbero fatto desistere anche i più esperti sindacalisti. Gli operai del 28 ottobre non si arrestarono e continuarono a cercare compagni di lotta (oggi sono molti, molti più di allora), mantennero contatti con l'altra grande mobilitazione della Multiservizi e i disoccupati delle altre province del Lazio (350mila), continuarono a rivolgersi a tutti gli eletti di questa provincia ripetendo senza sosta che occorrevano risposte per tutti disoccupati. Chi voleva fare il sordo diceva che erano solo degli "ex" che ambivano ad essere ancora assistiti con la cassa intergrazione, altri pure su alcuni organi di stampa li accusavano di essere disoccupati solo perché non avevano voglia di lavorare.
In una realtà dove sembra che una moltitudine di cittadini attenda il lavoro quale beneficenza elargita da quelche potente, Vertenza Frusinate nella totale inerzia e afasia politica di questo territorio è stata ed è l’unica realtà viva di movimento e rivendicazione democratici dei diritti dei lavoratori.

Lottare per essere creduti e credibili è stata forse la fatica più grande, ma anche il vero "miracolo" se si è arrivati a conquistare l'area di crisi complessa, la proroga della mobilità che ha riguardato, dal 2017, i disoccupatiti di tutta Italia. E, il cuore e il cervello? Era, allora come ora, qui in Ciociaria. Ci furono orecchie attente, fra alcuni eletti all'Amministrazione provinciale, al Senato ed alla Camera. Oggi è ripreso il dialogo con le organizzazioni sindacali, ma non è facile dimenticare quanto siano state sorde e come a volte hanno manifestao anche disprezzo. Ma chi lotta per i tanti guarda solo avanti e i ricordi gli servono per non ripetere errori. E' più difficile scordare che ci sono state formazioni che si dichiaravano di sinistra, impegnate al governo della Regione Lazio che li hanno derisi e respinti. Ancora oggi è Vertenza Frusinate che fa da apripista: mentre si straparla di politiche attive per il lavoro di tutti e non solo degli ex, è questa formazione di disoccupati che avanza proposte per utilizzare al meglio l'accordo di programma per la bonifica della Valle del Sacco o richiede un piano diffuso di manutenzione delle strade di Ciociaria e del Lazio.


Non a caso nella lettera al PD si parla di Vertenza Frusinate. Se si riparla di lavoro anche nel PD (speriamo) è merito suo. Cari critici. almeno una citazione se la merita?

Il 4 luglio prossimo, chi vorrà,  potrà vederla all'opera.

 

 

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Berlinguer nel ricordo dell'ANPI

 anpi BANDIERA 350 260 minANPI, Comitato Provinciale di Frosinone - Oggi ricorrono 35 anni dalla prematura ed eroica fine di Enrico Berlinguer.
Non ci uniamo al diluvio (si fa per dire) di lacrime di coccodrillo di chi o lo ha insultato in vita o lo ha tradito da morto, o tutt'e due le cose.

Non ci soffermiamo sugli aspetti umani, abbiamo rispetto della famiglia e del suo intimo soffrire e non intendiamo far parte del festino retorico che mentre piange il morto ne divora i brandelli. Ci interessa di più dissociarci attivamente dai discorsi di facciata, dalle false lodi alla politica, alla battaglia, alle idee ed alle pratiche di un grande dirigente del movimento operaio e democratico della nostra storia migliore.

Fu protagonista, con altri personaggi di altissimo valore, presenti nel suo ed in altri partiti, e in tutti i gangli della società organizzata, di una stagione in cui la classe dirigente era davvero tale e, fatte ovviamente le dovute differenze, scartati gli elementi negativi indubbiamente sempre presenti, si poteva parlare di un livello di qualità e di consapevolezza del ruolo di cui oggi non si trova traccia, e non solo nella politica.

Berlinguer fu combattuto anche all'interno del Partito, ed è cosa ovvia, essendo il Pci una organizzazione nella quale si studiava e si discuteva, non certo il monolite rappresentato nelle caricature che se ne producevano. All'esterno fu bersaglio di un vero e proprio accanimento, con tutti i mezzi e da tutti i fronti; non ci dilungheremo su questo, la Storia si è incaricata di spazzare via i meschini.

Eppure oggi lo si richiama ogni due o tre frasi per rafforzare posizioni e proposte lontane, se non opposte, al suo pensiero ed alla sua pratica.

Questo per un solo motivo: non certo perché quelle idee e quelle lotte, quelle pratiche si assumano come guida del proprio agire e pensare politico, bensì perché, a dispetto di tutti i suoi detrattori - offensivi, più che critici - Enrico Berlinguer continua a suscitare un forte rimpianto in tutti coloro che credono in un riscatto, un mondo più civile, una società più giusta, o almeno la desidererebbero. Anche se avversari.

E come mai avviene questo? Uno dei motivi, non l'unico né forse il più importante, è il carisma dato da un uomo serio, coerente, inflessibile eppure umanissimo, capace di rapporti veri, affettivi con i propri compagni di strada. Un uomo che, da dirigente di valore altissimo, sapeva che la politica ha senso se forma comunità, se cioè diventa, come scrisse qualcuno di rara cultura "paese nel Paese".

E tuttavia Enrico Berlinguer non fu solo questo. Egli fu dirigente di ampio pensiero, fu marxista nel senso più marxiano, ossia non fu schematico e "ortodosso" ma non fu nemmeno eretico e blasfemo. Declinò l'ideologia secondo la filosofia della prassi, sapendo che nessuna formula è eternamente valida, e che la teoria vera si confronta e si aggiorna con l'evolversi del reale e della conoscenza che ne acquisiamo via via. Non così l'ideologismo, la versione stupida dell'ideologia, che teme il rinnovarsi e finisce per l'essere inutile e scomparire, dopo aver fatto danni più o meno gravi.EnricoBerrlinguer 460 min

La scelta democratica, il mettere il partito alle dipendenze dei lavoratori, poiché essi ne erano la sostanza vera, non fu ben visto né qui, né altrove (Mosca, ad esempio). Ma oggi tutti ne parlano bene. Come si sa, per rimuovere qualcuno, occorre a volte promuoverlo, almeno quando è troppo potente. E Berlinguer è ancora troppo potente nella coscienza democratica italiana sia per essere rimosso brutalmente, sia per essere riconosciuto e discusso nella reale dimensione della sua statura.

E quindi il tentativo è di ridurlo a sciocco luogo comune, un po' come il ridicolo "Mussolini ha fatto anche cose buone", una poltiglia dolciastra in cui tutto si mescola e si confonde ma che invece di nutrire avvelena.

Noi antifascisti gli siamo grati, per le lotte che ha condotto e per l'esempio che ha offerto a tutti, non solo ai suoi compagni militanti: si può e si deve rimanere coerenti, sempre, senza per questo diventare bigotti o rinunciare alla curiosità, all'innovazione, al progresso.

Appare grottesco il rincorrersi di alcuni a rivendicarne l'eredità, in un contesto in cui il mestierame che lui denunciava pubblicamente è diventato forma e sostanza di gran parte della politica.

Noi piccoli militanti della democrazia, fragili difensori della Costituzione che, come lui, consideriamo che “L’esperienza compiuta ci ha portato alla conclusione che la democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista. Ecco perché la nostra lotta unitaria (che cerca costantemente l’intesa con altre forze d’ispirazione socialista e cristiana in Italia e in Europa occidentale) è rivolta a realizzare una società nuova – socialista – che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo della vita sociale, culturale, ideale”

Siamo stati invitati a partecipare ad una discussione per ricordare la figura di questo illustre dirigente comunista dalla Federazione provinciale di Rifondazione comunista. Vi andremo per portare un modesto contributo alla memoria di un uomo, di uno stile, di una concezione politica che consideriamo uno dei pilastri su cui fondare un pensiero alternativo allo spettacolo di oggi ed una pratica conseguente. Il suo antifascismo concreto, fatto di conquiste sociali e di condizioni di vita e di lavoro dentro un'idea di dignità, ci è utile oggi per capire e combattere gli arretramenti che il nuovo ordine impone alla società.

Se non riusciremo in questo, ciascuno nella propria dimensione e "diversità", rimarranno solo i coccodrilli e le loro lacrime sterili e vili.

 

 

 

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In cinque anni, il voto italiano ha cambiato più di qualche casacca

VotoUE 2019 in Italia mindi Maria Giulia Cretaro - L'Europa tricolore nel 2014 era il 40% di Renzi, nel 2019 è il 34, 33% di Salvini. In cinque anni, il voto italiano ha cambiato più di qualche casacca, e ora si presenta a Bruxelles indossando le vesti del'antieuropeismo. Il rinnovo dei 76 seggi con il resto di 3 (che verranno assegnati solo e se il Regno Unito uscirà dall'Unione) non ha comportato una grande affluenza alle urne, ma la stiracchiata percentuale di votanti è stata sufficiente a spostare l'asticella politica interna. Il crollo vertiginoso del Movimento 5 stelle, che in un solo anno, anche se in tornate differenti, crolla di quasi 20 punti, è il segnale prepotente dell'aria che tira in Patria. Un dato che detta giurisprudenza riguardo l'opinione popolare sull'andamento del Governo. L'accoppiata al potere si pone dopo il 26 Maggio a parti invertite seppur con la stessa maggioranza. I Pentastellati in pieno ruolo di Esecutivo, assistono allo sgretolarsi del consenso accumulato fino ad ora. La Lega, con gli oltre due milioni di voti assegnati al suo leader, si è presa resto e mancia. Vacilla dunque l'equilibrio tra i due alleati, che vedono in pericolo le proprie promesse elettorali. Tra queste scaramucce di potere, arriva addirittura il veto del Premier Conte: senza linea comune, rimetterà il mandato al Presidente Mattarella. È finita la pace, compresa quella fiscale.

Mentre l'avvento di Salvini traina la dialettica euroscettica al Parlamento Europeo, Forza Italia conferma la sua sempre eterna presenza, la novità è Fratelli D'Italia che vi siede per la prima volta. Il partito di Giorgia Meloni cresce e con il 6% si conquista 5 seggi che parlano a Orban più della Lega. Un ruolo nell' Aecr già riconosciuto, che assicura un dialogo a carattere sovranista con gli altri Stati conservatori. Il dato di FdI suggerisce una diaspora di elettori ancorati alla destra verace e poco inclini agli esploits del Ministro, perchè l'elettorato è fluido le ideologie meno. Certo è che conti alla mano, Lega e Fratelli D'Italia, potrebbero oggi essere la maggioranza governativa dell'Italia.

Riprendendo l'analisi europea, a beneficiare della migrazione di voti è anche il Partito Democratico rinnovato al vertice. La Segreteria a guida Zingaretti si assicura un timido 22,69%, sicuramente incrementato dalle preferenze dei pentiti pentastellati, più rassicurante della debacle del 4 Marzo. Una ripartenza positiva, per un partito rimpastato al comando ma ancora strutturato alla buona vecchia maniera nell'ordine locale. Il risultato di queste elezioni può solo segnare la riabilitazione ad interim del PD, alternativa è la disfatta.

Da questa parte della barricata, inizia l'onda di "chi è più a sinistra di chi". Mentre a destra fanno i conti a due cifre, + Europa, Verdi, Possibile e la Sinistra raccimolano le briciole. Correndo soli, l'un contro l'altro armati, hanno riabilitato modelli comunicativi sepolti dalle soglie di sbarramento. Non considerando il minimum al 4%, per lotte fratricide, la sinistra radicale in Europa è orfana. I mea culpa postumi non pagano, rimane la mancata rappresentanza in Parlamento per una branca fortemente europeista ma impantanata nei sillogismi politici.

L'Italia che esce da queste elezioni, è un insieme di anacronismo ed equilibri inediti. Un Paese, che pur approcciandosi al voto per il rinnovo del Parlamento europeo, ha brancolato nel buio di programmi mai illustrati. A delegittimare la portata delle elezioni, gli stessi attori candidati. Sono indubbie le ripercussioni sul suolo italico, ma perché sottovalutare a pié pari gli organi superiori, in virtù del principio di sussidiarietà? Perché se la percezione comune è di subordinazione all'Europa, non si esercita influenza consapevole quando è legittima?

Una disinformazione feroce che danneggia l'elettorato, che ignaro del potere, paga a posteriori conseguenze delle sue stesse azioni.
Un Governo instabile, alternative embrionali e carico fiscale sul filo del rasoio: questo è il pittoresco scenario.
Il voto del 26 Maggio è stato d'istinto: poche idee, pochi progetti, poca Europa. Hanno trionfato l'insoddisfazione, la rabbia, la paura dell'altro, l'avanzata del populismo. Quando questi sentimenti sopravvivono, anzi scansano la coscienza civica, di qualunque colore, nessun partito vince, perde tutto il Paese.

 

 

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Voto 2019. Il PD, ma non solo

VotoUE 2019 in Italia minIl PD è lo strumento per affrontare questa crisi?
Infine, il Pd. In Italia è il secondo partito con il 22,69 %, nel frusinate è terzo con il 16,08 dopo il M5S*. Si trova oggi ad avere l’onere, ma avrebbe anche l’onore di essere l’unica forza politica in Italia che ha sulle spalle il compito di opposizione vera a un governo ormai cambiato di segno, e tutto spostato a destra. Il suo esito elettorale è solo una manifestazione di vitalità, il recupero d’impegno da parte di molti elettori, un rifiuto della inevitabilità della deriva a destra. Ma tutto ciò non ha i numeri né le condizioni per costruire una nuova piattaforma politica, una nuova organizzazione che sia capace di recuperare il consenso che ha costruito la destra.

Una prima questione: perché il PD anziché festeggiare i suoi primi 10 anni di vita di questi non ne fa un’analisi seria parlando senza veli degli errori che ha compiuto? Che ha compiuto verso i ceti più deboli e verso le forze sociali da cui traeva legittimazione, in primo luogo i lavoratori dipendenti (esistono e sono tanti in barba a tante strane teorizzazioni), che non lo votano più?

Il centrosinistra è una coalizione non può essere un partito unico. In determinati momenti forze diverse possono e debbono collaborare, ma a precise e ineliminabili condizioni: è un dovere dare rappresentanza autonoma ai lavoratori dipendenti, ai disagiati, agli espulsi dai cicli produttivi; le alleanze si trovano sugli obiettivi, nella società e in parlamento e sono sempre il risultato di un negoziato o anche di un conflitto. Le alleanze fra forze diverse hanno bisogno di due condizioni: movimento di protesta di chi chiede e voglia di ascolto di chi governa.

Il PD è disposto a fare questa scelta? «…mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, non si propone di essere il partito politico della classe lavoratrice del XXI secolo» scrive Paolo Ciofi in "Il voto e la sinistra che non c'è".
Il PD sa riconoscere che gran parte di questo disastro nazionale nasce dal fallimento del suo progetto interclassista che ha dimenticato una grande area sociale del nostro Paese? Basta favorire gli egoismi di classe?
L'impresa sia un servizio sociale secondo l'articolo 41. Sono delle ultime ore i casi di Whirlpool, Marcatone Uno, preceduti qui, nel cassinate, dalla Ideal Standard che insieme ad altre aziende testimoniano come sono soprattutto “arricchifici” di proprietari senza responsabilità sociale. Non può continuare com’è oggi questa assurda ingordigia che satolla pochi e lascia in difficoltà i più. La nostra Costituzione va non solo rispettata ma applicata senza incertezze. Essa è la nostra garanzia di cambiamento, di progresso e di sviluppo.
Facendo le debite differenze, ricordo ancora i governi di larghe intese che per mediare al loro interno dimenticarono scuola sanità politiche del lavoro. il governo giallo verde è stata la manifestazione estrema di quella formula.

Il PD non vuole rinunciare ad esser un frappè? Allora occorre un vero nuovo partito di sinistra che faccia la sinistra in un’alleanza di centrosinistra, se si può fare, altrimenti faccia semplicemente il suo dovere fino in fondo. Ed oggi ci vuole prima di ogni altra scelta un piano straordinario per il lavoro che parta dalla manutenzione delle strade, molte, impraticabili; comprenda la bonifica vera delle aree inquinate dei SIN e la messa in sicurezza del territorio che è una grande esigenza nazionale. Ci sarebbe lavoro per tanti e per qualche generazione.

Allora ancora un quesito: che senso ha il pulviscolo di formazioni armate di distinguo litigiosi, senza che ci sia un valore che premi l'unità; non ha senso l'attuale frammentazione è inconcludente e soprattutto demotivante. In queste condizioni la sinistra tutta non è riuscita a imporre né la propria agenda né le proprie proposte, piuttosto vaghe, a cominciare da quelle sul lavoro, né la giustificata paura sullo stato dell’economia e delle sue prospettive. La paura del “baratro” non ha inciso. Hanno continuato a fare effetto, invece, le altre paure, quelle propinate da Salvini e dalla Meloni.

Recuperare credibilità oggi è certamente faticoso e, non facile. Ma, facciamo una lunga inspirazione e diamoci 10 – 20 secondi di coraggio. Diciamoci la verità, senza fare gli incompresi,  perché così non funziona. Senza questa audacia ci aspetta il suicidio, che potrebbe essere il meno, ma condanneremmo ad una brutta sorte gran parte del nostro popolo.

Dobbiamo imparare a saper fare il nostro dovere anche qui in Ciociaria dove l’amicizia e le simpatie personali fanno premio sulle scelte politiche. Disoccupazione, sanità, inquinamento son tutt’ora lì che aspettano un qualche atto concreto. Tanto parlare di politiche attive per il lavoro e non si è riusciti a far lavorare manco un disoccupato "over 60" nei comuni di origine, eppure sarebbero stati pagati dalla Regione come previstpo negli accordi del 28 febbraio 2018, nella sanità impera il disservizio più generale che investe pazienti e personale, per l’inquinamento dopo 14 anni dobbiamo ancora aspettare le caratterizzazioni di alcuni progetti che fra l’altro non bonificheranno la sorgente dell’inquinamento, cioè il Sacco, ma solo alcune aree con destinazione “vendita”.

C’è di peggio, anche le cose buone che si fanno poi non sono valorizzate o addirittura vengono bloccate. Perché? La deputata Rossella Muroni predispone una Mozione, molto importante, da discutere alla Camera sull’inquinamento della Valle del Sacco, perché non l’aiutiamo a raggiungere l’obiettivo della discussione in aula respingendo ogni resistenza qui in provincia? A Fratoianni viene chiesta una interrogazione per far cessare il pagamento coattivo delle bollette Acea introdotto dal ministro Padoan sin dal 2016 e se ne dà notizia la mattina del sabato 25 maggio prima del voto. Iniziativa benemerita, ma ci si è chiesti che risultati può produrre un’azione che appare all’elettore tardiva e fuori da una iniziativa continua e incalzante? Tanto per citare dei casi. Quali valutazioni di opportunità politica intervengono qui in provincia per operare così? Questi metodi di lavoro mettono in ombra anche i possibili buoni risultati come la conquistata opportunità di revocare la concessione della Certosa di Trisulti a Steve Bannon.

Vogliamo avere un sussulto di efficienza? Chiediamo al nuovo segretario generale della Cgil Maurizio Landini di rivedere questa strana organizzazione del Sindacato che lui dirige, che anziché moltiplicare le presenze sul territorio le accentra? L’iniziativa per il lavoro e tutti i diritti sociali ha bisogno del numero adeguato di dirigenti e attivisti che non si risparmino, prima di tutto.

Basta con i luoghi comuni. E le dichiarazioni di principio. Noi non possiamo essere solo quelli che rievocano. Non può bastare. Ma, anche le generose iniziative spontanee di associazioni svaniscono se non le si costruiscono in maniera organizzata con volontari militanti e impegnati, con statuti depositati e conoscibili da tutti, che assicurino organismi dirigenti democraticamente eletti e verificabili. Non possono solo essere sigle con un Presidente, per quanto disponibile e preparato. La trasparenza è un presupposto indispensabile per la CREDIBILITA’.

Fare politica non è un hobby e non si può praticare come se fosse un hobby. Fare politica è un lavoro duro, di studio e di tessitura di relazioni nella società e con le persone. Un lavoro da fare tutti i giorni e in ogni ora. I 5stelle hanno pagato un prezzo anche per questo, è il loro problema. Non diamo retta a chi ci dice che tutti si possono improvvisare politici. Ci prendono in giro quelli che invece hanno forze impegnate giorno e notte a fare politica nei posti di governo e di potere a cominciare dalla finanza.

Anche a chi vuole essere di sinistra sul serio occorre una rivoluzione culturale. Non basta definirsi di sinistra. Dobbiamo sapere con certezza i motivi di disagio, trovare le possibili soluzioni e comunicarle nel modo giusto alla gente.

È un problema che riguarda direttamente ogni struttura che si dice di sinistra e non solo per i gruppi dirigenti centrali, ma anche e soprattutto in periferia rivedendo scelte organizzative e di direzione. Non solo, lo dico con le parole di Lucia Annunziata, c’è anche: «Un compito particolarmente gravoso e impegnativo per i media che, a mio parere, non hanno lavorato affatto sullo scollamento sociale. Ma la lettura del presente è anche l’unico strumento su cui fare leva per ricostruire la dinamica democratica».

* Lega Salvini Premier 96.671 (40,35%); M5S 44.494 (18,57%); PD 38.536 (16,08%); FdI 21.319 (8,90%); FI 19.472 (8,13%) [137.462 (47,38)] a sinistra [43.179 (18%)] a mala pena sfiora il 20%, ma è una forzatura
Diverso il quadro che emerse dalle urne nel 2014: 427.063 Elettori; 253.001 votanti cioè il 59,24 %) Schede bianche 7.989; Schede non valide (bianche incl.) 20.300 che cosi destinarono le loro preferenze: PD 86.328 (37,10%); FI 56.764 (24,39%); M5S 51.172 (21,99%); FdI 9.616 (4,13:); Lega Nord 3.401 (1,46%); L'altra Europa con Tsipras 6.808 (2,93%); Italia dei Valori 1.317 (0,57%); Verdi Europei- Green Italia 1.298 (0,56%) [9423 (4,6%)]

 

Il primo articolo il secondo articolo

  aggiornato il 18 giugno '19 alle 8,23

 

 

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Voto 2019. Partiti e altro

VotoUE 2019 in Italia minIl “centro” non c’è più, cosa rincorreranno ora i cosiddetti riformisti? Il quadro politico, come si dice in gergo, è fortemente radicalizzato a destra. Quel centro aveva una funzione, essere il ring dove due forze con la stessa vocazione capitalistica si confrontassero per vedere chi sopraffaceva l’altra. Capitalisti buoni contro capitalisti cattivi, (audace e improbabile alternativa, che non esiste) ma stando a questa vulgata bisogna dire che stanno vincendo quelli cattivi che hanno Trump, come capo riconosciuto.
Cosi, però, chi vive il disagio combatte una guerra che non è sua, ma è solo quella fra chi deve assumere il comando di questa disperata stagione capitalistica. L’ingiustizia, la povertà, la mancanza di diritti può mai essere solo un solo un problema di polso? La campagna elettorale risulta il più ridicolo emblema del conflitto in cui si resta coinvolti per stabilire chi deve vincere. E il Paese e i cittadini che fine fanno? Solo tatticismi sulla pelle di tutto un popolo. «Il voto arrivato a Salvini non è solo quello "urlato" ma anche quello silenzioso, che non si è fatto sentire». Questo voto va individuato e abbiamo il dovere di individuarlo. Cosa difficile ma necessaria per capire la nostra gente e i loro bisogni, per capire tutti noi...

La cintura rossa di Torino, quelle delle grandi lotte operaie e delle grandi conquiste democratiche, come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, votano massicciamente "Lega", in alcuni comuni da sola, questa formazione, arriva al 50%. In Emilia-Romagna la somma dei voti di Lega, FI e FdI delinea una maggioranza pronta a governare questa regione dove si voterà nel 2020.
Scrive Loffredi, in un post su FB: «Come è possibile che Vertenza Frusinate non abbia mai avuto una adesione da parte dei partiti sedicenti di sinistra? Come è possibile che a favore di questo raggruppamento ho dovuto assistere ad un impegno di amministratori di Fratelli d'Italia? E le questioni sanitarie e la scuola e le privatizzazioni, le false cooperative?»

Sono solo alcuni esempi, ma la domanda da porsi è: Perché si vota per un partito che nulla fa per nascondere il suo autoritarismo e la sua natura illiberale?
I voti che si sono succeduti in questo primo ventennio del XXI secolo sono la manifestazione del tentativo di trovare risposte alla crisi che viviamo e che ha connotati economici assai penalizzanti per la maggioranza delle popolazioni. Qui, in Italia, più che nel mondo, è come se si avanzasse per tentativi, prima speranza nel M5S e ora nella Lega. Parafrasando il titolo “Sei artisti in cerca d'autore” di Luigi Pirandello, si potrebbe dire: un popolo in cerca di guida e di speranza.

Come già successo con la destra americana di Trump, quella europea di Salvini, Le Pen, Orban vince perché coglie la nuova rottura fra "classi sociali", la fine del “contratto sociale di mutua collaborazione insito nel welfare del dopoguerra”. È la fine della solidarietà e della sua cultura. Il suo successo come si spiega? Non con il richiamo al fascismo, o con la coltivazione delle paure, del razzismo. Fascismo, paure, razzismo, appaiono la forma di un profondo risentimento sociale. La rabbia del disagio. Non ne sono l’origine.
Il crollo dei 5 stelle suggerisce, a questo proposito qualche ulteriore lezione sulle correnti di pensiero e sensibilità che percorrono la società italiana. La politica intesa come puro elemento di corteggiamento del voto non paga. La CREDIBILITA' di cui si vantavano, l’hanno persa strada facendo, Ilva, Tap, Tav, il voto a sostegno di Salvini e poi i tenti errori di politica quotidiana. I 5 stelle pagano quella promesse irrealizzabili e irrealizzate, ad esempio la “sconfitta della povertà”. Pagano pure, diciamoci la verità, di non aver saputo reggere all’attacco smodato e indecente dei liberisti, ma non solo, alla loro proposta più significativa: il Reddito di cittadinanza inteso come strumento di tutela fra un lavoro ed un altro, sostegno nella ricerca di un lavoro che impedisse ai disoccupati di svendersi di fronte alle offerte di lavoro e cercando anche per questa strada di recuperare valore ai salari, si sono fatti massacrare la proposta originaria al punto che non si capiva più se era sussidio alla povertà o strumento per un nuovo approccio al lavoro. Manca però una politica per il lavoro e l’occupazione che non si può individuare nel “Decreto Dignità”, manca proprio. Con quali fondi si finanzia? Perché non c’è una patrimoniale? Perché toccare le pensioni? Dagli errori al ridicolo dei 40 euro al mese alla guerra fra poveri. Ma c’è dell’altro. Salvini si è giovato di due circostanze: a - una indulgenza, ingiustificata, dei media verso le rozze e violente smargiassate di Salvini mentre era costante l’attacco ai 5 stelle contro i provvedimenti da loro proposti, a prescindere. Non hanno saputo cogliere neppure le timide aperture verso di loro confronti, insiti nelle disponibilità a discutere di sindacati e qualche altro per migliorare il migliorabile; b - Salvini e la Lega hanno beneficiato di una struttura radicata, e di forze sperimentate, non solo quelle della Lega impegnate nelle amministrazioni locali, ma anche quelle raccolte con operazioni simili a quella di Ottaviani a Frosinone, sindaci e altre figure sopraggiunti con le loro sperimentate organizzazioni elettorali.
Niente di tutto questo per il M5S. Grande sordità alla dialettica fra forze politiche. Ma, si può guidare un movimento che raccoglie milioni di voti fino al 33% senza strutture territoriali, senza efficienza organizzativa nei comuni, affidandosi a delle consultazioni online ridicolizzate da avversari e media? Non può, questa forza politica, galleggiare nell'indefinito “né destra e sinistra”. Si getta un patrimonio al vento. Anche nel caso dei 5 Stelle, gli elettori, hanno esercitato in questo voto una straordinaria forza di selezione nella convinzione di farsi del bene.

Come si interviene? Guardando la realtà in profondo ed anche nelle sue manifestazioni più elementari. Quando Nadeia De Gasperis, per UNOeTRE.it, intervistò Nicola Fratoianni, mi colpì il desiderio di intervenire che si manifestò negli ascoltatori pur in una circostanza non proprio definita a quello scopo. Intervennero in quella occasione Pietro Fargnoli animatore dell’Associazione Pendolari Roma Cassino, Stefano Pizzutelli Consigliere comunale di Frosinone, Daniela Bianchi che guida il movimento per il recupero della Certosa di Trisulti da Stive Bannon e il giornalista Gino De Matteo. Senza entrare nel merito dei singoli temi affrontati va sottolineato come in ognuno di essi ci fosse chiara e precisa la richiesta di promuovere la protesta per portare alla luce disagi e sofferenze, obiettivi promessi e mai realizzati. Il loro dire si potrebbe riassumere nelle parole “Riscatto e Protesta”, oltre alla voglia di poter dire la propria perché segnalavano di essere privi di sedi dove esprimersi. Interessante mi parve quanto accadde all’intervento di De Matteo. Il giornalista, impegnato nell’Ufficio stampa del comune di Frosinone e nel quotidiano L’Inchiesta pose un problema chiamando in causa i sindacati: qui in provincia di Frosinone, dice, non c’è movimento, non ci sono proteste e usando un termine errato di cui si pentì subito dopo, chiamò mestieranti i sindacalisti che a suo parere non svolgono adeguatamente il loro lavoro.

In questo rapido accadimento occasionale vennero alla luce due questioni importanti: l’assenza di promozione delle proteste e l’individuazione di chi dovrebbe promuoverle.
Dico subito che in questo manifesto interesse c’è una novità, benvenuta, ma piuttosto assente e qualche volta demonizzata, soprattutto dal PD che ha conculcato sempre ogni minima rivendicazione. Benvenuta quindi questa esigenza. Ma la protesta nasce da sola? Anche, ma non sempre, ha bisogno a volte di una levatrice e chi meglio dei sindacati dovrebbe svolgere questa funzione? Al De Matteo fu risposto che non era vero, perché in giugno ci sarebbe stata una manifestazione unitaria di pensionati Cgil, Cisl, Uil a Roma. Quella grande e bella e forte che abbiamo visto il 1° giugno.
A ben guardare l’osservazione non è infondata e la risposta è insufficiente e deviante rispetto alla richiesta, che è riferita al territorio, ai bisogni specifici del territorio. Qui c’è un vuoto doloroso e colpevole. Non si protesta e neppure se ne vuole sentire parlare.

C’è una forte centralizzazione dell'iniziativa, giustamente indispensabile oggi, ma a questa deve urgentemente seguire il massimo decentramento dell'attività nei territori.
Una domanda, ma perché le forze della sinistra dovrebbero lasciare la protesta alla destra? La protesta è il potere negoziale della sinistra, è il suo legame con le donne e gli uomini, è la sua identità nel territorio e questo bene può e deve ritrovarsi nelle grandi iniziative nazionali, ma non ne può essere sostituito.
Giorgio Amendola nel suo bel libro “Una scelta di vita” ricorda di un suo comizio in un comune dove in altri tempi, prima di lui, parlava suo padre e sottolineava la differenza: allora finito il comizio restavano solo echi di parole che sarebbero svaniti. Nella sua epoca invece c’era un partito, il Pci, che ogni giorno avrebbe operato perché quelle parole, quelle impostazioni non solo fossero ricordate ma diventassero iniziative concrete. Questa è l’importanza di essere radicati nel territorio.

Vai alla parte terza: Il PD - Primo articolo

 

aggiornato il 5 giugno '19

 

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Voto 2019. Il 26 maggio cosa è successo

VotoUE 2019 in Italia minIl voto del 2019 è sotto la lente di tutti gli analisti nazionali. Vediamo di riuscire a leggere quello espresso nello spazio dove viviamo.. la comunità frusinate, nel Lazio.

418.116 elettori; 251.174 votanti 60,07%; schede nulle 5.884; schede bianche 5.703: schede contestate 9. Questi voti si suddividono come segue:
Lega Salvini Premier 96.671 (40,35%); M5S 44.494 (18,57%); PD 38.536 (16,08%); FdI 21.319 (8,90%); FI 19.472 (8,13%). La destra arriva a 137.462 voti (57,38)], la sinistra si ferma a 43.179 (18%)], anche aggregando altre piccolissime formazioni e non proprio definibili di sinistra, a mala pena sfiora il 20%, ma è una forzatura.
Diverso il quadro che emerse dalle urne nel 2014: 427.063 Elettori; 253.001 votanti cioè il 59,24 %) Schede bianche 7.989; Schede non valide (bianche incl.) 20.300 che cosi destinarono le loro preferenze: PD 86.328 (37,10%); FI 56.764 (24,39%); M5S 51.172 (21,99%); FdI 9.616 (4,13:); Lega Nord 3.401 (1,46%); L'altra Europa con Tsipras 6.808 (2,93%); Italia dei Valori 1.317 (0,57%); Verdi Europei- Green Italia 1.298 (0,56%) [9423 (4,6%)]

L’inversione dei rapporti di forza è compiuta: la Lega è il primo partito d’Italia. Lo è anche in provincia di Frosinone. La destra a pié pari si appropria o meglio si riappropria (?) della provincia di Frosinone. Leggere quello che accade qui potrà esser utile anche fuori di qui? Provo trattando separatamente due questioni: le scelte operate e i comportamenti dei partiti, delineando il quadro generale che tutti possiamo vedere intorno a noi. (in 3 articoli separati: questo, Partiti ed altro, Il Pd)
Destra e centrodestra raccolgono 137.462 voti pari al 57,38%; centrosinistra e sinistra raccolgono 43.179 pari al 18% e se si volesse aggiungere qualche verde comunque non si arriva neppure al 20% pieno. E, se centrosinistra e sinistra sono un manipolo allo sbando, ce dell’altro, non c'è più il “centro” in provincia e non solo. Il ceto medio che votava quel tipo di centro non c'è più. Deluso e sfiancato dalle promesse non mantenute e dalla malapolitica, ora cerca risposte a destra. Un brutto segno.
Cioè, in generale, a 15 secondi di distanza lo stesso elettore vota Matteo Salvini e sindaci come, per esempio, Marco Galli, Simone Costanzo, Simone Cretaro, Enrico Pittiglio.... Roba da infarto per qualcuno? Ma no! Accade. Che strana contraddizione, dall'aggressività disumana di Salvini all'ipermoderazione dei sindaci (quella che impedisce loro qualunque coraggio verso la STO di Acea Ato 5 o nel Comitato dei Sindaci per governare la Asl, o nella gestione privatizzata dei rifiuti e in generali nei confronti di Regione e Ministeri, o nel chiedere con la dovuta fermezza a Enel che sistemi le reti e le cabine della fornitura di energia elettrica a dovere tanto da non avere lunghissime interruzioni di erogazione alla prime quattro gocce di pioggia o al primo tuono con fulmine), ma comunque sono e restano le uniche orecchie che ascoltano il cittadino. Almeno l’ascolto qui c’è. Sicuramente le amministrazioni locali meritano una trattazione a parte. La farò.

Torno al voto europeo. Rappresenta un quadro politico in cui il “centro” non c’è più. Possiamo pure considerare che esso sia fagocitato in qualche formazione, ma, tuttavia ugualmente non c’è con una sua identità come in precedenza. Significa qualcosa?
Penso proprio di sì. Quella cosiddetta moderazione che ha sempre voluto indentificarsi con il centro mediatore che governa non è più ricercata dagli elettori, ma solo da anacronistici inseguitori collocati nei vertici di alcuni partiti.
Questo centro, che ha ricercato e ancora ricerca d’identificarsi nella rigorosa austerità “europea” ha distrutto le politiche per il lavoro ed ha privato di diritti ceti fragili e ceti medi per la prima volta, è oggi identificato con i responsabili del disastro. La rincorsa al centro non paga più. Soprattutto ora dopo l’esperienza del “centro” delle “larghe intese”. Le ricordate quelle tanto care a Napolitano e a Renzi? L’ossessione della quadratura dei conti non viene apprezzata dagli elettori, perché quei conti non li riguardano. Quel far di conto che ha premiato banche e grande finanza non esercita alcun rassicurante interesse per chi è senza lavoro, per chi ha perso diritti sociali, reddito e prospettive di vita. I Calenda di questa stagione parlano di un far di conto che non torna a chi non sa come sopravvivere. «La paura del “baratro” non ha inciso. Hanno continuato a fare effetto, invece, le altre paure, quelle propinate dalla Lega e da Fratelli d’Italia della Meloni. (Lucia Annunziata)» (alcune paure sono indotte da vere e proprie invenzioni menzognere, indimostrate, come quella che definisce le navi delle ONG in accordo con gli scafisti e operino per l’immigrazione clandestina. Non esiste neppure una prova, infatti proprio sabato 1° giugno è stata dissequestrata anche la nave “Sea Watch”).

Se, poi, passata la paura, perché il sovranismo in Europa non è prevalso, è da sciocchi e sprovveduti tornare a respirare, riproponendo rigori e norme ormai respinte dal voto: pareggi di bilancio, risanamenti forzati e forzosi, occorre cambiare non solo linguaggi, ma adottare misure nuove, diverse e di contrasto alla povertà, alla mancanza di diritti ed alla mancanza di ascolto dei bisogni. Quale forza di convincimento possono avere discorsi di aritmetica contabile per chi non trova lavoro da anni, ma è costretto ad arrangiarsi giorno dopo giorno e non ha interlocutori credibili?
Jean Paul Fitoussi (economista francese premio Nobel)*, scrive ne “Il teorema del lampione o come mettere fine alla sofferenza sociale ...”: «la UE sbaglia sempre, come prende fiato ricomincia come prima a sbagliare». Come pure rincara la dose Thomas Piketty (altro economista francese)* che dopo questo voto ha affermato: «L'ingiustizia favorisce i populisti». E già!

La speranza è dura a morire a fa fare i “tentativi” più diversi e anche sbagliati e forse pure pericolosi, ma il voto sta tutto qui, dentro questa sagra delle diseguaglianze.
Occorre far ripartire una dialettica reale nella società e fra i partiti. Partiti con tutti dentro non servono, perché lì i potenti sopraffanno gli altri, come non servono pulviscolari formazioni in grado di gratificare solo qualche capetto, ma non hanno alcuna capacità attrattiva. Sono solo demotivanti.

Molto pungente questo post di Margherita Eufemi, che trovai subito dopo l’esito elettorale su Facebook: «La formica che odiava lo scarafaggio votò per l'insetticida. Morirono tutti quanti, anche il Grillo che si era astenuto». Contiene delle verità. Ora, tuttavia, occorre affrontare I problemi, che restano tutti interi e forse anche più gravi se seguirà una crisi di governo e il voto anticipato.

*cioè entrambi europei

Seguono: I partiti e altro, il PD e non solo.

 

aggiornato il 18 giugno '19 alle 8,20

UE voto 2019. Lina Novelli, Sindaca candidata del PD

lina novelli 2 ridimensionato minA differenza della fine del '900 oggi l'UE è percepita come responsabile delle condizioni di crisi che colpiscono i ceti più deboli dei paesi europei. Si può correggere questa percezione, come?

Si, la percezione è cambiata notevolmente e oggi il sentimento antieuropeo è cresciuto molto.
Purtroppo dopo l’entrata in vigore dell’Euro è mancata la costruzione di una vera sovranità politica europea capace di guidare uno sviluppo equilibrato e sostenibile con le scelte più adeguate per favorire la crescita e l’inclusione sociale.
Moltissimo c’è da fare per riavvicinare L’Europa ai tanti cittadini della comunità, a cominciare da un cambiamento vero e profondo delle politiche che hanno prodotto questa rottura tra popoli e istituzioni. Cambiamento che certo non può essere rappresentato dai sovranisti e dai nazionalisti perché l’Europa ha già conosciuto i nazionalismi quando questi sono stati la causa dei conflitti più gravi della storia dell’umanità.
Ciò che serve è riavvicinare l’Europa ai bisogni veri dei cittadini con istituzioni rinnovate e più rappresentative della volontà popolare. Noi proponiamo di lavorare alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa dove i cittadini che votano lo fanno per scegliere sia il parlamento e sia il governo dell’Unione.

 

Qual è a suo parere la critica più fondata e quale correzione principale andrebbe introdotta?

La critica più fondata è che l’Europa è apparsa via via più distante dalla vita materiale di milioni di cittadini. E il problema principale, almeno di questi ultimi dieci anni, è stata la cosiddetta “austerity” che ha imprigionato molti paesi dell’Unione alle più rigide regole di bilancio senza avere la possibilità di investire risorse per la crescita economica e occupazionale e reagire alla crisi del 2007-2008.
Adesso, più che mai, ciò che serve è il ritorno a politiche più espansive che aumentino le opportunità per i cittadini, per le imprese e per i territori. Bisogna rimettere al centro il lavoro e lo sviluppo sostenibile.

 

In questa situazione qual è il punto di forza del programma del PD? Ha in sé le proposte perché la voce dei popoli pesi nella giusta misura sulle decisioni legislative del Parlamento europeo?

IL PD propone un’Europa riformata e democratica come strumento essenziale per superare le disuguaglianze, perseguire la giustizia fiscale, affrontare le minacce dei cambiamenti climatici, gestire i flussi migratori e garantire la sicurezza per tutti i cittadini europei.
In un’Europa veramente democratica il Parlamento, che rappresenta direttamente i cittadini dell’Unione, e il Consiglio, che rappresenta gli Stati, devono essere sullo stesso piano. Il principio della co-decisione sugli atti legislativi, oggi in vigore su molte materie, deve essere esteso a tutte le materie proprio per realizzare la pari dignità tra la voce dei cittadini e quella dei governi.
In ogni caso il prossimo Parlamento Europeo deve promuovere una profonda riforma costituzionale dell’Unione Europea.

 

Secondo lei dovrebbe concludersi l'esperienza della Commissione europea per fare posto a pieni poteri del Parlamento UE?

Chiedere, come noi facciamo, una riforma costituzionale dell’Europa significa innanzitutto voler semplificare e rendere più efficienti le istituzioni europee. Avere insieme la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa, entrambi in rappresentanza dei governi degli Stati, è qualcosa che deve necessariamente essere superata per lasciare il posto ad un limpido confronto tra Parlamento europeo e Governo europeo.

 

Dopo Greta Thunberg, l'UE dovrebbe legiferare per aumentare le normative ambientali destinate alle imprese al fine di ridurre le emissioni di diossido di carbonio e gli sversamenti di inquinanti nei fiumi?

L’iniziativa ‘Fridays for future’ di Greta, sostenuta da milioni di giovani in tutto il mondo, impone una significativa attenzione alle tematiche ambientali. Nella lotta ai cambiamenti climatici non si può e non si deve perdere altro tempo perché è ormai un’emergenza e una priorità.
Secondo noi, in materia di emissioni, si deve rivedere il pacchetto clima-energia per giungere al dimezzamento delle emissioni nel 2030 e a zero emissioni nette nel 2050. Inoltre, serve un piano straordinario con il quale l’UE dovrà essere capace di mobilitare 290 miliardi di Euro per la completa decarbonizzazione del sistema energetico europeo.
Per quanto riguarda gli sversamenti di inquinanti nei fiumi, si tratta di veri e propri reati ambientali che vanno perseguiti come prevede la legge italiana introdotta nella precedente legislatura e meglio conosciuta come “legge sugli ecoreati”. La legge italiana fa seguito ad una direttiva europea del 2008, proprio in materia di reati ambientali.

 

Il rapporto Europa territori, in termini di ascolto e risposta ai disagi e nuove esigenze può offrirsi a nuove opportunità ed esperienze, in che modo principalmente?
E’ necessaria una nuova visione per i territori, le città e le periferie affinchè nessuno resti indietro. Noi, per esempio, pensiamo che i fondi di coesione devono diventare sempre di più il centro di una politica attiva contro la povertà e le disuguaglianze, a cominciare dalle aree più deboli. Nella prossima programmazione europea serviranno almeno 5 miliardi di Euro per le aree urbane e per i piccoli comuni che soffrono lo spopolamento e la perdita di servizi essenziali.
La mia esperienza di Sindaco di un piccolo comune, Canino, che si mette in gioco in una competizione di ambito sovranazionale vuole proprio rappresentare una domanda di partecipazione forte dei territori alle scelte fondamentali dell’UE. Ma rappresenta anche la consapevolezza che i territori devono sapersi organizzare per essere all’altezza della sfida europea e coglierne tutte le opportunità. I territori, le comunità locali, devono fare rete se vogliono dire la loro ed essere ascoltati. In Europa vincono le reti, e noi dobbiamo accettare questa sfida se vogliamo veramente realizzare un salto di qualità.

 

 

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“Suprematismo in Europa. Dalla rabbia all’odio”

Ruth Dureghello 350 260 mindi Aldo Pirone - Ieri su “Repubblica” la Presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello lancia un grido di allarme sul cosiddetto “suprematismo” che secondo molti è all’origine dei rigurgiti di “razzismo che pervade la società e colpisce tutti”.

Intervistata da Alessandro Longo, la Presidente Dureghello denuncia: “Pensavamo che le società avessero sviluppato degli anticorpi contro fascismo e nazismo. Le manifestazioni di questi giorni dimostrano che non è così” e cita come “Inaccettabile lo striscione di Forza Nuova contro Papa Francesco”. Poi aggiunge: “Mi chiedo che cosa possiamo fare insieme per evitare che il cittadino si abitui a certe immagini, o a certi linguaggi. Dico che non ci può essere ambiguità. Certe manifestazioni bisogna soffocarle sul nascere, dichiarare chi sta dentro e chi sta fuori il consesso civile. Gli anticorpi devono palesarsi”. Molto giusto e sacrosanto.
Al che l’intervistatore le fa notare: “Bisogna ricordare che c’è chi con i suprematismi sta giocando pericolosamente. La Lega al governo guarda con benevolenza, usando un understatement, a questo mondo”. La Presidente Dureghello ne conviene, ma con prudenza diplomatica risponde: “Lo faccio dire a lei”. Ricorda, poi, che oggi si svolgerà un convegno promosso dalla Comunità ebraica dal titolo: “Suprematismo in Europa. Dalla rabbia all’odio”. Infine, la massima esponente ebraica romana individua nel suprematismo americano l’origine dell’ondata che, partita dagli States, è arrivata fino all’Europa.

A proposito di anticorpi, qualche consiglio, per non dire una vera e propria strigliata, la signora Dureghello lo dovrebbe dare anche a Benjamin Nethanyau premier di destra, appena rieletto, di Israele. Nel dicembre scorso, infatti, “Bibi” ha ricevuto con tutti gli onori Matteo Salvini nel suo solito e permanente tour elettorale, definendolo “grande amico di Israele”. Il “bauscia” milanese ha partecipato anche a una cerimonia allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, indossando per l’occasione la kippà ebraica. Come tutto ciò si concili con il suo patrocinio di Casa Pound e Forza Nuova, degli umori di destra d'ogni gradazione e colore nonché con l’adozione di pose fascistiche di vario genere e tenore, è tutto dire.

Ma ancor di più occorre sottolineare come Nethanyau abbia potuto chiamare “grande amico di Israele” uno come Salvini. Il nazionalismo israeliano a forza di trovare sostegno nel suprematismo americano adottato da Trump si sta trasfigurando nel suprematismo ebraico nei confronti degli stessi arabi palestinesi appartenenti a Israele, per non dire dei palestinesi profughi negli stati arabi confinanti. Un’involuzione contro natura se si pensa ai progrom, alle persecuzioni razziali fino all’Olocausto patiti dagli ebrei. Sta di fatto che nazionalismi e suprematismi razziali di varia origine, stanno trovando convergenze una volta impensate. Questo significa che i famosi “anticorpi”, giustamente invocati dalla Presidente Dureghello, sono un problema che tocca anche Israele.
E per gli ebrei di tutto il mondo, questa non è una buona notizia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Frosinone, immeritato ko con l'Udinese

Dionisi dopo il gol a Udinese 350 mindi Tommaso Cappella* - Aria di smobilitazione in casa Frosinone che subisce un altro ko interno, questa volta per mano dell'Udinese che, a due giornate dal termine del campionato di serie A, deve però ancora lottare per la salvezza, dopo la vittoria dell'Empoli in casa della Sampdoria. I giallazzurri, retrocessi al termine della sfida pareggiata 2-2 in casa del Sassuolo, hanno affrontato la squadra di Tudor con la mente ormai rivolta altrove e, quindi, senza gli stimoli giusti per cercare magari di conseguire un risultato positivo. Una gara che ha visto Paganini tra i migliori in campo e il ritorno al gol dopo un lunghissimo digiuno da patte di Dionisi, anche se non è servito per evitare la sconfitta.

Primo tempo comunque in balia dei friulani. Dopo un tentativo di Pinamonti con l'ex De Maio a liberare in angolo, all'11' l'Udinese passa: azione del tutto personale di Okaka che parte dai trenta metri, protegge col fisico la sfera e va via a Sammarco e Capuano, tirando in diagonale sul secondo palo. Il Frosinone si scuote e ci provano i vari Paganini, Valzania e Ciano, quest'ultimo soprattutto su calcio piazzato. Si da un gran da fare anche Daniel Ciofani, ma al 41' la squadra di Tudor raddoppia. Da calcio di punizione De Paul crossa sul secondo palo, palla facile per Samir che schiaccia di testa in fondo al sacco. E poco prima del riposo arriva addirittura il tris. Ancora De Paul recupera palla a centrocampo e pesca Lasagna in area di rigore, su di lui esce Bardi lasciando la porta vuota, lo stesso Lasagna serve così Okaka al centro dell'area di rigore che libero, trova facilmente il tap-in. Nella ripresa l'Udinese contreolla la sterile reazioin e del Frosinine. Al 20' entra Dionisi per Daniel Ciofani. Alla mezz'ora tenta il tap-in Paganini, Musso respinge con i piedi, Frosinone anche sfortunato, non riesce a trovare il gol. Al 40' però i giallazzurri vanno a segno: da calcio d'angolo il colpo di testa proprio di Dionisi sorprende Musso. Finisce così 3-1 per l'Udinese.

A due giornate dal termine del torneo, per il Frosinone ci sarà domenica prossima alle ore 18,00, a meno di posticipo alle 20,30 come richiesto dalla società rossonera, a San Siro l'impegno con il Milan, in lotta per un posto in Champions League, per poi chiudere allo “Stirpe” con il già da tempo retrocesso Chievo Verona. E' chiaro che ci si aspetta una prova d'orgoglio da parte dei giallazzurri, proprio perché hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere contro una squadra blasonata come lo è sicuramente il Milan. Se lo augurano soprattutto i tifosi i quali si apprestano a vivere di nuovo una stagione tra i cadetti che ci si augura possa essere di passaggio per poi tornare nella massima serie già a giugno dell'anno prossimo. Nel corso della gara contro l'Udinese, tra l'altro, la parte calda del tifo giallazzurro ha anche esposto uno striscione con scritto: “Il nostro amore il finale ignora, cio' che conta è noi due ancora”. Chiaro messaggio d'amore da parte di tifosi a squadra e società.

*giornalista volontario in pensione

Lavoro. E' già finanziata la bonifica della Valle del Sacco, partiamo da lì

13maggiodisoccupati 1 350 mindi Valentino Bettinelli - È ancora tempo di assemblea per i disoccupati del comitato di Vertenza Frusinate. Ad ospitare i tanti presenti, ancora una volta il Salone di Rappresentanza del palazzo della Provincia di Frosinone. Tra i presenti non figura il Presidente della Provincia Antonio Pompeo, il quale aveva assicurato la sua partecipazione.

Tema centrale dell’incontro, iniziato con circa un’ora di ritardo, ancora lo stallo sul rifinanziamento della mobilità in deroga per le aree di crisi complessa. 117 milioni ancora in attesa dello sblocco e della ripartizione per le varie regioni interessate.
A fare il punto della situazione il solito Gino Rossi. “Questa assemblea serve a tenere alta l’attenzione sul nostro livello di partecipazione, fondamentale per smuovere la politica”. Il discorso di Gino Rossi mette in evidenza come nella manifestazione di Isola del Liri del Primo maggio “Vertenza ha dimostrato che ci sono anche i disoccupati nella nostra provincia. Quando chiediamo parola non è per fare carriera sindacale o politica. Il nostro spirito è la sopravvivenza delle nostre famiglie. Ad Isola del Liri questo diritto ci è stato negato, perché forse il nostro sguardo sulla realtà darà fastidio a qualcuno”.

La realtà di cui parla Gino Rossi è la “drammatica necessità per la sopravvivenza delle famiglie. Lo snodo fondamentale sarà l’accordo tra Regione e sigle sindacali. Il decreto attuativo per lo sblocco dei fondi è stato firmato da Di Maio e Tria con notevole ritardo. Adesso bisogna aspettare il pronunciamento della Corte dei Conti”.
Il passaggio tecnico ancora non è stato ratificato, ma, secondo le prime voci, pare che alla Regione Lazio, che aveva chiesto 35 milioni, ne verranno destinati circa 25-26.

I disoccupati di Vertenza Frusinate hanno piena coscienza che, prima o poi, lo strumento della mobilità in deroga verrà dismesso dallo Stato. Per questo13_maggio_19_disoccupati_assemblea il portavoce sottolinea che “il tema più importante è quello del lavoro. Lo abbiamo ribadito anche ai segretari provinciali dei sindacati; sono 4 anni che chiediamo il lavoro. Lavoro per noi significa politiche attive. A tal proposito abbiamo chiesto al presidente Pompeo l’organizzazione di un tavolo ad hoc sulle politiche attive; incontro che ci sarà il 10 giugno”.

La questione politiche attive è un nodo cruciale per la risoluzione del dramma dei disoccupati ciociari. A Vertenza Frusinate il merito di aver ostinatamente sollecitato le autorità competenti al fine di sedersi attorno ad un tavolo e creare dialogo tra tutti gli attori del territorio: Sindaci, Provincia, Regione, organizzazioni sindacali, lavoratori e imprenditori, parte necessaria per la fattiva riuscita del tavolo.
La speranza è che questo tavolo non sia l'ennesima occasione di discussione sterile tra le parti, piuttosto il volano per lo sviluppo di progetti utili per l’effettivo avvio delle politiche attive.

Gli stessi membri di Vertenza ricordano come un progetto chiaro e finanziato ci sia già, quello della bonifica della Valle del Sacco. Si chiede la trasparente pubblicazione di un elenco di tutti i disoccupati del territorio, che fornisca dati puntuali per l’effettivo inserimento degli stessi nei progetti di bonifica.
Le lungaggini burocratiche hanno ancora una volta allontanato l’attuazione di soluzioni concrete. Le decisioni che seguiranno l’appuntamento di giugno richiederanno i canonici tempi tecnici, quindi è più che mai necessaria la solerzia e la collaborazione tra gli attori protagonisti.

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