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Ivano Alteri

Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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Determinazione politica che altre iniziative del passato non avevano

locandina 350 mindi Ivano Alteri - La manifestazione per “Ambiente, la Bonifica, la Salute e lo Sviluppo” della Valle del Sacco, organizzata dal “Coordinamento interprovinciale per l’ambiente e la salute della Valle del Sacco e della bassa Valle del Liri”, che si svolgerà a Frosinone il 13 aprile, con partenza alle 15,30 dal piazzale della stazione ferroviaria, è un'occasione a cui non mancare. Per almeno quattro ragioni.

La prima. L'iniziativa è promossa da un'aggregazione ampia di associazioni che, per una volta, decidono di scendere in piazza non separatamente, ma unitamente e unitariamente.

La seconda. Esse decidono di proporre all'attenzione pubblica non un singolo tema, ma un'aggregazione di temi, che caratterizzano i territori interessati.

La terza. L'iniziativa, infatti, non riguarda una città o un territorio, ma un insieme di territori, da Colleferro a Ceprano.

Insomma, un'aggregazione di associazioni, insistenti su territori amministrativamente distinti, organizzano un'iniziativa pubblica unitaria, su un'aggregazione di temi. Se il problema di fondo dei nostri territori è stato sino ad ora la tendenza mortifera alla disgregazione, e così è, l'iniziativa del 13 aprile rappresenta una radicale inversione di tendenza: quel giorno potrebbe avere inizio il fenomeno nuovo dell'aggregazione, che rappresenterebbe un notevole salto di qualità generalizzato, rispetto a quanto è avvenuto in passato nel mondo associativo.

La quarta ragione, ovviamente, riguarda i temi specifici, ma tenuti insieme, che la manifestazione intende imporre all'attenzione della discussione pubblica, delle istituzioni, di tutti i cittadini: l'Ambiente, la Bonifica, la Salute e lo Sviluppo; che senza quell'aggregazione avrebbero scarsa speranza di essere affrontati e risolti.

In riferimento ad essi, gli organizzatori hanno inserito nella loro piattaforma programmatica cinque propositi definiti “necessari”:

– l’avvio di uno screening sanitario della popolazione, soprattutto negli adolescenti, che valuti lo stato di contaminazione delle persone nei diversi contesti ambientali e gli eventuali effetti sulla loro salute, collegato ad un registro dei tumori effettivamente funzionante;
– promuovere e sostenere un piano eco-sostenibile per la mobilità di merci e persone;
– ripensare completamente le forme di riscaldamento domestico;
– promuovere un piano per la qualità dell’aria, delle acque e dell’ecosistema;
– creare tavoli di lavoro partecipati sulle bonifiche, sugli investimenti produttivi in tutti i settori, sul piano dei rifiuti, sui servizi pubblici e le strutture sanitarie.

Dalla lettura di questa piattaforma, dalla sua forma e dalla sua sostanza, si percepisce che non si tratta di un mero cahier de doléance, di un elenco di rivendicazioni e pii desideri; ma di proposte strutturate, organiche, che derivano da studi scientifici accurati, durati nel tempo. Durante il quale, tra l'altro, le associazioni proponenti hanno mostrato una duratura solidità, una concreta capacità di diffondere efficacemente le proprie riflessioni e determinazioni, la maturità politica necessaria a comprendere che “le persone passano, l'organizzazione resta”. Un fenomeno, nel complesso, che sembra avere l'ambizione di durare nel tempo e farsi progressivamente strutturale alle nostre comunità.

Quelle loro proposte sembrano allora aver la forza di dire alla politica: o fai ciò che deve essere fatto o lo faremo noi. Esse danno la sensazione di voler mostrare una determinazione politica che altre iniziative del passato non avevano e non potevano avere, proprio perché spurie.

Perciò, in definitiva, la manifestazione di sabato 13 promette di essere uno spartiacque nella storia dei movimenti sociali ciociari: con un prima, nel quale abbiamo visto nobili e anche ben riuscite iniziative risolversi in miseri fuochi di paglia; e un dopo, in cui invece vedremo finalmente in atto una concreta azione politica capace di raggiungere gli scopi prefissati.

Se questo movimento aggregato riuscirà a strutturarsi e a mantenere la promessa fatta, non si sa: ma questo dipende anche, e forse soprattutto, da quanti decideranno di partecipare e con quale determinazione.

Frosinone 12 aprile

Un partito per 'riportare la gente nei partiti'

  • Pubblicato in Partiti

art1mdp 350 260di Ivano Alteri - In questi giorni (6 e il 7 di aprile) si sta svolgendo a Bologna il congresso di “MDP-Art. 1”, una forza politica che suole definirsi “eco-socialista”. La discussione che lo ha preceduto nei territori ha visto emergere un tema di una certa importanza, che potrebbe avere degli sviluppi interessanti per l'intera area della sinistra italiana. Oltre a quelli di merito riferiti alla situazione nazionale ed europea, il lavoro, l'ambiente, le donne, l'Europa e le sue necessarie e urgenti riforme... quella discussione è stata attraversata trasversalmente dalla richiesta pressante di trasformare il movimento dei democratici e progressisti in un partito politico strutturato, in un partito del terzo millennio. La decisione finale sarà assunta a Bologna.

Non è certo un tema da propaganda elettorale, visto l'attuale fastidio che già la parola “partito” suscita nei cittadini; ma senz'altro fondamentale per ogni seria discussione su qualsiasi argomento coinvolga la collettività, come ben sanno i “militanti” che aderiscono al movimento. E se è vero che negli ultimi anni i partiti esistenti hanno fatto del tutto per farsi detestare, con la loro auto referenzialità e propensione ad ignorare sistematicamente le istanze dei rappresentati, è anche vero che essi, in realtà, erano e restano soltanto delle aggregazioni leggere, liquide, se non gassose o perfino plasmatiche, buone per le campagne elettorali; certo non strutturate organizzativamente e capaci di suscitare una partecipazione politica di massa. Insomma, tra partiti personali, personalizzati e addirittura non-partiti, il partito vero e proprio non è più esistito. Si dovrebbe più correttamente dire, perciò, che non sono i partiti la causa della distanza abissale che separa la politica dai cittadini, bensì la loro assenza.

Come ci ricorda la stessa Costituzione Repubblicana, infatti, il partito è quello strumento necessario ai cittadini “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. In altre parole, il partito strutturato democraticamente è l'unico mezzo conforme al fine politico; senza un partito nessuna partecipazione politica dei cittadini potrà mai sussistere ed essere efficace. La sinistra lo sa, per scienza ed esperienza. Perciò questo tema di fondo si è imposto alla discussione congressuale di quel movimento, nonostante abbia una scarsa propensione ad essere usato elettoralisticamente e nonostante l'approssimarsi della campagna elettorale per le elezioni europee.

L'interesse della sinistra per il tema è evidente: un soggetto politico che si fondasse effettivamente su tali presupposti, costituirebbe per il popolo della sinistra un'eccellente alternativa all'attuale diaspora. Chi non si sentisse più rappresentato da un Pd liquido e da altre aggregazioni meramente elettorali, che si attardano tutti (se va bene) a voler “riportare i partiti fra la gente”, avrebbe la scelta di una forza organizzata solida che invece decide di “riportare la gente nei partiti”.

Tuttavia, il percorso verso questo nobile scopo ha incontrato nel frattempo non pochi ostacoli di ogni genere; e solo gli esiti del congresso di Bologna sapranno dirci se sono stati rimossi e con quanta determinazione.

Frosinone 6 aprile 2019

 

 

 

 

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Reddito di Cittadinanza, prego discutiamone seriamente

reddito cittadinanza 350 260 mindi Ivano Alteri -  In questi giorni sta arrivando a compimento il cosiddetto Reddito di Cittadinanza; ma quello nascente non è un RdC vero e proprio. Infatti, da definizione tecnica, esso dovrebbe essere erogato indistintamente a tutti i cittadini di quel dato paese, senza vincoli lavorativi e reddituali; invece, quello istituendo è vincolato sia alla condizione lavorativa sia a quella reddituale. Quest'equivoco di fondo causa una distorsione della discussione; tale per cui, mancando in essa un elemento a nostro parere essenziale, si continua a parlare dei costi, dell'incidenza sul debito, dei criteri, dei possibili abusi, o anche delle sue ricadute positive in termini economici, ma sempre come se si trattasse di una qualsiasi questione di politica economica.

Al contrario, noi riteniamo che il RdC propriamente detto non sia un provvedimento di politica economica, bensì di economia politica. Con tale provvedimento si invertirebbe il rapporto tra competizione e collaborazione, ponendo quest'ultima alla base del sistema economico, così favorendo una competizione di livello superiore. Il ché significherebbe non competere più per i “bisogni primari”, per la sopravvivenza, ma per quelli “secondari”, per la vita, nel senso umano del termine. Ossia, riteniamo che il RdC propriamente detto possa essere davvero il presupposto materiale di un mondo nuovo, di un uomo nuovo, di nuovi rapporti sociali, di un livello superiore di civiltà.

Ma queste affermazioni, come si diceva, restano fuori dalla discussione; e mentre contrastano in pieno con quelle di chi si oppone al RdC, che ha interesse ad occultare le sue ragioni di fondo, non trovano riscontro nemmeno tra quelle di chi lo sostiene, che teme di esporle forse perché considerate in contrasto col senso comune contemporaneo, secondo il quale sembrerebbe che i poveri se ne stiano tutto il giorno beatamente stravaccati sul divano (ammesso che ne abbiano uno). Hanno, dunque, bisogno di essere meglio esplicate e argomentate, secondo il nostro modesto punto di vista.

Partendo da lontanissimo ma arrivando immediatamente al punto, quando l'“uomo scese dagli alberi” provocò/subì molti cambiamenti radicali in se stesso; tra i più importanti vi fu il cambiamento della dieta: da frugivoro, quale era, divenne onnivoro, ossia aggiunse alla sua dieta la carne, che da allora diventò il cibo più ambito (data la sua concentrazione di “energia”). A tale cambiamento, ne conseguì un altro in campo sociale di portata rivoluzionaria: da competitivo quale prevalentemente era, divenne (dovette divenire) un animale prevalentemente collaborativo.

Infatti, il cibo di cui si nutriva sugli alberi, la frutta, ha la caratteristica fondamentale di essere “statico”: la frutta “sta”; il nuovo cibo introdotto nella sua dieta, la carne, ha la caratteristica fondamentale di essere invece “dinamico”: la preda non “sta”, ma “scappa”. Se, quindi, l'animale arboricolo, quale l'uomo era, poteva permettersi la competizione tra gli individui, durante la quale il cibo sarebbe rimasto fermo attaccato al ramo, l'animale sceso dagli alberi, quale l'uomo era diventato, non poteva più permettersi la competizione tra gli individui, bensì aveva assoluta necessità della collaborazione tra di essi, senza la quale la preda sarebbe scappata ed esso si sarebbe estinto o non si sarebbe evoluto. Nella prima condizione, quindi, si aveva una base competitiva su cui si sviluppava una qualche collaborazione; nella seconda, una base collaborativa su cui si sviluppava una qualche competizione individuale.

Tali relazioni umane continuarono a svilupparsi in direzione di una sempre maggiore collaborazione di base fino a quando non intervenne un altro cambiamento radicale, frutto della collaborazione medesima: la scoperta dell'allevamento. Con tale scoperta, il cibo tornò, di nuovo, ad essere statico; infatti, la preda allevata non scappava più; di conseguenza, tornò ad essere possibile la competizione quale nuova base di relazioni sociali ad un livello superiore. E arriviamo ai giorni nostri, in cui la competizione costituisce la base delle relazioni umane.

In sunto, nel corso della nostra evoluzione le relazioni sociali sono passate da una base competitiva su cui si sviluppava la collaborazione, ad una base collaborativa su cui si sviluppava la competizione; ad una nuova base competitiva di livello superiore su cui si sviluppa ancora oggi la collaborazione (un'azienda, simbolo della competizione, ha bisogno di collaborazione al suo interno per competere).

Ora si tratterebbe di concretizzare una nuova base collaborativa su cui sviluppare una nuova competizione di livello superiore. Ma cosa significa esattamente? Può aiutarci nella comprensione la Piramide di Maslow¹. Secondo Abraham Maslow², nella versione ampliata della sua Piramide, i bisogni degli uomini si declinano su 8 livelli (dalla base al vertice della Piramide; nella prima versione, su 5):

1) Bisogni Fisiologici: respirare, mangiare, bere, dormire, accoppiarsi, mantenere costante la temperatura corporea. L'insieme di questi bisogni può essere sintetizzato dalla parola omeòstasi (da dizionario online: in biologia, l'attitudine propria degli organismi viventi a conservare le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne dell'ambiente tramite meccanismi di autoregolazione, dispositivi omeostatici). Sono i bisogni “primari”, che ci accomunano a tutti gli altri animali.
2) Bisogno di Sicurezza: salvezza, protezione.
3) Bisogno di Appartenenza: affetto, identificazione, famiglia, amicizia, intimità sessuale.
4) Bisogno di Stima: prestigio, successo, rispetto.
5) Bisogno di Conoscenza: esplorazione, curiosità.
6) Bisogno di Estetica: bellezza, armonia, forma, apparenza.
7) Bisogno di Autorealizzazione: moralità, creatività, esercizio delle proprie facoltà, espressione della propria natura.
8) Bisogno di Trascendenza: sentirsi parte di un insieme più grande di sé, oltre il sé, oltre il materiale.

Come si può notare, i bisogni del primo livello sorgono dalla mancanza di qualcosa: aria, cibo, acqua ecc.; gli altri, invece, si riferiscono al bisogno di aggiungere qualcosa: sicurezza, amicizia, autostima, conoscenza, bellezza ecc. Bisogna notare, inoltre, che tutti essi possono sorgere a prescindere dal grado di soddisfazione degli altri, ma il loro soddisfacimento dipende, innanzitutto, dal grado di soddisfacimento di quelli che precedono e, soprattutto, dal soddisfacimento dei bisogni primari: chi non riesce a soddisfare i bisogni del corpo difficilmente riuscirà a soddisfare quelli dello spirito (anche se insorgenti). Innanzitutto e soprattutto, quindi, s'impone il bisogno di sopravvivere. Insomma, l'uomo ha bisogno del “pane” per vivere.

Ma “l'uomo non vive di solo pane”. La spinta al movimento non gli viene, perciò, solo dai bisogni primari, ma anche da tutti gli altri, di livello superiore, quelli che ci distinguono dagli altri animali e ci fanno uomini. I bisogni superiori sono la parte umana dell'animale uomo; senza il perseguimento della loro soddisfazione, l'uomo non è che un animale fra tanti. Essi rappresentano, dunque, la nostra vera legge del movimento. La ricerca della loro soddisfazione dà luogo alla competizione di livello superiore: la fame del corpo fa muovere gli animali, la fame dello spirito fa muovere gli uomini e le donne.

Se fino ad oggi la competizione si è sviluppata per la soddisfazione dei “bisogni primari”, la nuova competizione di livello superiore dovrà svilupparsi per la soddisfazione di quelli “secondari”; dando per soddisfatti i primi. Il RdC ha, secondo la nostra opinione, esattamente questo scopo: costituire la nuova base collaborativa per la nuova competizione di livello superiore.

Con esso, infatti, si contrasta la povertà, non ci si limita ad aiutare i poveri; si consente di lavorare per vivere, non vivere per lavorare; si libera la parte umana dell'animale uomo, ora spesso prigioniera della sua parte animale; si consente una competizione leale tra eguali, non più quella sleale tra chi combatte con le mani legate dietro la schiena e chi armato fino ai denti. Il RdC è un principio di civiltà, presupposto di nuovi avanzamenti, non assistenzialismo peloso che conserva lo status quo.

Sulla scorta di quanto esposto, dunque, dovrebbe risultare evidente l'importanza dell'istituzione del Reddito di Cittadinanza propriamente detto, e della discussione su di esso, essendo propedeutico a nuove relazioni umane su base collaborativa, affinché si possa competere, individualmente, per la soddisfazione dei bisogni superiori, e assurgere, collettivamente, ad un livello superiore di civiltà.

Ci pare alquanto sospetto e nocivo, perciò, che questi argomenti, per una ragione o per l'altra, restino fuori dalla discussione pubblica, e ci si attardi invece in discorsi oziosi, standosene comodamente seduti su un privilegiato divano televisivo.

Ivano Alteri

Frosinone 8 marzo 2019

¹ https://www.google.com/search?q=piramide+dei+bisogni+primari&tbm=isch&source=iu&ictx=1&fir=1mKGnk0vbKxwfM%3A%2C0Puos--5rxU55M%2C_&usg=AI4_-kR-TSs4wAYHaYyF6VMUEzZ1GUYkLg&sa=X&ved=2ahUKEwj74-2t5d3gAhXL1eAKHdT6BS8Q9QEwAHoECAMQBA#imgrc=NyGInoFLv8OANM:

² https://it.wikipedia.org/wiki/Abraham_Maslow

 

 

Il progetto del 'Grande Capoluogo'

Provincia Frosinone 350 260Ivano Alteri intervista il Segretario del Psi - Nelle settimane scorse, Unindustria ha presentato uno studio commissionato, per iniziativa del suo presidente Giovanni Turriziani, ad un gruppo di docenti dell'Università di Tor Vergata, coordinato dalla Prof. Maria Prezioso, allo scopo di contribuire alla creazione di una “unione di comuni per un nuovo capoluogo” con al centro Frosinone. L'Unione, secondo lo studio, dovrebbe comprendere, oltre allo stesso capoluogo, le città di Alatri, Ferentino, Supino, Patrica, Ceccano, Torrice e Veroli, per un totale di oltre 150 mila abitanti. L'idea di una “città intercomunale” di tal fatta era già stata promossa dai socialisti frusinati qualche anno fa. Abbiamo perciò chiesto un parere al segretario provinciale del PSI, Vincenzo Iacovissi.

Come commenta lo studio commissionato da Unindustria?

Il progetto del “Grande capoluogo” ha il merito di aver riportato al centro del dibattito il tema, per noi socialisti fondamentale, della città intercomunale.

Perché è così importante?

Intanto, per invertire il calo della popolazione della città. Come noto, infatti, Frosinone subisce da anni uno spopolamento senza precedenti. Le statistiche al riguardo sono impietose: la popolazione residente nel 2018 nel capoluogo risulta pari a 46.063 (dati Istat), con un ulteriore calo di circa 3000 abitanti rispetto al 2001.

Cosa significa tutto questo per Frosinone?

Le cifre dimostrano quanto la città non solamente continui inesorabilmente a vedere diminuire la propria popolazione, ma abbia perso l’attrattività che esercitava negli ultimi decenni del secolo scorso. Da queste considerazioni noi socialisti siamo partiti già nel 2009 per lanciare la proposta di città intercomunale, ed io personalmente lanciai la proposta di città intercomunale durante la mia campagna elettorale da candidato sindaco del partito socialista nel 2016-2017.

Ritiene che la creazione della città intercomunale, tecnicamente un'Unione di comuni, possa davvero risollevare le sorti di Frosinone e circondario?

È evidente che creda fortemente nelle potenzialità di un simile progetto. Con la sua realizzazione si potranno mettere insieme i principali servizi, da quelli amministrativi alla raccolta dei rifiuti, in linea con le esigenze di razionalizzazione imposte dal tempo.

In pratica?

In tal modo, pur nel rispetto delle singole municipalità, si potrebbe coniugare il contenimento dei costi con l’assicurazione di migliori servizi ai cittadini. La città intercomunale consentirebbe di essere più competitivi anche e soprattutto per l'accesso ai fondi comunitari, che nel difficile scenario attuale restano le uniche forme di finanziamento eppure continuano ad essere ignorate. L’idea, tra l’altro, risponde pienamente alle indicazioni del Legislatore, che vanno proprio nel senso della riorganizzazione territoriale italiana e nell’aggregazione degli enti locali.

Ma l'Unione dei comuni riguarderebbe soltanto otto città della provincia. Cosa ne verrebbe a tutto il resto del territorio provinciale?

La città intercomunale consentirebbe all’intera provincia di accrescere il proprio peso specifico nei riguardi degli altri livelli politico-istituzionali, considerando che rappresentare 150 mila abitanti conferisce un quid di rilevanza oggi purtroppo assente.

Come giudica i rapporti intercorrenti, oggi, tra Frosinone, città e provincia, e le istituzioni sovraordinate?

Purtroppo dobbiamo constatare che Frosinone non riesce ad assumere lo spessore richiesto ad un capoluogo. L'occasione per esercitare una leadership positiva verso il territorio è proprio la città intercomunale. A patto che si agisca presto e con determinazione.

Quali sono i limiti, secondo i socialisti?

Bisogna lavorare affinché ai presunti limiti si sostituiscano concreti vantaggi per tutti gli attori coinvolti. Perché è un processo che investe il futuro della nostra terra.

Ritiene che il progetto dell'Unione di comuni sia realistico, viste le caratteristiche storiche, culturali, sociali, economiche del nostro territorio?

Il disegno è ambizioso e affascinante, ma anche difficile da realizzare, poiché si scontra con resistenze e localismi.

Quindi, cosa consiglia agli amministratori locali?

Di avere coraggio e voglia di guardare lontano, rifuggendo da vacui campanilismi, perché l’unica via per lo sviluppo del nostro territorio passa inevitabilmente per pratiche virtuose e innovative che colleghino lo sviluppo di una città a quello di un intero territorio, senza dubbi né rancori. Noi su questa partita ci siamo e ci saremo.

Quali iniziative politiche intende intraprendere il PSI a sostegno del progetto?

Come socialisti continueremo a fornire il massimo sostegno a questa iniziativa, sperando in uno spirito di collaborazione da parte delle amministrazioni in carica nei comuni coinvolti, sollecitandole all'azione. Senza primogeniture ma con pari dignità fra tutti coloro che intendono impegnarsi seriamente.

Frosinone 11 gennaio 2019

 

 

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Lavorare meno, lavorare tutti

detassazione straordinari 350 260 mindi Ivano Alteri - Come appreso dall'articolo di Lidia Baratta sull'Inkiesta online, il consigliere regionale dell'Emilia Romagna Piergiovanni Alleva, eletto con la lista “L’altra Europa con Tsipras”, ha presentato al Consiglio una proposta di legge per una riduzione di orario di lavoro di un giorno a settimana, utilizzando lo strumento normativo dei “contratti di solidarietà espansiva”. A conti fatti, dice Alleva, “per ogni 4 [lavoratori] che accettano, si crea un posto di lavoro”. La riduzione dovrebbe avvenire a parità di salario, attingendo a strumenti già esistenti ed altri da definire. In sintesi, è l'antica ricetta: lavorare meno, lavorare tutti. A sostegno della sua tesi, Alleva adduce delle ottime ragioni, alle quali se ne possono aggiungere almeno altre due.

In pratica Alleva, già ordinario di diritto del lavoro all’università di Bologna, propone di compensare la perdita di salario (20%) che deriverebbe dalla riduzione dell'orario di lavoro, attraverso forme di welfare aziendale, con la erogazione al lavoratore di voucher da parte del datore di lavoro, pari al valore del salario perduto, a copertura del costo che sopporterebbe per accedere a servizi essenziali o per fare la spesa (per quest'ultimo aspetto, la Coop si è già detta disponibile a offrire all'uopo sconti del 15%).
Affinché l'operazione sia sostenibile anche per il datore di lavoro, Alleva propone di modificare il 2° comma dell'art. 51 del Testo unico delle imposte sui redditi, allo scopo di inserire tali specifici voucher nell'elenco dei bonus aziendali non soggetti a tassazione. Ciò dovrebbe avvenire, nelle sue previsioni, a livello nazionale e regionale.

Inoltre, spiega Alleva, il sistema proposto si potrebbe integrare col Reddito di Cittadinanza in via di attuazione, prevedendone l'erogazione “solo ai disoccupati che fanno parte delle fasce della popolazione fuori dal mercato del lavoro, sopra i 55 anni d’età ad esempio”.
La proposta è stata accolta con favore sia dalla maggioranza del Consiglio, sia dalle opposizioni; in particolare dal M5S, che potrebbe portare e sostenere la proposta in Parlamento e sollecitare il Governo in tale direzione.

Secondo Alleva, l'insieme di questi accorgimenti “è in grado di riassorbire la disoccupazione anche nel giro di uno o due anni”. E se non bastassero le sue già ottime argomentazioni a sostegno della proposta, se ne potrebbero aggiungerne altre due, tutt'altro che marginali.PG Alleva 350 260 min

La prima, sull'utilizzazione consona della Riduzione dell'Orario di Lavoro (ROL). Ogni contratto nazionale ne prevede una certa quantità di ore; per esempio, quello del commercio 104 (32 di ex festività, 72 di riduzione di orario propriamente detta); altrettanto quello dei metalmeccanici. Tale istituto ha una lunga storia di contrattazione sindacale, sviluppatasi quando la riduzione dell'orario di lavoro si considerava prioritaria; in qualche caso è stato effettivamente utilizzato allo scopo, ma molto più spesso le relative ore sono state utilizzate “in aggiunta alle ferie”, come permessi retribuiti. Attualmente, per di più, pochi sono i lavoratori a conoscerne l'esistenza e a fruirne; e spesso, molto spesso, quelle ore finiscono per “scomparire” dalla busta paga (eufemismo). Integrare queste ore nella proposta di Alleva riporterebbe l'istituto ROL alla sua dignità originaria e ai suoi scopi principali: alleviare la gravosità del lavoro per chi ce l'ha, creare occupazione per chi non ce l'ha.

La seconda, sul godimento totale delle ferie nell'anno di maturazione. Chiunque abbia competenze in materia di lavoro sa che la gran parte dei lavoratori, per ragioni indipendenti dalla sua volontà, non riesce a godere di tutte le ferie maturate nel corso dell'anno; in questo modo, gli restano delle ferie-non godute. Normalmente, come ognuno potrà verificare anche sulla propria busta paga, queste ammontano ad almeno una decina di giorni l'anno. Se moltiplicassimo queste giornate per i 22 milioni di lavoratori dipendenti (pubblici e privati) avremmo un monte ferie-non godute di 220 milioni di giornate annue; quindi: 220mln/250gg (giornate di lavoro medie annue; esclusi sabati, domeniche, festività)=880 mila; ossia: 880 mila nuovi posti di lavoro!

Il tutto, per di più, avverrebbe pressoché a costo zero. Allo stato attuale, non facendo godere tutte le ferie maturate a tutti i propri dipendenti nel corso dell'anno, il datore di lavoro ha solo l'illusione di risparmiare sul personale, mentre in realtà ci rimette; due volte. Infatti, con un organico tarato non considerando il godimento di tutte le ferie, egli rinuncia al lavoro di un dipendente ogni dodici circa (e relativa maggiore produttività), mentre ne mantiene i costi; che rinvia soltanto alla fine del rapporto di lavoro col dipendente in organico, quando dovrà pagargli, appunto, le ferie-non godute. Inoltre, l'ammontare economico delle stesse ferie-non godute va ad aggiungersi al montante-salariale su cui si calcola il Tfr, più interessi e rivalutazioni come da legge, aggiungendo costi a costi.
Insomma, se tutti godessero di tutte le ferie maturate nell'anno, si avrebbe quasi un milione di posti di lavoro in più, quasi senza aggravio di costi per l'azienda che, inoltre, ringiovanirebbe l'organico incrementando la produttività.

(A queste argomentazioni se ne potrebbe aggiungere ancora un'altra, sull'uso smodato che spesso si fa del lavoro straordinario; e su cosa si ricaverebbe, in termini occupazionali e di produttività, portandolo a livelli fisiologici. Ma il discorso si farebbe troppo complesso e problematico per questa sede.)

Oltre che necessarie, dunque, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e la conseguente eliminazione della disoccupazione sono anche tecnicamente possibili. Senza aggravi per il sistema, con aumento della produttività e gran sollievo per occupati e disoccupati.

Frosinone 8 gennaio 2019

 

 

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L'illusione di cambiare

movimento 5 stelle bandiera 350 260di Ivano Alteri - L'illusione a 5 stelle. Il Movimento 5 Stelle rischia di fallire l'obiettivo del Cambiamento a causa di una serie di illusioni di partenza, di malfondati convincimenti e preconcetti, che lo hanno indotto e lo inducono a privarsi di strumenti d'analisi e d'azione politicamente irrinunciabili.

Una prima illusione nefasta è che si possa fare una politica di Cambiamento ignorando il carattere intrinsecamente antagonistico del sistema economico in cui viviamo; che esistano, quindi, i diversi soggetti antagonisti e le loro diverse condizioni materiali; che Cambiamento significhi esattamente modificare quelle condizioni e il rapporto fra i soggetti. Modificare o conservare i rapporti sociali presenti nel sistema, insomma, è il discrimine tra Cambiamento e Conservazione.

Del resto, è lo stesso che segna la differenza tra sinistra e destra. La seconda illusione, allora, è che la destra e la sinistra non esistano più. “Né di destra, né di sinistra”, è stato il mantra propagandistico del Movimento, dalla sua nascita sino all'ultima campagna elettorale, presupponendo quelle categorie come vecchie e superate; quando invece sarebbe stato più onesto, e forse proficuo, dire di essere “di destra e di sinistra”. La verità storica è che il Movimento si compone esattamente di elementi di destra e di sinistra; le quali non sono un'invenzione intellettualistica, che si può cancellare semplicemente negandola, ma l'espressione di due diverse e persistenti condizioni e concezioni della vita. Una destra e una sinistra, in un sistema intrinsecamente antagonistico, non possono non esistere. Ignorarlo, o fingere di farlo, trasforma l'asserita volontà di cambiamento in una pura velleità: per omissione di analisi, indeterminatezza del fine e non conformità dei mezzi.

Una terza illusione rovinosa è di poter procedere nell'azione senza alleati. Nella sua foga contro l'insieme del sistema, il Movimento suppone che tutti i soggetti politici e le aree politiche storiche ne siano parte integrante. Quindi: “sono tutti uguali”; quindi: tutti complici, tutti nemici; quindi, nessuna alleanza. Ma se questa impostazione può servire a propagandare una presunta purezza, d'altra parte si rivela mortifera proprio per quel Cambiamento tanto agognato: avere la presunzione, ed anzi la pretesa, di essere il solo propulsore del Cambiamento, aliena dalla lotta congiunta tutte quelle forze che, per quanto disperse, in esso hanno sempre individuato il proprio fine. Aver rinunciato a quelle alleanze, per il Movimento è stata una scelta politicamente risibile, su cui la storia non ha mancato di spargere uno spesso velo della sua amara ironia: da “nessuna alleanza”, il Movimento è passato ad allearsi contro natura con la Lega di Salvini: razzista, xenofoba e, soprattutto, ultra-conservatrice. Altro che Cambiamento!

La quarta, tragica, illusione è stata, e continua ad essere, quella di poter fare una politica di Cambiamento senza i partiti (per la verità, opinione diffusa ben oltre i confini del M5S). L'astio nei confronti di questi è senz'altro fondato; i partiti degli ultimi vent'anni (almeno) hanno fatto tutto il possibile per farsi detestare. Ma da qui a professare il bando dei partiti dalla politica, c'è di mezzo la possibilità di utilizzarli, come da Costituzione, quale strumento di partecipazione popolare alla vita politica del Paese; senza il quale strumento nessuna azione politica potrà mai essere davvero efficace. Anche Renzi punta “al 51% non con un partito ma con le persone”; ma Renzi non persegue il Cambiamento, bensì la conservazione dei rapporti sociali esistenti. Per fare una politica di Cambiamento ci vuole un partito; con un non-partito e un non- statuto si può fare tutt'al più una non-politica di non-cambiamento.

Purtroppo, se il M5S dovesse fallire l'obiettivo a causa di quelle approssimazioni illusorie, non solo esso ne verrebbe travolto, ma anche tutti coloro che perseguono il Cambiamento. E la stessa idea di Cambiamento. C'è un bel po' da riflettere per tutti.

Frosinone 29 dicembre 2018

 

 

 

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'Unione dei comuni per un nuovo capoluogo...'

villa comunale FrosinoneSi è tenuto lunedì scorso nell'auditorium di Viale Madrid un convegno organizzato da Unindustria di Frosinone, per presentare lo studio: “Unione dei comuni per un nuovo capoluogo – Sistema cooperativo di città del Frusinate”, commissionato dalla stessa Unindustria ad un gruppo di lavoro dell'Università di Tor Vergata, coordinato questo dalla Prof. Maria Prezioso. L'iniziativa è finalizzata alla creazione di una città capoluogo intercomunale, che dovrebbe comprendere Frosinone, Ferentino, Alatri, Ceccano, Veroli, Patrica, Supino e Torrice.

Leggendo la cronaca della giornata, tratta da un articolo di Stefano De Angelis sul Messaggero edizione locale, trapela dalle righe lo scetticismo di alcuni sindaci interessati. Antonio Pompeo, sindaco di Ferentino nonché Presidente della Provincia, ha rinviato diplomaticamente alla necessità di “riflettere” su un piano che, tuttavia, considera “un'idea condivisibile”. Nicola Ottaviani, sindaco del capoluogo, non ha esitato a dirsi favorevole, ma non senza interrogarsi problematicamente sull'“oggetto” dell'eventuale contratto tra comuni. Roberto Caligiore, sindaco di Ceccano, invece, sembra proprio abbia voluto gettare la palla sugli spalti, auspicando la creazione di una “piccola regione senza Roma”, in luogo di una semplice città intercomunale.

I vantaggi che deriverebbero dalla creazione della città capoluogo intercomunale sono stati snocciolati dai promotori dello studio e dalla stessa prof. Prezioso. Con gli oltre 150 mila abitanti, la città potrebbe accedere direttamente ai fondi europei, della programmazione al 2020 e futura, oltre che agli incentivi statali previsti per le aggregazioni fra comuni; otterrebbe un miglioramento della qualità dei servizi (raccolta dei rifiuti, trasporti pubblici, viabilità, edilizia scolastica...) e l'ottimizzazione dei loro costi.

L'idea non è nuova; già in passato è stata posta all'attenzione dell'opinione pubblica. Ma la presente occasione ha il doppio merito di aver coinvolto il mondo accademico e, quindi, di aver introdotto un elemento di scientificità nel dibattito politico. Insomma, un concreto passo in avanti.

Lo scetticismo dei sindaci interessati non è del tutto infondato, viste le tendenze disgregative presenti da decenni sul nostro territorio e le difficoltà che bisogna affrontare per invertirle. La nostra provincia è preda da lungo tempo di un processo disgregativo che si manifesta sin dall'assetto topografico. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, i nostri centri abitati hanno iniziato a scivolare dalle colline verso la valle, inondandola di ville, case e casupole. In spregio ad ogni regola, mentre imbrattavamo le nostre campagne, disgregavamo i centri storici, dis-abitandoli e abbandonandoli spesso a se stessi. Così facendo, moltiplicavamo esponenzialmente i costi della caotica neo urbanizzazione (o meglio: dis-urbanizzazione!), e quelli di tutte le infrastrutture e servizi. I quali, a loro volta, non potevano che peggiorare. A tale disgregazione “fisica”, per di più e peggio, corrispondeva una inevitabile disgregazione sociale, che ha portato spesso le nostre comunità locali alla disintegrazione.

Ciò si aggiungeva, per altro verso, ad altre due tipiche tendenze del territorio frusinate: una antica, riguardante la già scarsa urbanizzazione originaria, vista la presenza e persistenza di comuni anche di poche centinaia di abitanti; e un'altra più recente, ma anch'essa quasi secolare, riguardante la nascita e la composizione stessa della nostra provincia (che, com'è noto, ha avuto un concepimento, un parto e un post partum non poco travagliati). A seguire, ne scaturiva una classe dirigente, non solo politica e amministrativa, non all'altezza degli immani compiti, sempre in attesa di un intervento esterno per risollevare le proprie sorti, mai in grado di fronteggiare adeguatamente il rapporto con Roma e le istituzioni sovraordinate, ma, anzi, spesso interessatamente condiscendente e prona di fronte ad esse.

Ma proprio tali tendenze e tali difficoltà dovrebbero suggerire l'urgenza di un intervento massiccio per invertire la direzione catastrofica della Provincia. La creazione di una città capoluogo intercomunale andrebbe in questo senso. E non solo garantirebbe l'acquisizione di nuovi finanziamenti esterni, una migliore gestione e qualità dei servizi e l'ottimizzazione dei loro costi, ma segnalerebbe, innanzitutto a noi stessi, che abbiamo invertito la mortale tendenza alla disgregazione, che non stiamo più ad aspettare che qualcuno venga a salvarci, che non nascondiamo più i nostri problemi dietro quelli nazionali e internazionali, che abbiamo preso coscienza del carattere endogeno della nostra condizione, che ora siamo divenuti consapevoli delle nostre potenzialità, che intendiamo procede con sicurezza e determinazione.

Allo scopo, è evidente, la riflessione e il dibattito tra i soli sindaci direttamente interessati, e la loro opinione, non possono bastare. E non dovrebbero bastare, visto che si tratta di creare un nuovo capoluogo di provincia.

Allo scopo non può bastare neanche fare squadra, che tutt'al più può servire a vincere un campionato. Qui si tratta di rifare la storia della provincia. Per far questo occorre fare comunità.

Allo scopo, al contrario, sarebbe assai utile che tutte le forze politiche e sociali, le amministrazioni pubbliche, le associazioni, si attivassero, ognuna per sé o congiuntamente, a diffondere la discussione tra la gente, a fornire dati e statistiche, a svolgere iniziative specifiche di approfondimento, coinvolgendo l'intero territorio provinciale e le sue comunità locali, portando la discussione all'interno delle famiglie finalmente riunite all'ora di cena.

E se non fossimo in grave ritardo, la discussione non verterebbe sul “se” realizzare la città capoluogo intercomunale, ma sul “come” realizzarla.

Frosinone 12 dicembre 2018

 

 

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Spot e... lavorare a Natale

lavorolibero mindi Ivano Alteri - La BBC ha messo in onda uno spot in occasione del Natale, in cui una mamma e un figlio non riescono a stare insieme neanche quel giorno, a causa degli impegni di lavoro di lei. Ma poi interviene una “magia”, nello spot, che “ferma il tempo”; e così, mentre tutti gli altri restano immobili e l'intero mondo si ferma, loro due possono finalmente incontrarsi e trascorrere quella giornata insieme. Non tutti lo hanno preso bene.

Una mamma, in particolare, ha pubblicato un post sui social in cui dice: “Come madre che non ha altra scelta se non quella di lavorare a tempo pieno, la tua stupida pubblicità mi ha fatto sentire uno schifo. Stranamente non posso fermare il tempo”.

Eh già, nella realtà non mistificata da spot e messaggi ideologici, subliminali od espliciti che siano, le “magie” non esistono. Esiste invece, la subordinazione concreta e feroce di ogni aspetto della vita al lavoro, quello che “rende liberi”, come diceva qualcuno. Sì, “liberi di morire di fame” o di andare a lavorare per un tozzo di pane, come diceva qualcun altro.

Una volta, il lavoro dava dignità; ora la toglie. Una volta dava prospettive per il futuro; ora uccide anche il presente. Una volta, lavorare serviva per vivere; ora è il vivere che serve per lavorare. Per Loro. E non è un accidente, un caso, una condizione “naturale”; è una scelta deliberata, cinica, avida ed egoista, perseguita tenacemente per secoli e secoli.

Il Natale, per i credenti rappresenta la nascita del Dio che si è fatto uomo; per i non credenti è (era) l'occasione per ritrovarsi fra i cari: per loro è soltanto shopping!
Quelli della BBC, eccellentemente rappresentativi di quel mondo “esclusivo” dove in effetti il 99% degli uomini e delle donne è escluso, lo sanno bene. E allora devono ricorrere alle “magie” degli spot, agli inganni, alle illusioni, per sorreggere un sistema che oltraggia l'esistenza umana, che disgrega le famiglie, distrugge il pianeta, umilia le coscienze, rende il povero nemico di un altro povero. E che fa piangere le mamme.
Ma forse si può fare qualcosa di più che piangere.

Frosinone 4 dicembre 2018

Occorre un partito'solido' fortemente innovato

folla350 mindi Ivano Alteri - La condizione in cui versa la sinistra italiana nel presente momento storico è, per riprendere le parole usate dal Prof. Pellecchia in un articolo pubblicato su queste stesse pagine, deprimente e disperante. Prima e dopo la pur allarmantissima sconfitta elettorale del 4 marzo scorso, la forza da cui la sinistra sembra avviluppata continua ad essere quella centrifuga in luogo della centripeta, diretta verso la disgregazione piuttosto che verso l'aggregazione.
Il “dis-astro”, come lo definisce etimologicamente Pellecchia, sembra persino non essere ancora compiuto, bensì tendente ad ulteriore processo disgregativo nel tempo e nello spazio. Sembra, insomma, che ogni tentativo di riagglomerare la sinistra sia vano e condannato al fallimento. Peggio: ogni nuovo tentativo di aggregazione si trova a soffrire il fallimento del precedente, avvitando l'intero processo in un circolo vizioso di credibilità decrescente. Ed allora, la domanda che si pone con urgenza è: come ridare credibilità alle parole e all'azione della sinistra che dice di volersi riaggregare?

Certo, il disastro è compiuto. Tuttavia, “quando tutto è o pare perduto... non resta che ricominciare dall'inizio”; e la sconfitta storica del 4 marzo può aiutare a chiarire alcuni aspetti, proprio per ricominciare da lì. I suoi elementi costitutivi possono aiutare ad individuare meglio i limiti che hanno condotto la sinistra nella situazione presente.

Il limite strategico rappresentato dalle politiche del Pd (ancora nominalmente un partito della sinistra) è senz'altro quello più evidente: l'aver aderito pedissequamente al pensiero unico neo-liberista, ordo-capitalista, abbandonando proditoriamente il proprio, ha causato una rottura con la base sociale che la sinistra storicamente ha rappresentato, con una mutazione genetica tanto palese e inaccettabile da scacciare da sé milioni di elettori.
Ma se la punizione avesse riguardato soltanto il Pd, i consensi in uscita da quel partito avrebbero dovuto confluire su quei soggetti politici presenti alla sua sinistra, che a quel pensiero unico non vogliono aderire, che quella rottura non vogliono operare, che quella modificazione genetica non vogliono subire. Invece quelle sinistre, pur rimaste coerentemente legate (più o meno) alla propria rappresentanza, hanno subìto la stessa marginalizzazione politica occorsa al Pd.

E qui, forse, troviamo un primo elemento di chiarezza: è la sinistra che è stata sconfitta, non solo il Pd; e non solo a causa del Pd e delle sue politiche, ma ognuno departecipazione 200 mini soggetti per propri limiti intrinseci. Più precisamente e sinteticamente, si può dire che il limite di ognuno dei soggetti riguardi quella condizione necessaria all'azione politica, senza la quale l'azione politica si rileva storicamente inefficace: la conformità dei mezzi al fine. Infatti, al Pd è imputabile principalmente un difetto nel fine (l'abbandono del pensiero proprio e l'adesione pedissequa all'altrui), a tutti gli altri alla sua sinistra è imputabile principalmente un difetto di conformità dei mezzi (appiattimento su movimentismo, “civismo”, aggregazioni meramente elettorali...).

Principalmente, bisogna inoltre sottolineare, ma non esclusivamente. Infatti, in tutti i casi è riscontrabile l'insieme dei difetti, di mezzi e di fini; e qui emerge un secondo elemento di chiarezza. Se al Pd è imputabile principalmente il difetto strategico, del fine, quel partito non è tuttavia immune da critiche riguardo i mezzi che ha adottato; d'altra parte, se ai raggruppamenti alla sua sinistra è imputabile principalmente un difetto nei mezzi, essi non sono certo immuni da critiche riguardo il fine: il difetto principale di un soggetto è quello subordinato dell'altro.

Infatti, più in particolare: il Pd è giunto alla rinuncia di una propria, coerente ed originale elaborazione politica (il fine) avendo preliminarmente optato per una forma partito (il mezzo) che, via via, è passata dallo stato solido, a quello fluido, a quello liquido, fino a quello gassoso attuale (e se ne prospetta uno allo stato plasmatico, come il movimento dei “civici” auspicato da Renzi e Scalfari); i raggruppamenti alla sua sinistra sono giunti alla rinuncia della forma partito solida (il mezzo) avendo preliminarmente optato per una ripetizione meccanicistica della propria tradizione culturale (il fine) senza operare quella celeberrima analisi concreta della situazione concreta (o almeno non fino in fondo e adeguatamente). Entrambe hanno così rinunciato all'efficacia storica, oltre che elettorale, della propria azione politica.

Una risposta a quella domanda iniziale, dunque, si può rintracciare nelle ragioni esposte. A ben guardare, la costante rilevabile in tutti i casi è la rinuncia, principale o subordinata che sia, alla forma “solida” di partito, quella enunciata dalla Carta Costituzionale quale strumento di congiunzione tra popolo e istituzioni democratiche, senza la quale la rappresentanza politica dell'interesse generale viene meno e i partiti, quando esistenti, si trasformano in agglomerati anamorfici e autoreferenziali.

In altre parole, il mezzo conforme che consente di elaborare e perseguire efficacemente il fine, come insegna la comune tradizione culturale della sinistra, è innanzitutto il partito strutturato, in cui sia favorita ed organizzata scientificamente una effettiva partecipazione popolare la più ampia possibile. Non, dunque, un generico episapartecipazione 350 min tartufesco ritorno dei partiti tra la gente, come si usa dire, ma un massiccio ritorno della gente nei partiti. Non un partito “contendibile” dagli aspiranti leader, ma “fruibile” democraticamente da tutti gli aderenti ed oltre. Non un partito “imbonitore” che ottunde e imbonisce i cervelli, ma un luogo di riflessione che promuova e incoraggi il pensiero critico. Non ricette miracolistiche e ingannevoli calate dall'alto, ma un partecipato processo di elaborazione per la definizione della volontà collettiva.

Quindi, alla domanda “come ridare credibilità alle parole e all'azione della sinistra?” che intende riaggregarsi, la risposta dovrebbe essere: ricostruendo un partito “solido” e dicendolo con chiarezza; tenendo conto dell'evoluzione delle relazioni interpersonali nella società e dei principi che le sostengono; utilizzando tutti gli strumenti, anche tecnologici, che si hanno nella disponibilità attuale, per favorire la massima partecipazione democratica effettiva; non mettendo l'uno strumento organizzativo necessariamente in alternativa all'altro, ma scoprendo e valorizzando eventualmente la loro intrinseca complementarietà.

Insomma, occorre un partito “solido” fortemente innovato, ma che si ricolleghi con consapevolezza alla migliore tradizione della sinistra, per ritrovare quella credibilità che è tra i mezzi più conformi al fine.

Frosinone 23 novembre 2018

 

 

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Ciack, si gira in Ciociaria: Una storia dall'esclusione all'inclusione

faraz alam 350 260 mindi Ivano Alteri, intervista a Faraz Alam - In un mondo di sopraffatti e sopraffattori, di vite predestinate all'esclusione, alla marginalità; condannate a restare per sempre inespresse, nella frustrazione che imprigiona e strazia, non è mai mancato e non mancherà mai qualcuno che a quel mortifero destino si ribella, e trovi il modo perché esso sia messo con le spalle al muro. In questo caso il suo nome è Bella, una bambina che con una “magia” della volontà cambia il proprio destino, e col suo il nostro. Chi pensa “questo è il mondo e questo sarà per sempre!” è suo nemico; e certo non conosce Faraz Alam, libico con cittadinanza indiana, regista del cortometraggio che sarà girato in Ciociaria, tra Fumone e Trivigliano, dal 24 al 27 maggio, di cui Bella è la protagonista principale.

Il film, prodotto dalla società cooperativa italiana Baburka Production, nasce con l'ambizione di partecipare ai vari festival internazionali del cinema; e non è esclusa una “prima” qui a Frosinone, quando sarà il momento. Intanto, l'autore e la produzione hanno chiesto, ed ottenuto con entusiasmo, il patrocinio e la partecipazione dell'Anpi provinciale di Frosinone. La sezione cittadina dell'associazione dei partigiani d'Italia è già in attività da qualche settimana per mobilitare i propri iscritti e simpatizzanti, con riunioni ed “eventi” sul web, invitandoli a partecipare come comparse alle riprese della scena finale, il 27 a Trivigliano, in cui la folla tripudierà Bella e canterà in coro “Bella ciao”. Una storia fuori dal tempo, perché insita in ogni tempo; una storia della volontà che spazza via ogni destino; una storia di liberazione e inclusione di cui abbiamo voluto parlare con lo stesso regista Alam, per farcene svelare i suoi tratti delicati e la sua poetica.

Alam, cosa vuole esprimere con la Sua poetica?

Non voglio raccontare una situazione politica specifica, ma descrivere un quadro generale, poiché quella narrata è una situazione che si ripete nel mondo, ovunque, tra oppressi e oppressori.
Ho il desiderio di raccontare queste storie come osservatore: non come chi le vive dall'interno, bensì le guarda dal di fuori. Come un outsider, quale sono per mia natura.
Non certo come straniero, ma come chi non è mai al centro di quel che accade, che è un po' di qua e un po' di là, intorno.
È così che è arrivata l'idea di Bella, il personaggio principale di questo film, che parla di libertà e inclusione.

Chi è Bella?

Bella è una bambina, che per il colore della sua pelle e per la sua provenienza sociale è emarginata, esclusa, condannata dal destino.
E sebbene il film voglia raccontare una storia atemporale, poiché non si riferisce a nessun tempo specifico, è però perfettamente inserita in questo tempo, poiché è una storia che si ripete tutt'oggi, ovunque.

Quindi vi si racconta il passaggio dall'esclusione all'inclusione?

Sì, e il finale del film è positivo, forse utopico. Ma è un'utopia che si può raggiungere, come fa Bella con la “magia” che mette in atto nel corso della storia, cambiando il suo destino.
In questo senso, quello della chiromante è un personaggio chiave, perché prevede un futuro uguale per tutti, al quale tutti resterebbero inestricabilmente legati, se ognuno non mettesse in atto la propria magia, come fa Bella.

Perché girare questo film a Fumone, a Trivigliano, in Ciociaria?

Perché volevo trovare un posto che non fosse ancora consumato e rovinato dal capitalismo. A parte la bruttissima antenna televisiva che deturpa il paesaggio (ride!), tutto il resto del borgo è rimasto intoccato dal consumismo e dal capitalismo.

E perché avete coinvolto l'Anpi?

Perché, prima di tutto, col tempo ho imparato che se si vuole far funzionare un'opera d'arte, le persone che vi sono coinvolte devono essere appassionate, devono crederci; poiché se non condividono l'idea politica che vi è nel profondo, non può andar bene. E l'Anpi crede profondamente nell'idea di liberazione e inclusione presente nel messaggio del film. Un'altra buona ragione è l'accoglienza che l'Anpi ci ha riservato, a fronte della nostra richiesta; e penso che questa per noi sia una motivazione importante, che farà andar bene le cose.

Alla fine del film tutti cantano “Bella ciao”. Perché questa canzone italiana per un film di respiro internazionale?

Perché “Bella ciao” è diventato un inno a livello quasi globale; e anche se è nato in Italia, quando si sente si capisce di cosa parli. E il testo della canzone, poi, è molto romantico: è bello sentire chi dice “se muoio, metti un fiore sulla mia tomba, affinché chi lo vede dica che quello è il fiore del partigiano, morto per la libertà”.
Quindi, il messaggio del film non è così utopico, come potrebbe sembrare, perché rappresenta qualcosa che può avvenire, poiché è già avvenuto.

Quale sarà il titolo del film?

È qui che si pone il problema del linguaggio e della lingua, per me che non parlo italiano (ride). Io voglio che il film abbia un titolo in italiano...

Anche a livello internazionale avrà un titolo in italiano, quindi?

Sì. Perché voglio che nel film emerga questa dualità. Troveremo un titolo migliore di quello attuale, in inglese: Between the lines.

Allora lo lasciamo in sospeso...

Sì. Poi, probabilmente, potrà venire fuori anche da quello che faranno le persone coinvolte, gli iscritti e gli amici dell'Anpi, durante le riprese nella piazza di Trivigliano.

Frosinone 18 maggio 2018

 

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