Menu
A+ A A-
Elia Fiorillo

Elia Fiorillo

Elia Fiorillo. Giornalista, Docente all'università di Napoli Federico II. Vive a Napoli.

URL del sito web:

Lega – M5S, quando i giochetti non servono piu’

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - “Giocare sì, ma fino ad un certo punto”. Una regola da rispettare sempre, in particolare quando i “giocatori” sono politici. Perché se non si mette uno stop ai magheggi per far scoprire l’avversario o per confonderlo, c’è il rischio che un boomerang di ritorno possa colpire chi continua imperterrito a giocherellare.

Di tutto si può dire di Matteo Salvini e di Giggino Di Maio ma che non siano dotati di un’intelligenza politica che gli fa avvertire prima di altri i pericoli che corrono, questo no. Anzi, hanno un fiuto non comune nel fare il passo giusto al momento giusto, ovviamente nell’ottica dei propri interessi personali e di partito.

Il primo giro al Quirinale è andato com’è andato. Salvini, Berlusconi e Meloni si sono recati a dire la loro a Mattarella, ognuno per proprio conto. Una parte del centro-destra vittorioso alle elezioni del 4 marzo preferisce non far dimenticare all’opinione pubblica chi sta dietro a quella aggregazione politica. Questione d’immagine e non solo. Dopo la “scoppola” che Berlusconi ha preso alle elezioni con il sorpasso della Lega e con la leadership del centro-destra finita al suo avversario-compagno, ogni occasione è buona per farsi vedere e sentire. C’è da individuare, comunque, al di là delle apparizioni e delle dichiarazioni ad effetto, una strategia per bloccare la scivolata di Fi al 10 per cento degli ultimi sondaggi. Da questo punto di vista l’ex Cav. farà di tutto per evitare le elezioni anticipate. E Matteo Salvini questo lo sa bene. E proprio da questa debolezza prende le mosse per costruire il suo progetto che non può non passare per un accordo con il Movimento Cinque Stelle. Certo, Di Maio le ha provate tutte per smuovere il Pd. Nel “contratto” alla tedesca che aveva ipotizzato per un accordo con i dem, pur storcendo il naso, avrebbe fatto passare anche questioni scomode per i grillini. Il Pd, comunque, ha detto “no”, senza possibilità d’appello.

Accantonata l’ipotesi “accordo-contratto” con il Pd Giggino e Matteo qualche cosa si dovevano inventare per non andare alle urne. E’ vero che i sondaggi danno in crescita sia i grillini che la Lega, ma il quadro sostanzialmente rimarrebbe quello attuale. Meglio, allora, provare a governare insieme.

Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio “zero spaccato” in quanto ad empatia. Di Maio accusa Berlusconi, tra l’altro, di certe connivenze a dir poco pericolose e il presidente di Fi continua, tra l’altro, nel suo ritornello apostrofando Giggino come un “faniguttùn”, sfaccendato, per giunta ignorante non avendo mai conseguito una laurea.

Se il Matteo padano e il Luigi napoletano vogliono prendere possesso di palazzo Chigi, qualcosa si devono inventare per aggirare certi dissidi. Di Maio è parte in causa e può fare poco. Chi può provare a risolvere il problema è Matteo Salvini. Non può far altro in questa fase che gridare che lui, leader del centro-destra, vista la vittoria elettorale, è destinato a ricoprire la carica di presidente del Consiglio. Sotto, sotto però non ci crede. I cinquestelle, forti dei risultati di Di Maio, non gli darebbero mai il placet. Eppoi, a lui tocca gestire l’ex Cav., ma anche la sorella-fratello d’Italia Giorgia, pure lei in crisi per i sondaggi del suo partito che invece di andare su, scendono giù. La mossa di salire uniti al Quirinale può essere letta in tanti modi, e i protagonisti hanno dato le proprie versioni. Ce ne potrebbe essere una molto particolare. Salvini si è accordato con Di Maio perché sia lui, Giggino, il prossimo presidente del Consiglio. Ovviamente certi ministeri chiave andrebbero al centro-destra: Interni, Esteri, ecc.. Di Maio dovrebbe finirla di sparare sull’alleato e anche Berlusconi. Entrambi avrebbero il loro tornaconto da un’operazione del genere. Nessuna generosità da parte del presidente della Lega. Anche a lui arriverebbero benefici. Un ministero dove potrebbe continuare le battaglie populiste finalizzate alla crescita della sua Lega e via dicendo. Ma anche libertà di muoversi e di condizionare a suo piacimento il presidente del Consiglio, come ai tempi di Bossi

Il “secondo giro” dal presidente della Repubblica diventa cruciale. Potrebbe essere Mattarella a togliere d’impaccio Salvini. Incarico esplorativo a Di Maio, proprio perché rappresentante della forza politica più votata.
10 aprile 2018

I dem e i rassicuranti refrein

pd martina 350 260 mindi Elia Fiorillo - “Le parole sono pietre” è il titolo di un libro di Carlo Levi. Parole che quando colpiscono fanno male, più delle stesse pietre. Ma le parole possono trasformarsi in rassicuranti refrein, vera camomilla per lo spirito. Pillole da distribuire a destra e a manca per celare indecisioni, per non affrontare delicate questioni. Per dare il là ad eventi che potrebbero essere letti in tanti modi diversi. Prendete ad esempio la parola “opposizione”, ripetuta in tutte le salse, anche con scarsa convinzione, dagli esponenti del Pd.

Un mantra declinato a gogo per esorcizzare, provarci per lo meno, una sconfitta storica subita dai democratici. Insomma, uno scudo comodo per la classe dirigente di quel partito che non prova a scendere nel profondo della problematica, che addossa genericamente a tutta l’azione del partito le sconfitte subite. Passare dal quaranta per cento delle Europee, al quaranta per cento del referendum perso, per poi sprofondare al di sotto del 20 per cento delle Politiche è un bel crollo. Proprio Matteo Renzi, segretario del Pd al 40% eppoi al 20% meno qualche cosa, dovrebbe essere il più interessato a capire la disfatta. E, invece, sembra più avvinto a tenersi stretto il potere di condizionamento che a far aprire una discussione a tutto campo. Fino al punto, secondo i soliti ben informati, da ipotizzare un suo partito.

“Opposizione, perché gli elettori hanno voluto così”, si ripete al Nazareno. I votanti rimasti ai democrat hanno scelto un partito che potesse governare. Gli altri, quelli persi, non possono avere voce in capitolo, perché sono andati da un’altra parte.

Più che un “reggente” Maurizio Martina sembra diventato un “equilibrista” sulla fune che spesso è strattonata dai renziani. E’ lui che dovrebbe aprire un grande dibattito nei dem, a partire dalle sezioni di base. Un confronto a tutto campo per arrivare ad un Congresso non scritto a priori dai notabili, come troppo spesso avviene.

“Non auspico un governo M5S-Lega - dichiara l’ex ministro delle Politiche Agricole - né tantomeno tifo per un voto anticipato. Dico che l'esito elettorale ci consegna una funzione, quella di stare all'opposizione. Ma questo non significa isolarci o metterci in freezer. Dobbiamo dare battaglia in Parlamento, ricostruire la sinistra, ripartire dagli errori commessi riconoscendo però il lavoro fatto”. Certo, “opposizione”, ma anche “ricostruire la sinistra”, e “ripartire dagli errori commessi”. L’attuale responsabile Pd non spiega come mettere in moto la macchina del rinnovamento. Ancora una volta, al di là di ipotesi di lavoro concrete, si ricorre a parole consolanti, particolarmente per chi le pronuncia: “ripartire”, “ricostruire”. Parole, parole, parole….

C’è chi però non sta fermo un attimo e prova in tutti i modi possibili a scardinare gli altrui schieramenti. Gigino Di Maio lancia l’ultima delle sue: un accordo alternativo a Lega o Partito democratico in base ad un “accordo-contratto” alla tedesca. Una serie di punti concordati per l’azione di governo, retto ovviamente dal premier Gigino, tra cui il conflitto d’interessi. Ovviamente nessuna possibilità d’accordo o di contratto se ci sono ancora in campo Berlusconi e la sua Forza Italia e il Matteo dem. Di Maio non fa un favore a Martina quando afferma: “Con Martina segretario è il nostro primo interlocutore. Martina, Minniti e Franceschini hanno fatto bene”. Al sospettoso e vendicativo ex presidente del Consiglio certi complimenti fatti da nemici giurati ai “suoi” sono pugnalate al cuore, ma anche iscrizione automatica degli elogiati nella sua lista nera.

Tattica, veto, provocazione, contrapposizione le parole – leggi contegni – più adoperate in questo periodo. E il Paese sta a guardare nel bisogno assoluto di un governo che governi nell’ottica del bene comune. Nella situazione attuale ritornare alle urne certo non conviene al Pd che correrebbe il rischio di scomparire, ma nemmeno a Salvini e Di Maio. Non è proprio detto che porterebbero a casa gli stessi consensi di quelli avuti il 4 marzo. Agli elettori populisti basta una sensazione, una convinzione, per spostarsi da una sponda all’altra.

L’ultima speranza è Sergio Mattarella. Dal suo cilindro dovrebbe uscire la soluzione che metta tutti d’accordo. Lui, il presidente, ha già fatto sapere che si atterrà alla volontà dei partiti senza inventarsi soluzioni personali. Insomma, sonderà i lati oscuri delle forze politiche per capire se certe soluzioni saranno perseguibili. Non un governo del presidente ma dei partiti, anche se questi non vorranno ammetterlo.

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it

L’ircocervo di Berlusconi e le intese di Salvini e Di Maio

Ircocervo 460 mindi Elia Fiorillo - E’ il caso di dirlo: “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”. Chi tra Salvini e Di Maio è Maometto non ha importanza. Il risultato è quello che conta. Dopo tanti giri, “bucie”, promesse varie, alla fine “la montagna e Maometto” si sono accordati portando alla presidenza del Senato la forzista doc Maria Elisabetta Alberti Casellati e a quella della Camera “l’ortodosso” cinquestelle Roberto Fico. Soddisfazione tra il centrodestra e i grillini, ma fino ad un certo punto.

L’ex Cav., Silvio Berlusconi, ha capito fino in fondo l’inaffidabilità e la protervia del suo alleato e candidato alla presidenza del Consiglio, Matteo Salvini. Altro che i litigi in canottiera tra l’Umberto Bossi, il Senatùr, e l’allora presidente del Consiglio: giochi da ragazzi. Allora il capo del Carroccio non puntava né alla guida del centrodestra, né a quella del Paese. Con i riti, le ampolle piene d’acqua della sua terra sacra, pensava solo alla Padania e ai benefici di tutti i tipi che poteva rastrellare. Certo, Berlusconi era il capo della coalizione ma su certe questioni era lui, l’Umberto, a decidere. I tempi sono cambiati e il Matteo non si pone alcun problema di opportunità con il “vecchio” Silvio. Fino al punto da mettere da parte il candidato berlusconiano alla presidenza del Senato, Paolo Romani, inviso ai grillini, e “suggerire” Anna Maria Bernini come aspirante alla presidenza del Senato. Pare che, pensando di essere più furbo degli altri, l’ex Caimano avesse accettato il nome “suggeritogli” da Salvini, mandando in bestia Romani e Brunetta. Tra incomprensioni, furbizie, rancori e “vaffanc” tra i due capogruppo da una parte e Berlusconi dall’altra, passa alla fine la mediazione che cade su Maria Elisabetta Alberti Casellati, suggerita dall’avv. Nicolò Ghedini.

Il problema di Berlusconi in questo momento, di là dei dissidi con i suoi capogruppo, è come muoversi nell’attuale situazione politica. L’amico Dem Matteo, anche se fa il suggeritore dal “gobbo” del palcoscenico del suo partito, non è più il capo-carismatico-indiscusso. E i democratici non sono più la forza con cui nei momenti di bisogno lui si alleava. Oggi il presidente di Forza Italia non può far altro che puntare sul raggruppamento di centrodestra, sperando che il Pd si dia una grande mossa, uscendo da quella posizione del “restare a guardare” che lo danneggia per primo. In un’intervista al Corriere della Sera, sul ruolo di Forza Italia, è categorico: “Nei prossimi mesi e anni, proprio per la confusa situazione politica che si è determinata, vi sarà ancora più bisogno di una forza tranquilla, responsabile, coerente, in grado di influenzare gli indirizzi politici e di governo del Paese”. Eppoi, sull’ipotetico governo Salvini-Di Maio, afferma: “Sarebbe un ircocervo, l’animale mitologico spesso citato dai filosofi antichi come esempio di assurdità, perché in esso convivono caratteri opposti e inconciliabili”.

Complimenti da parte di Beppe Grillo al capo della Lega: “Salvini quando dice una cosa poi la mantiene”. E’ un auspicio per future intese? Con un po’ d’ansia i partiti aspettano le consultazioni con il capo dello Stato. Mattarella non ha accelerato il confronto con le forze politiche. Sembra dire: “Riflettete bene prima di venire da me. Non mettetemi in condizione di dover firmare il decreto per lo scioglimento delle Camere. L’Italia ha bisogno di stabilità”. A chi affiderà il primo incarico esplorativo? Difficile a dirsi. Tanti i fattori che condizioneranno la sua scelta. Certo il presidente Mattarella proverà a cogliere tutte le sfumature più nascoste nelle posizioni dei partiti e in base a queste deciderà come muoversi. Un buon segno l’accordo Lega grillini per le presidenze di Camera e Senato. Un governo però di coalizione tra i due schieramenti sembra impossibile come afferma Berlusconi. Più probabile un esecutivo di garanzia, con a capo la presidente del Senato e con ministri pescati un po’ in tutti gli schieramenti. La cosa da evitare per tutti sono le elezioni anticipate: “si sa come s’entra, non si sa come se ne esce”. Gli umori della base, più che i sondaggi elettorali, Di Maio e Salvini li conoscono bene. E non sembra proprio che l’amore “opportunistico” nato tra i due piaccia ai loro seguaci. Forse si passerà ad una relazione segreta, senza il racconto osé delle tante telefonate giornaliere tra i due.

Il “grande gioco” per non tornare al voto

politica italia 350di Elia Fiorillo - Finiti i lampi, i tuoni, i fulmini e le saette dei partiti dopo i risultati elettorali del 4 marzo, il tempo “politico” si rasserena un po’. Niente bel tempo. Rimane una nebbiolina avvolgente che tutto ricopre e che non fa capire come andrà a finire, se ci sarà un governo per l’Italia o si tornerà più o meno presto al voto. Ogni tanto spunta un raggio di sole che fende la nebbia, si comprende qualche cosa, meglio s’intuisce, poi però tutto ritorna allo stato di partenza.

Nelle sue comparsate televisive Matteo Salvini ridice che è pronto a governare e la prima cosa che farà il suo esecutivo sarà la cancellazione della legge Fornero e sette accise sulla benzina. Il suo problema è trovare quei voti che gli mancano per arrivare a Palazzo Chigi. Cosa non semplice. Il Pd non sosterrà mai un governo con a capo il Matteo padano, poi diventato italiano. L’ex Cav. va ripetendo che l’alleanza politica con i democrat può essere una soluzione ma sa bene che finché il candidato premier sarà il capo della Lega l’ipotesi è solo fantasiosa. Forse lo fa con un pizzico di cattiveria pensando a quando con Renzi era pappa e ciccia. Certo Berlusconi è incavolato nero. Un risultato così penalizzante per Forza Italia non se lo aspettava. Oggi il suo pensiero fisso è di "non farsi mettere in un angolo" dal capo del Carroccio. E una giustificazione che trova è che i seggi ripartiti tra Camera e Senato, tra la sua Fi e la Lega, non mostrano il distacco netto registrato nelle percentuali di consenso. Insomma, niente di trascendentale che non giustifica le alzate di testa del suo alleato-nemico.

Qualche risentimento l’ex presidente del Consiglio pare l’abbia avuto anche con il suo avvocato, ormai tuttofare, Nicolò Ghedini, per la composizione delle liste elettorali. Liste deboli che hanno consentito il sorpasso tanto sofferto. Sul capo del nuovo “cerchio magico” si abbattono gli strali degli amici di sempre, Gianni Letta e Fedele Confalonieri, che non perdonano all’avv. di aver alzato una barriera invalicabile tra Berlusconi e il resto del mondo forzista. I fermenti nel partito ci sono. Vecchi risentimenti vengono fuori minando un terreno già di per sé franoso. Mai come in questo momento in Fi c’è bisogno di unità e di un coordinatore che rinserri le fila e che riorganizzi il partito.

Luigino o Giggino Di Maio per gli amici sta correndo una maratona telefonica senza fine. Per il momento è concentrato sui possibili candidati alle presidenze di Camera e Senato. Il giorno delle votazioni s’avvicina e, allora, non ci si può far trovare impreparati. Pare si sia tornati all’epoca della D.C. quando al telefono si congetturavano, meglio contrattavano, liste di ministri, sottosegretari e via dicendo. Luigino ha capito che se vuole “quagliare” sulle presidenze ha bisogno di allargare la rosa dei posti da mettere a disposizione e allora tira in campo anche le vice-presidenze. Tutto ruota però sul futuro.

Nei democrat pare che il problema più rilevante sia di far scordare, al di fuori e al di dentro, il vecchio capo assoluto e il suo cerchio magico. Lo spettro però di Matteo Renzi resta ed è presentissimo in Parlamento con i “suoi” uomini, che rimarranno tali finché non capiranno che evoluzione avrà il Pd. Anche l’ex sindaco di Firenze sta a guardare l’evolversi della situazione. Un messaggio chiaro prima d’andar via da segretario l’ha mandato: “opposizione” e basta. Nessun “aiutino” ad alcuno, né alla coalizione di centro-destra, né ai 5Stelle.

Il dimissionario ministro delle Politiche Agricole e reggente del Pd, Maurizio Martina, per il momento prova a non scontentare né i renziani, né l’opposizione. Collaborazione e consigli da tutti per far fare alla sinistra italiana il “grande salto” fuori dalla palude. Per lui sarebbe una grande vittoria l’unificazione con gli scissionisti di Liberi e uguali. Prova anche a spiegare in un lontano passato le radici della perdita di così tanti voti. Il presente, ovvero Renzi, con la débâcle elettorale non c’entra niente. Anche la sua parola d’ordine, per il momento, è “opposizione” tout court.

Bisogna vedere che succederà nel prossimo futuro. Le carte alla fine le distribuirà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il “grande gioco” comincerà da quel momento. Qualcosa sarà necessario inventarsi per non ritornare subito al voto e, soprattutto, per non perdere la fiducia dell’Europa.


21 marzo 2018

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it

Le tante incognite del dopo voto

dopovoto 350 260di Elia Fiorillo - A circa una settimana dal voto l’ipotesi della formazione di un governo è “in alto mare”. Matteo Salvini e Luigi Di Maio ripetono d’essere i vincitori del confronto elettorale. Non avendo però i voti per governare, provano a chiedere aiuto agli altri partiti. Il leader - come lui si definisce - del trio Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia osa sollecitare il Pd per un “aiutino”. Scontata la risposta: “Ma vai…”. Quando ha avanzato la richiesta il capo della Lega forse aveva in mente il Patto del Nazareno. Aveva sbagliato i conti. Una cosa è la destra estrema con i suoi proclami categorici, dall’Europa all’euro, dall’immigrazione alla legge Fornero, un’altra è il “possibilismo centrista” dell’ex Cav. e della sua Forza Italia.

Se una volta la canzone più cantata da Beppe Grillo e dal suo MoVimento aveva per ritornello “noi da soli… nell’universo” politico italiano, oggi le cose sono mutate: “Tutt’insieme, quelli che ci stanno, per cambiare il Paese”. Manco a parlarne di un accordo con Salvini e camerati. Un’operazione del genere farebbe scappare i tanti del centrosinistra che hanno creduto in loro. L’ideale sarebbe un patto con il Pd, ma Renzi non ci sta. Sì, ha dato le dimissioni ma controlla ancora la maggioranza dei democratici e, per il momento, la parola d’ordine è: “opposizione”.

Matteo Renzi è uno cocciuto. Il suo carattere ha determinato anche il suo destino politico. Da uomo nuovo indirizzato a variare le sorti del Paese, a leader “antipatico” da mandare a casa. Forse, con un po’ più d’umiltà e lungimiranza il referendum costituzionale sarebbe passato. Bastava che gli elettori avessero potuto scegliere quali riforme votare, al posto di un secco “sì” o “no” a tutto l’impianto referendario, simile ad un plebiscito proprio sulla persona del presidente del Consiglio. E si potrebbe continuare con esempi del genere. Insomma, è stato lui il vero “rottamatore” di sé stesso.

C’è chi ipotizza che il moderato presidente del Consiglio Gentiloni diventi anche segretario del Pd. Proprio nell’ottica dell’impostazione renziana. Ipotesi che probabilmente rimarrà tale. Per il momento “il fido furiere”, ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina prenderà il comando, nella speranza di rimanerci per i prossimi anni. Nella delicata fase in cui si trova il Partito democratico i maligni ipotizzano che sia proprio Martina a sussurrare al dimissionario segretario: “Matteostaisereno”.

In questi giorni di movimenti “nobili” per dare una mano al PD se ne vedono diversi. C’è il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che ha preso la tessera dei democrat e che dichiara: “Voglio solo collaborare perché il PD è fondamentale per Italia”. I soliti “bene informati”, invece, ritengono che un pensierino sulla leadership del partito il focoso ministro l’abbia fatto. C’è anche il governatore appena eletto del Lazio, Nicola Zingaretti - che ha fatto il bis - a candidarsi per le primarie del partito. Chi lo ha eletto qualche dubbio deve averlo avuto. Solo dopo un po’ di giorni dalle elezioni che l’hanno visto vincitore su Stefano Parisi lui, più che al futuro del Lazio, pensa al suo.

Chi ha il cerino in mano è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tutti i partiti in questa fase lo elogiano, corteggiandolo. Lui, il capo dello Stato, va ripetendo: “collocare al centro l’interesse generale del Paese e dei cittadini”. Sa bene però che gl’interessi di parte, specialmente quando ci sono in campo sconfitte elettorali, prevalgono su tutto. E sa bene, come Mario Draghi ha sottolineato proprio riferendosi all’Italia, che: “Un periodo protratto di instabilità politica può avere un impatto sulla fiducia, che a sua volta ha ripercussioni su inflazione e produzione”. Troppo pericoloso “scherzare con il fuoco”. Ci sono forze di minoranza del PD che non vedrebbero male un esecutivo con i grillini. Mattarella, con molta probabilità, sarà costretto ad ipotizzare un governo “di solidarietà nazionale” per poi ritornare a votare. Una soluzione rischiosa perché il voto, su per giù, potrebbe riproporre i risultati del 4 marzo.

Il perdente PD ha la possibilità di “cambiare le carte in tavola” se decidesse di lasciar perdere l’opposizione. E non è detto, come sostiene il presidente Orfini: "Qualora sostenessimo un governo del M5S, in varie forme, sarebbe la fine del Pd”. Potrebbe essere proprio l’incontrario.

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it

Il nebbioso scenario del dopo 4 marzo

Aula di Montecitorio 350 260di Elia Fiorillo - Chi vince e chi perde. Ma lo scenario è nebbioso. L’ultimo giorno di campagna elettorale era una vera invasione di fac-simile di schede elettorali. Le strade erano ricoperte di carta e si correva il rischio di scivolarci sopra. Era il materiale avanzato dal “porta al porta” per spiegare agli elettori come si doveva votare. Una crocetta sul simbolo, poi si scriveva il nome del  candidato e via proseguendo. In questa tornata elettorale l’elettore di fac-simile non ne ha visti per niente. Si è trovato al seggio con due schede elettorali e con la paura di sbagliare a votare. Tecnicamente s’intende, perché in quanto a convincimento a quale partito dare la preferenza, di dubbi non ne aveva proprio.

     Chi vince queste elezioni? Meglio cominciare dai perdenti. Il Partito democratico è il vero sconfitto. Sia per la legge elettorale, il “Rosatellum bis”, che non ha portato i risultati sperati, sia soprattutto per  la mancanza esorbitante di consensi. E’ andata peggio del 1994, quando il Pds di Occhetto raggiunse il 20,36% dei voti. Non aver superato il 20% è una brutta batosta per Matteo Renzi ed i suoi. Se una consolazione il segretario del Pd in questa débâcle può avere è il tonfo degli scissionisti di Liberi e uguali. Se tutto andrà per il meglio porteranno a casa uno striminzito 3%. Nei collegi uninominali a Palermo e Milano in cui erano candidati Pietro Grasso e Laura Boldrini perdono in maniera netta.  Pure Baffino di ferro, alias Massimo D’Alema, porta a casa una sconfitta. Nel collegio di Nardò prende meno del 4%. Anche a Bologna, Vasco Ernani, fa registrare un risultato deludente.

     Prima delle elezioni, vista l’aria che tirava, Renzi tenne a precisare che comunque sarebbe restato alla guida del Pd fino alla scadenza del mandato. Dopo il KO le dimissioni erano inevitabili. Alla Renzi però! Se ne andrà dopo aver provato a condizionare gli scenari governativi. Nessuna idea strana di alleanze con i vincenti. Opposizione e basta.

     In tutti i modi l’ex Cavaliere si era impegnato per superare il nemico-alleato Matteo Salvini. Comparsate televisive a gogo, siparietti costruiti ad arte, promessa in caso di un voto in più sulla Lega che il presidente del Consiglio sarebbe stato Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo dal 17 gennaio 2017, creando grande imbarazzo a quest’ultimo. Niente da fare, il populismo arrabbiato di Salvini ha vinto. E il distacco tra i due è notevole. Resta la coalizione a tre tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia che supera il 37% dei consensi.

     I veri vincitori di questa tornata elettorale sono i 5Stelle con il loro 32%. Primo partito del nostro Paese. Era da tempo che Gigino Di Maio si preparava a diventare presidente del Consiglio. Revisionismo sull’Euro e sull’Europa, giri nel mondo per rassicurare, linguaggio pacato in stile democristiano. Certo, il 32% è un bel risultato. Sarebbe stato il 40% tutti i problemi di andata a Palazzo Chigi sarebbero stati risolti. Con chi si alleeranno i grillini per avere il quorum per prendersi il governo del Paese? C’è chi dice con la Lega. Gigino, diventato democristiano, sa bene che unirsi a Salvini, che in fatto d’estremismo non è secondo a nessuno, non farebbe un buon affare. Certo, alcune posizioni sono comuni, ma una cosa è stare all’opposizione un’altra è governare, ovvero rappresentare tutto il Paese. Questo ragionamento potrebbe far scattare la molla dell’esclusione della partnership con la Lega. E Berlusconi? Non è affidabile. Troppi conflitti d’interesse. Come si fa ad allearsi con un “padre-padrone” che non ha nessuna voglia di passare la mano?

La segreta speranza di Gigino è che il presidente Mattarella gli possa affidare l’incarico per la formazione di un governo, tenuto conto che il MoVimento è il primo partito del Paese. Ciò gli consentirebbe di poter portare dalla sua parte qualche realtà politica che condivide – anche opportunisticamente - i temi base del programma Cinquestelle.

Difficile, dopo il ridimensionamento di Forza Italia, che Berlusconi continui ad ipotizzare un governo con Salvini e Meloni. Troppo presto per il momento fare ipotesi. Lo scenario si comincerà a chiarire all’atto dell’elezioni dei presidenti di Camera e Senato. Da quelle votazioni si potrà cominciare ad ipotizzare gli scenari futuri che, comunque, non comprendono lo scioglimento anticipato delle Camere. Questo pare proprio un punto fisso. Andare tutti a casa non conviene certo ai perdenti: Pd, Leu, Fi. Bisogna riorganizzarsi, rafforzarsi per ritornare alle urne.

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it

Paradossi trasversali da campagna elettorale

renzi berlusconi salvini grillo di battista di maio mindi Elia Fiorillo - Se si fossero messi a tavolino per escogitare un programma d’azione per auto-danneggiarsi, probabilmente non sarebbero riusciti ad inventarsi quello che gli sta capitando. La realtà può superare l’immaginazione. Nel caso dei 5Stelle è proprio così. Hanno deciso di decurtarsi lo stipendio da parlamentari per un nobile scopo, rimpinguare il Fondo per il microcredito. Uno strumento pubblico per la concessione di prestiti fino a 25 mila euro a lavoratori autonomi e piccole imprese con non più di 5 dipendenti.

Furono proprio i grillini, con un emendamento alla legge 98 del 2013, a prevedere contributi volontari al microcredito. Ciò consentì al MoVimento di far versare ai propri parlamentari al Fondo metà del loro stipendio (l’indennità netta è di circa 5 mila euro) più la quota della diaria (circa 3.500 euro al mese) non spesa. Sono confluiti nel Fondo dal 2013 ai primi di febbraio di quest’anno 23,2 milioni di euro. Una cifra non indifferente per i tempi che corrono. Eppure l’atto di solidarietà viene annebbiato dalla vicenda dei mancati versamenti dei soliti furbetti. Non bastano le cacciate con disonore dei rei, l’attenzione rimane sul non versato. Quando utilizzi l’arma dell’onestà in tutte le salse, poi è facile che ti possa capitare il boomerang di ritorno.

Ragionamento simile va fatto anche per le liste elettorali. Non c’è alcun dubbio che i seguaci di Grillo e Di Maio fanno paura agli altri schieramenti politici. Quindi, sono “attenzionati” in tutti i modi possibili. Al di là delle votazioni, della piattaforma Rousseau di Casaleggio figlio, quando si mette in lista un personaggio come Salvatore Caiata, imprenditore e presidente del Potenza calcio, non uno sconosciuto, certe informazioni dovrebbero, se hai radici nel territorio, arrivare immediatamente. Di Maio è categorico nella vicenda: "Per le nostre regole omettere un'informazione del genere giustifica l'esclusione". Eppure, secondo l’avv. Enrico De Martino, difensore di Caiata, "non è una vicenda che nasce oggi e che scoppia improvvisamente è stata rubricata nel 2016” e il suo cliente “un anno fa ne venne a conoscenza rendendosi immediatamente disponibile presso la Procura della Repubblica di Siena per chiarire ogni eventuale contestazione".

Vox populi, vox Dei, certo è un’esagerazione, la voce del popolo non è la voce di Dio, ma va ascoltata se però sei tra il popolo. Insomma, l’esclusione postuma non serve perché il danno è già fatto. Identico discorso vale per Antonio Tasso cacciato perché condannato in primo grado a sei mesi di carcere, pena poi sospesa. E chi ha tirato fuori la notizia? Il deputato del Pd, Michele Bordo. E siamo a 15 tra parlamentari e candidati buttati fuori.

Anche la trovata della presentazione della lista dei ministri al presidente della Repubblica, prima della diffusione qualche giorno prima delle elezioni, porterà una serie di polemiche che non gioveranno al MoVimento. Ci saranno i soliti nemici che armati di lente d’ingrandimento proveranno a trovare tutte le pulci possibili ed immaginabili ai futuri componenti del governo. Per non parlare poi dell’imbarazzo del presidente Mattarella.

Sul fronte opposto c’è il “creativo” Berlusconi che “una ne fa e cento ne pensa”. Ha preso di mira Di Maio e un giorno sì e l’altro pure lo critica per non avere una laurea e per non aver mai lavorato. Come si fa a pensare che uno così possa assurgere a presidente del Consiglio? Con i suoi alleati, Salvini e Meloni, il patto è chiaro. Chi prenderà un voto in più diventerà inquilino di Palazzo Chigi, sempre che l’alleanza di centro-destra riesca a raggiungere la maggioranza. Né Meloni e né Salvini hanno una laurea e, a quanto si sappia, in fatto di lavoro sono nelle stesse condizioni di Luigini Di Maio.

Nel Pd c’è Emma Bonino con la sua +Europa a preoccupare l’establishment renziano. E così “zitta-zitta, quatta-quatta” Emma sta raccogliendo voti tra i dissidenti della sinistra. Quelli che non vogliono votare i democrat di Renzi e nemmeno i Liberi e uguali di Grasso. Bella operazione fatta da Bruno Tabacci. Il suo Centro Democratico - nel 2013 in coalizione con il PD - ha risolto il problema ad Emma, che non ha dovuto raccogliere le 25.000 firme per +Europa e a lui stesso per la candidatura, aprendo nuovi scenari per il futuro politico del Paese. I democristiani doc non si smentiscono mai!

28 febbraio 2018

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it

Riforma della giustizia e campagna elettorale

la riforma della giustizia 350 mindi Elia Fiorillo - Proprio una grande fatica questa campagna elettorale. Una corsa a perdifiato per tutti, centro-destra, 5Stelle, democratici, con una quasi certezza: il “Rosatellum” non darà alla fine il vincitore assoluto, l’inquilino che il 5 marzo dovrebbe prendere possesso di Palazzo Chigi. Tutti convinti, a parole, di farcela ma i conti, quelli veri, non tornano. Per ora non c’è da far altro che premere l’acceleratore sulle parole che esaltano la qualità rivoluzionaria dei programmi, nonché delle donne e degli uomini che poi, una volta vinta la sfida, li realizzeranno. Nei piani elettorali c’è tutto e di più, com’è ovvio. Alcune tematiche enfatizzate, altre solo citate. Tra queste ultime vi è la riforma della giustizia.

Se è vero che nel nostro Paese ci sono all’incirca 9 milioni di processi arretrati e bisogna aspettare dieci anni per arrivare ad ottenere “giustizia”, ovvero una sentenza definitiva, allora si può comprendere la priorità della questione. Questi tempi biblici fanno pendere la bilancia “dell’ingiustizia” verso quei soggetti che hanno possibilità economiche e possono permettersi buoni avvocati. Sono ben 170mila, ogni anno, i processi che cadono in prescrizione.

Un record in materia però l’abbiamo. Secondo i Radicali italiani: “per il quinto anno consecutivo il nostro Paese ha conquistato il primato per il maggior numero di sentenze della Corte europea rimaste inapplicate: il nostro Stato è considerato un criminale abituale!”. Eppoi ci sono le carceri: “69mila reclusi per 45mila posti regolamentari; senza considerare che il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio e almeno la metà risulterà innocente”.

Nel sito “Errorigiudiziari.com” sono riportate le statistiche ufficiali complete del ministero dell'Economia e delle Finanze sugli innocenti in carcere, anno per anno, dal 1989 a oggi. Dati che fanno rabbrividire. Facendo una media grossolana, “ogni anno dalle casse statali sono usciti 30 milioni di euro come indennizzo per ingiuste detenzioni ed errori giudiziari. Con punte molto più elevate: come gli oltre 56 milioni del 2004, i 49 milioni e passa del 2002, i 47 milioni abbondanti del 2011”.

C’è, quindi, la necessità di riformare il sistema giudiziario e la magistratura. Non per renderla succube di qualsivoglia potere, ma per evitare che essa stessa si faccia del male e, soprattutto, lo faccia al Paese. Giustamente il Costituente, al contrario di quanto accade in altri paesi, volle il magistrato, ed in particolare il pubblico ministero, indipendente dal potere esecutivo. Tanti però gli atti ed i fatti che vedono i magistrati nell’agone della politica. Per non parlare poi delle “correnti” all’interno del Consiglio superiore. C’è chi ipotizza, proprio per evitare il “carrierismo correntizio”, a scapito delle grandi professionalità che ci sono nella categoria, che “il governo faccia una legge che imponga il sorteggio dei magistrati da mandare al Csm formando rose ristrette su cui votare”. Il problema dell’equilibrio dei poteri nello stato democratico resta ed è quanto mai attuale. Se non ci sarà una riforma: “il potere dei giudici resterà di gran lunga quello prevalente sugli altri”.

Tematiche troppo complicate per una campagna elettorale? Certo difficili che a parere di quasi tutti i partiti non portano voti. Gridare al carcere ad ogni piè sospinto fa incassare consensi. Mettere in discussione chi spedisce, a volte con superficialità, un innocente dietro le sbarre diventa quasi un oltraggio. Buttare però la polvere sotto il tappeto aggrava le questioni non risolvendole.

A parere di chi scrive la grande questione da affrontare è la formazione dell’elettorato. Campagne elettorali “gridate” a suon di slogan non formano l’elettore, anzi spesso lo stufano fino al punto della diserzione dai seggi. C’è chi tra i sondaggisti prevede un’astensione possibile tra il 35 e il 31%. Il partito più forte in assoluto.

E’ proprio il caso di dire che bisogna ritornare al “porta a porta” sul campo, spiegando al popolo le posizioni politiche, il perché di certe scelte. Lo ripeteva Ezio Tarantelli, consulente della Cisl ucciso dalle Brigate rosse, che le tematiche anche economiche più difficili, se correttamente spiegate, sono capite dalla gente se finalizzate al bene comune. Insomma, c’è bisogno che i partiti siano presenti organicamente sul territorio con quelle che una volta si chiamavano “sezioni”. Certo per fare proseliti, ma per spiegare, ragionare, educare i propri iscritti. Per spingerli a voti consapevoli e non alle lotterie con “bufale” finali come premi.

Centrodestra e l’unità che non appare

Meloni Berlusconi Salvini 460 mindi Elia Fiorillo - Berlusconi, Salvini e Meloni, l’unità che non appare. La domanda viene spontanea: “Ma ci sono o ci fanno?” In campagna elettorale se ne vedono di “tutti i colori”, questo è risaputo. Alleati però che si contraddicono un giorno sì e l’altro pure qualche interrogativo lo pongono. Potrebbe essere una strategia per acchiappare quanti più voti possibili. Un alleato fa, diciamo così, il poliziotto buono, l’altro il cattivo e l’altro ancora va a sostenere uno dei due, secondo convenienza.

Il trio in campo che già si vede in pool position per varcare la soglia di Palazzo Chigi è quello formato da Berlusconi, Salvini, Meloni. Tutti e tre sono certi di poter designare il prossimo premier. Nel senso che il leghista Matteo e la sorella-fratello d’Italia Giorgia già hanno avanzato la propria candidatura, mentre per Berlusconi il discorso è diverso.

L’ex Cavaliere, pur ripetendo che Forza Italia sarà il primo partito della coalizione, non avendo l’agibilità politica per fare il capo del governo e sperando nella giustizia europea che tarda ad arrivare, chiama provvisoriamente in sua sostituzione il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Poi, però, mette le mani avanti, valutando le complicazioni della nuova legge elettorale. Mai con Renzi, afferma categorico, anche se fino a qualche tempo fa sembrava un’ipotesi d‘alleanza possibile post voto, ovviamente per la “governabilità” del Paese. Se il suo raggruppamento non dovesse raggiungere la maggioranza allora si potrebbe sostenere l’attuale governo Gentiloni, con qualche necessaria ed opportuna ricalibratura, “magari modificando la legge elettorale – afferma il presidente di FI - e facendone una migliore, anche se non so se ci sarebbe maggioranza in Parlamento per cambiarla”. La risposta del Matteo padano è immediata: “Chi vota Lega sceglie la chiarezza, noi non andremo mai a sostenere governi con altri…”.

Il conto dei punti di divergenza tra i big del centro-destra è lungo, va dalla Legge Fornero, al vincolo europeo del 3% deficit/Pil, poi c’è la leva obbligatoria, il condono fiscale, l’Islam, l’obbligatorietà dei vaccini, la flat tax, l’abolizione del Jobs Act e via dicendo. Punti di vista discordi per rastrellare quanti più voti possibili? Teoricamente potrebbe pur essere, ma poi una volta vinte le elezioni i nodi verranno al pettine. E come si risolveranno le tematiche, con un lancio di dadi? Il quesito è rimandato al futuro, quando la coalizione approderà al governo.

Un sorridente Berlusconi, nella trasmissione di Lucia Annunziata, precisa che certo differenze ci sono con i suoi alleati, in caso contrario militerebbero nello stesso partito, ma quello che conta sono i dieci punti del programma concordati. Qualche difficoltà – si fa per dire - ci deve essere nel terzetto del centro-destra se il ritornello che va ripetendo, inascoltata, la signora Meloni è che bisogna che si firmi un patto anti “inciucio”. E anche la puntualizzazione di Berlusconi su Salvini che non si alleerà dopo il 4 marzo con Di Maio sembra sospetta. Insomma, “a pensar male…”.

L’evento più sconvolgente di questa campagna elettorale è la strumentalizzazione della sparatoria ad opera di Luca Traini, candidato con la Lega Nord alle elezioni del 2017 al Consiglio comunale di Corridonia, un comune di 15mila abitanti nel Maceratese. Per vendicare, a suo avviso, Pamela Mastropietro, la diciottenne romana uccisa a Macerata ad opera presumibilmente di alcuni nigeriani, Traini ha sparato all’impazzata su dei migranti ferendone sei. Difronte ad atti del genere non si possono trovare scusanti, né pensare di poter portare a casa benefici elettorali. C’è solo da condannare. In caso contrario c’è il rischio dell’emulazione, dell’eroe che si fa giustizia da sé perché lo Stato di diritto non è capace a combattere le ingiustizie e via dicendo. Accusare, quindi, la sinistra come fa Salvini di “avere le mani insanguinate per tutti i clandestini che ha lasciato entrare in Italia” è buttare benzina sul fuoco. E’ provare a legittimare gesti inconsulti che si potrebbero ripetere. E’ dimenticare il passato: l’accordo di Dublino, le sanatorie dei 694 mila migranti regolarizzati nel 2002 e dei 294 mila nel 2009, la legge Bossi-Fini, la malaugurata guerra contro il dittatore libico Mu'ammar Gheddafi. Certo, una cosa è essere al governo del Paese un’altra è stare all’opposizione!

Anche le manifestazioni di piazza per deplorare condotte pazzoidi possono diventare pericolose quando si trasformano in palcoscenici per la celebrazione di posizioni radicali avverse. Difronte all’odio si risponde con una moneta diversa: la fermezza, unitariamente espressa, della riprovazione senza “se e senza ma”.

13 febbraio 2018


Verso i giovani la "politica" ha fallito

giovani e politica h260 mindi Elia Fiorillo - La politica e la formazione dei giovani.
La conversazione è piacevole. Non ci s’incontrava da un po’ di tempo. Tanti gli ideali in comune. L’impegno nel sindacato, la politica come passione, il lavoro nel sociale. Ci si poteva non soffermare sull’attuale momento politico? Lui vecchio militante di sinistra. Chi scrive da sempre legato all’area cattolica. Una volta le ideologie ci avrebbero indotto al solito braccio di ferro. “Colpa della sinistra se le cose non vanno nel Paese”. Per converso la risposta sarebbe stata scontata: “Con Roma e San Pietro sono i cattolici che paralizzano il mondo”. Cose del genere, alla Peppone e don Camillo usciti dalla penna dell’indimenticabile Giovannino Guareschi. I tempi cambiano e la discussione si concentra sull’attuale momento politico. Nessun rimpianto per i tempi che furono, certo sconcerto per il modo con cui sono state confezionate le liste elettorali, su come vengono gestiti i partiti “personali”.

Sono credibili i sondaggi elettorali? La buona volontà dei sondaggisti c’è tutta ma l’elettore è diventato un soggetto strano in base alle logiche di un tempo che fu. Una volta quando entrava nella cabina elettorale aveva in testa due passaggi. Il primo, il simbolo del partito per cui votare, poi venivano i candidati. Oggi pare sia proprio l’inverso. L’uomo di destra, e viceversa, che non ha mai votato per la sinistra, se in lista trova un “soggetto di cui si fida”, perché lo conosce personalmente o per aver saputo delle sue qualità, è pronto a votarlo. E serve la “mediaticità” in base alla quale alcuni candidati sono stati scelti? Certo, ma fino ad un certo punto. I big ovviamente traggono vantaggio dall’esposizione mediatica. Non sempre però tutto fila liscio. A volte la nausea da sovraesposizione fa scattare il rifiuto che si può trasformare in non voto. Anzi, anche in aperta campagna ostile per quel determinato big. L’antipatia e la simpatia vanno al di là dei programmi elettorali. Non è vero come qualcuno potrebbe sostenere che è stato sempre così. Una volta l’appartenenza ad uno schieramento politico attenuava le logiche empatiche, che comunque ci sono sempre state.

Non possono non preoccupare le ipotesi di astensione al voto. Pare che siano all’incirca 17 milioni gli italiani che potrebbero disertare i seggi il 4 marzo. Secondo alcuni sondaggi 13 milioni di elettori sono determinati a non andare alle urne. Quattro milioni, invece, potrebbero cambiare idea di astenersi all’ultimo momento. Non ci si deve meravigliare che tra i dati di non partecipazione al voto tanti, ma proprio tanti, sono giovani. Il tema è spesso sottovalutato. Torna in campo nelle tornate elettorali la disaffezione dei giovani alla politica, nell’ottica però dellagiovanidonne lontanedamoltecose 360 min non partecipazione al voto. Il problema invece è come interessare le giovani leve a confrontarsi ed apprezzare la politica se è vero, e lo è, come sosteneva alla fine dell’800 lo scrittore e aforista francese Jules Renard, che “non mi occupo di politica, è come dire non mi occupo della vita”.

I giornalisti, e non solo, ogni anno devono frequentare un certo numero di corsi di “aggiornamento” per mettersi al passo con i tempi. Per essere sempre informati, anche sulle materie più varie, compresa la politica. Potrebbe essere interessante, ed estremamente utile, se la scuola, ma anche centri culturali e via dicendo organizzassero corsi di formazione per avvicinare i giovani alla politica, ma non nell’ottica di parte, ma nella visione che giovani 350 minnon possiamo non occuparci della politica senza trascurare la costruzione della nostra vita. I corsi potrebbero prevedere anche dei “crediti” formativi.

Il ritornello che spesso sentiamo ripetere che i “giovani non hanno interesse per la politica”, come una colpa grave a loro carico, andrebbe rimodulato. Bisognerebbe aggiungere la frase “… perché non sono incentivati a capirla”. Insomma, troppo comodo addossare a loro responsabilità che non hanno.

La professoressa Franca Di Blasio, insegnante di Italiano sfregiata con un coltello da un suo alunno, ripete dal letto dell’ospedale dov’è ricoverata: “forse abbiamo fallito”. Non addossa colpe al suo aggressore. Non lo chiama delinquente o cose simili. Non si sente una “martire”, ma una docente che non è riuscita a fare al meglio il suo lavoro. Per il disinteresse dei giovani verso la politica noi tutti “abbiamo fallito”. E’ una triste realtà che può essere ribaltata.

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it
Sottoscrivi questo feed RSS
Bookmaker with best odds http://wbetting.co.uk review site.

Privacy Policy

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici