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Elia Fiorillo

Elia Fiorillo

Elia Fiorillo. Giornalista, Docente all'università di Napoli Federico II. Vive a Napoli.

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Padre Santucci s.j. : “sono uno scarto”

loscarto 390 mindi Elia Fiorillo - Di anni ne sono passati tanti dalla prima volta che ci siamo conosciuti. Cinquanta, cinquantadue? Di più? Lui era un sacerdote, gesuita, tra l’altro assistente dei boy scout. Un personaggio “dolce” ma determinato. Ricordo che allora la sua “sede” era presso l’Istituto Pontano di Napoli. Era anche l’assistente spirituale del gruppo scout Napoli 2°. Quel gruppo era frequentato da ragazzi di buona famiglia. Padre Ernesto Santucci s.j., questo il suo nome, poteva starsene tranquillo al Pontano a confessare, celebrare, assistere. Insomma, fare il prete e basta. Ma per lui la sua missione era ben altra cosa. Era stare con “gli ultimi tra gli ultimi”, con “lo scarto” umano. Ricordo un tour degli scout della provincia di Napoli di diversi giorni a piedi nel parco nazionale d’Abbruzzo. Credo di aver capito allora che padre Ernesto presto si sarebbe impegnato in altre realtà, in mondi a lui sconosciuti.

Cominciò a girare per i Quartieri Spagnoli di Napoli, a seguire i tanti piccoli delinquenti che ruotavano in quelle zone. Provava a tirarli fuori dai giri pericolosi che bazzicavano. Andava a trovarli in carcere per confortarli, per dargli il calore di una famiglia troppo spesso assente.

L’esperienza dei Quartieri Spagnoli lo portò a fondare una Comunità terapeutica: “Il Pioppo” a Somma Vesuviana. Disintossicare e salvare la vita a tanti giovani drogati divenne il suo obiettivo prioritario. Certo, le difficoltà erano tante, la mancanza di soldi, di aiuti, ma soprattutto lo scetticismo dei soliti benpensanti: “Chissà se questo prete non è aiutato dalla camorra…”. La tentazione di lasciar perdere tutto spesso l’assaliva nelle tante notti insonni. Poi però il ricordo dei “suoi” ragazzi “che non sanno a chi, a che cosa aggrapparsi”, prende il sopravvento nel suo cuore. “E allora si lavora insieme, si fatica insieme, si piange insieme, ci si sostiene l’un l’altro”.

Lui, padre Ernesto, la definisce “una grande grazia” essere arrestato e vivere qualche tempo nel carcere di Poggioreale dove tante volte era entrato “a portare fede e a consolare”. L’entrata in carcere fu dovuta al suo convincimento, un po’ ingenuo, che un giovane implicato in una rapina conclusasi con un omicidio fosse innocente. Con il solito impegno cercò di dimostrare la fondatezza delle sue idee. Quell’impegno e quella determinazione vennero interpretati da un magistrato come collusione e padre Santucci fu spedito a Poggioreale. “Il Signore Gesù – afferma padre Ernesto – mi rendeva scarto perché potessi capire sempre più a fondo ciò che significa questa parola. Mi invitava a seguirlo fino al Calvario, fino alla Croce”. Da “indagato” non può più essere il legale rappresentante della comunità il “Pioppo”. Si dimette, ma non si ferma, anzi. “Sono uno scarto – afferma -, ma il Signore fa di me grandi cose. Orienta il mio nuovo cammino verso l’Albania”. Un paese, l’Albania, che scarica sulle nostre sponde adriatiche migliaia di uomini sporchi e stracciati, “veri scarti”.

In Albania ci rimane circa venti anni ad assistere “gente che non ha acqua, non ha luce, che vive in una indigenza inconcepibile per chi viene dall’Italia, terra del benessere. Ma è una povertà dignitosa e che incanta”. Padre Ernesto, come al solito, si dà da fare, non solo per alleviare le sofferenze dei poveri ma anche per portare avanti la sua missione di prete cattolico. Quando gli è possibile costruisce nuove chiese. Anche se all’estero non interrompe mai i rapporti con i suoi vecchi amici. Sapendo che mi occupavo di olivicoltura mi chiese se era possibile che gli facessi avere delle piante di olivo per i terreni antistanti le chiese che stava edificando. Lo accontentai.

Qualche anno fa padre Ernesto è ritornato in Italia. L’età avanzata non gli consentiva più di stare in trincea. Penso che i suoi superiori l’hanno spinto al passo del ritorno nel nostro Paese. Se fosse stato per lui avrebbe continuato la sua dura vita di sempre in Albania. E la prova di quanto sto sostenendo viene dal suo libro: “Io sono un Albanese”.

L’ultimo suo libro “Lo scarto”, scritto insieme a Francesco Bellofatto - giornalista, saggista e docente all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli -, in cui racconta le storie di Gigino e Salvatore, è anche la sua biografia. Quella di un uomo, di un sacerdote che per tutta la vita si è impegnato ad essere ”uno scarto”.

La giustizia minorile finalmente cambia

giustizia minorile 350 260 mindi Elia Fiorillo - La realtà napoletana, dal punto di vista della microcriminalità, può essere ritenuto un osservatorio privilegiato, ma il fenomeno malavitoso riguarda l'intero Paese e la “Risoluzione in materia di attività degli uffici giudiziari nel settore della criminalità minorile nel Distretto di Napoli” approvata dal C.S.M., dovrà essere un punto di riferimento, appunto, per l’intero Paese.

"Se gli effetti di questa iniziativa avranno fatto fare un solo passo in avanti nel contrasto della devianza minorile o a salvare un solo giovane saremo soddisfatti. Siamo convinti che si può e si deve fare di più". E’ il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini, che così si è espresso in merito alla risoluzione, in materia di giustizia minorile, predisposta dai consiglieri Balducci, Ardituro e Cananzi - membri della VI Commissione - ed approvata all’unanimità nel corso del Plenum straordinario del C.S.M. tenuto l’11 settembre nel Palazzo di Giustizia di Napoli.

Per Giovanni Legnini “La decisione di tenere un plenum a Napoli costituisce un segnale molto forte per la città, la regione e l'intero Paese”. L’analisi fatta dalla VI Commissione focalizza le responsabilità genitoriali esercitate “in maniera pregiudizievole” verso i minori ma anche la mancanza di comunicazione ad esempio tra scuola e Tribunali dei Minori. Fatto grave che non permette il puntuale intervento del magistrato minorile in tempi opportuni e lascia incancrenire situazioni che potrebbero risolversi in modo più rapido e soprattutto più utile per il minore.

Per la relatrice della Commissione, Balducci, l’abbassamento dell’età imputabile non porta conseguenze significative alla risoluzione dei problemi. A suo avviso “servono regole forti”, ma bisogna “anche dare la possibilità di redimersi”, obiettivo prioritario ed irrinunciabile. Senza iniziative finalizzate a tale scopo i fenomeni criminali sono destinati ad aumentare nel nostro Paese. La concretezza delle azioni, al di là bei propositi, è l’unico mezzo per affrontare e, in parte, risolvere le tante problematiche legate alla criminalità minorile.

Per il Consigliere Cananzi c’è bisogno che il Governo sia molto attento a certi fenomeni di malavitosità minorile. In effetti Napoli, da questo punto di vista, è un osservatorio particolarmente significativo, che deve diventare, soprattutto, un laboratorio sperimentale per la legalità, per circoscrivere sul nascere quei fenomeni che poi - sottovalutati, o trascurati per mancanza di coordinamento delle varie istituzioni interessate alla problematica - portano alla creazione di aree di pericolosa microcriminalità ed all’irrobustimento, in seguito, delle varie organizzazioni criminali.
Sulla patria potestà è intervenuto il procuratore generale della Corte di Appello di Napoli Luigi Riello: “Non si tratta di una deportazione di massa, ma di casi estremi, adottati in presenza di bambini messi a confezionare droga, a inalare stupefacenti. Così lo Stato interviene a salvarli non a punirli”.

Sicuramente il campanello d’allarme della devianza minorile è la dispersione scolastica, che deve essere combattuta con un maggiore impegno delle istituzioni nel predisporre quante più iniziative possibili didattiche e sportive. Ma anche con più assistenti sociali. Certo, con sanzioni forti, tese primariamente non solo a reprimere, ma anche a favorire il reintegro nella società.

C’è grande insistenza sulla necessità di superare le condizioni d’impunità che consentono ai minori di sfuggire al carcere, anche dopo essersi macchiati di fatti gravissimi. Per il consigliere Ardituro: “Bisogna ridimensionare l'approccio buonista e garantire l'effettività della pena. Un giovane di 16 o 17 anni ha le idee chiare. Dobbiamo dire a questi ragazzi che hanno sempre la possibilità di scegliere”. Il C.S.M., partendo dalla realtà analizzata nel territorio napoletano, chiede al Parlamento meno vincoli e meno discrezionalità negli arresti dei minori, a differenza di quanto accade oggi. Per il procuratore generale Luigi Riello: “Fermezza e recupero non sono termini configgenti ma si devono coniugare tra loro. Deve essere consentito l'arresto di un minorenne armato che consuma reati gravi”.

Va dato atto a questo C.S.M. di aver affrontato la questione analizzando le realtà territoriali nella loro effettività, ed ipotizzando possibili rimedi.

Il documento elaborato dal C.S.M. è stato inviato, per gli interventi di rispettiva competenza, ai presidenti del Senato e della Camera; al presidente della Commissione Parlamentare Antimafia; ai ministri della Giustizia e dell'Istruzione; alla Regione Campania (cui si chiede l'istituzione di un ufficio di coordinamento dei servizi socio-assistenziali dei minori); al Coni, al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ai Dirigenti degli Uffici giudiziari, al Procuratore Nazionale Antimafia.

 

 

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Salvini e Di Maio, “parenti serpenti”

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - Da una parte i protagonisti della storia politica ultima del nostro Paese vanno ripetendo che tutto procede secondo il “contratto” di governo e che l’attuale esecutivo rimarrà in scena per i prossimi cinque anni. Dall’altra, di colpi bassi e non, specialmente nell’ultimo periodo, se ne contano parecchi. I fratelli della politica, Salvini e Di Maio, si stanno trasformando in “parenti serpenti” o “fratelli coltelli”. Più si avvicinano le elezioni europee e più le differenziazioni vengono fatte rilevare dai due big del “cambiamento”. Ne va di mezzo il consenso alle loro forze politiche, ma anche e soprattutto a loro stessi.

Tutto calcolato da parte del leader della Lega in fatto di pubblicità per la sua immagine e per quella del suo partito. La politica dovrebbe educare, spegnere sentimenti di odio. Dovrebbe unire più che dividere. Anche a costo della perdita di consenso. Insomma, non pescare nelle viscere della gente gli odi peggiori per avere più seguito elettorale. Alla lunga c’è il boomerang di ritorno che punisce, utilizzando gli stessi argomenti che hanno portato al successo. Se poi si è ministro dell’Interno, la campagna elettorale dovrebbe essere messa da parte. E, invece, il vice presidente del Consiglio dei ministri leghista, proprio dalla sede del ministero dell’Interno, in diretta Facebook, legge la notifica che gli viene dal Procuratore del tribunale di Palermo, Francesco Lo Voi, in merito al presunto sequestro di persone sulla nave Diciotti. Fissando poi l’atto giudiziario come un trofeo alla parete posta alle spalle della sua scrivania.

Certo, Salvini elogia i tanti magistrati che fanno il loro dovere, ma critica che un organo dello Stato indaghi su un altro organo dello Stato, per giunta eletto dal popolo sovrano. In altre occasioni il leader leghista ha accusato i magistrati che hanno disposto il sequestro dei 49 milioni truffati allo Stato da Bossi e compagni di far politica e voler cancellare la Lega.

Di Maio sa bene che il suo compagno di governo sta esagerando. Ed è combattuto tra il rompere un’alleanza o ripuntualizzare il “contratto”. E’ la base del suo Movimento che è in fermento e non sopporta più le prevaricazioni e l’eterna campagna elettorale del “Capitano”. C’è fermento sia per l’Ilva non chiusa, ma rilanciata con ArcelorMittal, sia per i ritardi relativi alla realizzazione del “reddito di cittadinanza”, ma anche per le “grandi opere”, puntualmente sostenute dalla Lega a dispetto dei 5Stelle. I grillini qualcosa si devono inventare, visti anche i pronostici elettorali. Se oggi si aprissero le urne la Lega prenderebbe, secondo un sondaggio del Corriere della sera, il 33,5 per cento dei voti e il Movimento 5 Stelle il 30 per cento, in calo dell’1,5. Un balzo in avanti quello della Lega quasi incredibile che non può non preoccupare Grillo e i suoi.

Pare che Luigino esasperato dalle posizioni del leader leghista gli abbia detto a muso duro: ”Sei andato troppo oltre. Così non la reggiamo, non puoi usare parole che ti mettono al di sopra della legge, come facciamo con i miei?”. Le ramanzine, se così si possono chiamare, di Luigi a Matteo non hanno alcun effetto sul destinatario, tutto preso a essere sovranista a tutto tondo. Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, definisce il capo leghista “la figura più potente nel nuovo governo populista italiano”. Ma a Salvini l’Italia non basta, tra i suoi obiettivi c’è quello di creare un fronte populista in grado di conquistare l’Europa. E’ per questo motivo che ha aderito a The Movement, un movimento, appunto, che ha questo obiettivo prioritario.

Difronte a tanto movimentismo pare che le opposizioni, a partire del P.D., siano tutte centrate a risolvere i problemi interni. A parole i Dem vogliono l’unità interna per combattere il governo dell’immobilismo. Nei fatti i dissidi ci sono e si avvertono nelle dichiarazioni di Renzi e di Martina. Per il segretario del P.D. “il tema non è cambiare nome, serve una comunità senza sgambetti”. Gli fa eco Matteo Renzi sulla stessa lunghezza d’onda: “L’avversario è fuori: dico no all’ennesimo scontro tra correnti”. Tutto risolto allora tra i democratici? Se così fosse, visto il disastro del governo del contratto, si andrebbe subito al congresso per chiudere con il passato e lanciare un gruppo dirigente capace e credibile per opporsi a Lega e Cinquestelle. Nei fatti pare che niente nelle opposizioni sia cambiato. Di Maio e Salvini grati ringraziano.

11 settembre 2018

 

 

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'Cencelli' inossidabile e immortale

cencelli monti 400 mindi Elia Fiorillo - Il manuale Cencelli non tramonta mai.
Gli anni passano e... certe consuetudini restano. Nel lontano 1967 nasceva il cosiddetto "manuale Cencelli". Regole, quasi scientifiche, per la spartizione tra i partiti e le loro "correnti" di ruoli politici e di governo. Alla base c'era l'effettivo peso politico di ciascuna forza.

L'idea della ripartizione su basi non improvvisate o dettate dall'emotività del momento venne ad un funzionario della Democrazia Cristiana, Massimiliano Cencelli. La sua teoria era semplice. "Se abbiamo il 12% come nel Consiglio di amministrazione di una società gli incarichi vengono divisi in base alle azioni possedute". In altre parole il peso della ripartizione veniva stabilito dal numero delle tessere possedute.

L'attuale classe politica con grande determinazione rinnega ipotesi spartitorie alla Cencelli, eppure niente è cambiato in fatto di nomine, d'incarichi, ecc. dal lontano 1967. L'abbiamo visto quando si è formato il "governo del cambiamento". Lo vediamo puntualmente ogni volta che c'è da fare delle scelte che comportano assegnazioni di ruoli di responsabilità.

La Rai, la tivù di stato, è stata sempre nei pensieri spartitori dei gruppi dirigenti che si sono susseguiti a Palazzo Chigi. E si capisce l'interesse. "L'informazione è potere" e poterla gestire, indirizzare a favore dei partiti di governo, diventa un importante volano di consenso. Gli stessi partiti che hanno sempre gridato per l'autonomia del "servizio pubblico", all'atto delle nomine del Consiglio di amministrazione sono stati ben attenti a non lasciarsi sfuggire un "posto al sole"... nel C.d.A..

Ad amministratore delegato della Rai, in quota 5Stelle, è stato chiamato Fabrizio Salini che, tra l'altro, dal 2015 ha diretto La7 come responsabile dei contenuti e dell'aggiornamento multimediale. Marcello Foa, attuale amministratore delegato della società editrice del 'Corriere del Ticino' ed ex giornalista del Giornale di Indro Montanelli, è stato designato, in quota Lega, alla presidenza dell'azienda. Ma non è detto che la Commissione di vigilanza Rai, che dovrà ratificare la nomina con una maggioranza dei due terzi, approverà la designazione. Su Foa, al di là delle opposizioni che lo vedono come fumo negli occhi accusandolo, tra l'altro, di essere contro le vaccinazioni obbligatorie, contro il presidente Mattarella, sovranista convinto e via proseguendo, c'è anche il "no" categorico di Silvio Berlusconi. Pare che l'ex Cav. non sia stato consultato dall'alleato Salvini quando ha scelto con Luigino di Maio i vertici Rai. Siccome i voti di Forza Italia sono determinanti in Commissione vigilanza, tranne ripensamenti dell'ultima ora, è sicura la bocciatura di Foa.

Si può già immaginare la querelle che si scatenerà dopo la bocciatura del presidente incaricato. Salvini potrebbe rompere definitivamente con Silvio, tenuto conto delle previsioni elettorali che lo vedono stravincente alle prossime elezioni. Ma probabilmente non lo farà. Non gli conviene essere accusato di aver "scassato" il centrodestra. Rimarrà alleato con Berlusconi e Fratelli d'Italia, più per una questione d'immagine che non di sostanza. Dell'alleanza il maggior azionista, diciamo pure proprietario, è lui e, quindi, non gli conviene rompere. Dovrà sopportare pazientemente l'uomo di Arcore e andare avanti per la sua strada come già sta facendo da tempo. Se poi il presidente di Forza Italia si dovesse alleare con il Partito democratico, allora il discorso cambia. Il traditore andrà punito in tutti i modi possibili. Per ora si continua da una parte a parlare d’unità del centrodestra e dall'altra a lavorare ogni partito per i propri interessi.

Ritornando alla Rai, dopo la bocciatura di Foa Salvini dovrà individuare un uomo a lui vicino che però non dispiaccia a Berlusconi, proprio per non ripetere il copione già visto. Da parte sua l'ex Caimano proverà ad imporre al Capitano leghista un suo nominativo. Così facendo, se dovesse riuscire nell'impresa di avere un suo uomo a viale Mazzini, coronerebbe il sogno di una vita, essere il "padrone" di tutta l'emittenza pubblica e privata del nostro Paese.

Difronte al "governo del cambiamento", che spesso replica copioni già visti nel passato, la voce dell'opposizione è flebile, quasi inesistente. Eppure, ci sarebbe da incatenarsi a palazzo Chigi in pianta stabile. O le varie anime del P.D. si daranno una regolata, nel senso della costruzione di una vera unità interna, o il rischio sarà duplice. Da una parte le attuali forze di governo proseguiranno senza serie contestazioni il loro percorso di occupazione del "potere", dall'altra il partito democratico perderà sempre più consensi nell'elettorato.

 

 

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Delitto Borsellino: verità tutta da scoprire

Paolo Borsellinodi Elia Fiorillo - Le giustificazioni sono tante per provare a legittimare le trattative dello Stato con la mafia, con le Brigate Rosse, con altre organizzazioni malavitose. Vite da salvare, in primo luogo. Il resto non conta. Ma i danni che certe iniziative hanno portato alla credibilità dello Stato sono stati immensi, accrescendo proprio quelle organizzazioni anti-stato che andavano combattute.

In 5.252 pagine la Corte d'Assise di Palermo ha depositato le motivazione della sentenza sulla "trattativa Stato-mafia" emessa ad Aprile. Per quella brutta storia sono stati condannati, per il reato di "violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato", gli ex vertici del Ros Mario Mori, Antonio Subranni (12 anni per entrambi) e Giuseppe De Donno (8 anni), l’ex senatore Marcello Dell’Utri (12 anni), Massimo Ciancimino (8 anni), i boss Leoluca Bagarella (28 anni) e Nino Cinà (12 anni). Assolto, invece, l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino.

Secondo la Corte d'Assise di Palermo la “trattativa accelerò la morte di Paolo Borsellino”. Ciò perché Totò Riina temeva l'opposizione del magistrato alla "trattativa". Cose diverse affermano i giudici della Corte d'Assise di Caltanissetta, che proprio pochi giorni fa hanno depositato una sentenza in cui si sostiene che Borsellino fu ucciso perché si stava occupando dell’inchiesta mafia-appalti. Due "verità giudiziarie" contrapposte che indicano le oggettive difficoltà di fare chiarezza quando s'indaga sui rapporti dello Stato con le organizzazioni malavitose.

In vicende del genere i servizi segreti, ufficiali e non, ci sguazzano. Nel sequestro ad opera delle Brigate Rosse di Ciro Cirillo, assessore regionale ai Lavori pubblici della Campania ai tempi del dopo terremoto del 1980, intervenne nella trattative Adalberto Titta, personaggio di primo piano di un servizio segreto non ufficiale. Una struttura più che segreta, dichiaratamente anticomunista, denominata Anello. Essa svolse un ruolo determinante nelle trattative con le B.R. per la liberazione di Cirillo, tramite il capo della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo. Gli uomini di Anello, Titta in particolare, risultano essere stati attivi anche nella trattativa con le Brigate Rosse nel caso Moro.

Lo Stato si allea con l'anti-stato per raggiungere obiettivi inconfessabili.

Ritornando all'omicidio di Paolo Borsellino, va ricordata l'esternazione in carcere di Toto' Riina, fatta una decina d'anni fa, sulla strage di via D'Amelio. "L'hanno ammazzato loro", dice il padrino di Corleone riferendosi all'aria grigia dello Stato, ai servizi segreti deviati. "Io sono stanco - continua Riina - di fare il parafulmine d'Italia". Bisogna tenere sempre in debito conto da "che pulpito viene la predica". Nel suo messaggio però il segnale mafioso s'avverte. Vuole saldare i conti? Con chi e perché? C'entrano i tre ergastoli che si è preso per gli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella e del giudice Giovanni Falcone? E, comunque, l'interrogativo ritorna. Borsellino fu ucciso perché non poteva, né voleva accettare una trattativa con la mafia, con Riina, per far cessare l'ondata bombarla del 1992? O perché stava approfondendo con tenacia le motivazioni dell'esecuzione di Giovanni Falcone?

La magistratura ha provato a fare la sua parte, ad individuare "verità processuali" che a volte si discostano dal reale. Si fermano ad un certo punto senza poter approdare alle vere cupole. Nella vicenda Borsellino le conclusioni dei giudici di Palermo sono, come dicevamo più avanti, in totale contraddizione con la sentenza del processo Borsellino quater della Corte d’Assise di Caltanissetta, depositata pochi giorni fa, specificamente incentrata sulla strage di Via D’Amelio. Per la Corte d’Assise di Palermo Totò Riina avrebbe deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla "trattativa". Questa tesi si basa unicamente sulla conversazione che Borsellino avrebbe avuto con la moglie prima di morire. Il magistrato avrebbe “fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi”. Prendendo per buona la conversazione, non è detto che Riina sapesse della scoperta della trattativa da parte di Borsellino e della sua opposizione a un dialogo tra lo Stato e Cosa nostra. Insomma, i dubbi ed i misteri restano.

La sensazione d'impotenza te la trovi ogni qual volta t'imbatti in taluni nomi. Ed in situazioni nebulose dove s'avverte epidermicamente che anime nere dello Stato hanno trattato, o hanno provato a farlo, con le varie mafie per operazioni spregevoli. Nelle nebbie d'interessi di potere, anche politici, cadono però gli uomini migliori, i più impegnati servitori dello Stato.

Il senso della telefonata di Mattarella a Conte

mattarella salvini 350 mindi Elia Fiorillo - Il difficile compito di Sergio Mattarella
La sua parola d'ordine è "discrezione". Lo è sempre stata. È questione di carattere e, si sa, "il carattere è il destino di una persona". Quella telefonata al Capo del governo l'ha fatta perché proprio non ne poteva fare a meno. A parte che si "giocava" con la vita e la dignità del "prossimo". Ma in ballo c'era ben altro. C'era la credibilità dello Stato, l'autonomia della magistratura, il buon senso. Ma come si fa a bloccare l'entrata in un porto italiano di una nave militare del nostro Paese? Ma come si fa a pretendere lo sbarco degli emigranti ammanettati senza il doveroso intervento della magistratura?

La risposta è una: pubblicità. Per alcuni esponenti politici nostrani la politica non è più la "gestione della polis", ma è solo "propaganda'" che condiziona ed "indirizza" il consenso. Tutto viene fatto in tale direzione, costi quel che costi, sempre che i sondaggi elettorali aumentino. È questo ciò che conta. E il bene dei cittadini? Tutto si fa per loro, ovviamente. Per quello che loro "percepiscono", al di là dell'effettiva efficacia dei provvedimenti. E quando certi fenomeni preoccupano, o possono preoccupare la pubblica opinione, invece di spiegare, chiarire, informare, si cavalca la paura. Si soffia sul fuoco perché ciò porta consensi. E da questo punto di vista l'ex padano, ex secessionista, Matteo Salvini è un maestro. Comunque è riuscito a far lievitare i consensi al suo partito dal 17 al 30 per cento. Con questi risultati è pronto a veleggiare in Europa, per fondare il partito sovranista di un'Europa... divisa.

Sergio Mattarella ha composto il numero di Palazzo Chigi e ha telefonato al suo inquilino, legittimo fino ad un certo punto. È stato messo là dai due comandanti-contendenti, Salvini e Di Maio, proprio perché non potevano farne a meno. Ma chi decide e interpreta il contratto di governo sono loro due e basta.

"Caro presidente del Consiglio dei ministri", avrà esordito il Capo dello Stato, "forse sarebbe il caso che tu intervenissi per sbloccare una situazione che ha del preoccupante..." No, sicuramente non gli avrà detto che avrebbe lui dovuto già prendere l'iniziativa per risolvere una vicenda, che se non fosse tragica, sul piano realistico non potrebbe non essere considerata comica. Che poteva fare il presidente del Consiglio? Certo, telefonare a Salvini per informarlo, ma poi decidere l'apertura dei porti a quella nave, facendo fare alla magistratura la sua parte.

La risposta di Salvini è stereotipata. Nessuna polemica. Lui resta sulle sue posizioni, sono altri che hanno "ceduto". Anche sull'intervento di Mattarella bocca cucita, ma pare che la telefonata del presidente della Repubblica, che doveva rimanere riservata, è trapelata proprio dal Viminale. Il messaggio del ministro dell'Interno, in questo caso come pure negli altri, è semplice e chiaro: "Io ci provo in tutti i modi a rendere l'Italia libera dai migranti, sono altri che si muovono in senso contrario".

Da parte sua Giggino Di Maio, al di là della "facciata" tutta rose e fiori del "contratto di governo", mal sopporta il collega vice presidente del Consiglio. Lui, Matteo, con la storia degli emigrati ha fatto "bingo", aumentando i consensi elettorali oltre qualsiasi congettura. Insieme a Berlusconi ed alla signora Meloni il trio supera nelle previsioni il 40 per cento dei voti alle prossime tornate elettorali. Gigino, invece, nei sondaggi è in calo e non può sperare in un’alleanza con il Partito Democratico per fare il grande salto della quaglia. Eppoi i suoi cavalli di battaglia, il decreto "dignità" e la fine dei “vitalizi” ai parlamentari, non hanno funzionato come lui avrebbe voluto. Che il ministro del Lavoro, e vice presidente del Consiglio, vari un decreto che dovrebbe rilanciare l'occupazione mentre, secondo alcune fonti pubbliche - Inps e ministero del Lavoro -, farà perdere ben 8.000 posti di lavoro all'anno, è un'assurdità. Ai voglia a dire, come fa Di Maio, che sono bugie e che il presidente dell’Inps e qualche traditore in casa hanno giocato sporco. In questa triste vicenda si vede tutta l’approssimazione e l’inesperienza di chi ritiene di rappresentare il governo del cambiamento. Un po’ di suggerimenti dettati dalla grande esperienza passata potrebbe aiutare Giggino, anche a difendersi dal Matteo padano. Potrebbe farsi consigliare dall’esperto napoletano di lungo corso, ex onorevole, Paolo Cirino Pomicino, ad esempio.

 

 

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Lavorare per la felicità altrui

se esci per strada 350 260 mindi Elia Fiorillo - "Lavorare per la felicità altrui", dovrebbe essere il principio, lo scopo primario di chi sceglie d'impegnarsi nel sociale ed in politica. Troppo spesso però avviene l'incontrario. Si decide di lavorare per "gli altri" per puro calcolo, per passare dall'anonimato al primo e primissimo piano: "per farsi gli affari propri". Certo, non bisogna generalizzare, come purtroppo avviene. Perché mettere tutti sullo stesso piano significa "aiutare" i lestofanti e penalizzare chi con spirito di servizio fa il suo difficile "mestiere".

La cronaca giudiziaria di questi giorni ci racconta come viene usato il "potere" per consolidare la presenza propria e dei familiari ai vertici delle istituzioni regionali e non solo. Tutto calcolato per avere sempre più consenso elettorale, utilizzando le strutture della sanità dove la parola "raccomandazione" non dovrebbe essere nemmeno pronunciata ne, tantomeno, messa in atto. Eppure, è in questi delicati organismi, dove l'equità deve essere il principio basilare, che si consumano misfatti deplorevoli.

Tutto costruito sul bisogno. Tempi biblici per certi esami clinici che s'accorciano miracolosamente "per opera e virtù" del santo protettore. Letti d'ospedale che diventano disponibili per gli amici degli amici. Medici ed infermieri che si prodigano, oltre misura, nelle cure del raccomandato di turno. È bene ripeterlo, non tutti i medici e gli infermieri vanno al di là dell'etica professionale. La maggioranza fa il proprio lavoro con "scienza, coscienza e volontà", ma il danno che subiscono dai loro colleghi "faccendieri" è rilevantissimo. Ma questo è il minimo. Poi ci sono gli appalti, le assunzioni e via proseguendo. Insomma, la "legalità" è un termine non conosciuto nel lessico di certi politici. Sono gli altri a doverlo comprendere, applicare e rispettare.

Alla “Conferenza nazionale dei servizi in rete”, organizzata a Roma dalla Cisl, la segretaria generale Annamaria Furlan, nel suo intervento conclusivo, si è soffermata parecchio sul ruolo del sindacato e delle sue donne e uomini. Il loro obiettivo non potrà essere che quello di "Servire" gli aderenti all'organizzazione, e non solo, nell'ottica del raggiungimento della felicità, per loro - per il servizio che fanno - e per gli iscritti.

Non c'era niente di retorico nelle parole della segretaria generale Cisl. Solo il profondo convincimento che il sindacato potrà sopravvivere ai cambiamenti epocali, alla globalizzazione, agli attacchi che sempre più spesso gli vengono dalla politica, che non accetta sul suo cammino "organizzazioni di mezzo", con il servizio. Che è passione, dedizione, sacrificio. Tutto l'incontrario di carriera, di guadagno, di status.

Chi scrive ne ha conosciuti parecchi di sindacalisti che hanno scelto d'impegnarsi nel sociale, lasciando lavori rilevanti, anche dal punto di vista economico. Uno tra tutti è Mario Ciriaco, segretario generale della Cisl Campania negli anni 70, il cui decennale della morte ricorre in questi giorni. Lui, Ciriaco, cercò sempre d'inserire nel sindacato giovani a cui chiedeva non fedeltà alla sua persona o alle sue idee, ma al sindacato: assoluta fedeltà e lealtà. Mai si crucciava se qualche suo discepolo ed amico "progressista" lo considerava di idee conservatrici e non l'assecondava nelle posizioni politiche che andava ad assumere. Dialogava, ed ancora dialogava nella considerazione che il confronto, il colloquio fossero armi sempre vincenti. Diventava sprezzante solo con quelli che lui riteneva "i mercanti nel tempio" del sindacato.

La questione meridionale, anche oggi attualissima, fu uno dei suoi chiodi fissi. La sua idea, per lo sviluppo del Sud, era quella di legare l'intervento straordinario, necessario a suo avviso per il Mezzogiorno, ad uno sviluppo non drogato, ma complessivo che riuscisse a chiudere la forbice di un Nord sempre più vicino all'Europa ed un Sud statico nel sottosviluppo. Non ignorava che più soldi al Sud, più assistenza, potesse significare dare benzina alle organizzazioni malavitose assetate di straordinarietà. Ma un Sud privo dell'apporto concreto, non solo economico, dello Stato - al di là della sua necessaria autopropulsività e determinazione - era destinato ad essere una palla al piede del Paese tutto.

Abbiamo voluto ricordare Ciriaco proprio perché nel suo lungo impegno sindacale ha lavorato, e fatto lavorare i giovani che l'attorniavano, per la felicità altrui. Formandoli in tal senso. Bruno Manghi, sociologo e sindacalista Cisl, probabilmente avrebbe annoverato Ciriaco - senza voler assolutamente sminuire il suo impegno - tra i "santi minori" sindacalisti della sua epoca. Ma sono proprio i tanti "santi minori" che hanno fatto grande la Chiesa. E il sindacato.

 

 

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'Armarsi per difendersi' un ritornello pericoloso

armarsi 350 260 mindi Elia Fiorillo - L'illegittima difesa in campagna elettorale. Non ricordo quanti anni avesse. Quindici, sedici, diciassette? Chissà. Chi scrive a quei tempi ne aveva suppergiù undici di anni. Un ragazzino difronte ad una donna. Linda era simpatica, viva, sempre ironica con quella faccia un po' così... Che solo a guardarti sembrava volesse prenderti in giro. Poi ti sorrideva e, allora, capivi tutta la sensibilità, la dolcezza che c'era in quell'essere. La notizia della sua morte mi fu data mentre ero a letto con la tonsillite. Non mi dissero com'era finita. Un incidente, una malattia?

La causa della morte di Linda l'appresi tempo dopo per via di una confidenza di un mio caro cugino. Si era suicidata. Come si fa a quell'età a non voler vivere? Delusione d'amore? No, niente di tutto questo. Un rimprovero della mamma per non aver comprato quello che lei le aveva chiesto. Seguito dall'ordine tassativo di ritornare al negozio per "cambiare" la merce acquistata. Linda non resse a quella sgridata, per lei ingiusta. Andò a cercare nell'armadio della camera da letto la pistola del papà. Poggiò la canna sulla tempia e tirò il grilletto. La portarono in ospedale ma non ci fu niente da fare. Se non ci fosse stata a casa un'arma con molta probabilità Linda oggi sarebbe ancora viva.

Tutto questo preambolo per parlare di "legittima difesa" e della sollecitazione di una parte politica di dotare i cittadini di armi al fine della tutela dai malviventi. Il ritornello "dell'armarsi per difendersi" lo sentiamo ripetere a gogò. Alla "cattiveria" bisogna rispondere con più "cattiveria". Ma i problemi in questo modo si risolvono o si corre il rischio di aggravarli?

Non è automatico possedere una pistola e saperla usare. L'esercitazione deve essere continua. Il porto d'armi a tutti, ma con l'obbligo di esercitazioni mensili? Eppoi, non è detto che avere un'arma a casa risolve le questioni relative alla propria difesa personale e a quella dei familiari. Mettiamo che dei delinquenti fanno irruzione a casa tua. O tu li stai aspettando con la pistola in mano o, cosa più probabile, sei preso alla sprovvista. E allora che fai? "Fermi tutti, vado a prendere il revolver", gridi. Diciamo che sei fortunato, e nel momento dell'aggressione ti trovi vicino al cassetto dove c'è l'arma, la prendi e spari? Ma potresti correre il rischio di essere preceduto dal, o dai, delinquenti che vista la pistola aprono il fuoco su di te e i tuoi. E con questi esempi potremmo andare avanti un bel po'. Più che di un'arma, per la così detta "legittima difesa", forse avremmo bisogno di ottimi sistemi "antifurto", magari con incentivi rilevanti per il loro acquisto.
Mediaticamente però una cosa è gridare agli armamenti, un'altra è parlare di sistemi preventivi.

Anche per la questione "migranti" vale il ragionamento della "cattiveria vincente", a livello mediatico però. Fosse il cielo - come s'usa dire - se il problema più rilevante per il nostro Paese fossero i flussi migratori. Certo, sono un problema. Ma non il "problema", come certe forze politiche vorrebbero far credere. Quando il ministro dell'Interno Salvini, insieme al presidente del Consiglio Conte e a quello del Lavoro e dello Sviluppo economico Di Maio, incentra tutta la sua attività sui migranti viene spontaneo chiedere: "ma è al corrente, insieme ai suoi colleghi di governo, che nel nostro bel Paese ci sono fenomeni malavitosi che portano il nome di mafia, camorra, ‘ndrangheta e che vanno perseguiti con determinazione, anche se non fanno audience?" Sono al corrente della piaga purulenta della corruzione che pervade il Paese, in lungo ed in largo, e blocca reali possibilità di sviluppo centrate sulla vera managerialità, sulla concorrenza, sulla creatività, sulla competitività e via proseguendo? Sembra proprio di no, nell'eterna campagna elettorale che punta sull'emotività del momento, senza porsi problemi di "futuro" e delle conseguenze di certe scelte.

Matteo Salvini problemi di futuro, il suo, se li pone. A Pontida, senza il Senatur Bossi, lancia la sfida della costituzione delle Leghe europee e si dice convinto di governare l'Italia per i prossimi trent'anni. Non poteva mancare, alla fine del comizio, la sua "corona" agitata al vento. Un simbolo cristiano che poco c'entra con certe posizioni assunte dal "Capitano". A Napoli contro il malocchio e l'invidia si usa il corno. A Pontida, invece del corno rosso, si sono inventati la corona. Non può essere altrimenti.

3 luglio 2018

 

 

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35 anni fa un oscuro rapimento senza perchè

emanuela orlandi 350 260 mindi Elia Fiorillo - Emanuela Orlandi, una martire suo malgrado.
Bella, simpatica, quindicenne, con in testa tante fantasie che solo una ragazza di quell’età può avere. Le piaceva la musica, le amicizie con le coetanee, vivere insomma una vita intensa pensando al futuro. Qualche materia a settembre da “riparare” se l’era purtroppo assicurata. Il latino e il francese non erano le sue lingue preferite. La musica, invece, le piaceva tutta, se così si può dire. Nella scuola di musica che frequentava, a piazza Sant’Apollinare a Roma, seguiva corsi di pianoforte, solfeggio, flauto traverso e canto corale. Era proprio dotata di un buon talento musicale. E non era una passioncella passeggera. Lei da “grande” si vedeva musicista, magari famosa, a suonare nelle orchestre più importanti del mondo....

Famosa, Emanuela Orlandi, lo è diventata, ma non per le sue peculiarità artistiche. Per brutte ed oscure storie legate al suo rapimento avvenuto a Roma il 22 giugno del 1983, proprio trentacinque anni fa. Il 14 gennaio di quest’anno avrebbe compito cinquant’anni. Forse sarebbe stata sposata con tanti figli, o avrebbe consacrato la sua esistenza alla musica, o le due cose insieme. Chissà. Resta il fatto che Emanuela è una “martire” suo malgrado. Utilizzata perché cittadina vaticana, in un disegno ricattatorio ancora oggi, a distanza di tanti anni dal rapimento e dopo diverse inchieste giudiziarie e giornalistiche, non risolto. A lei, al suo ratto, ne viene collegato un altro, avvenuto un mese prima. E’ quello di Mirella Gregori, anche lei quindicenne, simpatica e sbarazzina con i suoi capelli ricci. Anche Mirella, come Emanuela, intuibilmente è piena di sogni e di speranza nel proprio futuro che si arrestò ad opera di delinquenti il giorno del suo sequestro.

Sabrina Minardi nel caso Orlandi è una testimone chiave, anche se a volte confusa per via della droga che ha assunto in abbondanza. È stata "la pupa", amante e confidente per un decennio, di Enrico De Pedis, il capo della banda della Magliana. Secondo lei il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente dal suo compagno, su disposizione del tanto discusso monsignore Paul Casimir Marcinkus, presidente dell’Istituto per le Opere di religione, la banca vaticana, dal 1971 al 1989. L’operazione, a detta della Minardi, doveva servire a far paura ai piani alti del Vaticano: “come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro”. Nel libro “Segreto criminale”, scritto dalla Minardi con Raffaella Notariale, c’è il racconto di quando De Pedis le mostrò un sacco in cui le disse che c’era la povera Emanuela. Il sacco venne buttato poi in una betoniera a Torvaianica.

Le versioni sul rapimento di Emanuela sono tante. Ritornano e s'intrecciano tra loro: la P2, lo Ior, il Banco ambrosiano, l'attentato a papà Giovanni Paolo II, i servizi segreti di mezza Europa. E i nomi che circolano sono sempre gli stessi. Pare certo, è la stessa magistratura italiana a confermarlo, che in Vaticano esista un dossier sulla vicenda mai consegnato ai giudici italiani.

L'unico, probabilmente, che può provare ad aprire spiragli di luce su tutta la terribile brutta storia è Papa Francesco. Di "miracoli" di chiarezza già ne ha fatti tanti, mettendosi spesso contro la Curia romana. La vicenda dei preti pedofili è la prova, provata, ad avviso di chi scrive, della determinazione del pontefice a fare pulizia. A non continuare nella spirale del "silenzio, per tutelare la Chiesa". È proprio l'incontrario. Sollevare i veli - a volte veri e propri enormi macigni - per dare credibilità alla Chiesa cattolica. Certo, non è cosa semplice, ma non è un caso se l'attuale pontefice viene "dall'altra parte del mondo". E della Roma curiale è estraneo alle lotte di potere. Non ha avuto a che fare con le "mafie" del passato. Quella detta di Faenza, a cui facevano capo il cardinale Casaroli, ed i cardinali Samorè, Silvestrini e Pio Laghi. E l'altra, facente capo a Marcinkus, alla quale appartenevano mons. Virgilio Levi, vicedirettore dell'Osservatore Romano, e mons. Luigi Cheli, nunzio pontificio presso l'ONU. Non ha niente a che vedere con storie incredibili tipo la sepoltura assurda di De Pedis, di religione buddhista, nella basilica romana di Sant'Apollinare.

Che c'entra la povera Emanuela con queste vicende? Sicuramente niente. Una pura combinazione sfortunata per lei. A trentacinque anni dal rapimento Emanuela si merita che venga fuori la verità. E Papa Francesco ci auguriamo che riesca a fare un ulteriore miracolo chiarificatore per questa giovane "martire".

I giudici costituzionali fra la gente

corte costituzionale 350 260di Elia FiorilloI giudici costituzionali e l’uscita dal palazzo. “I delinquenti vanno messi in carcere e la chiave va buttata”. Frasi del genere le abbiamo sentite pronunciare anche da politici di primo piano. La detenzione come scopo della rieducazione del condannato? “Una perdita di tempo, il malvivente è delinquente e basta”. Certi convincimenti nell’opinione pubblica sono radicati e vanno smontati con il ragionamento, con il confronto, con l’esempio. La Costituzione su queste tematiche è chiarissima: presunzione d’innocenza, divieto di pene inumane e degradanti e, in particolare, il basilare principio della “rieducazione” del condannato come scopo precipuo della detenzione. Chi pensa che il malavitoso è un soggetto che sarà sempre condizionato dal suo DNA non potrà mai accettare l’idea del recupero sociale. Siccome il DNA non c’entra e i fattori che inducono alla delinquenza sono tanti, bisogna puntare ad eliminarli e combatterli, tra l’altro, con la formazione e l’informazione. Le congetture e i luoghi comuni, questi sì fanno aumentare i livelli di criminalità.

E’ proprio un interessante inedito quello che ha visto i giudici della suprema Corte costituzionale in giro nelle scuole e nelle carceri del nostro Paese. Eravamo abituati a vedere, e considerare, i componenti la Consulta come dei vecchi signori “tutta testa e poche gambe”. Nel senso di soggetti dalla brillantissima carriera che “incollati” attorno ad un tavolo emanavano “sentenze” estreme. Nel senso che giudicavano la legittimità degli atti dello Stato e delle Regioni, dirimevano i conflitti tra i vari poteri istituzionali e tra questi e le Regioni, decidevano sugli atti di accusa nei confronti del Presidente della Repubblica e verificavano l'ammissibilità dei referendum abrogativi. Mica uno scherzo! Bella responsabilità hanno i 15 componenti – a regime completo – dell’Alta Corte. L’immaginavamo chiusi nel Palazzo della Consulta a studiare carte, a confrontarsi tra loro su mille questioni e cavilli, per poi scrivere sentenze decisive per l’ordinamento dello Stato.

Insomma, le istituzioni certo presenti, ma di fatto lontane mille miglia dalla così detta società civile. Poi, d’improvviso, il colpo di scena. Tutti insieme, appassionatamente, in giro per le scuole ad incontrare 8000 studenti, disseminati in 36 scuole da Nord a Sud, per parlare di Costituzione. E chi meglio dei componenti la Consulta poteva fare lezioni sulla suprema Carta? Si può immaginare l’interesse di quei studenti che hanno avuto la “fortuna” di poter recepire quegli insegnamenti. Non scorderanno mai quei maestri, ma soprattutto quello che hanno spiegato loro in merito alla Costituzione del nostro Paese.

In un’intervista al Corriere della Sera il presidente della Corte, Giorgio Lattanzi, così motiva il “viaggio in Italia” dei giudici: ”Un’esperienza nata dalla volontà di fare uscire la Corte dal palazzo, per incontrare i cittadini e farci conoscere non solo attraverso le sentenze, ma anche personalmente. E’ un modo per avvicinare l’istituzione al Paese reale e viceversa, molto utile anche a noi”.

I giudici della suprema Corte non si sono limitati a parlare al “futuro” della nostra Italia. Hanno anche scelto un percorso più difficile e meno comprensibile da parte di quel pezzo d’opinione pubblica che considera i delinquenti irrecuperabili e il carcere uno strumento di punizione e basta. A tal proposito il presidente Lattanzi afferma che crede sia utile ed opportuno dialogare con i carcerati “non per discettare della ‘ Costituzione più bella del mondo ’ bensì per ribadire che secondo quella Costituzione la legittima privazione della libertà personale non cancella la tutela dei diritti. Il messaggio è: la Costituzione e la Corte ci sono per tutti, anche per voi”.

Va ricordato che la Consulta, con una “sentenza monito”, ha sollecitato il legislatore a risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Se non si dovesse trovare una soluzione ci potrebbero essere estreme conseguenze: bloccare l’ingresso dei condannati in quelle carceri ritenute invivibili. Parola dei giudici costituzionali!

L’attuale governo ha annunciato la costruzione di nuove carceri con l’intento, ad avviso di chi scrive, non tanto di migliorare la vita dei condannati, ma per aumentare il numero degli “ospiti”. Un segno in tal senso viene dalle critiche del nuovo ministro della Giustizia al nuovo ordinamento penitenziario che, tra l’altro, prevede la possibile sospensione della pena ai condannati fino a 4 anni. Il giudice deve valutare, caso per caso, se sia opportuno il carcere o una sanzione alternativa. L’obiettivo dovrebbe essere sempre uno: la rieducazione o meglio la risocializzazione del condannato. Lo impone la Costituzione.

20 giugno 2018

 

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