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Elia Fiorillo

Elia Fiorillo

Elia Fiorillo. Giornalista, Docente all'università di Napoli Federico II. Vive a Napoli.

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Lavorare per la felicità altrui

se esci per strada 350 260 mindi Elia Fiorillo - "Lavorare per la felicità altrui", dovrebbe essere il principio, lo scopo primario di chi sceglie d'impegnarsi nel sociale ed in politica. Troppo spesso però avviene l'incontrario. Si decide di lavorare per "gli altri" per puro calcolo, per passare dall'anonimato al primo e primissimo piano: "per farsi gli affari propri". Certo, non bisogna generalizzare, come purtroppo avviene. Perché mettere tutti sullo stesso piano significa "aiutare" i lestofanti e penalizzare chi con spirito di servizio fa il suo difficile "mestiere".

La cronaca giudiziaria di questi giorni ci racconta come viene usato il "potere" per consolidare la presenza propria e dei familiari ai vertici delle istituzioni regionali e non solo. Tutto calcolato per avere sempre più consenso elettorale, utilizzando le strutture della sanità dove la parola "raccomandazione" non dovrebbe essere nemmeno pronunciata ne, tantomeno, messa in atto. Eppure, è in questi delicati organismi, dove l'equità deve essere il principio basilare, che si consumano misfatti deplorevoli.

Tutto costruito sul bisogno. Tempi biblici per certi esami clinici che s'accorciano miracolosamente "per opera e virtù" del santo protettore. Letti d'ospedale che diventano disponibili per gli amici degli amici. Medici ed infermieri che si prodigano, oltre misura, nelle cure del raccomandato di turno. È bene ripeterlo, non tutti i medici e gli infermieri vanno al di là dell'etica professionale. La maggioranza fa il proprio lavoro con "scienza, coscienza e volontà", ma il danno che subiscono dai loro colleghi "faccendieri" è rilevantissimo. Ma questo è il minimo. Poi ci sono gli appalti, le assunzioni e via proseguendo. Insomma, la "legalità" è un termine non conosciuto nel lessico di certi politici. Sono gli altri a doverlo comprendere, applicare e rispettare.

Alla “Conferenza nazionale dei servizi in rete”, organizzata a Roma dalla Cisl, la segretaria generale Annamaria Furlan, nel suo intervento conclusivo, si è soffermata parecchio sul ruolo del sindacato e delle sue donne e uomini. Il loro obiettivo non potrà essere che quello di "Servire" gli aderenti all'organizzazione, e non solo, nell'ottica del raggiungimento della felicità, per loro - per il servizio che fanno - e per gli iscritti.

Non c'era niente di retorico nelle parole della segretaria generale Cisl. Solo il profondo convincimento che il sindacato potrà sopravvivere ai cambiamenti epocali, alla globalizzazione, agli attacchi che sempre più spesso gli vengono dalla politica, che non accetta sul suo cammino "organizzazioni di mezzo", con il servizio. Che è passione, dedizione, sacrificio. Tutto l'incontrario di carriera, di guadagno, di status.

Chi scrive ne ha conosciuti parecchi di sindacalisti che hanno scelto d'impegnarsi nel sociale, lasciando lavori rilevanti, anche dal punto di vista economico. Uno tra tutti è Mario Ciriaco, segretario generale della Cisl Campania negli anni 70, il cui decennale della morte ricorre in questi giorni. Lui, Ciriaco, cercò sempre d'inserire nel sindacato giovani a cui chiedeva non fedeltà alla sua persona o alle sue idee, ma al sindacato: assoluta fedeltà e lealtà. Mai si crucciava se qualche suo discepolo ed amico "progressista" lo considerava di idee conservatrici e non l'assecondava nelle posizioni politiche che andava ad assumere. Dialogava, ed ancora dialogava nella considerazione che il confronto, il colloquio fossero armi sempre vincenti. Diventava sprezzante solo con quelli che lui riteneva "i mercanti nel tempio" del sindacato.

La questione meridionale, anche oggi attualissima, fu uno dei suoi chiodi fissi. La sua idea, per lo sviluppo del Sud, era quella di legare l'intervento straordinario, necessario a suo avviso per il Mezzogiorno, ad uno sviluppo non drogato, ma complessivo che riuscisse a chiudere la forbice di un Nord sempre più vicino all'Europa ed un Sud statico nel sottosviluppo. Non ignorava che più soldi al Sud, più assistenza, potesse significare dare benzina alle organizzazioni malavitose assetate di straordinarietà. Ma un Sud privo dell'apporto concreto, non solo economico, dello Stato - al di là della sua necessaria autopropulsività e determinazione - era destinato ad essere una palla al piede del Paese tutto.

Abbiamo voluto ricordare Ciriaco proprio perché nel suo lungo impegno sindacale ha lavorato, e fatto lavorare i giovani che l'attorniavano, per la felicità altrui. Formandoli in tal senso. Bruno Manghi, sociologo e sindacalista Cisl, probabilmente avrebbe annoverato Ciriaco - senza voler assolutamente sminuire il suo impegno - tra i "santi minori" sindacalisti della sua epoca. Ma sono proprio i tanti "santi minori" che hanno fatto grande la Chiesa. E il sindacato.

 

 

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'Armarsi per difendersi' un ritornello pericoloso

armarsi 350 260 mindi Elia Fiorillo - L'illegittima difesa in campagna elettorale. Non ricordo quanti anni avesse. Quindici, sedici, diciassette? Chissà. Chi scrive a quei tempi ne aveva suppergiù undici di anni. Un ragazzino difronte ad una donna. Linda era simpatica, viva, sempre ironica con quella faccia un po' così... Che solo a guardarti sembrava volesse prenderti in giro. Poi ti sorrideva e, allora, capivi tutta la sensibilità, la dolcezza che c'era in quell'essere. La notizia della sua morte mi fu data mentre ero a letto con la tonsillite. Non mi dissero com'era finita. Un incidente, una malattia?

La causa della morte di Linda l'appresi tempo dopo per via di una confidenza di un mio caro cugino. Si era suicidata. Come si fa a quell'età a non voler vivere? Delusione d'amore? No, niente di tutto questo. Un rimprovero della mamma per non aver comprato quello che lei le aveva chiesto. Seguito dall'ordine tassativo di ritornare al negozio per "cambiare" la merce acquistata. Linda non resse a quella sgridata, per lei ingiusta. Andò a cercare nell'armadio della camera da letto la pistola del papà. Poggiò la canna sulla tempia e tirò il grilletto. La portarono in ospedale ma non ci fu niente da fare. Se non ci fosse stata a casa un'arma con molta probabilità Linda oggi sarebbe ancora viva.

Tutto questo preambolo per parlare di "legittima difesa" e della sollecitazione di una parte politica di dotare i cittadini di armi al fine della tutela dai malviventi. Il ritornello "dell'armarsi per difendersi" lo sentiamo ripetere a gogò. Alla "cattiveria" bisogna rispondere con più "cattiveria". Ma i problemi in questo modo si risolvono o si corre il rischio di aggravarli?

Non è automatico possedere una pistola e saperla usare. L'esercitazione deve essere continua. Il porto d'armi a tutti, ma con l'obbligo di esercitazioni mensili? Eppoi, non è detto che avere un'arma a casa risolve le questioni relative alla propria difesa personale e a quella dei familiari. Mettiamo che dei delinquenti fanno irruzione a casa tua. O tu li stai aspettando con la pistola in mano o, cosa più probabile, sei preso alla sprovvista. E allora che fai? "Fermi tutti, vado a prendere il revolver", gridi. Diciamo che sei fortunato, e nel momento dell'aggressione ti trovi vicino al cassetto dove c'è l'arma, la prendi e spari? Ma potresti correre il rischio di essere preceduto dal, o dai, delinquenti che vista la pistola aprono il fuoco su di te e i tuoi. E con questi esempi potremmo andare avanti un bel po'. Più che di un'arma, per la così detta "legittima difesa", forse avremmo bisogno di ottimi sistemi "antifurto", magari con incentivi rilevanti per il loro acquisto.
Mediaticamente però una cosa è gridare agli armamenti, un'altra è parlare di sistemi preventivi.

Anche per la questione "migranti" vale il ragionamento della "cattiveria vincente", a livello mediatico però. Fosse il cielo - come s'usa dire - se il problema più rilevante per il nostro Paese fossero i flussi migratori. Certo, sono un problema. Ma non il "problema", come certe forze politiche vorrebbero far credere. Quando il ministro dell'Interno Salvini, insieme al presidente del Consiglio Conte e a quello del Lavoro e dello Sviluppo economico Di Maio, incentra tutta la sua attività sui migranti viene spontaneo chiedere: "ma è al corrente, insieme ai suoi colleghi di governo, che nel nostro bel Paese ci sono fenomeni malavitosi che portano il nome di mafia, camorra, ‘ndrangheta e che vanno perseguiti con determinazione, anche se non fanno audience?" Sono al corrente della piaga purulenta della corruzione che pervade il Paese, in lungo ed in largo, e blocca reali possibilità di sviluppo centrate sulla vera managerialità, sulla concorrenza, sulla creatività, sulla competitività e via proseguendo? Sembra proprio di no, nell'eterna campagna elettorale che punta sull'emotività del momento, senza porsi problemi di "futuro" e delle conseguenze di certe scelte.

Matteo Salvini problemi di futuro, il suo, se li pone. A Pontida, senza il Senatur Bossi, lancia la sfida della costituzione delle Leghe europee e si dice convinto di governare l'Italia per i prossimi trent'anni. Non poteva mancare, alla fine del comizio, la sua "corona" agitata al vento. Un simbolo cristiano che poco c'entra con certe posizioni assunte dal "Capitano". A Napoli contro il malocchio e l'invidia si usa il corno. A Pontida, invece del corno rosso, si sono inventati la corona. Non può essere altrimenti.

3 luglio 2018

 

 

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35 anni fa un oscuro rapimento senza perchè

emanuela orlandi 350 260 mindi Elia Fiorillo - Emanuela Orlandi, una martire suo malgrado.
Bella, simpatica, quindicenne, con in testa tante fantasie che solo una ragazza di quell’età può avere. Le piaceva la musica, le amicizie con le coetanee, vivere insomma una vita intensa pensando al futuro. Qualche materia a settembre da “riparare” se l’era purtroppo assicurata. Il latino e il francese non erano le sue lingue preferite. La musica, invece, le piaceva tutta, se così si può dire. Nella scuola di musica che frequentava, a piazza Sant’Apollinare a Roma, seguiva corsi di pianoforte, solfeggio, flauto traverso e canto corale. Era proprio dotata di un buon talento musicale. E non era una passioncella passeggera. Lei da “grande” si vedeva musicista, magari famosa, a suonare nelle orchestre più importanti del mondo....

Famosa, Emanuela Orlandi, lo è diventata, ma non per le sue peculiarità artistiche. Per brutte ed oscure storie legate al suo rapimento avvenuto a Roma il 22 giugno del 1983, proprio trentacinque anni fa. Il 14 gennaio di quest’anno avrebbe compito cinquant’anni. Forse sarebbe stata sposata con tanti figli, o avrebbe consacrato la sua esistenza alla musica, o le due cose insieme. Chissà. Resta il fatto che Emanuela è una “martire” suo malgrado. Utilizzata perché cittadina vaticana, in un disegno ricattatorio ancora oggi, a distanza di tanti anni dal rapimento e dopo diverse inchieste giudiziarie e giornalistiche, non risolto. A lei, al suo ratto, ne viene collegato un altro, avvenuto un mese prima. E’ quello di Mirella Gregori, anche lei quindicenne, simpatica e sbarazzina con i suoi capelli ricci. Anche Mirella, come Emanuela, intuibilmente è piena di sogni e di speranza nel proprio futuro che si arrestò ad opera di delinquenti il giorno del suo sequestro.

Sabrina Minardi nel caso Orlandi è una testimone chiave, anche se a volte confusa per via della droga che ha assunto in abbondanza. È stata "la pupa", amante e confidente per un decennio, di Enrico De Pedis, il capo della banda della Magliana. Secondo lei il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente dal suo compagno, su disposizione del tanto discusso monsignore Paul Casimir Marcinkus, presidente dell’Istituto per le Opere di religione, la banca vaticana, dal 1971 al 1989. L’operazione, a detta della Minardi, doveva servire a far paura ai piani alti del Vaticano: “come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro”. Nel libro “Segreto criminale”, scritto dalla Minardi con Raffaella Notariale, c’è il racconto di quando De Pedis le mostrò un sacco in cui le disse che c’era la povera Emanuela. Il sacco venne buttato poi in una betoniera a Torvaianica.

Le versioni sul rapimento di Emanuela sono tante. Ritornano e s'intrecciano tra loro: la P2, lo Ior, il Banco ambrosiano, l'attentato a papà Giovanni Paolo II, i servizi segreti di mezza Europa. E i nomi che circolano sono sempre gli stessi. Pare certo, è la stessa magistratura italiana a confermarlo, che in Vaticano esista un dossier sulla vicenda mai consegnato ai giudici italiani.

L'unico, probabilmente, che può provare ad aprire spiragli di luce su tutta la terribile brutta storia è Papa Francesco. Di "miracoli" di chiarezza già ne ha fatti tanti, mettendosi spesso contro la Curia romana. La vicenda dei preti pedofili è la prova, provata, ad avviso di chi scrive, della determinazione del pontefice a fare pulizia. A non continuare nella spirale del "silenzio, per tutelare la Chiesa". È proprio l'incontrario. Sollevare i veli - a volte veri e propri enormi macigni - per dare credibilità alla Chiesa cattolica. Certo, non è cosa semplice, ma non è un caso se l'attuale pontefice viene "dall'altra parte del mondo". E della Roma curiale è estraneo alle lotte di potere. Non ha avuto a che fare con le "mafie" del passato. Quella detta di Faenza, a cui facevano capo il cardinale Casaroli, ed i cardinali Samorè, Silvestrini e Pio Laghi. E l'altra, facente capo a Marcinkus, alla quale appartenevano mons. Virgilio Levi, vicedirettore dell'Osservatore Romano, e mons. Luigi Cheli, nunzio pontificio presso l'ONU. Non ha niente a che vedere con storie incredibili tipo la sepoltura assurda di De Pedis, di religione buddhista, nella basilica romana di Sant'Apollinare.

Che c'entra la povera Emanuela con queste vicende? Sicuramente niente. Una pura combinazione sfortunata per lei. A trentacinque anni dal rapimento Emanuela si merita che venga fuori la verità. E Papa Francesco ci auguriamo che riesca a fare un ulteriore miracolo chiarificatore per questa giovane "martire".

I giudici costituzionali fra la gente

corte costituzionale 350 260di Elia FiorilloI giudici costituzionali e l’uscita dal palazzo. “I delinquenti vanno messi in carcere e la chiave va buttata”. Frasi del genere le abbiamo sentite pronunciare anche da politici di primo piano. La detenzione come scopo della rieducazione del condannato? “Una perdita di tempo, il malvivente è delinquente e basta”. Certi convincimenti nell’opinione pubblica sono radicati e vanno smontati con il ragionamento, con il confronto, con l’esempio. La Costituzione su queste tematiche è chiarissima: presunzione d’innocenza, divieto di pene inumane e degradanti e, in particolare, il basilare principio della “rieducazione” del condannato come scopo precipuo della detenzione. Chi pensa che il malavitoso è un soggetto che sarà sempre condizionato dal suo DNA non potrà mai accettare l’idea del recupero sociale. Siccome il DNA non c’entra e i fattori che inducono alla delinquenza sono tanti, bisogna puntare ad eliminarli e combatterli, tra l’altro, con la formazione e l’informazione. Le congetture e i luoghi comuni, questi sì fanno aumentare i livelli di criminalità.

E’ proprio un interessante inedito quello che ha visto i giudici della suprema Corte costituzionale in giro nelle scuole e nelle carceri del nostro Paese. Eravamo abituati a vedere, e considerare, i componenti la Consulta come dei vecchi signori “tutta testa e poche gambe”. Nel senso di soggetti dalla brillantissima carriera che “incollati” attorno ad un tavolo emanavano “sentenze” estreme. Nel senso che giudicavano la legittimità degli atti dello Stato e delle Regioni, dirimevano i conflitti tra i vari poteri istituzionali e tra questi e le Regioni, decidevano sugli atti di accusa nei confronti del Presidente della Repubblica e verificavano l'ammissibilità dei referendum abrogativi. Mica uno scherzo! Bella responsabilità hanno i 15 componenti – a regime completo – dell’Alta Corte. L’immaginavamo chiusi nel Palazzo della Consulta a studiare carte, a confrontarsi tra loro su mille questioni e cavilli, per poi scrivere sentenze decisive per l’ordinamento dello Stato.

Insomma, le istituzioni certo presenti, ma di fatto lontane mille miglia dalla così detta società civile. Poi, d’improvviso, il colpo di scena. Tutti insieme, appassionatamente, in giro per le scuole ad incontrare 8000 studenti, disseminati in 36 scuole da Nord a Sud, per parlare di Costituzione. E chi meglio dei componenti la Consulta poteva fare lezioni sulla suprema Carta? Si può immaginare l’interesse di quei studenti che hanno avuto la “fortuna” di poter recepire quegli insegnamenti. Non scorderanno mai quei maestri, ma soprattutto quello che hanno spiegato loro in merito alla Costituzione del nostro Paese.

In un’intervista al Corriere della Sera il presidente della Corte, Giorgio Lattanzi, così motiva il “viaggio in Italia” dei giudici: ”Un’esperienza nata dalla volontà di fare uscire la Corte dal palazzo, per incontrare i cittadini e farci conoscere non solo attraverso le sentenze, ma anche personalmente. E’ un modo per avvicinare l’istituzione al Paese reale e viceversa, molto utile anche a noi”.

I giudici della suprema Corte non si sono limitati a parlare al “futuro” della nostra Italia. Hanno anche scelto un percorso più difficile e meno comprensibile da parte di quel pezzo d’opinione pubblica che considera i delinquenti irrecuperabili e il carcere uno strumento di punizione e basta. A tal proposito il presidente Lattanzi afferma che crede sia utile ed opportuno dialogare con i carcerati “non per discettare della ‘ Costituzione più bella del mondo ’ bensì per ribadire che secondo quella Costituzione la legittima privazione della libertà personale non cancella la tutela dei diritti. Il messaggio è: la Costituzione e la Corte ci sono per tutti, anche per voi”.

Va ricordato che la Consulta, con una “sentenza monito”, ha sollecitato il legislatore a risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Se non si dovesse trovare una soluzione ci potrebbero essere estreme conseguenze: bloccare l’ingresso dei condannati in quelle carceri ritenute invivibili. Parola dei giudici costituzionali!

L’attuale governo ha annunciato la costruzione di nuove carceri con l’intento, ad avviso di chi scrive, non tanto di migliorare la vita dei condannati, ma per aumentare il numero degli “ospiti”. Un segno in tal senso viene dalle critiche del nuovo ministro della Giustizia al nuovo ordinamento penitenziario che, tra l’altro, prevede la possibile sospensione della pena ai condannati fino a 4 anni. Il giudice deve valutare, caso per caso, se sia opportuno il carcere o una sanzione alternativa. L’obiettivo dovrebbe essere sempre uno: la rieducazione o meglio la risocializzazione del condannato. Lo impone la Costituzione.

20 giugno 2018

 

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Una forte cultura della legalità contro le mafie

tribunale 350 260 mindi Elia Fiorillo - E’ categorico uno degli avvocati del clan Spada intervistato dai giornalisti. La mafia con i suoi clienti non c’entra niente. E rievoca immagini rupestri di uomini a cavallo di tanti anni fa. Quella sì, per lui, era mafia. Ma oggi “la mafia non esiste”, a suo avviso, nella vicenda del quartiere di Nuova Ostia dove gli Spada avevano – e probabilmente ancora hanno – un controllo capillare del territorio. Per Antonino Caponnetto, che guidò il pool antimafia con Falcone e Borsellino, la mafia è "una associazione segreta per atto costitutivo, verticistica, unitaria e su base familistica". E, nella vicenda degli Spada, gli elementi citati da Caponnetto ci sono tutti: la base familistica e unitaria, l’associazione segreta, il verticismo. E tutti questi elementi, fondamentali per l’esistenza di “Cosa nostra”, non si cancellano con la reclusione dei componenti la gang. Le radici restano nel territorio pronte a germogliare. Si può allora comprendere le preoccupazioni di chi in quel contesto vive ed è chiamato a deporre contro quegli efferati delinquenti.

Nell’aula bunker di Rebibbia si celebra il processo al clan Spada. Ventiquattro gli imputati accusati a vario titolo di omicidio, estorsione, usura, traffico di droga. Non sono presenti in aula, e non si sono costituite parti civili, dodici vittime del clan. Scelta analoga è stata fatta dalle associazioni civiche locali. Si costituiscono e vengono ammessi come parte civile, invece, il Comune di Roma, la Regione Lazio, le Associazioni Libera, Caponnetto e Antiusura Onlus.

Difronte alle vittime che non partecipano al processo, e non si costituiscono parte civile, c’è chi le accusa di sfiducia verso lo Stato. Di mancanza di coraggio. Gli Spada ormai sono sparpagliati nelle carceri di Lecce, Tolmezzo, Terni, Voghera, Marassi, Ancona, Taranto, Genova. C’è tra i giornalisti chi cita Ponticelli, città dell’hinterland napoletano ad alta densità camorristica, dove otto vittime su dieci hanno deciso di chiedere i danni ai presunti estortori. Niente di più sbagliato, ad avviso di chi scrive, paragonare la mafia alla camorra e mettere le due realtà criminali sullo stesso piano. Le differenze sono enormi, soprattutto nel modus operandi.

Tra le regole basi mafiose c’è la vendetta, la punizione, anche a distanza di anni. E’ uno dei modi per tenere sempre e comunque sotto scacco “gli amici”, come “i nemici” o la gente comune. Guai a sgarrare. Potranno passare tantissimi anni ma la punizione arriverà. Ne va dell’esistenza della stessa realtà mafiosa. Da questo punto di vista è interessante leggere il libro di Maurizio Abbatino, della Banda della Magliana, intervistato da Raffaella Fanelli: “La storia, i delitti, i retroscena, l’ultima testimonianza del capo della banda della Magliana” - “La verità del Freddo”, edizioni Chiarelettere. Oltre ad avere la certezza che la mafia non è un’invenzione giornalistica in certe realtà del Lazio, c’è il chiaro riferimento all’omicidio come punizione per chi “sgarra”, amici o nemici che siano.

Tutti ricorderanno il gesto della testata, a dir poco violento – mafioso appunto-, compiuto da Roberto Spada sul naso del giornalista della Rai Daniele Piervincenzi e la successiva aggressione con un manganello al suo operatore Edoardo Anselmi. Piervincenzi stava facendo solo il proprio mestiere chiedendo notizie sulla possibile “mafiosità” del contesto in cui Spada viveva ed operava. Ma quelle domande erano inammissibili. E la risposta non poteva che essere un atto eclatante. Non un “vaffan…”, o un’alzata di spalle senza risposta. Ci voleva un gesto intimidatorio, meglio ancora se ripreso e divulgato. La gente doveva mettersi bene in testa con chi aveva a che fare, con la mafia appunto. Oggi Roberto Spada si “scusa” per l’azione da lui compiuta, ma i P.M. che seguono il caso hanno aggiunto al reato dell’aggressione l’aggravante mafiosa.

L’unico modo per sconfiggere le mafie è la “cultura della legalità”. Un lavoro lento, difficile, ma se portato avanti con costanza e determinazione nel tempo avrà i suoi frutti. Ed il complicato lavoro di “formazione” va fatto da tutti, ma proprio tutti. Lo Stato per primo. Quando lo Stato, sia pur per motivi rilevanti, si allea alla mafia, commette un errore micidiale: la riconosce, le dà dignità ed agibilità.

Invocare il carcere a gogò per eliminare certi fenomeni malavitosi è fare solo propaganda politica. Il ministro dell’Interno Salvini, dall’alto delle sue responsabilità, lo dovrebbe sapere bene. Si vince solo insegnando con convinzione la legalità.

12 giugno 2018

Il governo del cambiamento non c'è più

sergio mattarella presidente della repubblica 350 260 mindi Elia Fiorillo - Addio al governo del cambiamento. Che brutta storia quella della "non" formazione del nuovo governo, quello che doveva essere "del cambiamento", "della terza Repubblica", "degli Italiani prima di tutto" e via dicendo. Non ci sarà niente di tutto questo. Si ritorna alle urne, con molta probabilità a settembre, come se questo passaggio potesse risolvere tutti i mali del Paese. Dal 4 marzo, giorno delle elezioni politiche, abbiamo assistito ad una serie di "sceneggiate" che si sono concluse con la rinuncia del prof. Giuseppe Conte all'inarico conferitogli dal capo dello Stato per la formazione di un nuovo governo.
Conte è inciampato sul nome dell'euroscettico prof. Paolo Savona, impostogli dal duo Salvini-Di Maio, alla guida del delicato dicastero dell'Economia. Alle perplessità espresse dal presidente della Repubblica sull'opportunità di designare Savona ad un ministero così delicato, nonché alla disponibilità del Colle di nominare al suo posto il leghista Giancarlo Giorgetti, la risposta è stata un secco "niet".

Ammesso, come si suol dire, e non concesso che Mattarella sul nome di Savona avesse preso una gran cantonata, ma perché non ipotizzare una soluzione alternativa? Giorgetti, leghista doc, ad esempio?

L'art.92 della Costituzione, che disciplina la formazione del governo, parla chiaro: "Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Certo, la Costituzione si può cambiare, ma finché rimane è la via maestra da seguire anche se crea qualche problema. Il sospetto che viene dal braccio di ferro tra la presidenza della Repubblica e la coalizione Lega-5Stelle e' che non c'era alcuna voglia, da parte di quest'ultima, d'andare a Palazzo Chigi a governare. Una cosa e' l'opposizione, la campagna elettorale, un'altra il governo. Insomma una scusa, in particolare da parte di Matteo Salvini, per sfasciare tutto e ritornare al voto. Lui, il Matteo padano, il vento in poppa se lo sente per andare alle elezioni e aumentare i consensi. Ha già superato come Lega Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia, potrebbe aspirare a qualcosa di più: a competere con i grillini.

In questa brutta vicenda Di Maio non ne esce bene come immagine. È sembrato, a volte, in balia della furia populista e assolutista di Salvini, senza porsi il problema se le soluzioni politiche da questi imposte fossero giuste fino in fondo per l'Italia o pretesti per scansare l'onere del governo del Paese. Eppoi, in questa fase, con previsioni non proprio ottimistiche di mantenere inalterati i consensi elettorali dei grillini, valeva la pena parlare di elezioni anticipate? Grillo, appena saltato il governo dell'"avvocato difensore del popolo italiano", Conte appunto, ha inviato un eloquente "ssssss..." di silenzio ai suoi. Un modo per dire: "adesso che la frittata è  fatta ragioniamo su cosa ci aspetta?" Forse, proprio perché i sondaggi non danno in crescita i suoi "ragazzi", anzi.

A vedere alcuni contorcimenti dei politici attuali ci viene in mente la frase, molto pepata, di Honore' de Balzac: "Sono come le scimmie di cui possiedono l'abilità: le si vede in alto, si ammira la loro agilità durante la scalata; ma, arrivate in cima, non si scorge che i loro lati vergognosi".

Il nuovo presidente del Consiglio incaricato è Carlo Cottarelli che nel 2013venne nominato dal governo Letta Commissario straordinario per la Revisione della spesa pubblica. Da allora Cottarelli si è fatto la fama di gran censore dei conti pubblici. È per questo, con molta probabilità, che il presidente Mattarella lo ha scelto come traghettatore per le prossime elezioni di settembre. Un personaggio, Cottarelli, che dovrebbe assicurare i mercati.

Elezioni, come abbiamo visto, probabilmente a settembre. Eppoi? Il vero rischio che il nostro Paese corre è che dalle urne non cambierà granché. Potrebbero ritornare alla ribalta politica gli stessi partiti usciti vincenti dalle ultime elezioni, senza una maggioranza chiara. E si potrebbero ripetere le "sceneggiate" a cui abbiamo assistito fino a qualche giorno fa. Cosa diversa se Cottarelli facesse passare in Parlamento una legge elettorale con il premio di maggioranza. Certo, i partiti che aspirerebbero al "premio" sono sempre gli stessi, ma solo uno dei due diventerebbe inquilino di Palazzo Chigi, con tutto quello che ciò comporta. Una cosa è l'opposizione....

Diceva Totò nel film "La banda degli onesti", del 1956: "Il tempo stringe e col restringimento sono dolori".

L’informazione subordinata

enzotortora 350 260 mindi Elia Fiorillo - Il caso Tortora e l’informazione subordinata

Cade in questi giorni il trentesimo anniversario della morte di Enzo Tortora. Personaggio molto noto della televisione italiana nel ventennio sessanta-settanta. All’apice della carriera, il 17 giugno dell’83, viene platealmente arrestato perché accusato di associazione camorristica e traffico di droga. Sarà definitivamente assolto da tutte le accuse il 15 settembre del 1986 dalla Corte di appello di Napoli. Sconta ingiustamente sette mesi di carcere ed anche un periodo di arresti domiciliari dopo la condanna a dieci anni di prigione. I “domiciliari” poteva pure evitarli, bastava che non si dimettesse da Eurodeputato, eletto nelle file del partito radicale di Marco Pannella. Ma la coerenza è coerenza e non si gioca a seconda delle convenienze.

Una vicenda giudiziaria centrata molta sulla “mediaticità”, appunto per la notorietà del personaggio. Una brutta storia che vede un innocente accusato da “pentiti” di camorra, e non solo, per ripicche, ma anche per voglia di notorietà. Nel caso gioca un ruolo determinante la “libera informazione” (sic!) subordinata psicologicamente alle istituzioni, in particolare alla Magistratura.

Sempre più nella società moderna la formazione dell’opinione pubblica, nel bene e nel male, è affidata ai mezzi di comunicazione di massa. Dai giornali, alla televisione, alle agenzie di stampa, al web. Da come vengono proposti ed interpretati dai media i fatti, le notizie, così la pubblica opinione si “modella”. Ben si può comprendere, allora, come sia vitale per la democrazia che l’informazione fornita dai media non sia artefatta da interessi di vario genere: politici, economici, di potere tout court. Ma anche da “soggezione psicologica” alle istituzioni, come fu nel caso di Tortora, ma anche in quelli del commissario Luigi Calabresi, di Giancarlo Siani e via dicendo.

La verità della Magistratura, in particolare dei P.M., diventa sacra e ci si dimentica che l’ordinamento giudiziario del nostro Paese prevede tre gradi di giudizio. L’allora famosa giornalista Camilla Cederna non si pose alcun problema di opportunità quando sentenziò: “Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto”. Tortora era colpevole e basta, “senza se e senza ma”. Anche nel caso Calabresi c’entra la Cederna. Lo accusò in un suo libro di essere l’uccisore dell’anarchico Pinelli. L’allora questore di Milano addossò a lei la responsabilità di essere “il mandante morale dell'omicidio di Calabresi”. Ma non è finita. La nota giornalista scrisse un libro diffamatorio su Giovanni Leone, allora presidente della Repubblica. Il libro e le accuse in esso contenute fecero talmente scalpore che Leone fu costretto a dimettersi. Tutto falso. Ci vollero ben dieci anni per far venire fuori la verità: Giovanni Leone era totalmente innocente dalle accuse che gli erano state rivolte dalla giornalista. Difronte a questi fatti è il caso di citare la cattiveria dello scrittore, umorista e docente statunitense Mark Twain: “Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica il falso”. E certe cose le fa per puro tornaconto personale. Basta però ricordare i tanti cronisti uccisi perché avevano ben distinto “il vero dal falso” e pubblicato il “vero” per capire, in generale, quanto bugiardo ed ingiusto sia l’aforisma dello scrittore americano. Bisogna però avere l’obiettività di riconoscere che non tutto il mondo dell’informazione è disponibile “ogni giorno a dare un dispiacere a qualcuno”, secondo la concezione di Benedetto Croce.

Enzo Tortora era anche amico di Luigi Calabresi, di cui in questo periodo si celebra il quarantaseiesimo anno dell’uccisione. Fu, tra i tanti giornalisti noti dell’epoca, l’unico a prendere le difese del commissario. Altri intellettuali, invece, condussero una campagna contro il funzionario, sfociata in una “lettera aperta” con 800 firme: Calabresi era colpevole. Punto e basta.

Nessuno tra i “colleghi” che contavano ebbe l’idea che Giancarlo Siani potesse essere stato ucciso per quello che aveva scritto. Venne ipotizzato dai magistrati che la sua morte doveva attribuirsi a fatti miserevoli di donne ed omosessualità. Malvagie fantasie. Ci vollero ben dodici anni perché uscisse fuori la verità: aveva fatto solo il suo mestiere di cronista. Casi, quelli citati, che devono far riflettere: nelle mani dei giornalisti c’è un arma che può far giustizia, portare a galla la verità, ma anche uccidere. E spesso sono i più deboli a farne le spese.

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Il 'Cavaliere riabilitato'

Berlusconi riabilitato mindi Elia Fiorillo - La rivincita del Cavaliere. Per lui era diventato un chiodo fisso. Non riusciva a levarsi dalla testa che certe défaillance della sua creatura, Forza Italia, erano a causa del suo impedimento: non potersi candidare. E anche il sorpasso della Lega alle ultime elezioni, quel 17 a 14, lo attribuiva al suo “fuori gioco”. Le elezioni anticipate lo preoccupavano proprio perché non poteva giocare la partita in prima persona. Adesso tutto cambia. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha scritto sul suo fascicolo processuale finalmente - per lui ovviamente - la parola fine, ovvero “riabilitazione”. La condanna subita nel 2013 nell’ambito del processo Mediaset, che aveva fatto scattare l’incandidabilità imposta dalla legge Severino, è ormai solo un ricordo. Restano i possibili “problemi” che vengono dalle brutte storie legate a Ruby Rubacuori, ovvero Karima El Mahroug, ma non solo. Questo però è un altro discorso.

La lista dei guai giudiziari del Cav. non è breve. Ma lui di processi, avvocati, sentenze è un gran conoscitore come scrive Marco Travaglio nel suo ultimo libro: ”B. Come basta” – “Fatti e misfatti, disastri e bugie, leggi vergogna e delitti (senza castighi) dell’ometto di Stato che vuole ricomprarsi l’Italia per la quarta volta”. E ci si è messo pure ultimamente Paolo Sorrentino con i film Loro –uno e due- a raccontare le tante vicende di Sua Emittenza, il Caimano, il Miliardario Ridens, il Ragazzo Coccodè, lo Psiconano, la Testa d’asfalto, il Cainano e via proseguendo. A certi attacchi Berlusconi probabilmente fa spallucce e ricorda Oscar Wilde e il suo celebre aforisma: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Al di là di tutto il momento per Silvio è interessante, per lo meno in politica. Della “riabilitazione” ne abbiamo già parlato. Con la nascita del governo, a contratto, tra Di Maio e Salvini, Berlusconi ha un interessante campo d’azione davanti a sé. Ha già dichiarato che non voterà la fiducia al governo e che Forza Italia sarà una “sentinella per cittadini”, ovvero svolgerà una vigilanza stretta sull’operato dell’esecutivo nell’interesse di tutti. Insomma, un’opposizione tosta per far pagare al “fanciullo” Di Maio tutto il male che gli ha scaricato addosso. Ma anche per ricordare al suo alleato, Matteo Salvini, leader della coalizione di centro-destra, quanto questi gli debba.

Sapendo bene cosa significhi governare, Berlusconi è convinto, come del resto altri, che una volta a Palazzo Chigi non si possono più sparare i tricche tracche delle promesse sparate in campagna elettorale. Bisogna realizzare per lo meno un po’ di cose che si sono ipotizzate. Ben venga l’abolizione, come predica Salvini, della tanto odiata “legge Fornero”, voluta dal governo Monti per provare a mettere i conti dell’Italia a posto. Ben venga, come auspica Di Maio, la nascita del “reddito di cittadinanza” o la “flat tax” ma bisogna capire bene dove vengono presi i soldi per attuare riforme del genere. Certo, fare debiti è possibile, ma con gli occhi puntati addosso dai media e con l'Europa che tiene sotto osservazione permanente il nostro Paese, non si può scherzare. Bisogna inventarsi qualche cosa che mantenga fede agli impegni assunti, ma che non faccia saltare il banco. "E mica quei due signori sono capaci di operazioni del genere?!", pensa Berlusconi. Comunque, dichiara, "in Parlamento faremo le pulci al nuovo esecutivo, controlleremo che i principi del centrodestra non vengano traditi, viceversa...". Anche la sorella-fratello d'Italia Giorgia Meloni storce il naso al governo Carroccio-M5Stelle. È convinta che le posizioni della destra, di cui lei si sente paladina, già annacquate nell'alleanza di centro-destra da FI, si sfarinino come neve al sole. "Ma che si può sperare - pensa - da uno come Di Maio che voleva fare un contratto con i "compagni" di Renzi?". Anche lei starà a guardare le prime mosse del nuovo governo prima di lanciare le sue bordate.

Un appuntamento importante per tutti i partiti è rappresentato dalle elezioni europee che dovranno tenersi tra il 23 e 26 maggio 2019. In quella occasione si gioca, in particolare, il destino del Pd che proverà a rimontare il disastro delle ultime Politiche. Ma non solo. Anche per il centro-destra l'evento è vitale. E Silvio Berlusconi lo sa bene. Ed è proprio per questo che sta meditando di candidarsi come eurodeputato. L'obiettivo è di rifarsi sul Matteo padano che gli ha "usurpato" la leadership. Ci riuscirà?

Berlusconi-Salvini: alla resa dei conti?

salvini e berlusconi 350 260 mindi Elia Fiorillo - L’ex Cavaliere e Matteo Salvini. Alla resa dei conti? Di esperienza politica ne ha da vendere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Deputato dal 1983 al 2008, più volte ministro eppoi giudice costituzionale. Tipo calmo, spesso imperscrutabile l’attuale inquilino del Colle ma dalle radicate passioni politiche. Gli ex democristiani ricordano le battaglie che intraprese contro Rocco Buttiglione quando questi si candidò alla segreteria del Partito popolare, in sostituzione del segretario dimissionario Martinazzoli. Eppoi, una volta che Buttiglione fu eletto segretario del partito, il fermo “no” all’ipotesi - un “vero incubo irrazionale” - che Forza Italia potesse entrare a far parte del Partito Popolare Europeo, appellando il segretario “el general golpista Roquito Butillone...”. Mattarella si dimise dalla direzione del giornale del Ppi, “Il popolo”, quando il segretario del partito cominciò a perseguire un’alleanza con il Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi. Va ricordata la scelta dell’attuale presidente della Repubblica d’impegnarsi in politica dopo la barbara uccisione, ad opera della mafia, nel 1980, del fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana.

Un personaggio dalla storia appena sommariamente descritta si può immaginare come stia vivendo l’attuale momento politico. No, non ha nessuna intenzione d’imitare il suo predecessore Giorgio Napolitano con l’individuazione di presidenti del Consiglio alla Monti. Sono i partiti che devono fare le loro scelte, senza che il capo dello Stato interferisca minimamente.

Di giorni ne sono passati dal 4 marzo data in cui si votò. L’Italia, con tutti i problemi che ha, non può più restare senza un governo che governi. Tra i 28 Paesi dell’Ue il nostro ha la crescita più bassa. Si prevede per il 2019 solo il +1,2%, dopo il +1,5% previsto per quest’anno. Siamo a pari merito con il Regno Unito che però è alle prese con le trattative per la Brexit. Fino all’ultimo il capo dello Stato spererà in un governo, al di là delle formule, che possa sedersi a Palazzo Chigi in pianta stabile. Farà tutto quanto è nelle sue possibilità perché ciò accada. Solo in extremis manderà tutti a casa per il ritorno alle urne.

I leader che hanno vinto le elezioni continuano a fare campagna elettorale. A sentirli a volte viene un sospetto: ma hanno intenzione di governare? C’è chi pensa che il ritorno alle urne possa far gioco ai propri interessi di parte. Non è detto però. Gli elettori difronte alla paralisi del Paese, che si avverte anche nelle piccole cose della vita quotidiana, possono cambiare gli orientamenti espressi solo qualche mese addietro. Eppoi ci sarà l’irrobustimento dell’esercito dei non votanti, un vero pericolo per la democrazia.

Sulla linea del “fuori gioco” Luigi Di Maio manda a Matteo Salvini un’altra ipotesi d’intesa: presidente del Consiglio individuato di comune accordo, ma l’ex Cav. comunque non può entrare in partita. Proposta simile già avanzata all’inizio della trattativa? Forse, ma le idee di percorso vanno valutate in base ai tempi in cui vengono fatte. Una cosa era ieri, un’altra oggi con Mattarella pronto a scendere in campo, come abbiamo visto, suo malgrado. L’inquilino del Colle potrebbe varare un “governo del presidente” per la preparazione della legge di stabilità ed evitare l’esercizio provvisorio e l’aumento dell’Iva dal 22 al 25%, come vuole l’Europa, in assenza di manovre correttive. In tal modo si tornerebbe al voto nella primavera del 2019. Percorso questo che non viene preso assolutamente in considerazione da Salvini e Di Maio: “o esecutivo politico o si torna al voto”.

Le notizie che trapelano dagli incontri tra Berlusconi, Meloni e Salvini parlano di dissidi seri tra il presidente di Forza Italia e la Lega. Salvini l’ipotesi all’ultimo secondo di Di Maio di un governo 5Stelle- Lega non la scarta a priori in nome della lealtà alla coalizione di centro-destra. Il pragmatismo lo porta a ritenere che gli italiani, nella situazione altamente a rischio in cui si trova il Paese, non capirebbero un ritorno immediato alle urne. Ovviamente Berlusconi non può accettare un’esclusione del genere. C’è chi però tra i suoi non si scandalizza per la nascita di un governo Grillini-Carroccio senza Forza Italia. Più pericoloso andare subito alle urne con la possibilità che l’alleato destrosso assorba un mare di voti da Fi.

Non c’è più tempo per giri di valzer. O si concretizza immediatamente un governo dei vincitori delle elezioni o Mattarella suo malgrado dovrà decidere il da farsi.

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Salvini e Di Maio, è impossibile l'accordo di governo?

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Il dialogo "formale" con i 5Stelle pareva possibile, almeno quello. Il reggente e mediatore del Pd, Maurizio Martina, pensava di essere riuscito a portarlo a casa. Un inizio per provare ad arrivare a prospettive più concrete. Matteo Renzi però è rimasto sulle sue posizioni: “niet” e basta. Il rischio serio di tornare alle urne non spaventa l'ex segretario del Pd. È quasi sicuro, in caso di ritorno al voto, di conservare intatto il suo patrimonio elettorale, e questo gli basta. C'è chi ha ipotizzato la sua fuoruscita dal partito per fondarne uno suo. Ci avrà pure pensato l'ex presidente del Consiglio, ma un'operazione del genere l'avrebbe fatto passare per uno scissionista inveterato. Uno che non unisce ma che spacca sempre e comunque. Meglio aspettare gli eventi.

Nel frattempo, quando può, manda messaggi più che chiari ai suoi compagni di partito: "Siamo seri: chi ha perso le elezioni non può andare al governo". Lo afferma nella trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa". E, continua, a dispetto degli oppositori, affermando che "sette italiani su dieci hanno votato Salvini e Di Maio, lo facciano loro il governo se sono capaci. Noi non possiamo con un gioco di palazzo rientrare dalla finestra dopo essere usciti dalla porta". Dichiarazioni queste che hanno fatto scattare la reazione Di Maio che si è visto certificato il "no" alle sue ipotesi governative. "Il Pd non riesce a liberarsi di Renzi con il suo ego smisurato. Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno". Martina, dal canto suo, è rimasto letteralmente basito dalle esternazioni renziane. Il suo stato d’animo l’ha espresso con parole dure ma si è fermato ad un passo dalle dimissioni. Tutto rimandato alla prossima direzione.

La confusione regna sovrana nel mondo dei partiti. Salvini e Meloni ripetono il leat motiv del rispetto del voto popolare e della necessità di un governo di centro-destra. A sua volta Di Maio, prima del secco "no" del Matteo gigliato, parlava del bene del Paese e tutto poteva far brodo per poterlo raggiungere, anche un "contratto" con il tanto disprezzato - in campagna elettorale - Partito democratico. Berlusconi, a sua volta, si abbraccia con Salvini, ribadisce la forza determinante del centro-destra, anche se non gli dispiacerebbe un accordo con gli ex comunisti, come li definiva un tempo. L'ex Cav., al di là delle posizioni e dichiarazioni ufficiali, non si fida del capo del Carroccio che vede come un concorrente pericoloso sul fronte del suo elettorato. Salvini da posizioni estreme si sta spostando sempre di più al centro, provando a scalzare Forza Italia. La vittoria elettorale in Friuli Venezia Giulia fortifica il Centro-destra e potrebbe pesare sulla formazione del nuovo governo.

Nel giro vorticoso d'interessi - palesi e nascosti - dei partiti rimane invariato un tema: "che governo le forze politiche che hanno vinto le elezioni vogliono dare al Paese?"

Saltato il "contratto" con i democratici Di Maio qualche cosa si deve inventare. Sì, va ripetendo di un necessario ed opportuno ritorno alle urne, ma forse è il primo a non crederci. Bisogna cambiare la legge elettorale, prima di tutto. Eppoi tornare al voto dopo il largo consenso ottenuto il 4 marzo può apparire agli elettori come una sconfitta, con le logiche conseguenze del caso. Meglio, allora, trattare con l'ex Matteo padano, diventato prepotentemente italico.

I contatti sotterranei tra Gigino e Matteo non si sono mai interrotti con molta probabilità. È arrivato il momento per il bene del Paese, ma anche "per salvare la faccia", d'inventarsi un esecutivo anche a tempo i cui ispiratori - e manovratori - saranno proprio i due leader del Carroccio e dei 5Stelle. Non un governo tecnico alla Monti, ma un esecutivo che abbia nel suo interno uomini, non di primo piano, fedeli ai due schieramenti. Un accordo del genere potrebbe andar bene anche a Berlusconi che vede come fumo negli occhi i grillini, super ricambiato da questi ultimi. Il presidente del Consiglio potrebbe essere o una figura istituzionale o, viceversa, un personaggio che sia ben visto da entrambi gli schieramenti. I tempi stringono e le problematiche da risolvere aumentano giorno dopo giorno. L'Italia non può più rimanere senza una guida, i rischi sono tanti, troppi.

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