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Elia Fiorillo

Elia Fiorillo

Elia Fiorillo. Giornalista, Docente all'università di Napoli Federico II. Vive a Napoli.

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Zingaretti e il rap di Matteo e Gigino: «Il governo non cadrà, non cadrà…»

Zingaretti pure il pd balla sul cadaveredi di maiodi Elia Fiorillo - Il fratello del commissario Montalbano ce la sta mettendo tutta per tentare d’entrare seriamente in partita. Fino a poche tempo fa sembrava che il Pd fosse impegnato a non dare troppo fastidio al duo Matteo - Giggino, che pur non trovandosi d’accordo su niente, resta arroccatissimo a Palazzo Chigi. Anzi, il mantra che ripetono i due, pare sia diventata una canzonetta rap: “Il governo non cadrà, il governo non cadrà, non cadrà, non cadrà…”. Con il seguito: “Tav, Tav, Tav…”, suonata però con note completamente diverse dai due musicanti, Giggino e Matteo; nome d’arte di quest’ultimo “il Capitano”. E l’avvocato del Popolo, il presidente Conte, non perde occasione per intonarla, da tutte le parti del mondo dove si trova. E mica è un caso che l’Italia è anche famosa nel mondo per le sue canzonette! Per fortuna non per quelle cantate ultimamente dal trio Saldico.

Per il momento Nicola Zingaretti non può che esultare. E’ riuscito a portare a casa 1,26 milioni di voti, pari al 70% dei votanti; più di 1,8 milioni ai gazebo. C’è chi per depotenziare l’ottimo risultato ricorda la vittoria di Walter Veltroni nel 2007: 2,7 milioni di voti, pari al 75% dei votanti, con un’affluenza ai gazebo di 3,5 milioni. Cifre da capogiro, ma erano altri tempi. Per ben comprendere la buona discesa in campo di Zingaretti vale la pena ricordare che alle primarie del 2017 vinse Matteo Renzi con 1,257 milioni di voti, pari al 69% dei votanti, con una presenza ai gazebo di 1,8 milioni di partecipanti.

In questa fase ottimistica che sta pervadendo il Pd, e che comincia a far ben sperare in un’opposizione non improvvisata al governo “Lega5Stelle”, ritorna un punto interrogativo. Il solito: “E Matteo Renzi cosa farà?” La risposta la si può trovare nel suo libro “Un’altra strada – Idee per l’Italia di domani”. Ma non c’è bisogno di leggere tutte le 235 pagine del testo. Basta soffermarsi alla citazione che l’ex presidente del Consiglio inserisce nelle primissime pagine del suo libro per capire tutto, per comprendere come andrà a finire. Il pensiero è di Michael 'Air' Jordan, leggenda del basket americano, che afferma: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Al di là che la politica è proprio un’altra cosa rispetto al basket, da questa citazione si capisce come l’ego renziano è proprio smisurato.

Per Nicola Zingaretti : “L'agenda del nuovo PD sarà un'agenda nuova, fatta di parole semplici: scuola, scienza, giustizia, infrastrutture, lavoro, conoscenza, che poi vuol dire libertà per il genere umano”. Ma anche, per forza di cose, suo malgrado, “combattere il renzismo”. C’è chi pensa che alla fine l’ex consigliere comunale di Rignano sull’Arno si deciderà a lasciare il partito e a mettere le tende altrove. Ma chi conosce a fondo il personaggio pensa che questo non avverrà. Fu lui a far uscire Bersani e D'Alema, e buona parte della sinistra dem, dal Pd per fondare Liberi e Uguali. Quell’uscita non rafforzò per niente l’immagine e i consensi dei due. Renzi lo sa bene e, quindi, tra minacce, silenzi, e via proseguendo non abbandonerà il Pd, specialmente nel momento della sua nuova vita ad opera di Zingaretti. Starà a guardare, certo che verrà per lui il momento in cui potrà ritornare a cavalcare il “suo” partito.

Con queste premesse il fratello di Montalbano dovrà continuare la difficile opera di rilancio del Pd, puntando a sfruttare il momento di crisi grave tra Salvini e Di Maio. E sperando che i due continuino nei loro litigi “su tutto”, fino alle elezioni europee. In questo modo avrà tempo di rafforzare l’immagine di un Pd ecumenico, pronto a rilanciare il Paese oltre gli steccati economici e politici costruiti dai suoi avversari. Oggi una spaccatura, con conseguente crisi di governo dei giallo-verdi, non gli conviene. Sarebbe costretto a scendere in campo elettorale impreparato, con un Renzi più agguerrito che mai a far sentire la sua voce. Per il momento meglio che resti tutto così com’è.

 

 

 

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Radio Radicale e i finanziamenti pubblici all'editoria

Radio Radicale logo 350 260 min 1di Elia Fiorillo - Certe abitudini diventano automatismi, nel senso che senza pensarci più di tanto fai qualcosa collegata ad un'altra. Nel mio caso la cosa automatica è di salire in macchina, girare la chiavetta dell'accensione e sintonizzare la radio su "Radio radicale", quelle poche volte che non è già sintonizzata. Da quanto tempo ho questa abitudine? Da sempre. Non certo perché io sono politicamente vicino al partito fondato da Marco Pannella. Tutt'altro. Ma l'informazione "libera" è qualcosa di essenziale per la vita di un paese democratico. Anche per i paesi dittatoriali è l'arma vincente, è potere assoluto. E proprio per questo bisogna sempre in democrazia aiutare in tutti i modi possibili il pluralismo dell'informazione.

Sentire dalle "voci note" di Radio radicale che l'emittente nata nel 1975 chiude fra qualche mese è una vera brutta notizia. Il motivo è la cancellazione del finanziamento pubblico che la radio riceve proprio per il "servizio pubblico" che svolge. Pare che il presidente del Consiglio Conte, alle giuste proteste dei Radicali, abbia suggerito loro di "stare sul mercato" e, quindi, puntare sulla pubblicità, ecc.. Se è vera quest’affermazione di Conte allora significa che l'Avvocato della Repubblica, preso dai suoi impegni, in vita sua non ha mai seguito una rassegna stampa di Massimo Bordin e nemmeno il dibattimento di qualche importante processo o l'ascolto di una seduta di Camera e Senato. O i congressi dei sindacati, dei partiti, ma anche quello stupendo leitmotiv riferito alle "prigioni". Un argomento, una battaglia mai sottovalutata dalla dirigenza del Partito e della Radio perché è troppo comodo per la politica - e per quel pezzo di società che si professa civile, ma nei fatti non lo è - far diventare il carcere un "super tappeto" dove ci si butta di tutto sotto, per nascondere. La prigione è vista dalla nostra Costituzione non come un luogo dove si sconta la pena e basta, ma una struttura che deve contribuire a cambiare il recluso, a formarlo. Non il posto dove alcuni vorrebbero letteralmente "gettare” i detenuti.

L'art. 27 della Costituzione, dice tra l'altro, "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Se ci sono stati passi avanti nell'applicazione dell'art. 27 della Costituzione nel nostro Paese, se ci sono stati concreti miglioramenti per quando riguarda il sovraffollamento delle carceri, e non solo, si deve alle battaglie dei Radicali. Campagne condotte nello scetticismo supremo anche di quelli che per "fede" dovevano assecondarli, se non precederli.

I Radicali, più che altri, sono riusciti a far scoppiare nel nostro Paese "cattolico" le contraddizioni tra quello che si predica e quello che poi in effetti si fa per essere coerenti alla "predica". C'è una bella contraddizione in termini. Ricordo sempre una mia collega giornalista, diciamo molto cattolica (sic), che sulla questione degli emigranti era categorica, senza un minimo di pietà, "se ne stessero beati a casa loro". La collega ogni mattina va alla S. Messa e fa la Comunione. Confessa questo gravissimo peccato? Probabilmente no, talmente convinta che è nel giusto.

C'è poi l'esempio del Matteo padano che si dice cattolico e va in giro con un rosario che spesso mostra a prova della propria fede. E la vicenda della nave Diciotti, solo per citarne una? La risposta all'interrogativo potrebbe essere: "E che c'entra la fede? Gli Italiani prima di tutto!!!". Ma se è così, perché non attacca quello “sconsiderato”(sic) vestito di bianco che un giorno sì e l'altro pure parla di fraternità, di ecumenismo e da incosciente qual è si permette di paragonare gli italiani identici ad altri soggetti di altre realtà geografiche, senza vedere la superiorità italiota? Questione d'opportunità a fini elettorali?

Ma ritorniamo al finanziamento pubblico. Lo abbiamo già sostenuto che è un errore non rifinanziare Radio radicale. Com'è un grave errore bloccare, come annunciato, il finanziamento pubblico all'editoria. È condannare a morte tante piccole testate che con grande "scienza, coscienza e volontà" fanno il loro mestiere "dando voce a chi non l'ha". In questo modo si sancisce "il pensiero unico", quello dei potenti dell'editoria. È questo che vuole il "Governo del cambiamento?" Pare proprio di sì. "L'informazione la facciamo noi, e chi meglio di noi può farla? A che servono certi giornalisti intermediari....?"

 

 

 

 

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Di Maio-Salvini sempre in campagna elettorale

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Più ricopri ruoli di responsabilità più la prudenza ti dovrebbe accompagnare nel tuo complesso lavoro. Non è questa una massima di quelle dotte ma una semplice regola di vita. Eppure certi politici nostrali, che di responsabilità ne hanno tante, sembra proprio che abbiano scordato – se mai l’abbiano risaputo - cosa sia il “buon senso”, la “prudenza”. Per loro prevale il presenzialismo su tutto. Un mezzo per farsi pubblicità che con il governare c’entra come i “cavoli a merenda”. Scriveva Platone un po' di anni fa: "In politica presumiamo che tutti coloro i quali sanno conquistarsi i voti, sappiano anche amministrare uno Stato o una città. Quando siamo ammalati chiamiamo un medico provetto, che dia garanzia di una preparazione specifica e di competenza tecnica. Non ci fidiamo del medico più bello o più eloquente".

No, per loro non bastavano le sacrosante dichiarazioni di soddisfacimento per l’arresto del pluricondannato all’ergastolo Cesare Battisti. Dovevano essere presenti sulla pista dell’aeroporto al suo arrivo. Dando in questo modo visibilità più del dovuto ad un pluriassassino, manco fosse un capo di stato o di governo in visita ufficiale al nostro Paese. Certo, è una gran bella soddisfazione il suo arresto dopo quasi quarant’anni di latitanza, ma il vice presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia la loro soddisfazione potevano esprimerla in modi più consoni al ruolo ricoperto. Il ministro Bonafede risponde alle polemiche dei tanti che hanno parlato di "passerella" sostenendo che "sarebbe stato offensivo non andare". "Si domandi a qualunque cittadino se è stato orgoglioso che due ministri fossero lì". Certe certezze assolute non possono che spaventare. O far pensare ad una frase pronunciata da Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti: "La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomiglia molto alla prima".

Una cosa del genere nella tanto vituperata Prima repubblica non sarebbe successa. Allora si puntava più che all’immagine alla sostanza dei provvedimenti che si andavano a prendere. Le promesse farlocche ci sono sempre state da che mondo è mondo, ma certi limiti non andavano mai superati. Allora la classe dirigente si formava lungo percorsi stabiliti. Per i cattolici c’era l’Azione cattolica o i Boy scout o tante piccole iniziative formative che giravano intorno alla Parrocchia. Per i laici l’impegno nel sociale, i progetti culturali del Partito Comunista, la scuola delle Frattocchie. Un percorso faticoso, lento, che ti portava a fare i primi passi nella politica attiva se possedevi le qualità: Responsabile dei giovani del partito, consigliere comunale. Eppoi, se i risultati erano stati soddisfacenti, ti si aprivano le porte dei palazzi romani.

Con l'avvento dell'era Berlusconiana, e con l'arrivo della Seconda repubblica, quello che contava era l'immagine e la capacità imprenditoriale. Due elementi che secondo il Cavaliere erano vincenti nella lotta politica. La figura giovane, simpatica, adeguatamente abbigliata attirava consensi, mentre l'essere un bravo imprenditore significava sapersi disbrigare anche in politica, anzi saper finalmente gestire la "polis". Chi come il sottoscritto ha avuto l'opportunità di conoscere per lavoro sia i politici della Prima e della Seconda Repubblica, sa bene l'enorme differenza di preparazione e di esperienza che passava tra i due mondi. Ad onore del vero bisogna dire che diversi politici della Seconda Repubblica tentarono con non poche difficoltà di colmare le carenze conoscitive che avevano, ma non fu cosa facile. Gestire, ad esempio, un Consiglio Regionale come presidente quando non hai mai presieduto un'assemblea di condominio o altra assise non è cosa semplice anche se stato giudice anticamorra. Sono due cose diverse.

Le Europee si avvicinano e la campagna elettorale sale di tono... e di immagini. Salvini continua ad indossare giubbotti della polizia a tutto spiano (ma perché quelli dei Carabinieri no?). Di Maio insieme a Dibbastista se ne va a Strasburgo in macchina dibattendo sul futuro del Paese ma non solo. L'immagine che vogliono dare è quella di "due amici al bar", meglio in macchina, che la sanno lunga e non temono nessuno. Né il Beppe convertito ai vaccini, né i malumori interni al MoVimento. Sono loro il MoVimento! Ma fino a quando? Per Salvini ci dovrebbe essere il boom alle Europee, per loro un po' di consensi in meno dall'altra votazione. Insomma, bisogna in tutti i modi risalire la brutta china elettorale. E il tempo non è a loro favore. È proprio tiranno!

 

 

 

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Politica e sceneggiata napoletana

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - La politica e la sceneggiata napoletana.

La "sceneggiata napoletana" nasce come un sotterfugio, un trucco per aggirare il fisco. Dopo la disfatta di Caporetto nel 1917 il governo ha bisogno di soldi e, quindi, tassa gli spettacoli di varietà che ritiene frivoli e degradanti. La "sceneggiata" invece si compone di canto, di recitazione e di un monologo drammatico. Negli anni settanta la rilancia Mario Merola con gl'immancabili "isso, essa è o' malamente".

Ai tempi odierni pare che l'abbiano riscoperta ed adottata i politici, in particolare quelli al governo. Per far presa sull'opinione pubblica ricorrono spesso a figure emblematiche negative, secondo la loro narrazione. "O' malamente" che turba i sonni e gli interessi "d'isso e essa". Il "cattivo" da cui difendersi una volta è l'emigrante, un'altra l'Unione Europea, un'altra ancora chi non la pensa come gli inquilini di Palazzo Chigi. E via proseguendo. Anche i costumi nella sceneggiata napoletana avevano la loro importanza. Il "buono" poteva pure non aprir bocca, ma subito si capiva da com'era vestito da che parte stava. Anche l’abbigliamento del politico è diventato elemento essenziale del messaggio da dare a "isso e essa". Giubbotto da poliziotto indossato mentre si va ad una manifestazione "per l'ordine e la sicurezza". Oppure, una maglietta colorata per sottolineare la partecipazione ad un particolare evento gioioso. O, tutt'al contrario, nero fumo con scritte di solidarietà, per testimoniare vicinanza a chi ha subito un torto. Poi ci sono i viaggi, con tutti i mezzi possibili, per essere sul luogo del fatto positivo, negativo o neutro che sia, per far sapere al mondo intero che lo Stato c'è sempre... in televisione. Se così non fosse ci troveremmo difronte ad attori di sceneggiate che sul palcoscenico non si muovono, sono fermi mentre recitano il copione: non un sorriso, non una rincorsa, non un'alzata di spalle e via dicendo. Cosa impossibile: il movimento prima di tutto, anzi tutti gli atti ipotizzabili per stare sulla scena (dei media, si capisce) il più allungo possibile.

Poi ci sono alcune parole che vanno pronunciate sempre, in ogni occasione, perché il "popolo" non le deve mai dimenticare. Una di queste è, appunto, il Popolo che è sovrano, che decide tutto lui attraverso, ovviamente, i suoi rappresentanti. La manovra del Popolo, il governo del Popolo e più viene utilizzato questo termine più sembra un esorcismo. Un modo per appropriarsi di un consenso che spesso non c'è. Pare che la realtà certi nostri governanti nostrani non sanno proprio che sia, così presi dai loro convincimenti precostituiti. È come se ogni mattina, nel guardarsi allo specchio, ripetessero per ore: io ce l'ho... le idee per cambiare l'Italia. Solo io ce l'ho.... E via proseguendo.

Poi c'è il Sovranismo che porta i nostri governanti a sostenere di non aver bisogno di nessuno. Anzi, sono gli altri che hanno bisogno della penisola più bella del mondo. E giù botte (parole) da orbi sull'Unione Europea, una "stupidaggine" di cui volentieri si potrebbe fare a meno. Burocratici, quelli di Bruxelles e Strasburgo, che passano il tempo a rompere i cabasisi, o zebedei che dir si voglia, a un Paese virtuoso, super virtuoso. C’è poi l’immancabile marcia indietro quando quelli di Bruxelles s’incavolano e non si smuovono dalle loro posizioni “burocratiche”. Spesso a rimettere le cose apposto, come avviene nelle sceneggiate, è “l’uomo di panza”, ovvero il presidente del Consiglio, che deve mediare tra i suoi due “vice” ed il resto del mondo. Sulla “panza”, meglio sullo stomaco, a Giuseppe Conte è molto probabile che gli stiano certe uscite senza capo ne coda di Salvini e Di Maio. Ma che fare? Mandarli a “quel paese” non si può. L’unica cosa da fare è continuare a lavorare sottobanco con ago e filo, per cucire, rattoppare. Il rischio che corre è essere silurato dai suoi vice-padroni. E, certamente, i dati pubblicati di recente che gli attribuiscono il mantenimento, dopo sei mesi di attività, del 60% dei consensi da parte del popolo italico, più dei precedenti esecutivi, non può che inorgoglirlo. Fino ad un certo punto però. C’è il dato che lo spaventa e cioè il forte calo della fiducia degli italiani per Di Maio, 43%, e Salvini, 56%. Forse Salvini si sbaglia nel pensare che gli italiani fanno, come lui, colazione con la Nutella. No, solo latte, frutta e marmellata. Tutti prodotti naturali.

 

 

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Il “nonnetto” Silvio Berlusconi

SILVIO BERLUSCONI 350 260 mindi Elia Fiorillo - Ma come fa il Cavaliere Silvio a sopportare il Matteo padano? “E’ la politica, bellezza…”, potrebbe essere la risposta. Ma ce ne potrebbero essere pure altre. Il suo impero televisivo minacciato un giorno sì e pure l’altro dal “ragazzino” Di Maio. I tanti interessi che ruotano intorno al suo impero economico, e via proseguendo. Fatto sta che l’ex presidente del Consiglio è costretto a ripetere, come un disco rotto, che l’Italia ha bisogno di un centro-destra al governo. E che Salvini non ha niente a che spartire con il MoVimento di Grillo. Pur sapendo, il Berlusca, che il centro-destra a palazzo Chigi equivale a indicare Salvini capo dell’esecutivo. Una cosa del genere lui, il megagalattico ex inquilino del maniero più importante d’Italia, nemmeno in un sogno-incubo l’avrebbe mai supposto. Insomma, bisogna proprio “essere più realisti del re”, per fare ipotesi del genere. Dove il "Re" è, ovviamente, Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere è nato nella "sua" Milano il 29 settembre 1936. Anagraficamente, a leggere il suo stato di nascita, dovrebbe avere ottantadue anni. Ma una cosa è l’età anagrafica, un’altra è quella biologica. Per farla breve, tra l’anagrafe e la biologia, bisogna scalargli almeno vent’anni. O forse di più? E pensare che ad uno così… “giovane”, quando aveva appena sessant’anni (età anagrafica), il suo ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, in giro lo chiamava “il nonnetto”. Chissà se certe incomprensioni tra i due, al di là dei conti e del bilancio dello Stato, non avevano origini più terra terra: l’immagine del “nonnetto”, con relativa gobba e bastone per sorreggersi.

C’è chi ha preso ispirazione dal corpo di Silvio per scrivere un libro, tradotto pure in francese: “Il corpo del capo”, Guanda, Parma-Milano 2009. L’autore è Marco Belpoliti che, tra l’altro, identifica Silvio “come un mutante in transito verso un’era successiva”. Beato lui.

Il "mutante" deve stare molto attento perché corre il rischio che la sua Forza Italia scompaia come neve al sole. L'obiettivo, non troppo nascosto, di Salvini e' quello d'incorporare nella sua mega-Lega sia la creatura del Cavaliere, sia i Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. Nel suo smisurato ego Berluscaz, come lo appellava il compagno-avversario Umberto Bossi, e' convinto che solo lui può tenere in vita FI. Il suo volto sorridente e' il cuore pulsante del partito. Senza di lui non c'è futuro. Sta dando spazio al suo vice Antonio Tajani, che è anche presidente del Parlamento europeo, ma fino ad un certo punto. Non si pone proprio il problema che senza di lui Tajani, accantonata Forza Italia, potrebbe creare una formazione "nuova" di centro, per dare una casa ai tanti "democristiani" sparsi per il mondo politico, dal Pd alla stessa Lega. Lui, l'ex presidente del Consiglio, non sente ragioni. Non pensa proprio a ritirarsi.

Dovrebbe aver cancellato dalla memoria, per la vergogna, i tempi degli scandali. Del "bunga bunga", di quando Veronica Lario apostrofava l'entourage dell'ex marito come "ciarpame senza pudore". Della "mignottograzia", termine coniato dal senatore berlusconiano Paolo Guzzanti. E invece no. Quei tempi un po' li rimpiange, non solo per l'età. Ma anche per l'invidia che amici e non avevano nei suoi confronti. Non gli mancava niente (secondo lui): potere, ricchezza, saggezza, bellezza e chi più ne ha più ne metta.

No, non ha nessuna intenzione d'uscire di scena. Anzi, vedendo come si è ridotta la politica, e' convinto che, se avesse i voti del suo sodale (si fa per dire) Salvini, sicuramente sarebbe riuscito a raddrizzare un Paese che sta andando a sbattere. Lui, il Cavaliere, e' partito da zero, costruendo un impero che tutti gl'invidiano. Gli altri, i Di Maio, i Salvini, i Fico, insomma quella gente lì che detiene oggi il potere, nella vita ha fatto poco, o meglio niente. Gli italiani sono brava gente, rimurgina Silvio da Arcore, ma spesso si fanno infinocchiare dalle belle parole, dai film ad effetto. È quello che secondo lui sta accadendo oggi. Certo, anche da lui hanno imparato ad usare i mezzi di comunicazione di massa, a far sì che la politica, più che gestione della polis, fosse spettacolo. Un qualcosa che avvincesse gli spettatori-elettori. Si', la lezione berlusconiana l'hanno imparata proprio bene. Però, vuoi vedere che alla fine, a noi italiani, ci tocca rimpiangere il "caimano" o lo "psiconano" che dir si voglia?

Le notti insonni di Giggino Di Maio

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - Giggino Di Maio se potesse i sondaggi elettorali li cancellerebbe dalla faccia della terra. Non può farlo però. E ogni santo giorno deve subirsi la puntata esasperante di quei “numerini” che gli stanno rovinando la vita. Per i Pentastellati l’attuale 27,3 per cento, a fronte del 26,5 rilevato il 26 novembre, dovrebbe andare bene. C’è l’aumento! Il tutto però va raffrontato alla Lega di Matteo Salvini ed è qui che cominciano i mal di pancia. L’uomo Padano per antonomasia, diventato Italiota per opportunismo, si assesta a quota 32 per cento e anche stavolta, sia pur dell’05% rispetto ai sondaggi precedenti, è in crescita.

La domanda che Luigino si pone ormai da tempo è come cambiare rotta. Come uscire da una situazione che premia sistematicamente la Lega e punisce i 5Stelle. Ogni tanto gli torna in mente il “no” avuto dal Pd all’ipotesi di contratto. Forse le cose sarebbero andate diversamente per entrambi i partiti se ci fosse stata l’intesa. Chissà. Comunque, al di là dei ricordi e rimpianti di un passato che fu, resta un brutto presente che vede Salvini sempre più vicino ad entrare da Capitano-Comandante a Palazzo Chigi e Giggino, senza stelle sul petto, buttato fuori dai palazzi dei bottoni, ma anche da quelli di proprietà M5S. La data delle Europee si avvicina e la risalita, o rincorsa che dir si voglia, sarebbe dovuta iniziare da tempo. Comunque, per Di Maio “o adesso, o mai più!”.

Ci sta pensando Giggino a mandare a gambe all’aria l’intesa con la Lega, ma bisogna andarci cauti, bisogna che lo strappo avvenga per ragioni fondate. O, meglio, per motivazioni che gli italiani leggano a favore del suo MoVimento. Perché potrebbe essere anche l’incontrario. E, cioè, che una spaccatura desse la sponda al partito di Salvini di crescere ancora di più.

Sì, proprio una roulette russa, che però va giocata fino in fondo, anche per non avere rimpianti un domani. E proprio in base, probabilmente, a queste considerazioni che è iniziata la guerra. A Di Maio e compagni è andata a fagiolo la vicenda delle indagini della magistratura relative ai presunti reati di finanziamento illecito ai partiti commessi, tra gli altri, dall’attuale tesoriere della Lega, il deputato Giulio Centemero. La storia è legata ai circa 49 milioni di rimborsi elettorali utilizzati da Umberto Bossi e dall’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, per spese personali. Una brutta vicenda che la Lega avrebbe dimenticato con piacere, ma che è ritornata alla ribalta dando la possibilità a Luigino di levarsi un po’ di pietre dalle scarpe. "Chiederò chiarimenti a Salvini – dichiara Di Maio -, sono certo che non minimizzerà”. Anche il presidente della Camera Fico usa l’argomento contro gli alleati. Ci aggiunge il “no” alla Tav e la sua contrarietà al referendum proposto da Salvini. La guerra c’è e si vede, anche se il Capitano non ha nessuna intenzione di rispondere, o di rompere, agli attacchi degli alleati. Non gli conviene. Sta usando la stessa tattica già sperimentata con Silvio Berlusconi. Il Cavaliere si agita, minaccia, fa la voce grossa e il Matteo padano, sempre pronto alle guerre guerreggiate e all’insulto folgorante, fa finta di niente. Le orecchie le ha turate. Gli altri vorrebbero pretesti per attaccare, per farsi sentire, ma lui non ne dà, rimane “silente e sorridente”. E perché dovrebbe aiutare gli avversari nel momento a lui più favorevole?

All’incontrario Di Maio qualcosa si deve inventare subito per provare a ribaltare la situazione. Il tanto strombazzato reddito di cittadinanza potrebbe essere il grimaldello per “scassare il governo”. Dopo tanto blaterare sui benefici propulsivi del “reddito di cittadinanza”, Giggino sta correndo il rischio di vederselo quasi cancellato. Trecento euro sono quisquilie, pinzillacchere, come le avrebbe definite Totò.

Se Luigi si decide a “scassare” il presidente Mattarella è certo che non scioglierà le Camere. Ne è pensabile che il Capo dello Stato dia un incarico politico. Con molta probabilità metterà in campo un governo tecnico attento soprattutto allo spread ed ai problemi connessi. Non avendo più la responsabilità di governo il MoVimento potrà sparare all’impazzata sia sull’incapacità dei tecnici a Palazzo Chigi, sia sulle responsabilità dell’ex alleato Salvini. Ma tutto ciò porterà voti? Non è detto, anzi potrebbe essere l’inverso.

Di Maio, Dibba, Fico, il triello 5Stelle

dimaio dibbattista fico 350 mindi Elia Fiorillo - Non è certo una novità che “tra i due litiganti il terzo gode”. Una cosa del genere succede spesso e potrebbe capitare anche nel MoVimento grillino. Sulla scena ben in vista c’è Giggino Di Maio, un po’ malconcio ultimamente per via dei problemi capitati al papà. Ma anche per il super attivismo del collega Salvini che, a detta dei pronostici, alle europee dovrebbe portare la Lega alle stelle. Mentre per i 5Stelle i consensi sono in calo.

C’è poi Dibba, ovvero Alessandro Di Battista, pronto a rientrare in campo fisicamente. A Natale rincasa dal Sud America, ma non si è capito bene se si ferma in Italia per riprendere l’attività di “politico” o riparte per un altro dei sui viaggi. La lontananza non gli ha nociuto. Anzi, l’ha rafforzato, per certi versi, con le sue puntuali uscite scenografiche. In una di queste ultime ha chiamato i giornalisti “puttane” per gli attacchi ingiustificati, a suo avviso, rivolti alla sindaca di Roma Raggi. “Ho utilizzato – sostiene - un termine forte perché alle volte il turpiloquio permette di fissare un concetto in maniera più chiara, ma non mi riferivo affatto a tutti i giornalisti”. Di spettacolo Dibba se ne intende essendo laureato in discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Il turpiloquio fa spettacolo, secondo lui, e quindi fissa meglio i concetti. Una volta era qualcosa di disdicevole oggi è “didattica”.

Né Di Battista, né Di Maio litigano tra di loro apertamente. Non conviene ai due, anche se è pensabile che ci siano un po’ di questioni in cui hanno posizioni totalmente diverse. Certo è che Giggino pensa a Dibba come sindaco di Roma. Lo ha fatto quando Virginia Raggi correva il rischio di essere condannata per l’accusa di falso nel processo di primo grado in cui era imputata per la vicenda della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex braccio destro della sindaca, Raffaele – alla direzione del Dipartimento turismo. Lo rifarà, Luigi, allo scadere del mandato di donna Virginia, sempre che le cose rimangano allo stato attuale. Insomma, un modo per liberarsi e vincolare un soggetto scomodo come il “rivoluzionario” Dibba.

Se anche Di Maio riuscisse a sistemare il “viaggiatore” Alessandro per non avere problemi di leadership, non è detto, come accennavamo prima, che non possa scendere in campo un terzo uomo. Per la verità in gioco c’è già, in un ruolo istituzionale importante, quello di presidente della Camera dei deputati. Parliamo di Roberto Fico, napoletano, ala di sinistra, quella considerata ortodossa dei grillini. Fico si è detto favorevole ai matrimoni di coppie dello stesso sesso. Stesso discorso per le adozioni. È favorevole all’eutanasia ed allo “ius soli”. Insomma, proprio l’incontrario di quello che predica il compagno (di Di Maio) Matteo Salvini.

Sono passati tredici anni da quando nel 2005 Fico fonda a Napoli uno dei 40 meetup “Amici di Beppe Grillo”. Crede nel “MoVimento del cambiamento” e s’impegna con tutte le sue forze perché possa decollare in una realtà difficile quale quella campana. Nel 2010 si candida a presidente della Regione Campania portando a casa un misero 1,35% di voti. Nel 2011 ci riprova a candidarsi come sindaco di Napoli ed ottiene più o meno gli stessi risultati elettorali dell’anno prima: 1,38%, non superando il primo turno. Da allora però tant’acqua è passata sotto i ponti.

L’ultima polemica che lo vede protagonista contro il duo Salvini-Di Maio è il “decreto sicurezza”. A chi gli chiedeva se l’assenza alla votazione finale del provvedimento doveva essere considerata una presa di distanza dallo stesso, la risposta è stata perentoria: “È una presa di distanza, non ne ho parlato prima perché sono presidente della Camera e rispetto il mio ruolo istituzionale fino in fondo… ". Si può ben immaginare lo stato d’animo di Luigino Di Maio che deve registrare ben quattordici dei suoi che alla Camera non hanno votato il testo. Dice Salvini in proposito: “Io non capisco davvero quale sia il problema: allontana i delinquenti e aumenta la lotta a mafia, racket e droga”. Ipotizzando che il presidente Fico non abbia letto il testo del decreto. "È chiaro che l'ho letto il decreto – gli replica Fico-, li leggo i provvedimenti. Ma ci sono tante cose che non avrei voluto leggere al suo interno.". La battaglia è appena all’inizio, e “tra i due litiganti…”

Salvini-Di Maio, la competizione nascosta

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - E' proprio il caso di dirlo: "Chi di spada colpisce di spada perisce". E lo stellato Giggino Di Maio di spade ne ha usate proprio tante nel corso della sua carriera di capo dei 5Stelle. "Onestà, onestà", la parla d'ordine gridata a più non posso; più come una minaccia che non come una proposta di vita, e di governo.

La notizia data dalle “Iene” sulla mancanza di "onestà" in fatto di contratti di lavoro del papà di Luigino è il classico boomerang di ritorno che colpisce e fa male. Certo, per l'immagine del conducator grillino, ma consente anche agli speculatori qualunquisti di affermare: "E se questo che predicava a suon di strilli l’onestà s’è ritrovato con il papà con le mani nella melma, immaginarsi gli altri".

"Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia". È Maria Elena Boschi che parla, ricordando le bordate di Di Maio e dei suoi seguaci rivolte a lei ad ai suoi familiari per la vicenda della Banca Etruria. Ma anche Matteo Renzi rimembra gli attacchi ricevuti per il suo papà. Insomma, per il vice presidente del Consiglio non ci voleva proprio, specialmente nell’attuale momento particolarmente critico per lui ed il suo MoVimento. Insomma, proprio quando aveva ingranato la quinta marcia per rincorrere il Capitano padano, è arrivato “il botto”. I prossimi sondaggi elettorali sicuramente registreranno l’infortunio, ma già ultimamente le previsioni vedevano i grillini in calo, 25,8% rispetto al 27,5% di un mese fa. Invece la Lega passa al 32% dal 30,9%.

Se Giggino è seriamente preoccupato per l’avvicinarsi della scadenza elettorale delle Europee, il Matteo leghista non aspetta altro. Per ora deve fare “buon viso a cattivo gioco”, come si suole dire, con il suo compagno-antagonista Di Maio. Un attimo dopo i risultati elettorali delle Europee sarà libero di sciogliere il patto-contratto con i Pentastellati. Il suo sogno, non proprio nascosto, è di poter entrare a Palazzo Chigi con un contratto di fitto a “tempo indeterminato”. Il Salvini, presidente in pectore, sa di poter contare sul Cav. Silvio e sulla Sorella d’Italia Giorgia Meloni. Attualmente, facendo la somma delle ipotetiche preferenze, può prevedere un 46,4%, così suddiviso: 32% Lega, 9,6% Forza Italia, 3,7% Fratelli d’Italia, e un 1,1% di altri, vicini al Centro-destra. Ad oggi gli manca il 4,6% per arrivare a fare “Bingo”, ovvero il 51%. Comunque il Capitano è convinto che quei miseri numerini che gli mancano riuscirà a portarli a casa senza alcun problema. Certo intensificherà, mano mano che si avvicina la scadenza per le Europee, la sua eterna campagna elettorale, fatta di magliette e vestiario vario con slogan propagandistici, ruspe da lui guidate che abbattono tutto l’indecente possibile: dai campi Rom alle proprietà dei Casamonica e via proseguendo. L’unica seria preoccupazione che ha è che lo spread possa aumentare oltre la soglia di guardia. A quel punto i suoi “sogni di gloria” andrebbero a “farsi benedire”, cioè rimarrebbero illusioni nel cassetto. Se da una parte non può smettere di fare il Sovranista e sparare contro l’essere informe chiamata Europa, dall’altra non può esagerare. Qualche via d’uscita se la deve conservare se non vuol andare a sbattere con la testa contro il muro…europeo. E’ anche convinto, il Sovranista italico per eccellenza, che un po’ di grillini passeranno nelle sue fila appena avranno la certezza della vittoria finale leghista. Un po’ di scongiuri li fa, sotto sotto. A Di Maio è capitato il contrattempo del padre, qualche imprevisto potrebbe succedere pure a lui.

I nemici di Matteo speravano di poter approfittare della sua vicenda sentimentale per vederlo in difficoltà. Ma niente di tutto questo è avvenuto. Dopo l’annuncio di Elisa Isoardi, tramite Facebook, sulla fine della storia d’amore con il vice presidente del Consiglio, lui così replica: “Ho amato, ho perdonato, sicuramente avrò anche commesso degli errori ma ci ho creduto fino in fondo. Peccato, qualcuno aveva altre priorità. Buona vita”. Il maschio italiota per eccellenza stavolta non ha “piantato” ma lo è stato. E per cosa? Sarebbe stato imbarazzante dover constatare che Elisa lo lasciava per un altro uomo. No, per fortuna, solo per “altre priorità”…”La prova del cuoco”.

 

 

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Giornalisti, quel pasticciaccio di… corso Vittorio Emanuele II

corso vittorio emanuele Napoli 350 260 mindi Elia Fiorillo - Giornalisti, quel pasticciaccio brutto di… corso Vittorio Emanuele II. Di Venerdì, e non ricorreva alcuna festività, di giornalisti all’hotel Ramada di Napoli ce ne erano proprio tanti. Duecento? Di più? Si trattava di una riunione insolita per rimarcare un’ingiustizia commessa proprio da chi, per statuto, era obbligato a combattere le iniquità commesse a danno dei propri iscritti. Appunto la FNSI, la Federazione della stampa, il sindacato “unico e unitario” dei giornalisti. L’accusa dei manifestanti era grave. Non aver accettato 150 domande d’adesione al sindacato, con le relative quote d’iscrizione, consegnate dallo storico rappresentante dei pubblicisti campani, Domenico Falco. Le cose, su per giù, erano andate così.

Falco, con un collega, si presenta nella sede del sindacato napoletano. Presenta le istanze d’iscrizione che sono in un primo momento accettate. Poi le richieste di adesione vengono ad una ad una analizzate, pare anche con l’aiuto di un grafologo, per controllare la veridicità delle firme poste in calce.
Qualcosa non va. Parte una denuncia all’autorità giudiziaria. Alcuni sottoscrittori ricevono telefonate dai rappresentanti delle Forze dell’ordine per la conferma della firma in calce all’istanza. Ne nasce un bailamme epico, con accuse reciproche e con lettere di avvocati che “precisano, puntualizzano, rigettano”, e chi più ne ha più ne metta. Certo Domenico, detto Mimmo, Falco è stato superficiale. Non si era posto il problema che 150 nuovi soci avrebbero fatto saltare gli equilibri nella FNSI. Per converso però i rappresentanti del sindacato, invece di fare la cosa più semplice e logica di questo mondo, chiedere a Falco che ogni giornalista si presentasse alla sede del sindacato per sottoscrivere l’iscrizione, hanno montato il caso.

C’è da dire che alcuni di quei giornalisti che oggi richiedono l’iscrizione, in passato hanno ricoperto cariche importanti nella FNSI: da probiviri, a consiglieri nazionali, a membri del Comitato esecutivo, a sindaci. Poi, un brutto giorno, vennero, dalla dirigenza nazionale di allora, cacciati tutti. Sì, buttati fuori perché provenienti da una terra contaminata che si chiama Campania. Infettata da che? Da un’ingiunzione del Comune di Napoli che chiedeva alle strutture locali del sindacato e dell’Ordine tre milioni di euro di fitti non pagati per l’utilizzo della sede di proprietà del Comune di Napoli, che per tanti anni era stata ubicata nella villa comunale.

La “paura” a lotto fa novanta, ma per la dirigenza di allora della FNSI quel novanta dovette essere moltiplicato per mille, se non di più. Fatto sta che da un giorno all’altro, senza sentire ragioni, il “democratico” (sic!) sindacato dei giornalisti caccia dalle sue fila tutti gli esponenti della Regione Campania. Senza porsi alcun problema dell’inamovibilità di soggetti democraticamente eletti a sindaci, a probiviri, a membri dell’esecutivo e via dicendo. In questo modo, ad avviso di chi aveva ipotizzato l’operazione, il Comune di Napoli non poteva rifarsi sulla FNSI per ottenere i fitti non pagati,. A lume di logica, e di diritto, se il Comune di Napoli poteva avanzare pretese risarcitorie sulla struttura nazionale del sindacato per debiti contratti dalla periferia napoletana non sarebbe bastata una cacciata dell’ultimo momento per risolvere il problema. Chissà, la faccenda debitoria poteva essere un buon motivo per mettere da parte una Regione che era stata sempre determinante nelle definizioni delle leadership.

Per anni, fino alla sua morte, il campano Mimmo Castellano è stato il leader indiscusso dei pubblicisti italiani, segretario generale aggiunto della FSNI. Ripeteva spesso la frase un po’ folcloristica: “Dobbiamo stare affasciati, affasciamoci…”. In un ricordo di Castellano dice di lui l’attuale presidente del sindacato dei giornalisti, Peppe Giulietti: “Ieri come oggi, l’invito di Mimmo a restare <> ci sembra sempre e comunque di straordinaria attualità e da non dimenticare, neanche per un attimo”.

“Un’intesa di carattere permanente per la difesa degli interessi della categoria giornalistica che sono profondamente legati agli interessi ed alle aspirazioni dei lavoratori italiani di tutte le categorie”. Così si espresse il primo convegno nazionale dei giornalisti italiani – un vero e proprio Congresso – che si svolse a Palermo dal 5 al 9 ottobre 1946. Fu questa una delle motivazioni che spinsero i sindacati confederali dell’epoca a ipotizzare il “sindacato unico ed unitario dei giornalisti”, al di fuori delle logiche ideologiche dell’epoca.

I tempi cambiano e certe scelte del passato, dettate da giuste preoccupazioni, possono ritenersi superate. La democrazia è pluralismo ed i sindacati “unici ed unitari” sono un’altra cosa.

 

 

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Giggino Di Maio e la malattia incurabile di nome Matteo

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - C’è chi maledice l’assoluzione per falso ideologico della sindaca di Roma Virginia Raggi. Chi, invece, per converso esulta di gioia. Capita in situazioni del genere che si formino due partiti, quelli a favore e quelli contro. Ma, nel caso in questione, non è “tutto oro quello che luce”. Ovvero, certe dichiarazioni di gaudio sono dettate dall’opportunità politica e non dal convincimento personale.

Per il proscioglimento di Virginia Raggi l’esultante per antonomasia è stato Giggino Di Maio. Prima della sentenza aveva tirato in ballo il regolamento dei 5Stelle. In caso di condanna dimissioni da sindaco tout court. Sulla possibile andata via dell’ingombrante prima cittadina di Roma la mente fertile del vice presidente del Consiglio ci aveva ricamato su. Se veramente la Capitale fosse tornata alle elezioni i grillini non potevano fare brutta figura. Già ne avevano collezionato ad iosa con la prima donna sindaco di Roma. Si doveva andare al voto con un nominativo vincente. Lui, Luigino, era già impegnato a guidare il MoVimento, a fare il ministro dello Sviluppo economico, del Lavoro e delle politiche sociali, nonché vice presidente del Consiglio dei ministri. Si poteva - meglio doveva - candidare per quella carica il “vacanziero”, di ritorno, Dibba, ovvero Alessandro Di Battista. L’avrebbe finita così di rompere…. C’era anche il fatto da non sottovalutare che l’amico-nemico Salvini si era messo in testa di contare di più a Roma. Stava cercando una sede quanto più decorosa possibile nella Capitale per la sua Lega non più separatista. Anzi, più che unitaria. “Nord e Sud uniti nella lotta”… salviniana, ovviamente.

Luigino già vedeva Dibba alle prese con la montagna di problemi che avevano sfinito la signora Raggi. Stavolta non c’era da scrivere un articolo o un romanzo, ma gestire una città. Anche Beppe Grillo ha ipotizzato un addio di Virginia. Recentemente ha dichiarato: “Si è vista archiviare 360 denunce. Ha perso 14 chili. Le conveniva mollare per sopravvivere”.

La giustizia ha fatto il suo corso assolvendo la sindaca e cancellando le speranze di Di Maio. In situazioni del genere, quando ti sei costruito in testa un percorso operativo più che credibile, a tuo avviso, eppoi tutto va a rotoli, la rabbia ottunde il cervello. E così il vice presidente del Consiglio scarica la sua collera sui giornalisti, dimenticando che possiede una tessera di “pubblicista” di cui una volta andava fiero. Stavolta l’Ordine dei giornalisti della Campania, dove Di Maio è iscritto, non ha potuto più sorvolare alle affermazioni contro la categoria di un suo iscritto. Il comunicato dell’Ordine è lapidario: “In relazione alle affermazioni del vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, giornalista pubblicista, iscritto all'Ordine della Campania, rilasciate in seguito all'assoluzione del sindaco di Roma, Virginia Raggi, l'Ordine della Campania - dice il presidente, Ottavio Lucarelli - seguirà le procedure previste dalla normativa vigente. Pertanto anche ‘dopo le numerose segnalazioni giunte gli atti saranno trasmessi al Consiglio di disciplina regionale, così come previsto dalle norme’”. Se ci dovesse essere radiazione ancora una volta Di Maio griderà al completato contro di lui dei soliti noti "pennivendoli".

Mentre Giggino deve fare i conti con le tante anime del suo MoVimento, il Matteo ex padano nella Lega non ha rivali, nessuna voce di dissenso verso di lui. L'unico che prova a remargli contro è l'Umberto Bossi, per quel che conta. Un candidato dittatore? Così lo definisce il suo ex amico Silvio Berlusconi. E arriva pronta la risposta del Capitano: "Il clima illiberale lo vede solo lui con qualche burocrate di Bruxelles e qualche frustrato del Pd".

Per il capo politico dei 5Stelle Salvini è ormai una malattia incurabile. Dalla semplice influenza si è passati mano mano a qualcosa di più serio che va affrontata con determinazione. Il pretesto della rottura potrebbero essere le "grandi opere", a partire dalla Tav, caldeggiate da Salvini e boicottate dai 5Stelle. Ma l'opinione pubblica è frastornata sull'argomento, non ha ben compreso le ragioni del "no" alle grandi infrastrutture a favore delle iniziative per rendere le città più vivibili sostenute dal MoVimento. Se Di Maio non s’inventa qualcosa prima delle elezioni europee per invertire la rotta e per bloccare la “malattia” di nome Salvini per lui non ci saranno speranze di guarigione, ma non solo per lui.

 

 

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