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Elia Fiorillo

Elia Fiorillo

Elia Fiorillo. Giornalista, Docente all'università di Napoli Federico II. Vive a Napoli.

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Di Maio, Dibba, Fico, il triello 5Stelle

dimaio dibbattista fico 350 mindi Elia Fiorillo - Non è certo una novità che “tra i due litiganti il terzo gode”. Una cosa del genere succede spesso e potrebbe capitare anche nel MoVimento grillino. Sulla scena ben in vista c’è Giggino Di Maio, un po’ malconcio ultimamente per via dei problemi capitati al papà. Ma anche per il super attivismo del collega Salvini che, a detta dei pronostici, alle europee dovrebbe portare la Lega alle stelle. Mentre per i 5Stelle i consensi sono in calo.

C’è poi Dibba, ovvero Alessandro Di Battista, pronto a rientrare in campo fisicamente. A Natale rincasa dal Sud America, ma non si è capito bene se si ferma in Italia per riprendere l’attività di “politico” o riparte per un altro dei sui viaggi. La lontananza non gli ha nociuto. Anzi, l’ha rafforzato, per certi versi, con le sue puntuali uscite scenografiche. In una di queste ultime ha chiamato i giornalisti “puttane” per gli attacchi ingiustificati, a suo avviso, rivolti alla sindaca di Roma Raggi. “Ho utilizzato – sostiene - un termine forte perché alle volte il turpiloquio permette di fissare un concetto in maniera più chiara, ma non mi riferivo affatto a tutti i giornalisti”. Di spettacolo Dibba se ne intende essendo laureato in discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Il turpiloquio fa spettacolo, secondo lui, e quindi fissa meglio i concetti. Una volta era qualcosa di disdicevole oggi è “didattica”.

Né Di Battista, né Di Maio litigano tra di loro apertamente. Non conviene ai due, anche se è pensabile che ci siano un po’ di questioni in cui hanno posizioni totalmente diverse. Certo è che Giggino pensa a Dibba come sindaco di Roma. Lo ha fatto quando Virginia Raggi correva il rischio di essere condannata per l’accusa di falso nel processo di primo grado in cui era imputata per la vicenda della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex braccio destro della sindaca, Raffaele – alla direzione del Dipartimento turismo. Lo rifarà, Luigi, allo scadere del mandato di donna Virginia, sempre che le cose rimangano allo stato attuale. Insomma, un modo per liberarsi e vincolare un soggetto scomodo come il “rivoluzionario” Dibba.

Se anche Di Maio riuscisse a sistemare il “viaggiatore” Alessandro per non avere problemi di leadership, non è detto, come accennavamo prima, che non possa scendere in campo un terzo uomo. Per la verità in gioco c’è già, in un ruolo istituzionale importante, quello di presidente della Camera dei deputati. Parliamo di Roberto Fico, napoletano, ala di sinistra, quella considerata ortodossa dei grillini. Fico si è detto favorevole ai matrimoni di coppie dello stesso sesso. Stesso discorso per le adozioni. È favorevole all’eutanasia ed allo “ius soli”. Insomma, proprio l’incontrario di quello che predica il compagno (di Di Maio) Matteo Salvini.

Sono passati tredici anni da quando nel 2005 Fico fonda a Napoli uno dei 40 meetup “Amici di Beppe Grillo”. Crede nel “MoVimento del cambiamento” e s’impegna con tutte le sue forze perché possa decollare in una realtà difficile quale quella campana. Nel 2010 si candida a presidente della Regione Campania portando a casa un misero 1,35% di voti. Nel 2011 ci riprova a candidarsi come sindaco di Napoli ed ottiene più o meno gli stessi risultati elettorali dell’anno prima: 1,38%, non superando il primo turno. Da allora però tant’acqua è passata sotto i ponti.

L’ultima polemica che lo vede protagonista contro il duo Salvini-Di Maio è il “decreto sicurezza”. A chi gli chiedeva se l’assenza alla votazione finale del provvedimento doveva essere considerata una presa di distanza dallo stesso, la risposta è stata perentoria: “È una presa di distanza, non ne ho parlato prima perché sono presidente della Camera e rispetto il mio ruolo istituzionale fino in fondo… ". Si può ben immaginare lo stato d’animo di Luigino Di Maio che deve registrare ben quattordici dei suoi che alla Camera non hanno votato il testo. Dice Salvini in proposito: “Io non capisco davvero quale sia il problema: allontana i delinquenti e aumenta la lotta a mafia, racket e droga”. Ipotizzando che il presidente Fico non abbia letto il testo del decreto. "È chiaro che l'ho letto il decreto – gli replica Fico-, li leggo i provvedimenti. Ma ci sono tante cose che non avrei voluto leggere al suo interno.". La battaglia è appena all’inizio, e “tra i due litiganti…”

Salvini-Di Maio, la competizione nascosta

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - E' proprio il caso di dirlo: "Chi di spada colpisce di spada perisce". E lo stellato Giggino Di Maio di spade ne ha usate proprio tante nel corso della sua carriera di capo dei 5Stelle. "Onestà, onestà", la parla d'ordine gridata a più non posso; più come una minaccia che non come una proposta di vita, e di governo.

La notizia data dalle “Iene” sulla mancanza di "onestà" in fatto di contratti di lavoro del papà di Luigino è il classico boomerang di ritorno che colpisce e fa male. Certo, per l'immagine del conducator grillino, ma consente anche agli speculatori qualunquisti di affermare: "E se questo che predicava a suon di strilli l’onestà s’è ritrovato con il papà con le mani nella melma, immaginarsi gli altri".

"Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia". È Maria Elena Boschi che parla, ricordando le bordate di Di Maio e dei suoi seguaci rivolte a lei ad ai suoi familiari per la vicenda della Banca Etruria. Ma anche Matteo Renzi rimembra gli attacchi ricevuti per il suo papà. Insomma, per il vice presidente del Consiglio non ci voleva proprio, specialmente nell’attuale momento particolarmente critico per lui ed il suo MoVimento. Insomma, proprio quando aveva ingranato la quinta marcia per rincorrere il Capitano padano, è arrivato “il botto”. I prossimi sondaggi elettorali sicuramente registreranno l’infortunio, ma già ultimamente le previsioni vedevano i grillini in calo, 25,8% rispetto al 27,5% di un mese fa. Invece la Lega passa al 32% dal 30,9%.

Se Giggino è seriamente preoccupato per l’avvicinarsi della scadenza elettorale delle Europee, il Matteo leghista non aspetta altro. Per ora deve fare “buon viso a cattivo gioco”, come si suole dire, con il suo compagno-antagonista Di Maio. Un attimo dopo i risultati elettorali delle Europee sarà libero di sciogliere il patto-contratto con i Pentastellati. Il suo sogno, non proprio nascosto, è di poter entrare a Palazzo Chigi con un contratto di fitto a “tempo indeterminato”. Il Salvini, presidente in pectore, sa di poter contare sul Cav. Silvio e sulla Sorella d’Italia Giorgia Meloni. Attualmente, facendo la somma delle ipotetiche preferenze, può prevedere un 46,4%, così suddiviso: 32% Lega, 9,6% Forza Italia, 3,7% Fratelli d’Italia, e un 1,1% di altri, vicini al Centro-destra. Ad oggi gli manca il 4,6% per arrivare a fare “Bingo”, ovvero il 51%. Comunque il Capitano è convinto che quei miseri numerini che gli mancano riuscirà a portarli a casa senza alcun problema. Certo intensificherà, mano mano che si avvicina la scadenza per le Europee, la sua eterna campagna elettorale, fatta di magliette e vestiario vario con slogan propagandistici, ruspe da lui guidate che abbattono tutto l’indecente possibile: dai campi Rom alle proprietà dei Casamonica e via proseguendo. L’unica seria preoccupazione che ha è che lo spread possa aumentare oltre la soglia di guardia. A quel punto i suoi “sogni di gloria” andrebbero a “farsi benedire”, cioè rimarrebbero illusioni nel cassetto. Se da una parte non può smettere di fare il Sovranista e sparare contro l’essere informe chiamata Europa, dall’altra non può esagerare. Qualche via d’uscita se la deve conservare se non vuol andare a sbattere con la testa contro il muro…europeo. E’ anche convinto, il Sovranista italico per eccellenza, che un po’ di grillini passeranno nelle sue fila appena avranno la certezza della vittoria finale leghista. Un po’ di scongiuri li fa, sotto sotto. A Di Maio è capitato il contrattempo del padre, qualche imprevisto potrebbe succedere pure a lui.

I nemici di Matteo speravano di poter approfittare della sua vicenda sentimentale per vederlo in difficoltà. Ma niente di tutto questo è avvenuto. Dopo l’annuncio di Elisa Isoardi, tramite Facebook, sulla fine della storia d’amore con il vice presidente del Consiglio, lui così replica: “Ho amato, ho perdonato, sicuramente avrò anche commesso degli errori ma ci ho creduto fino in fondo. Peccato, qualcuno aveva altre priorità. Buona vita”. Il maschio italiota per eccellenza stavolta non ha “piantato” ma lo è stato. E per cosa? Sarebbe stato imbarazzante dover constatare che Elisa lo lasciava per un altro uomo. No, per fortuna, solo per “altre priorità”…”La prova del cuoco”.

 

 

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Giornalisti, quel pasticciaccio di… corso Vittorio Emanuele II

corso vittorio emanuele Napoli 350 260 mindi Elia Fiorillo - Giornalisti, quel pasticciaccio brutto di… corso Vittorio Emanuele II. Di Venerdì, e non ricorreva alcuna festività, di giornalisti all’hotel Ramada di Napoli ce ne erano proprio tanti. Duecento? Di più? Si trattava di una riunione insolita per rimarcare un’ingiustizia commessa proprio da chi, per statuto, era obbligato a combattere le iniquità commesse a danno dei propri iscritti. Appunto la FNSI, la Federazione della stampa, il sindacato “unico e unitario” dei giornalisti. L’accusa dei manifestanti era grave. Non aver accettato 150 domande d’adesione al sindacato, con le relative quote d’iscrizione, consegnate dallo storico rappresentante dei pubblicisti campani, Domenico Falco. Le cose, su per giù, erano andate così.

Falco, con un collega, si presenta nella sede del sindacato napoletano. Presenta le istanze d’iscrizione che sono in un primo momento accettate. Poi le richieste di adesione vengono ad una ad una analizzate, pare anche con l’aiuto di un grafologo, per controllare la veridicità delle firme poste in calce.
Qualcosa non va. Parte una denuncia all’autorità giudiziaria. Alcuni sottoscrittori ricevono telefonate dai rappresentanti delle Forze dell’ordine per la conferma della firma in calce all’istanza. Ne nasce un bailamme epico, con accuse reciproche e con lettere di avvocati che “precisano, puntualizzano, rigettano”, e chi più ne ha più ne metta. Certo Domenico, detto Mimmo, Falco è stato superficiale. Non si era posto il problema che 150 nuovi soci avrebbero fatto saltare gli equilibri nella FNSI. Per converso però i rappresentanti del sindacato, invece di fare la cosa più semplice e logica di questo mondo, chiedere a Falco che ogni giornalista si presentasse alla sede del sindacato per sottoscrivere l’iscrizione, hanno montato il caso.

C’è da dire che alcuni di quei giornalisti che oggi richiedono l’iscrizione, in passato hanno ricoperto cariche importanti nella FNSI: da probiviri, a consiglieri nazionali, a membri del Comitato esecutivo, a sindaci. Poi, un brutto giorno, vennero, dalla dirigenza nazionale di allora, cacciati tutti. Sì, buttati fuori perché provenienti da una terra contaminata che si chiama Campania. Infettata da che? Da un’ingiunzione del Comune di Napoli che chiedeva alle strutture locali del sindacato e dell’Ordine tre milioni di euro di fitti non pagati per l’utilizzo della sede di proprietà del Comune di Napoli, che per tanti anni era stata ubicata nella villa comunale.

La “paura” a lotto fa novanta, ma per la dirigenza di allora della FNSI quel novanta dovette essere moltiplicato per mille, se non di più. Fatto sta che da un giorno all’altro, senza sentire ragioni, il “democratico” (sic!) sindacato dei giornalisti caccia dalle sue fila tutti gli esponenti della Regione Campania. Senza porsi alcun problema dell’inamovibilità di soggetti democraticamente eletti a sindaci, a probiviri, a membri dell’esecutivo e via dicendo. In questo modo, ad avviso di chi aveva ipotizzato l’operazione, il Comune di Napoli non poteva rifarsi sulla FNSI per ottenere i fitti non pagati,. A lume di logica, e di diritto, se il Comune di Napoli poteva avanzare pretese risarcitorie sulla struttura nazionale del sindacato per debiti contratti dalla periferia napoletana non sarebbe bastata una cacciata dell’ultimo momento per risolvere il problema. Chissà, la faccenda debitoria poteva essere un buon motivo per mettere da parte una Regione che era stata sempre determinante nelle definizioni delle leadership.

Per anni, fino alla sua morte, il campano Mimmo Castellano è stato il leader indiscusso dei pubblicisti italiani, segretario generale aggiunto della FSNI. Ripeteva spesso la frase un po’ folcloristica: “Dobbiamo stare affasciati, affasciamoci…”. In un ricordo di Castellano dice di lui l’attuale presidente del sindacato dei giornalisti, Peppe Giulietti: “Ieri come oggi, l’invito di Mimmo a restare <> ci sembra sempre e comunque di straordinaria attualità e da non dimenticare, neanche per un attimo”.

“Un’intesa di carattere permanente per la difesa degli interessi della categoria giornalistica che sono profondamente legati agli interessi ed alle aspirazioni dei lavoratori italiani di tutte le categorie”. Così si espresse il primo convegno nazionale dei giornalisti italiani – un vero e proprio Congresso – che si svolse a Palermo dal 5 al 9 ottobre 1946. Fu questa una delle motivazioni che spinsero i sindacati confederali dell’epoca a ipotizzare il “sindacato unico ed unitario dei giornalisti”, al di fuori delle logiche ideologiche dell’epoca.

I tempi cambiano e certe scelte del passato, dettate da giuste preoccupazioni, possono ritenersi superate. La democrazia è pluralismo ed i sindacati “unici ed unitari” sono un’altra cosa.

 

 

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Giggino Di Maio e la malattia incurabile di nome Matteo

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - C’è chi maledice l’assoluzione per falso ideologico della sindaca di Roma Virginia Raggi. Chi, invece, per converso esulta di gioia. Capita in situazioni del genere che si formino due partiti, quelli a favore e quelli contro. Ma, nel caso in questione, non è “tutto oro quello che luce”. Ovvero, certe dichiarazioni di gaudio sono dettate dall’opportunità politica e non dal convincimento personale.

Per il proscioglimento di Virginia Raggi l’esultante per antonomasia è stato Giggino Di Maio. Prima della sentenza aveva tirato in ballo il regolamento dei 5Stelle. In caso di condanna dimissioni da sindaco tout court. Sulla possibile andata via dell’ingombrante prima cittadina di Roma la mente fertile del vice presidente del Consiglio ci aveva ricamato su. Se veramente la Capitale fosse tornata alle elezioni i grillini non potevano fare brutta figura. Già ne avevano collezionato ad iosa con la prima donna sindaco di Roma. Si doveva andare al voto con un nominativo vincente. Lui, Luigino, era già impegnato a guidare il MoVimento, a fare il ministro dello Sviluppo economico, del Lavoro e delle politiche sociali, nonché vice presidente del Consiglio dei ministri. Si poteva - meglio doveva - candidare per quella carica il “vacanziero”, di ritorno, Dibba, ovvero Alessandro Di Battista. L’avrebbe finita così di rompere…. C’era anche il fatto da non sottovalutare che l’amico-nemico Salvini si era messo in testa di contare di più a Roma. Stava cercando una sede quanto più decorosa possibile nella Capitale per la sua Lega non più separatista. Anzi, più che unitaria. “Nord e Sud uniti nella lotta”… salviniana, ovviamente.

Luigino già vedeva Dibba alle prese con la montagna di problemi che avevano sfinito la signora Raggi. Stavolta non c’era da scrivere un articolo o un romanzo, ma gestire una città. Anche Beppe Grillo ha ipotizzato un addio di Virginia. Recentemente ha dichiarato: “Si è vista archiviare 360 denunce. Ha perso 14 chili. Le conveniva mollare per sopravvivere”.

La giustizia ha fatto il suo corso assolvendo la sindaca e cancellando le speranze di Di Maio. In situazioni del genere, quando ti sei costruito in testa un percorso operativo più che credibile, a tuo avviso, eppoi tutto va a rotoli, la rabbia ottunde il cervello. E così il vice presidente del Consiglio scarica la sua collera sui giornalisti, dimenticando che possiede una tessera di “pubblicista” di cui una volta andava fiero. Stavolta l’Ordine dei giornalisti della Campania, dove Di Maio è iscritto, non ha potuto più sorvolare alle affermazioni contro la categoria di un suo iscritto. Il comunicato dell’Ordine è lapidario: “In relazione alle affermazioni del vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, giornalista pubblicista, iscritto all'Ordine della Campania, rilasciate in seguito all'assoluzione del sindaco di Roma, Virginia Raggi, l'Ordine della Campania - dice il presidente, Ottavio Lucarelli - seguirà le procedure previste dalla normativa vigente. Pertanto anche ‘dopo le numerose segnalazioni giunte gli atti saranno trasmessi al Consiglio di disciplina regionale, così come previsto dalle norme’”. Se ci dovesse essere radiazione ancora una volta Di Maio griderà al completato contro di lui dei soliti noti "pennivendoli".

Mentre Giggino deve fare i conti con le tante anime del suo MoVimento, il Matteo ex padano nella Lega non ha rivali, nessuna voce di dissenso verso di lui. L'unico che prova a remargli contro è l'Umberto Bossi, per quel che conta. Un candidato dittatore? Così lo definisce il suo ex amico Silvio Berlusconi. E arriva pronta la risposta del Capitano: "Il clima illiberale lo vede solo lui con qualche burocrate di Bruxelles e qualche frustrato del Pd".

Per il capo politico dei 5Stelle Salvini è ormai una malattia incurabile. Dalla semplice influenza si è passati mano mano a qualcosa di più serio che va affrontata con determinazione. Il pretesto della rottura potrebbero essere le "grandi opere", a partire dalla Tav, caldeggiate da Salvini e boicottate dai 5Stelle. Ma l'opinione pubblica è frastornata sull'argomento, non ha ben compreso le ragioni del "no" alle grandi infrastrutture a favore delle iniziative per rendere le città più vivibili sostenute dal MoVimento. Se Di Maio non s’inventa qualcosa prima delle elezioni europee per invertire la rotta e per bloccare la “malattia” di nome Salvini per lui non ci saranno speranze di guarigione, ma non solo per lui.

 

 

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I seri problemi di Gigino e Matteo

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - Un giorno sì e l’altro pure bisogna individuare un “nemico” da colpire. Meglio se questi è di quelli potenti e super rispettato. Insomma, un soggetto che per la sua collocazione politica, economica o sociale è in vetta alle classifiche dell’audience dei media. E’ toccato anche al pacifico e diplomatico presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sentirsi minacciato d’impeachment, a norma dell’art. 90 della Costituzione, per aver fatto solamente il proprio mestiere di capo dello Stato. Solo che quelle determinazioni assunte più che legittimamente dal presidente non erano scritte nel copione dei suoi accusatori. Chissà come avrebbe reagito “Re” Giorgio, Napolitano, quando alloggiava al Quirinale difronte a minacce del genere.

C’è chi dice che sparare ad obiettivi alti può servire anche, in alcuni casi, a spostare l’attenzione della pubblica opinione dalle questioni interne di basso profilo: dai litigi, dalle incomprensioni, dagli sgambetti degli amici-nemici. Luigino Di Maio non se la passa bene nell’ultimo periodo, in particolare per le contestazioni che gli vengono dai “suoi”. E nemmeno i tricche tracche di notizie sparate all’uopo per provare a far “cambiare discorso” alla pubblica opinione, in certi casi, servono allo scopo. Quando hai predicato per una vita che certe cose non si sarebbero mai fatte, eppoi una volta al governo le fai, le reazioni te le devi aspettare.

Una delle accuse più pesanti che ha investito Gigino in questi giorni è quella della Tap, ovvero del Trans Adriatic Pipeline. Parliamo del gasdotto che dall’Albania dovrebbe arrivare sulle coste della Puglia. Precisamente a San Foca, che è una frazione di Melendugno, in provincia di Lecce. Il Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale era stato più che chiaro: una volta nella stanza dei bottoni il gasdotto sarebbe stato fermato. Una cosa però è stare all’opposizione un’altra è essere il vice-presidente del “governo del cambiamento”. Ci avrà pure provato Di Maio a bloccare il progetto, ma poi ha dovuto cedere le armi. Difronte a venti miliardi di euro di risarcimento danni, secondo il ministro dello Sviluppo economico, non era possibile fare dietrofront. Gli risponde a stretto giro l’ex ministro Carlo Calenda: “nel contratto della Tap non ci sono penali, è un'opera privata a cui lo Stato ha dato il consenso per la realizzazione, nessuna carta segreta". Nel caso, quindi, di blocco ci sarebbero da pagare solo risarcimenti alle aziende coinvolte in quanto non esiste alcun contratto tra lo Stato ed il consorzio che si occupa della realizzazione dell’opera. Una risposta del genere Luigino se la doveva aspettare, ma lui va diritto per la sua strada. Immaginarsi se si spaventa difronte alle precisazioni di un novello Pidiellino come Calenda.

Se sul fronte Tap c’è stato un dietrofront alle posizioni eternamente espresse dal MoVimento, sul versante Tav c’è invece un’avanti tutta affinché l’opera non venga realizzata. I 23 voti a favore della mozione del Consiglio comunale di Torino che chiede di fermare la costruzione dell’Alta velocità in attesa che venga fatta l’analisi dei costi-benefici, è senz’altro una bella vittoria. Ovviamente da super-esaltare, nella speranza di far dimenticare il passo favorevole al gasdotto. La sindaca di Torino Appendino, che teoricamente dovrebbe essere contro la Tav, al momento della discussione in Consiglio sulla materia era impegnata a Dubai. Una combinazione un po’ strana che fa gridare ai duri e puri dei 5Stelle che la prima cittadina di Torino è volata via per non “mettere la faccia” al provvedimento.

Se li potesse cancellare via con un colpo di spugna lo farebbe immediatamente, decisionista qual è, Matteo Salvini. Ma non può, almeno per il momento. Deve sopportare pazientemente i vari “moti perpetui” dei suoi alleati e difendere a spada tratta Luigino Di Maio, anche se alcune uscite di quest’ultimo lo hanno fatto incazzare nero. Fino alle prossime europee il mosaico non va toccato, poi si vedrà. E’ sicuro il Matteo padano di fare “Bingo” alle prossime elezioni, ma non basta. O supera il 50% dei consensi o deve, purtroppo, “sopportare” un alleato per poter mettere piede a Palazzo Chigi. E di possibili alleati per ora c’è solo Gigino e company. Certo, c’è Berlusconi che rompe, ma il vero problema restano i grillini. C’è sempre il rischio di accordi con i democratici e con gruppi affini come vanno teorizzando in molti. Il futuro è una vera incognita… soprattutto per il Paese.

 

 

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Piantatela. La Prima Repubblica non è l'emblema del Male assoluto

Montecitorio ritorno al proporzionale I primarepubblica dopo i renzi 260h mindi Elia Fiorillo - Gli scemi, i fessi, i bugiardi e i pacieri a Palazzo Chigi. E’ un ritornello che ritorna spesso tra i politici di oggi. Un modo dispregiativo per qualificare un’epoca e per esaltarne un’altra. Sarebbe bene, specialmente in politica, evitare di fare paragoni tra periodi storici. Tante le cose diverse. Tante le evoluzioni-rivoluzioni. Si pensi alla televisione che ai tempi della promulgazione della Costituzione, nel 1948, non c’era. E, così, tanti altri mezzi e strumenti che a noi donne e uomini di oggi sembrano “naturali”, solo qualche anno fa erano qualcosa di fantastico.

Tutti i mali, a sentire certi politici, pare che fossero di casa nella cosiddetta Prima Repubblica. La si cita, a volte, come il “male assoluto” della politica. Eppure, in quell’epoca, nasce la nostra Costituzione, “la più bella del mondo”. E nel 1946 la legge elettorale di tipo proporzionale il cui carattere, al di là delle modifiche succedutesi nel tempo, è stato mantenuto per quasi mezzo secolo. Sino a quando non è subentrata la modifica della legge elettorale nel 1993. Allora i principali partiti in campo erano quelli che avevano combattuto insieme il fascismo, la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano. Con una D.C. al comando nell’eterna contrapposizione al P.C.. Altri tempi che non è caso di citare, come si usa dire, a vanvera. Meglio pensare seriamente ai guai del nostro Paese e provarli a risolverli lasciando perdere la Prima Repubblica.

A quei tempi non sarebbe avvenuto che due partner di governo si prendessero a “male parole” pubblicamente per poi far finta che niente fosse accaduto. Il punto dolens del litigio è stato sul condono fiscale. Pare che i due, Salvini e Di Maio, non si fossero ben capiti in Consiglio dei ministri sulla materia. Salvini dichiara che “per scemo non passo”. E Di Maio replica irato: ”Se Salvini dice che non vuole passare per fesso, io non posso essere scambiato per bugiardo”. Al solito è dovuto intervenire il presidente del Consiglio Conte che più che Primo ministro del nostro Paese è il “paciere” per antonomasia. Così, anche stavolta, Conte a Palazzo Chigi ha riportato la pace tra i due, fino alla prossima volta.

Al solito chi butta benzina sul fuoco è il “garante” dei pentastellati, Beppe Grillo. Dichiarazioni pubbliche contro l’inquilino del Quirinale nella Prima Repubblica non erano pensabili. Alla kermesse dei 5Stelle al Circo Massimo, nel chiudere la due giorni, Grillo spara ad alzo zero su Mattarella: “Dovremmo togliere i poteri al capo dello Stato, dovremmo riformarlo. Un capo dello Stato che presiede il Consiglio superiore della magistratura, capo delle forze armate, non è più in sintonia con il nostro modo di pensare”. Le parole del “garante” creano grande imbarazzo nell’ala governativa del Movimento e non solo. Diversi grillini pensano che Beppe certe battute se le poteva evitare. Come quella sull’alleato di governo, il Matteo padano. Grillo racconta che la prima volta che si è incontrato con Salvini questi, avendo la madre al telefono, gli abbia chiesto un saluto per la sua mammà. E il Beppe lo ha accontentato affermando: “signora perché non ha preso la pillola quel giorno?”. Poi, pensando di essere stato inopportuno, raddrizza il tiro: “E’ uno che dice una cosa e la mantiene. L’etica della politica è la lealtà…”.

Nella Prima Repubblica già da tempo ci sarebbe stata la “crisi di governo” per comportamenti e parole molto, ma molto meno offensive di quelle pronunciate in questi giorni. I tempi cambiano, non sempre in meglio però.

No, al di là delle parole sopra le righe del buon gusto e del senso politico non è prevista una crisi di governo a breve termine. Non conviene ai grillini né ai leghisti. Salvini è tutto proteso ad aumentare i consensi al suo partito. E’ convinto che alle Europee farà il colpo grosso. Il suo auspicio, non tanto nascosto, al di là di quello che pensa il suo alleato-nemico Berlusconi, è quello di poter entrare a Palazzo Chigi da Primo ministro, alla faccia di Di Maio ed anche del Cavaliere. Tempi duri invece per il pentastellato Luigino. Se i sondaggi vedono la Lega in grandissima volata a confronto delle ultime elezioni, i 5Stelle sono in discesa di qualche punto. E c’è fermento per il ritorno a Natale di Alessandro Di Battista. Un nuovo capitolo nei 5Stelle si aprirà?

 

 

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Competizione no stop tra Luigino e Matteo

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Luigino Di Maio era super felice quando si è affacciato dal balcone di Palazzo Chigi per festeggiare il varo del Documento di economia e finanza “che fa partire la Manovra del popolo”. In piazza Colonna ad assecondare il vice presidente del Consiglio non c’erano folle esultanti, il popolo grato, ma solo un centinaio di parlamentari grillini convocati per l’occasione. Da quel balcone aveva gioito anche Giovanni Spadolini, primo esponente laico del Consiglio dei ministri. Ma i motivi non erano politici. Spadolini, con un tricolore in mano, rompendo un tabù, salutava la vittoria della nazionale di Enzo Bearzot ai mondiali del 1982. Romano Prodi, nel 2006, nell’accogliere i vincitori del mondiale di calcio in Germania, non si sporse dal famoso balcone ma si limitò a salutare con la mano dalla finestra i tanti tifosi tripudianti in piazza. Altri tempi. Altre storie.

Per Giggino “l’accordo” estorto a Giovanni Tria, responsabile dell’Economia, che prevede un deficit del 2,4 per cento, era una priorità assoluta, specialmente per se stesso. Dopo che il suo amico-avversario Matteo Salvini continua a fare “bingo” nei sondaggi elettorali per le prossime elezioni europee, con le prediche di tutti i tipi sugli emigranti, lui è rimasto indietro nelle previsioni di voto. I malumori nei grillini sul “fiduciario” Di Maio sono sempre più palesi. Ritardare ancora la “Manovra del popolo” - “con il reddito di cittadinanza, la pensione di cittadinanza, superamento della legge Fornero, i soldi per i truffati dalle banche” - per il ministro dello Sviluppo economico e del lavoro non sarebbe stato più possibile. I “suoi” non l’avrebbero più tollerato, ma anche “il popolo sovrano” si sarebbe sentito preso in giro. L’attesa per quel “reddito” è molto forte in certe realtà territoriali. Quando alle ultime elezioni ci fu la vittoria dei grillini alcuni elettori ingenui del Sud si rivolsero ai Caf e ai Patronati per richiedere, seduta stante, il tanto strombazzato reddito di cittadinanza.

Giovanni Tria ha provato in tutti i modi a ipotizzare un deficit al di sotto del 2,4 per cento. Non c’è riuscito. I due vice presidenti del Consiglio non glielo hanno consentito. Non potevano fare marcia indietro sulle loro promesse elettorali. Probabilmente Tria ha pensato di dimettersi dall’incarico, ma il suo senso di responsabilità e le probabili pressioni del Quirinale gli hanno fatto cambiare idea. Le dimissioni del ministro “moderato”, vero calmante per l’Europa, al di là di quello che pensano Salvini e Di Maio, sarebbero state un vero disastro con lo spread, con molta probabilità, balzato alle stelle. Sembra che le rassicurazioni fatte da Tria - a mezzo intervista stampa -, sia alle preoccupazioni espresse dal Capo dello Stato che a quelle di diversi economisti per la crescita del debito pubblico, siano più difese d’ufficio che convinzioni profonde del ministro delle Finanze. Insomma, un passo obbligato di Tria, che pur giustificando la manovra che non lo convince, pensa di poter manovrare il timone della nostra economia lontano da situazioni pericolose. Ci spera per lo meno. Da competente qual'e' sa bene che i mercati, al di là di quello che va sostenendo Di Maio, non hanno alcuna intenzione di fare dispetti al nostro Paese, giocando sullo spread. Sono molto più logici di certi politici nostrani. Valutano con attenzione le possibilità e le potenzialità delle manovre economiche e le appoggiano o le bocciano secondo gli interessi economici sovrani.

È difficile credere che Luigino queste semplici regole non le conosca, ma deve fare la vittima nell'eterna campagna elettorale che lo vede contrapposto al Matteo padano. Quest'ultimo ha portato a casa un gran bel risultato, l'adesione di Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, alla Lega. Boccia, davanti all'assemblea dell'associazione di Vicenza, a Breganze, ha affermato di credere fortemente nella Lega perché "è una componente importante, qui non si tratta di regionalita' ma di risposte vere ai cittadini". Boccia ha inoltre sostenuto che Confindustria "ha grandi aspettative nei confronti della Lega. C'è un rapporto storico di molti nostri imprenditori con i governatori della Lega in Veneto, in Lombardia e in Friuli Venezia Giulia". Non tutti gli associati di Confindustria condividono il pensiero del presidente, ma come non saltare sul "carro del vincitore" in particolare al nord "industriale"?

No, non è sfuggita a Giggino l'adesione degli industriali al carro di Matteo Salvini. Stavolta non se la può prendere con i soliti bugiardi giornalisti.

 

 

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Padre Santucci s.j. : “sono uno scarto”

loscarto 390 mindi Elia Fiorillo - Di anni ne sono passati tanti dalla prima volta che ci siamo conosciuti. Cinquanta, cinquantadue? Di più? Lui era un sacerdote, gesuita, tra l’altro assistente dei boy scout. Un personaggio “dolce” ma determinato. Ricordo che allora la sua “sede” era presso l’Istituto Pontano di Napoli. Era anche l’assistente spirituale del gruppo scout Napoli 2°. Quel gruppo era frequentato da ragazzi di buona famiglia. Padre Ernesto Santucci s.j., questo il suo nome, poteva starsene tranquillo al Pontano a confessare, celebrare, assistere. Insomma, fare il prete e basta. Ma per lui la sua missione era ben altra cosa. Era stare con “gli ultimi tra gli ultimi”, con “lo scarto” umano. Ricordo un tour degli scout della provincia di Napoli di diversi giorni a piedi nel parco nazionale d’Abbruzzo. Credo di aver capito allora che padre Ernesto presto si sarebbe impegnato in altre realtà, in mondi a lui sconosciuti.

Cominciò a girare per i Quartieri Spagnoli di Napoli, a seguire i tanti piccoli delinquenti che ruotavano in quelle zone. Provava a tirarli fuori dai giri pericolosi che bazzicavano. Andava a trovarli in carcere per confortarli, per dargli il calore di una famiglia troppo spesso assente.

L’esperienza dei Quartieri Spagnoli lo portò a fondare una Comunità terapeutica: “Il Pioppo” a Somma Vesuviana. Disintossicare e salvare la vita a tanti giovani drogati divenne il suo obiettivo prioritario. Certo, le difficoltà erano tante, la mancanza di soldi, di aiuti, ma soprattutto lo scetticismo dei soliti benpensanti: “Chissà se questo prete non è aiutato dalla camorra…”. La tentazione di lasciar perdere tutto spesso l’assaliva nelle tante notti insonni. Poi però il ricordo dei “suoi” ragazzi “che non sanno a chi, a che cosa aggrapparsi”, prende il sopravvento nel suo cuore. “E allora si lavora insieme, si fatica insieme, si piange insieme, ci si sostiene l’un l’altro”.

Lui, padre Ernesto, la definisce “una grande grazia” essere arrestato e vivere qualche tempo nel carcere di Poggioreale dove tante volte era entrato “a portare fede e a consolare”. L’entrata in carcere fu dovuta al suo convincimento, un po’ ingenuo, che un giovane implicato in una rapina conclusasi con un omicidio fosse innocente. Con il solito impegno cercò di dimostrare la fondatezza delle sue idee. Quell’impegno e quella determinazione vennero interpretati da un magistrato come collusione e padre Santucci fu spedito a Poggioreale. “Il Signore Gesù – afferma padre Ernesto – mi rendeva scarto perché potessi capire sempre più a fondo ciò che significa questa parola. Mi invitava a seguirlo fino al Calvario, fino alla Croce”. Da “indagato” non può più essere il legale rappresentante della comunità il “Pioppo”. Si dimette, ma non si ferma, anzi. “Sono uno scarto – afferma -, ma il Signore fa di me grandi cose. Orienta il mio nuovo cammino verso l’Albania”. Un paese, l’Albania, che scarica sulle nostre sponde adriatiche migliaia di uomini sporchi e stracciati, “veri scarti”.

In Albania ci rimane circa venti anni ad assistere “gente che non ha acqua, non ha luce, che vive in una indigenza inconcepibile per chi viene dall’Italia, terra del benessere. Ma è una povertà dignitosa e che incanta”. Padre Ernesto, come al solito, si dà da fare, non solo per alleviare le sofferenze dei poveri ma anche per portare avanti la sua missione di prete cattolico. Quando gli è possibile costruisce nuove chiese. Anche se all’estero non interrompe mai i rapporti con i suoi vecchi amici. Sapendo che mi occupavo di olivicoltura mi chiese se era possibile che gli facessi avere delle piante di olivo per i terreni antistanti le chiese che stava edificando. Lo accontentai.

Qualche anno fa padre Ernesto è ritornato in Italia. L’età avanzata non gli consentiva più di stare in trincea. Penso che i suoi superiori l’hanno spinto al passo del ritorno nel nostro Paese. Se fosse stato per lui avrebbe continuato la sua dura vita di sempre in Albania. E la prova di quanto sto sostenendo viene dal suo libro: “Io sono un Albanese”.

L’ultimo suo libro “Lo scarto”, scritto insieme a Francesco Bellofatto - giornalista, saggista e docente all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli -, in cui racconta le storie di Gigino e Salvatore, è anche la sua biografia. Quella di un uomo, di un sacerdote che per tutta la vita si è impegnato ad essere ”uno scarto”.

La giustizia minorile finalmente cambia

giustizia minorile 350 260 mindi Elia Fiorillo - La realtà napoletana, dal punto di vista della microcriminalità, può essere ritenuto un osservatorio privilegiato, ma il fenomeno malavitoso riguarda l'intero Paese e la “Risoluzione in materia di attività degli uffici giudiziari nel settore della criminalità minorile nel Distretto di Napoli” approvata dal C.S.M., dovrà essere un punto di riferimento, appunto, per l’intero Paese.

"Se gli effetti di questa iniziativa avranno fatto fare un solo passo in avanti nel contrasto della devianza minorile o a salvare un solo giovane saremo soddisfatti. Siamo convinti che si può e si deve fare di più". E’ il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini, che così si è espresso in merito alla risoluzione, in materia di giustizia minorile, predisposta dai consiglieri Balducci, Ardituro e Cananzi - membri della VI Commissione - ed approvata all’unanimità nel corso del Plenum straordinario del C.S.M. tenuto l’11 settembre nel Palazzo di Giustizia di Napoli.

Per Giovanni Legnini “La decisione di tenere un plenum a Napoli costituisce un segnale molto forte per la città, la regione e l'intero Paese”. L’analisi fatta dalla VI Commissione focalizza le responsabilità genitoriali esercitate “in maniera pregiudizievole” verso i minori ma anche la mancanza di comunicazione ad esempio tra scuola e Tribunali dei Minori. Fatto grave che non permette il puntuale intervento del magistrato minorile in tempi opportuni e lascia incancrenire situazioni che potrebbero risolversi in modo più rapido e soprattutto più utile per il minore.

Per la relatrice della Commissione, Balducci, l’abbassamento dell’età imputabile non porta conseguenze significative alla risoluzione dei problemi. A suo avviso “servono regole forti”, ma bisogna “anche dare la possibilità di redimersi”, obiettivo prioritario ed irrinunciabile. Senza iniziative finalizzate a tale scopo i fenomeni criminali sono destinati ad aumentare nel nostro Paese. La concretezza delle azioni, al di là bei propositi, è l’unico mezzo per affrontare e, in parte, risolvere le tante problematiche legate alla criminalità minorile.

Per il Consigliere Cananzi c’è bisogno che il Governo sia molto attento a certi fenomeni di malavitosità minorile. In effetti Napoli, da questo punto di vista, è un osservatorio particolarmente significativo, che deve diventare, soprattutto, un laboratorio sperimentale per la legalità, per circoscrivere sul nascere quei fenomeni che poi - sottovalutati, o trascurati per mancanza di coordinamento delle varie istituzioni interessate alla problematica - portano alla creazione di aree di pericolosa microcriminalità ed all’irrobustimento, in seguito, delle varie organizzazioni criminali.
Sulla patria potestà è intervenuto il procuratore generale della Corte di Appello di Napoli Luigi Riello: “Non si tratta di una deportazione di massa, ma di casi estremi, adottati in presenza di bambini messi a confezionare droga, a inalare stupefacenti. Così lo Stato interviene a salvarli non a punirli”.

Sicuramente il campanello d’allarme della devianza minorile è la dispersione scolastica, che deve essere combattuta con un maggiore impegno delle istituzioni nel predisporre quante più iniziative possibili didattiche e sportive. Ma anche con più assistenti sociali. Certo, con sanzioni forti, tese primariamente non solo a reprimere, ma anche a favorire il reintegro nella società.

C’è grande insistenza sulla necessità di superare le condizioni d’impunità che consentono ai minori di sfuggire al carcere, anche dopo essersi macchiati di fatti gravissimi. Per il consigliere Ardituro: “Bisogna ridimensionare l'approccio buonista e garantire l'effettività della pena. Un giovane di 16 o 17 anni ha le idee chiare. Dobbiamo dire a questi ragazzi che hanno sempre la possibilità di scegliere”. Il C.S.M., partendo dalla realtà analizzata nel territorio napoletano, chiede al Parlamento meno vincoli e meno discrezionalità negli arresti dei minori, a differenza di quanto accade oggi. Per il procuratore generale Luigi Riello: “Fermezza e recupero non sono termini configgenti ma si devono coniugare tra loro. Deve essere consentito l'arresto di un minorenne armato che consuma reati gravi”.

Va dato atto a questo C.S.M. di aver affrontato la questione analizzando le realtà territoriali nella loro effettività, ed ipotizzando possibili rimedi.

Il documento elaborato dal C.S.M. è stato inviato, per gli interventi di rispettiva competenza, ai presidenti del Senato e della Camera; al presidente della Commissione Parlamentare Antimafia; ai ministri della Giustizia e dell'Istruzione; alla Regione Campania (cui si chiede l'istituzione di un ufficio di coordinamento dei servizi socio-assistenziali dei minori); al Coni, al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ai Dirigenti degli Uffici giudiziari, al Procuratore Nazionale Antimafia.

 

 

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Salvini e Di Maio, “parenti serpenti”

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - Da una parte i protagonisti della storia politica ultima del nostro Paese vanno ripetendo che tutto procede secondo il “contratto” di governo e che l’attuale esecutivo rimarrà in scena per i prossimi cinque anni. Dall’altra, di colpi bassi e non, specialmente nell’ultimo periodo, se ne contano parecchi. I fratelli della politica, Salvini e Di Maio, si stanno trasformando in “parenti serpenti” o “fratelli coltelli”. Più si avvicinano le elezioni europee e più le differenziazioni vengono fatte rilevare dai due big del “cambiamento”. Ne va di mezzo il consenso alle loro forze politiche, ma anche e soprattutto a loro stessi.

Tutto calcolato da parte del leader della Lega in fatto di pubblicità per la sua immagine e per quella del suo partito. La politica dovrebbe educare, spegnere sentimenti di odio. Dovrebbe unire più che dividere. Anche a costo della perdita di consenso. Insomma, non pescare nelle viscere della gente gli odi peggiori per avere più seguito elettorale. Alla lunga c’è il boomerang di ritorno che punisce, utilizzando gli stessi argomenti che hanno portato al successo. Se poi si è ministro dell’Interno, la campagna elettorale dovrebbe essere messa da parte. E, invece, il vice presidente del Consiglio dei ministri leghista, proprio dalla sede del ministero dell’Interno, in diretta Facebook, legge la notifica che gli viene dal Procuratore del tribunale di Palermo, Francesco Lo Voi, in merito al presunto sequestro di persone sulla nave Diciotti. Fissando poi l’atto giudiziario come un trofeo alla parete posta alle spalle della sua scrivania.

Certo, Salvini elogia i tanti magistrati che fanno il loro dovere, ma critica che un organo dello Stato indaghi su un altro organo dello Stato, per giunta eletto dal popolo sovrano. In altre occasioni il leader leghista ha accusato i magistrati che hanno disposto il sequestro dei 49 milioni truffati allo Stato da Bossi e compagni di far politica e voler cancellare la Lega.

Di Maio sa bene che il suo compagno di governo sta esagerando. Ed è combattuto tra il rompere un’alleanza o ripuntualizzare il “contratto”. E’ la base del suo Movimento che è in fermento e non sopporta più le prevaricazioni e l’eterna campagna elettorale del “Capitano”. C’è fermento sia per l’Ilva non chiusa, ma rilanciata con ArcelorMittal, sia per i ritardi relativi alla realizzazione del “reddito di cittadinanza”, ma anche per le “grandi opere”, puntualmente sostenute dalla Lega a dispetto dei 5Stelle. I grillini qualcosa si devono inventare, visti anche i pronostici elettorali. Se oggi si aprissero le urne la Lega prenderebbe, secondo un sondaggio del Corriere della sera, il 33,5 per cento dei voti e il Movimento 5 Stelle il 30 per cento, in calo dell’1,5. Un balzo in avanti quello della Lega quasi incredibile che non può non preoccupare Grillo e i suoi.

Pare che Luigino esasperato dalle posizioni del leader leghista gli abbia detto a muso duro: ”Sei andato troppo oltre. Così non la reggiamo, non puoi usare parole che ti mettono al di sopra della legge, come facciamo con i miei?”. Le ramanzine, se così si possono chiamare, di Luigi a Matteo non hanno alcun effetto sul destinatario, tutto preso a essere sovranista a tutto tondo. Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, definisce il capo leghista “la figura più potente nel nuovo governo populista italiano”. Ma a Salvini l’Italia non basta, tra i suoi obiettivi c’è quello di creare un fronte populista in grado di conquistare l’Europa. E’ per questo motivo che ha aderito a The Movement, un movimento, appunto, che ha questo obiettivo prioritario.

Difronte a tanto movimentismo pare che le opposizioni, a partire del P.D., siano tutte centrate a risolvere i problemi interni. A parole i Dem vogliono l’unità interna per combattere il governo dell’immobilismo. Nei fatti i dissidi ci sono e si avvertono nelle dichiarazioni di Renzi e di Martina. Per il segretario del P.D. “il tema non è cambiare nome, serve una comunità senza sgambetti”. Gli fa eco Matteo Renzi sulla stessa lunghezza d’onda: “L’avversario è fuori: dico no all’ennesimo scontro tra correnti”. Tutto risolto allora tra i democratici? Se così fosse, visto il disastro del governo del contratto, si andrebbe subito al congresso per chiudere con il passato e lanciare un gruppo dirigente capace e credibile per opporsi a Lega e Cinquestelle. Nei fatti pare che niente nelle opposizioni sia cambiato. Di Maio e Salvini grati ringraziano.

11 settembre 2018

 

 

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