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Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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Cassino: Le primarie del Centrosinistra

Cassinomunicipio 350 260di Ermisio Mazzocchi - Le primarie svoltesi a Cassino il 6 aprile 2019 offro una lettura interessante e rivelatrice di un comportamento del corpo elettorale inedito, considerando che esse non hanno precedenti in questa città come in altre della provincia.
Il contesto dello svolgimento delle primarie è contrassegnato da una crisi del sistema politico e di quello economico che ne hanno condizionato il risultato e rappresentano, tuttavia, un rilevante avvenimento politico. Allo stesso tempo esse consentano al PD di comprendere quale messaggio viene dai cittadini che hanno partecipato a questa consultazione.
Non ritengo che il voto espresso da 2.635 cittadini sia circoscritto solo alla scelta del candidato, ma riguarda un orientamento politico rivolto a ricercare una soluzione di stabilità di governo e una chiarezza nella collocazione delle forze di centrosinistra.
Si può essere più che soddisfatti. I cittadini hanno apprezzato questo metodo e hanno seguito con interesse il confronto tra i candidati. La politica ha riconquistato il suo ruolo e ha riscosso la fiducia dei cittadini.

Emerge con chiarezza che l’orientamento dell’elettorato delle primarie è rivolto a ridisegnare un compito ben definito dei partiti del centrosinistra in un contesto aperto, innovativo e determinato alle sfide dei prossimi anni.
Questa manifestazione di intenti si rivela nelle dichiarazioni di voto ai tre candidati a sindaco, valutando le differenze della loro impostazione politico - programmatica per il governo della città.
Una partecipazione così massiccia e variegata rivela una disponibilità, se non una richiesta, dell'elettorato a essere coinvolto nella individuazione dei propri rappresentanti e ad avere la facoltà di una scelta chiara e netta su chi dovrà assumere compiti di governo.
Non cosa di poco conto in un deserto di partecipazione e di condivisione che avvolge la politica italiana. Nella sostanza di quel voto risiedono valori ritenuti necessari dall'elettore per un cambio delle condizioni della società, la cui realizzazione si affida a chi avrà ottenuto un maggior numero di voti.
Tutti elementi che sbaragliano strumentali affermazione di avversari politici nell'intento di sminuire il valore politico di queste primarie, dimenticando il caos che regna tra le file del centrodestra per individuare un loro candidato.

Queste primarie non sono occasionali né sono di segno passeggero, ma hanno intaccato la politica più di quanto si possa immaginare. Se non altro per legittimare il vincitore, in un contesto di confronto politico, a proseguire con questo mandato la realizzazione di un progetto di cambiamento nell'interesse dei cittadini. E questo potrebbe sembrare essere nelle cose.
Le primarie, in realtà, con una valenza storica per Cassino, ma non unicamente per essa, hanno comportato, vista l'alta partecipazione, un vincolo più stringente per i partiti di centrosinistra per il rinnovo della politica e per percorrere una strada senza oscillazioni e bizantinismi sia nei programmi sia nella formazione delle liste.

Se 2.635 cittadini sono accorsi, sabato 6 aprile, a votare per scegliere il candidato a sindaco, appare evidente che essi ritengono che nella composizione dello schieramento di forze sia necessario ampliare ulteriormente il fronte del centrosinistra e valorizzare nel migliore dei modi storia, esperienza, passione di ciascuno candidato in un ambito di unità delle forze progressiste e democratiche.
Enzo Salera, designato in queste primarie del centrosinistra a ricoprire la carica di sindaco, dovrà portare a sintesi l'insieme degli elementi che hanno concorso a rendere queste primarie una bussola di orientamento nella formazione dei programmi e delle liste. Un lavoro che richiama a una loro compartecipazione in questo progetto la stessa Sarah Grieco, così come Luigi Maccaro.

Si è alzato un vento favorevole che se ben gestito, può riportare il centrosinistra al governo della città di Cassino.

Frosinone 8 aprile 2019

 

 

 

 

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Cassino: le primarie del centrosinistra

Cassinomunicipio 2 350 260di Ermisio Mazzocchi - Una prova decisiva quella che attende il PD e la coalizione di centrosinistra nelle elezioni europee e in quelle per il rinnovo di numerosi consigli comunali.

Esiste un significativo parallelismo tra voto europeo e quello amministrativo, che trovano una sintesi nel progetto politico presentato da Zingaretti per alleanze larghe, aperte alle forze progressiste, liberali, ambientaliste.

Il nuovo simbolo unitario del PD "Siamo europei" per le europee è un messaggio rivolto a promuovere una coalizione di forze democratiche per fermare ed essere alternativi alla deriva populista e nazionalista guidate dalle forze di governo che stanno portando il paese al baratro economico e sociale. Sono condizioni essenziali per mettere in moto un processo di coinvolgimento, il più ampio possibile, del popolo italiano per imprimere una svolta nel governo del paese.
Non si può pensare che il nuovo partito e il suo ruolo nella società, voluto da Zingaretti, possa realizzarsi senza che non ci sia una intensa iniziativa politica su tutto il territorio, entrando nel merito delle priorità necessarie a dare risposte alla crisi e alle aspettative dei cittadini.

Contenuti e azione politica sono strettamente legati, che comportano una capacità nuova a costruire un rapporto stretto e coinvolgente tra il PD, la sua proposta e i cittadini. Senza questo consolidamento non sarà possibile competere con le destre nazionaliste e batterle.

La risposta alla crisi ha bisogno di un supporto di un movimento di popolo, la manifestazione di Verona ne è un esempio, e significativamente, per quello che ci riguarda, quella per la certosa di Trisulti, che metta insieme gli obiettivi delle forze democratiche e progressiste, costituendo un elemento solido di consenso volto a dare una nuova prospettiva all'intero paese.
L'approccio a questo nuovo percorso inizia, dopo la fase congressuale, con una mobilitazione nazionale, (5,6 e 7 aprile) del PD a essere nelle piazze per "amore dell'Italia", per essere più vicine alle persone, per "un'altra Europa". Sono momenti significativi di come sia ritenuto essenziale, se non vitale per un partito, il suo essere non di rappresentanza, ma partecipe del sentire del popolo italiano.
Un modulo che si trasferisce nella più consistente competizione elettorale vuoi europea vuoi amministrativa.

La realtà più interessante, a noi vicina, è quella di Cassino chiamata al rinnovo anticipato del voto amministrativo, che finisce per essere un laboratorio del nuovo corso politico in una dimensione europea.
Il governo della città e delle forze che avranno questo compito, dovranno tenere conto che Cassino è dentro un sistema meridionalistico con un ruolo di collegamento con l'area mediterranea e quindi partecipe di un posizionamento dell'Italia nel contesto europeo, con una qualificazione della proposta politica rivolta a questo territorio con una preferenza alle infrastrutture e al potenziamento dei settori produttivi vitali.
Su questa piattaforma, il PD di Cassino deve costruire una strategia di lungo periodo dai contenuti concreti che devono costituire l'agenda politica del programma amministrativo del centrosinistra.

Non si tratta solo di risanare un comune dai disastri del centrodestra. In realtà occorre operare un cambiamento dalle dimensioni storiche che richiede il pieno coinvolgimento di tutta la società, che si sente partecipe di un nuovo disegno della costruzione della propria città.
Suscitare un movimento, mettere in campo nuove forze. Appunto, quanto è avvenuto a Cassino, su la direttrice di Zingaretti, quando si è giunti alla formazione di una coalizione ampia e aperta.
La scelta del candidato a sindaco avviene dentro questo alveo politico che consente di promuovere per la prima vota in questa città, e unica rispetto ad altre della provincia, le primarie, cui partecipano tre candidati.
Una misura di come sia possibile valorizzare la democrazia con la partecipazione dei cittadini, di un PD che è in "piazza" e di una coalizione che ritrova una sua bussola di orientamento politico, coagulando forze progressiste, socialiste e democratiche. Ma c'è di più.

Il contesto dello svolgimento delle primarie è contrassegnato da una crisi del sistema politico e di quello economico, con su lo sfondo la sfiducia dei cittadini nei partiti e nella politica dopo la deludente prova del centrodestra.
Le primarie consentono di riprendere la fiducia dei cittadini, chiamati alla scelta per il loro sindaco, rappresentando per questa città un rilevante avvenimento politico.
Il risultato che si otterrà sarà di incoraggiamento ad affrontare le elezioni europee e dobbiamo considerare che queste primarie di Cassino e la successiva campagna elettorale, come quella in altri numerosi comuni della provincia e dell'Italia, costituiranno un contenitore di una nuova politica inserito in quello di più vasto respiro politico come lo è per una Europa più giusta, verde, democratica e del lavoro.

Frosinone 2 aprile 2019

 

 

 

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Zingaretti nuovo Segretario del PD

  • Pubblicato in Partiti

nicolazingaretti 350 260di Ermisio Mazzocchi - Zingaretti ha vinto

Si può essere soddisfatti per il risultato ottenuto dal PD nelle primarie aperte ai cittadini. Hanno votato in tutto il paese 1.700.000 cittadini, di cui circa il 70% ha scelto Nicola Zingaretti quale segretario del PD. Nella provincia di Frosinone con un risultato superiore alle aspettative, hanno votato 22.501 cittadini in cui Zingaretti ottiene 20.391 voti pari al 90,6%. La partecipazione è vita per la democrazia e il PD ha suscitato un interesse che ha sbaragliato lo scetticismo di molti e sconfitto le strumentali critiche degli osservatori.

La eccezionalità di questo risultato di Zingaretti risiede nel fatto che esso è omogeneo su tutto il territorio nazionale, così come in quello provinciale.
Questo voto è pervaso da una capacità di tutti gli iscritti al PD a rilanciare il partito e che non lo hanno abbandonato, ma resistito con caparbietà accompagnata da una profonda passione.
Dall'altra parte il voto è stato espresso da una larga parte di cittadini che non si riconosce nel populismo grilloleghista e reclamano la difesa dei valori della democrazia e della Costituzione italiana.

Nessun modo migliore può esistere per commentare il risultato delle primarie con l'elezione di Zingaretti a segretario nazionale, che quello di fare un esame dell'immenso lavoro che dobbiamo svolgere e che dovrà fare lo stesso segretario per ridisegnare la nuova configurazione politica e strutturale del Partito Democratico.
Un impegno strettamente legato alla situazione generale del paese, verso il quale è necessario rivelare e praticare, partendo dalle considerazioni contenute nel programma di Zingaretti, un maggiore senso di responsabilità e manifestando di averlo con una evidente preoccupazione per le criticità dell'Italia, le sofferenze del popolo italiano, aggravate e irrisolte da un governo imbelle e confusionario.
Questo è il problema attuale che si pone, reagendo a un agguerrito avversario di centrodestra e infondendo nel paese una nuova cultura della politica.
Un obiettivo su cui Zingaretti è stato sempre molto chiaro ed esplicito, ma anche con la consapevolezza di un cambio strutturale e di rinnovati contenuti del PD.

Il PD con queste primarie e l'elezione di Zingaretti chiude definitivamente con il suo passato.
Una grande parte di italiani ha dato fiducia al PD proprio perché considera possibile ricostruire una speranza per un futuro migliore.
Rimettere in movimento le realtà sociali colpiti dalla crisi, risvegliare un senso di appartenenza rivolto a rivendicazioni economiche, a preservare i valori costituzionali, a entrare nel mondo delle nuove tecnologie.
Ribaltare e modificare un sistema socio-economico, reso ancora più debole e inefficace sotto i colpi micidiali dell'attuale governo e che nel passato non è stato preservato da politiche di grande respiro sociale ed economico.

E' necessario che l'impianto programmatico di Zingaretti sia un catalizzatore di tutte quelle forze politiche , culturali, associative disponibili a fare germogliare i semi gettati per ridare una prospettiva di rinascita del paese.
Tutta l'impalcatura politico - programmatica del nuovo segretario poggia su l'obiettivo di recuperare il distacco tra i cittadini e la politica, che è stato ampio e motivato e che le formule del populismo moderno hanno premiato i suoi paladini.
Non solo un recupero, ma soprattutto rimuovere la diffidenza verso i partiti, che nel tempo ha logorato il PD.
Colmare questo fossato tra la politica, a maggiore ragione quella del PD, e il paese significa avere un ottimo programma di cose da fare e un ceto politico dello stesso PD, capace di infondere quella fiducia per riprendere un cammino verso un domani fatto di certezze per i lavoratori, per le nuove generazioni, per l'intero paese, in termini di credibilità e di consenso.

E' stato aperto un nuovo cantiere del quale non solo nel PD si sentiva bisogno.
All'orizzonte si profila una permanente opera di rifondazione di una cultura politica progressiste e di sinistra per comprendere i tempi del XXI secolo, in cui il PD assume la responsabilità di essere il vero protagonista.
IL PD e con esso in primo piano Zingaretti, oggi apre un nuovo percorso della sua politica e della sua organizzazione su la base di rinnovate formule e contenuti in rapporto ai mutamenti avvenuti e che avverranno.
La bussola di orientamento dovrà essere quella di avere una politica in grado di dominare e guidare gli avvenimenti tale da salvaguardare gli interessi di tutto il paese.
Ci si deve preparare a una attività concreta, a un lavoro rivolto alle necessità di milioni di donne e di uomini, che si immerga nella realtà del lavoro, della povertà, della precarietà, dei bisogni delle nuove generazioni, dentro una cornice di solidarietà e di convivenza civile e democratica.
Avere una coscienza più viva dei problemi concreti, affrontati in modo tale che si alzi il livello di partecipazione e di coinvolgimento di un intero popolo.

Il PD non è arrivato a queste primarie con un modulo gattopardesco, cambiare perché tutto rimanga come prima.
La volontà, come espressa da Zingaretti, è quella di un profondo segno di rinnovamento alla struttura organizzativa per favorire il confronto, ripristinare l'abitudine di parlare di politica, ragionando insieme, volta a dare dignità alla politica.
La piattaforma su cui poggiare questa volontà, è quella di cementare l'unita dell'intero PD.
Una nuova politica quale strumento che renda il PD capace di attrarre forze democratiche e fortemente legati ai valori della Costituzione in modo da riconoscere i problemi generati dalla disuguaglianza economica e sociale, riportare in primo piano le drammatiche condizioni di larghe zone del paese, come il Mezzogiorno.
Un partito che esalti i principi democratici e sappia ricostruire una politica che guardi al Paese e all'Europa, e parafrasando Gramsci, una politica come "passione organizzata" capace di provocare emozioni e nutrire speranze, risvegliare sentimenti di partecipazione e di impegno.
Questo è il PD dopo il 3 marzo, che proietta la sua politica per completare quella saldatura, che nel primo PD non è avvenuta, del carattere popolare della tradizione culturale socialista, comunista, cattolica, di quel cattolicesimo sociale e democratico, avendo chiaro che il suo avversario sono quelle forze populiste, di destra, che si riconoscono in una area di centrodestra.

Rimettere in cammino un percorso di riscatto, di liberazione da politiche neoliberiste inserite nel sistema della feroce globalizzazione, con i connotati di sfruttamento, di razzismo, di xenofobia che mira a indebolire la democrazia e a favorire la ricchezza economica e il potere, concentrati in poche ambiti sociali e in una cerchia ristretta di persone.
Il riflesso delle primarie sul territorio provinciale con una accettabile competizione, ha messo in rilievo una diversa lettura del fenomeno gialloleghista e dell'insieme del centrodestra e una diversa impostazione delle strategie per parlare a quel popolo deluso e mortificato.
Uno scenario che, anche in questa provincia, ha come sfondo la speranza di una unità per il PD, essenziale per non portare a frantumarsi tutto l'edifico di costruzione del nuovo partito.
In questo ambito il prevalere di Zingaretti su gli altri candidati e la lista di "Piazza grande" su quella del "Territorio", non annulla quella spinta a un cambiamento che sono venute da queste primarie.
Del resto le due liste, ambedue a sostegno di Zingaretti, convergono di fatto su un comune progetto di riforma della politica prospettata dal nuovo segretario.
La fusione delle due rappresentanze sarà inevitabile, non potendo esserci dissonanze nel perseguire gli obiettivi comuni imposti dal nuovo corso del PD.
La partecipazione altissima al voto per le primarie nei comuni di maggiore intensità cittadina, come Frosinone con 1.680 votanti, Isola del Liri con 1.601, Alatri con 1.217, significativa di una spinta che viene da tutti i ceti sociali del popolo italiano, rafforza la convinzione di un riconoscimento di una nuova identità del PD necessaria e attesa. E

Zingaretti è stato convincente e ha conquistato questo alto consenso.
Le logiche del passato sono state seppellite da queste primarie e aprono uno scenario inedito, da costruire, da esplorare.
La fiducia che ci è stata concessa dal popolo italiano, come quella da questa provincia, deve essere onorata da quella politica sana, viva, fatta di partecipazione dell'intera comunità, quale strumento per dare a tutto il paese la sua rinascita.
4 marzo 2019

PD. Mazzocchi scrive a Eugenio Scalfari

  • Pubblicato in Partiti

Eugenio Scalfari 350 260 minIl testo intergrale della lettera che Ermisio Mazzocchi ha scritto a Eugenio Scalfari a proposito delle posizioni da lui assunte in merito a quello che dovrebbe essere il congresso straordinario del PD e le stesse scelte che esso dovrebbe operare.


 

Alla c.a.
Eugenio Scalfari
La Repubblica
Roma

«Egregio Scalfari,
ho letto l'invito che lei ha rivolto a Luigi Zanda a esporre una sua valutazione sul PD e la situazione politica europea e italiana. (La Repubblica 8 dicembre 2018).
Mi consenta qualche breve considerazione su quanto scritto da Zenda.
Mi sembra che l'analisi dello stato attuale della situazione politica svolta da Zanda sia soddisfacente e che in sostanza descriva avvenimenti noti e riveli una conflittualità sociale e politica sufficientemente conosciuta.
In riferimento al PD appare scontato che è in uno stato di estrema difficoltà e ancora una volta si cade in considerazioni rivolte alla persona (Zingaretti) più che ai programmi.
Dove è la carenza che rilevo in questa descrizione di ottima fattura? Manca una approfondimento su le forze in campo, in particolari quelle del capitale finanziario, una assenza di una visione dello scontro sociale provocato da una carenza dei punti cardini di una società, quali il lavoro, la stabilità occupazionale, la qualità della vita. Nessun riferimento ai processi nefasti della globalizzazione.
E per quanto riguarda il PD, accennare a un congresso senza interrogarsi cosa è il PD, cosa deve essere, cosa rappresenta, non chiarisce quale congresso deve svolgersi. Dove si deve collocare il PD? Su un riformismo rinnovato, su un orizzonte della sinistra, su un area centrista? Sono risposte che si devono dare, soprattutto da parte di chi si ritiene esperto di politica.
Un congresso che dovrebbe, tra l'altro, rinnovare la democrazia per rendenderla più vicino ai bisogni della gente. Come non si può non essere d'accordo? Ma è la sua sostanza che mi lascia perplesso. Quale democrazia, come renderla efficace, quali sono gli interlocutori di questa democrazia e quindi dello stesso PD? La società, si potrebbe affermare. Società, termine generico che dice tutti e nessuno.
Sono interrogativi che non possono essere elusi.
Avrei preferito una risposta più nel merito degli sconvolgimenti sociali ed economici che investono l'Italia e l'Europa. E come il PD intende rispondere a essi e vorrebbe definire la sua identità.
E questo era il senso, a mio avviso, della sue richiesta. E per quanto mi riguarda dobbiamo inviare messaggi che entrino nel vivo del tessuto sociale. Altrimenti si continua a parlare degli altri, a non proporre alternative, a parlare di se stessi.
Ho voluto esprimere brevi riflessioni e mi scuso per la loro sintesi. Spero, comunque, di avere sufficientemente espresso le mie perplessità.
La ringrazio per la sua attenzione.

PS Conosco alcuni argomenti a lei cari. Pertanto, la invito ad andare sul sito del giornale online www.unoetre.it e leggere un mio articolo dal titolo "Via dal vento della confusione"».

 

Allego mia biografia.

Ermisio Mazzocchi, nato a Vetralla (1946), si trasferisce all’età di quattro anni a Cassino, dove completa gli studi medi, conseguendo la Maturità classica presso il Liceo classico “G. Carducci” di Cassino.
Laurea in Filosofia, conseguita presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” nell’anno accademico 1970/71 con una tesi discussa con il Prof. Renzo De Felice.
Docente nei Licei per un breve periodo. Si iscrive alla FGCI (Federazione giovani comunisti italiani) nel 1960 e poi dal 1965 al PCI.
Funzionario politico (a pieno tempo) del PCI della Federazione di Frosinone dal 1972, anno in cui si trasferisce a Frosinone, al 1985. Ricopre diversi incarichi come membro della Segreteria provinciale.
Ha sempre fatto parte degli organismi dirigenti della Federazione di Frosinone dal PCI al PD.
Presidente provinciale della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) della provincia di Frosinone dal 1985 al 1990. Responsabile regionale (come funzionario politico) della Commissione agricoltura nel Comitato regionale del PCI e in seguito del PDS e dei DS del Lazio dal 1990.
Responsabile regionale dell’Autonomia tematica agricoltura del Lazio (PDS e DS) e responsabile dell’organizzazione di quella nazionale dal 1994 al 2001.
Nel 2016 è nominato dalla Federazione del PD di Frosinone responsabile de "Osservatorio su la trasparenza e la legalità".
Presidente, su nomina del Presidente della Regione Lazio, Badaloni, della “Consulta per la promozione dei prodotti tipici enogastronomici laziali della Regione Lazio” presso l’Arsial (Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio) dal 1998 al 2000.
Collabora, con diversi incarichi, presso l’Arsial.
Tiene presso l’Università degli Studi di Cassino nell’anno Accademico 2003/2004 un corso sul tema “Storia della bonifica pontina”, svolto presso la sede universitaria di Terracina.
Cultore presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale della materia per l'insegnamento di Storia delle dottrine politiche per l'AA. 2012/2013 e di quella per l'insegnamento di Storia della comunicazione politica e Pensiero politico e questione femminile per gli AA. AA. 2013/2018.
Prosegue il suo impegno politico nel PD con particolare attenzione al ruolo dei partiti nell’attuale momento della società italiana.
Pubblica i seguenti libri: “Lotte politiche e sociali nel Lazio Meridionale 1921-1963”, 2003, Premio letterario "Val di Comino" 2005; “Partiti e società nel Lazio meridionale 1964-1994”, (2011); Frosinone. Una provincia al voto 1946-2013”, (2013); La Camera del lavoro del Lazio meridionale dal dopoguerra al terzo millennio (coautore, 2018).

 

 

 

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Via dal vento della confusione

  • Pubblicato in Partiti

BANDIERE PD 350 260di Ermisio Mazzocchi - Si è concluso il percorso di quella che sarebbe dovuta essere la funzione innovativa del Partito Democratico nella sua formula culturale - politica, rappresentata nel suo programma di fondazione.
Un percorso turbolento e molto conflittuale con momenti, soprattutto nei primi mesi di vita, positivi e vivaci. Nel tempo sono emerse le sue contraddizioni in merito alla sua identità, alla sua collocazione, alla sua progettualità, alla struttura organizzativa.
Incertezze che hanno accentuato, via via sempre più, un accartocciamento su se stesso, esasperato da pratiche correntizie che hanno svuotato i valori fondanti del PD. Dobbiamo ritenere che le matrici originarie del progetto del PD, non abbiano, nel tempo e per contingenti avvenimenti, avuto la forza di generare una nuova cultura della politica italiana.

Oggi a dieci anni dalla sua creazione, constatiamo che tutto ciò che implicava una identità plurale e una gestione collegiale, non è stato sviluppato. Si è introdotta una pratica elitaria della gestione del partito veicolandola verso l'autoreferenzialità e la verticalizzazione della sua azione politica.
Il risultato del 4 marzo, e non solo esso, è stata l'espressione più lampante di quella rottura con il popolo italiano. Certamente le concause di quel voto sono diverse, non tutte riconducibili a situazioni oggettivamente problematiche, che non investivano e non si associavano a elettori che non vivevano direttamente quelle situazioni.
Credo che al punto in cui il PD è arrivato, sfiancato dalla molteplicità delle primarie, ai repentini cambi dei segretari nazionali, e dei presidenti di consiglio dei ministri, occorra ritrovare le ragioni della sua esistenza quanto meno ricostruire formule che non smarriscano il valore della sua funzione nella società italiana.
A mio parere le ragioni di questa caduta di credibilità e di un prosciugamento della forza propulsiva dei suoi valori costituenti, risiedono anche in un impoverimento ideale in cui primeggia quella ispirata a componenti cattoliche democratiche.

Per un partito come il PD nato per un costruttivo incontro delle principali colture della nostra epoca, appare evidente che si sarebbe dovuto mantenere viva questa caratteristica che affonda nella Costituzione.
Lo stacco dalla realtà e le implicazioni interne al PD, hanno affievolito, se non reso inerme, quella spinta delle forze riconoscibili nel movimento del cattolicesimo democratico, privato della dovuta attenzione da parte di quanti nel PD, di formazione e cultura cattolica, hanno assunto ruoli di direzione pubblica di governo, che si sono rivelate incapaci di cogliere le sollecitazioni del nuovo corso della chiesa di Papa Francesco.

Un dialogo si è interrotto. Si è stati sordi a quegli appelli che avrebbero potuto essere una solida opposizione al populismo vincente. Si ripropone una presenza che raccolga la migliore tradizione delle culture popolari sia di ispirazione cattolica che comunista, che possano fornire nuove categorie di interpretazione della società, non perdendo di vista le parole della "Teologia del Popolo", fortemente sostenuta da papa Francesco.
Egli afferma nella "Evangelii gaudium, 220" «che in ogni nazione gli abitanti sviluppano la dimensione sociale della loro vita, configurandosi come cittadini responsabili in seno a un popolo, non come massa trascinata dalle forze dominanti».
Per ragioni storiche e culturali il PD rimane la forma politica, che potrà anche essere modificata nella sua struttura organizzativa e nel suo orizzonte politico contingente, ma non dovrebbe annullare l'elaborazione di un nuovo "popolarismo", che per sconfiggere il becero populismo e la deriva fascista, reazionaria e conservatrice, inevitabilmente deve ritornare a un progetto unitario della confluenza delle due culture popolari.
Rimane aperto il problema di quali dovrebbero essere i "vettori" di questo nuovo progetto e rendere chiari i contenuti dei principi di uguaglianza, solidarietà, diritti.

Questi dovrebbero essere tra i temi centrali del congresso. Tuttavia, essi non emergono come dovrebbe essere, considerato che è vitale ricostruire una alternativa e ricomporre l'alleanza delle forze democratiche, ritenendo fondamentali quelle che hanno una diffusa e articolata presenza in aree del cattolicesimo democratico.
La cultura dominante è stata quella di una visione ottimistica della globalizzazione, che avrebbe dovuto avviare un nuovo corso di sviluppo e benessere, aprendo la strada a un liberismo che apparentemente si arricchiva dei valori solidaristici di stampo socialista e cristiano.
Il corso degli avvenimenti ha rivelato fallace quella prospettiva e il Pd non è stato in grado di cogliere la vera sfida che era in atto tra un capitale finanziario spietato e incontrollato e parti della società italiana, in cui crescevano le disuguaglianze, il precariato, la caduta del valore del Lavoro, la povertà.

Nel PD è mancata una visione e una capacità di cogliere un processo di caduta della qualità della vita e della emarginazione di ampi settori della società e delle parti più deboli di essa. La parte più legata al riformismo cattolico, il cattolicesimo popolare che ha sempre rappresentato la matrice da cui derivano valori che l'ha reso anche originale, non ha saputo o non voluto intercettare le attese e le richieste che si manifestavano nel mondo organizzato del cattolicesimo e in larghi strati popolari della società sensibile a quei valori sociali e religiosi.

Per essi, un riferimento oggi, è rappresentato da papa Francesco, che in questo suo pontificato ha segnato una svolta nella Chiesa cattolica e immesso e rinvigorito alcuni valori del cristianesimo.
"L'ingiustizia è la radice perversa della povertà" è stato uno degli argomenti che si ricongiungono a quelli dell'accoglienza e della solidarietà. È indubbia la forza universale di questi messaggi che hanno ricadute nella tradizione dei diversi paesi cattolici.
Tuttavia, questo non toglie che forze, come il PD, nel loro ruolo politico debbano avere l'accortezza di dialogare e raccogliere quanto si agita in queste sensibilità della società italiana.

Le ragioni della sconfitta che il PD ha subito il 4 marzo, sono più profonde di quanto si possa ritenere, proprio perché ha deluso quelle speranze in esso riposte, che erano rivolte a consolidare un progetto per costruire una società nuova, che avrebbe dovuto condurre alla sconfitta del liberismo e dellla destra fascista e populista e, allo stesso tempo, avrebbe dovuto esaltare i valori morali e sociali ispirati a solidi principi del cristianesimo di fronte a sconvolgimenti internazionali e ai nuovi assetti geopolitici italiani.

Il progetto iniziale del Pd non è andato a compimento. Questo non esclude che siano validi i presupposti che lo hanno determinato. Ridare nuovo spessore a quel progetto nella sua essenza prioritaria di convergenza di valori appartenenti alle culture della tradizione cattolica riformista e di sinistra , comporta che dovrà emergere una nuova formulazione programmatica dello stesso PD, capace di ricostruire un autentico rapporto con la società e con essa interloquire senza alcuna ambizione egemonica.
I contenuti di questo nuovo progetto devono poggiare su una piattaforma della lotta alle ingiustizie, ai privilegi, alla povertà.
Una condizione che ci deve permettere di arare un campo unitario di tutte le energie della sinistra, dell'associazionismo sociale, del mondo del lavoro, impegnate a costruire migliori qualità della vita per tutti i cittadini. In questo quadro di riferimento, non può essere trascurato, come è avvenuto, l'apporto di quelle forze espressioni della cultura cattolica democratica, che possono contribuire a rafforzare le spinte democratiche e antipopuliste e determinare la sconfitta di forze conservatrici.
Il prossimo congresso del PD affronterà questi temi? Parlerà di contenuti innovativi scaturiti dalla comprensione dei bisogni dei cittadini, rinnovando metodi e formule politiche e organizzative?
Se lo farà si sappia che non sarà un percorso facile, ma è l'unica possibilità che ci è rimasta.

 

 

 

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Quale diritto al lavoro nel prossimo futuro?

robot industriale mindi Ermisio Mazzocchi - (intervento svolto al convegno Fildis*) A chi volesse pormi la domanda: "Quale futuro per le nuove generazioni?"
Risponderei: "Pessimo e fortemente conflittuale"

Le ragioni ci sono e le ricadute negative sono in larga misura a carico delle donne, che pur hanno conquistato, con lotte durissime, diritti e riconoscimenti, e ottenuto l'accesso a livelli alti delle professioni.
Il maggiore sapere, tuttavia, non assicura una maggiore parità di genere né offre garanzie di stabilità di lavoro.
La disoccupazione triplica tra i giovani - in Italia siamo al 32,8% - e ancor più per le giovani donne,la cui disoccupazione è di 4 punti in percentuale più alta di quella maschile (Donne al 37,6%, Uomini 33,8%).
I diritti acquisiti dalle donne non hanno garantito una loro piena occupazione. Le disparità rimangono e non solo tra uomini e donne.
Su un posto sicuro, a tempo indeterminato, le donne sono al 48% rispetto al 58% degli uomini. In un sistema fortemente competitivo, le disparità si accentuano, soprattutto sui livelli alti delle professionali.

Non possiamo non rilevare che siamo in presenza di un sistema senza controllo né garanzie di equità.
Sono queste prime considerazioni che si fonda la mia iniziale risposta.
Di fronte alla globalizzazione molte sono le sfide che i giovani dovranno affrontare. Essa non offre nessuna opportunità di stabilità occupazionale, ma alza il livello della conflittualità e apre a una forma di sfruttamento di maggiore livello, più che nel passato, perché tende a ridurre i conflitti sociali, forzando su le singole aspettative.
La globalizzazione, che rappresenta una concentrazione del capitale finanziario, ha introdotto la mobilità dell'impresa che guarda a una produttività più elevata e a un minore costo e a un maggiore profitto. E questa scelta coinvolge i livelli alti delle specializzazioni professionali. La concorrenza è spietata. L'ingegnere che lavora in India costa meno al suo datore di lavoro che se lavorasse in Italia. Il mondo del lavoro non ha più la valenza di quella che era nel '900.
Le trasformazioni tecnologiche e lo sviluppo dei sistemi di automazione dei meccanismi di informatica, aprono nuovi rapporti nella società e nel mondo del lavoro.

Tutto ciò porta a riconsiderare la categoria del lavoro dell'uomo, non più secondo schemi del novecento, ma revisionato in considerazione di nuove mansioni specializzate.
Pensiamo alla robotica. I robot di terza generazione con "Artificial Intelligence", (AI) sono in grado di costruire nuovi algoritmi così da ampliare automaticamente la loro AI (intelligenza artificiale). Un campo vasto, già fortemente attivo in cui siamo ampiamente coinvolti.
Si ritiene che il 70% delle occupazioni alla fine di questo secolo sarà rimpiazzato dall'automazione. Le prospettive di lavoro si presentano già oggi come assi del futuro, quali l'ingegneria robotica, l'ingegneria cibernetica, l'ingegneria biomedica, nonché i profili professionali rivolti alla gamma della fisica, della biologia e del digitale.
Uno studio sul lavoro in Inghilterra ha stimato che nei prossimi 15 anni i sistema di AI sostituiranno il 30% dei posti di lavoro nel Regno Unito. In Francia per il 2025 i robot sostituiranno il lavoro di 3 milioni di lavoratori. Nel 2050 negli USA si prevede che saranno i robot integrati a guidare i camion su le autostrade, espellendo 3 milioni di lavoratori.

Il problema resta.
Chi governa questo nuovo processo, oggi senza regole e senza etica, che sconvolge le relazioni sociali e le considerazioni del lavoro, mettendo a rischio il futuro delle nuove generazioni, prive di garanzie e di riferimenti?
La risposta è: nessuno.
O meglio: l'anonimo mercato con il suo potente capitale finanziario e multinazionale, con tutto ciò che ne consegue.
E per essere chiari. Quale rapporto si stabilisce tra chi possiede gli strumenti (centri finanziari, società globali, ecc.) per sostenere e controllare la ricerca e la costruzione di sistemi a tecnologia avanzata (software, hardwar ecc.). Quali dovrebbero essere le regole e chi le propone e chi le gestisce, che possano compensare questa differenza, mettendo a riparo chi è più debole e ha meno forza per reagire.
Aumenta in modo esponenziale una divaricazione fra are di lavoro qualificato e ampi settori in cui i lavoratori di alta professionalità, di ultima generazione, svolgono mansioni dequalificanti, che sfocia spesso nel lavoro nero.

Se per i processi di integrazione che hanno aspetti positivi, hanno portato a non avere più frontiere al mercato del lavoro, possiamo affermare altrettanto che non ci sono più garanzie per nessuno con la conseguenza di una feroce lotte tra quanti sono alla ricerca di lavoro.
Le multinazionali che gestiscono le reti della produzione globale, dove la mano d'opera, anche la più qualificata, e quindi soprattutto quella dei giovani, è scelta e trasferita nei luoghi in cui costa meno.
Assistiamo a un dirigismo centralizzato, invisibile, che interviene secondo esigenze di un mercato che investe tutto il mondo, cambiando le regole del rapporto di lavoro e mettendo le opportunità di lavoro in stato di sofferenza.
Il monopolio delle tecnologie e del loro utilizzo, determina nuove modalità di scambio di ineguaglianze, di limitazione delle libertà e dello stesso diritto del lavoro.
Una ricaduta inevitabile nel rapporto occupazionale uomo-donna.
Nel settore dell'ingegneria, a mo' di esempio, nei paesi OCSE il tasso di occupazione maschile è dell'88,7%, quella femminile è al 78,8%. Un dato simile si ha per l'Italia, uomini all'88,5%, donne al 75,2%.
Si aprono contraddizioni profonde, in cui si afferma un modello di un mondo uniformemente individualista e di leggi di mercato senza regole e senza controlli.
Le donne sono forze dinamiche e le loro rivendicazioni per i propri diritti hanno avuto sempre una dimensione e una ricaduta universale, ma erano dentro un sistema che, a oggi, non è mutato.

La risposta a quel pessimismo, che ho manifestato, risiede nella messa rischio del riconoscimento dei diritti e delle uguaglianze. Le nuove generazioni sono entrate in un campo tutto da scoprire, dove rischiano di vagare alla mercé di chi ha stabilità quale tipo di semina adottare.
Di fronte a queste sfide, non possono esserci voci isolate.
La globalizzazione schiaccia il singolo, strumentalizza le eccelle professionali, accentua le differenze. Ma, teme le aggregazioni ampie e le rivendicazioni per ottenere il riconoscimento di rappresentanze democratiche, sostenute da forti e diffusi movimenti sociali.

Il diritto al voto per le donne è stata una conquista globale, possibile perché quella rivendicazione non era circoscritta a poche interessate, ma ha avuto sempre una partecipazione corale di una moltitudine di donne in ogni parte del mondo, la quale ha reso possibile la loro vittoria.
E cambiarono il sistema dei rapporti sociali e delle rappresentanze.
Oggi rimane aperta la questione della definizione e identificazione di un soggetto che possa cambiare il sistema imposto dalla globalizzazione.
L'Unione europea può essere uno di questi soggetti, e sarebbe già tanto, ma è un problema che investe e riguarda gli 8 miliardi di abitanti di questo pianeta.
Occorre trovare altre formule e strutture riconosciute e capaci di avere strumenti di intervento.
Il futuro per le nuove generazioni del XXI secolo è costituito da un sapere eccellente e diffuso, che deve vivere dentro una cornice di diritti e doveri, di responsabilità e di inclusione, di parità e di uguaglianza.

A questa misura non ci sono alternative. Averne la consapevolezza offre alla nuove generazioni la speranza di un lavoro, riconosciuto, non come forma di sfruttamento, ma come alta espressione della dignità di ciascuno e di tutte e di tutti.

*Federazione italiana laureate e diplomate istituti superiori (Fildis)
Convegno nazionale Sabato 1 dicembre 2018
Aula Magna Facoltà Valdese
Via Pietro Cossa, 42 (P.za Cavour) Roma

La 'polentata" del Centro sociale anziani di Giuliano di Roma

polentata a giuliano di roma 350 mindi Ermisio Mazzocchi - Una comunità che si ritrova. Il Centro sociale anziani di Giuliano di Roma ha svolto domenica 25 novembre la sua tradizionale "polentata" quale momento di incontro tra i suoi oltre cento soci. Una giornata festosa, ma anche molto significativa per tutta la cittadinanza giulianese per il senso di appartenenza e di solidarietà, inviando in questo modo un messaggio alle nuove generazioni di valori positivi e robusti.
La presidente, Lucia Fabi, a tutti nota come il nome affettuoso di Cicia, con il Comitato di gestione e soci volontari, ha organizzato questa giornata che vuole essere un augurio per le prossime festività e, soprattutto, mantenere viva una tradizione, che vanta un concreto impegno sociale e culturale, apprezzato non solo dagli abitanti di questo splendido paese, ricco di storia e di tradizioni, ma dall'intera area territoriale dei comuni circostanti.
Quella di domenica è una ulteriore dimostrazione della intensa attività svolta dal Centro sociale, che mantiene vivo l'interesse per tutto ciò che Giuliano di Roma ha rappresentato nella storia per le sue vicende politiche e militari, per il suo dialetto, per la sua enogastronomia, per l'arte.
Lo stesso Centro è stato autore di un libro-vocabolario sul dialetto locale, a significare di come sia possibile mantenere unita una comunità che ritrova le radici delle proprie origini.
Non a caso in questa giornata invernale, che invita a degustare i piatti preparati da un nutrito gruppo di volontari, con il plauso di tutti i soci che volentieri hanno contributo alle spese, erano presenti il sindaco Adriano Lampazzi, il già sindaco Aldo Antonetti e molti consiglieri comunali, volendo suggellare quel legame che unisce il popolo e i suoi rappresentanti nelle istituzioni.
L'attività del Centro sociale sarà in futuro, come annunciato dalla presidente, molto intensa con molteplici iniziative, tra cui un significativo concerto il 29 dicembre e il tradizionale cenone di fine anno.
Si potrebbe dire di una comunità in cammino ansiosa di conoscere e di alimentare un clima di pace e di speranza.

Giuliano di Roma 25 novembre 2018

 

 

 

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Arcangelo Spaziani, come lo ricordiamo

a.spaziani 350 mindi Ermisio Mazzocchi - Conobbi Arcangelo Spaziani per la prima volta nel 1963 quando venne a tenere una assemblea di iscritti della sezione del PCI di Cassino.
Rimasi colpito dal suo modo di esporre le questioni politiche in modo semplice, chiaro, argomentato.
Quell'incontro rimane ancora vivo nelle mia memoria, così come quelli che verranno in seguito, che saranno sempre più frequenti, quando divenni funzionario politico della Federazione del PCI di Frosinone, permettendomi di conoscere la sua personalità politica e la sua profonda umanità.

Oggi ricorrono venti anni (21 novembre 1998) dalla scomparsa di Arcangelo Spaziani, noi come redazione di UNOeTRE.it, e di quanti, ci leggono e che hanno avuto modo di conoscerlo, intendiamo testimoniare un riconoscimento a un dirigente politico che ebbe un ruolo assai importante nella costruzione del PCI nella provincia di Frosinone. C’è un sentimento di affetto e di stima che accomuna molti di quella stagione politica e altri che sono venuti in seguito, che non hanno dimenticato la sua esemplare storia di militante politico. In questo scritto sono interprete e portatore di esperienze e di conoscenze simili a quella di molti altri, che oggi rivolgono un pensiero ad Arcangelo.

Il suo impegno fu costante e determinato a costruire una grande forza politica, il PCI e la sua lungimiranza politica lo portò, in seguito, ad aderire al PDS.
Uomo di profonda umanità, di grande valore morale e politico, rivelava nei suoi comportamenti politici una profonda conoscenza delle condizioni sociali e dei cambiamenti nel mondo economico e in quello del lavoro.
Svolse una attività intensa per affermare il PCI tra i lavoratori e nella società, misurandosi con nuove strategie politiche e con un modello più avanzato di società.
La sua vita è fortemente segnata da un percorso politico volto alla difesa dei diritti dei lavoratori, all'avanzamento della democrazia, della cultura, dei diritti sociali e civili.

E' stato protagonista in prima persona nel suo ruolo di consigliere e assessore regionale, ma non da meno lo fu come consigliere comunale a Ferentino e all'Amministrazione provinciale, per garantire un equilibrato sviluppo industriale, per le infrastrutture del Sud del Lazio, per la costituzione dell'Università a Cassino.
La sua formazione politica lo portava ad avere una visione di insieme dei problemi e a trovare soluzioni che soddisfacessero le priorità dei cittadini, come lavoro e servizi. In questa direzione si prodigò, come assessore regionale nelle giunte di sinistra, ma non solo, per significative riforme come l'istituzione della sanità pubblica, la realizzazione del sistema del trasporto pubblico su gomma a beneficio dei pendolari, il metodo della programmazione e della partecipazione popolare.

Curava con grande attenzione la formazione dei dirigenti politici, in particolare dei giovani, ritenendo indispensabile avere gruppi dirigenti all'altezza delle situazioni critiche della società e di un partito, il PCI, che viva una periodo politico intenso di avvenimenti che cambiavano profondamente la società.
Arcangelo è stato un protagonista della vita politica provinciale nella seconda metà del '900, sostenendo con fermezza i valori di giustizia e di democrazia.
Il suo interesse per il futuro del PCI era rivolto a garantire una continuità nel governo del partito prima con il PCI e poi con il PDS, sostenendo il ricambio generazionale nella responsabilità di guida del partito. Così avvenne nel Partito comunista quando subentrò a lui e da lui sostenuto, Ignazio Mazzoli, che nel 1970, a solo 27 anni, divenne segretario di Federazione.

Non venne mai meno il suo impegno e sostegno dei gruppi dirigenti in modo che assicurassero sempre grande attenzione alla formazione dei dirigenti, in particolare giovani. L'attenzione che gli uomini e le donne che guidarono il PCI riservavano alla crescita dei gruppi dirigenti, oggi è scomparsa. E' uno dei grandi buchi neri delle attuali forze politiche che si sono misurate con il governo del nostro Paese.
Arcangelo sapeva vivere e interpretare una grande lezione del Pci, partecipare in modo riservato e attento ai successivi cambiamenti del governo del partito, rispettandone l'autonomia, ma sapendo trasmettere la lezione che lui per primo aveva imparato da chi l'aveva preceduto: "il rinnovamento nella continuità".

Arcangelo aveva contribuito a seminare un percorso fecondo per il partito, credendo profondamente nella sua funzione nella società e nella ricerca di valorizzare le sue migliori risorse.
Rimane un esempio di coerenza, serietà, onestà intellettuale e politica, cui oggi ci si dovrebbe richiamare per qualificare l'impegno politico e civile su la sua stessa misura, di quanti, in questo periodo non felice né fecondo della storia del partito, il PD, che avrebbe dovuto ereditare quel patrimonio di Arcangelo,vogliono perseguire quell'opera che egli ha avviato nella sua esemplare lunga vita politica.

 

 

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Emilio Mancini non c'è più. Il ricordo di Mazzocchi

emiliomancini 2 350 260 min di Ermisio Mazzocchi - Il 14 ottobre 1965 si scioglie la Federazione di Cassino del PCI per essere unificata a quella di Frosinone, che viene trasformata in un Comitato di zona del Cassinate e della Valle di Comino.

Il segretario regionale, Enzo Modica, propone come segretario del Comitato di zona, Emilio Mancini, venendo così a far parte della segreteria della Federazione provinciale di Frosinone del PCI, di cui era segretario Arcangelo Spaziani. Su la figura del giovane laureato in giurisprudenza, concordano tutti i rappresentati del PCI delle diverse aree territoriali della zona di Cassino. In questo periodo Mancini svolge una intensa attività di rafforzamento del PCI.
Nel 1967 nelle elezioni amministrative del comune di Cassino, viene eletto consigliere comunale.

Il Comitato federale della Federazione del PCI nella seduta del 10 novembre del 1969, decide il nuovo assetto delle Segreteria provinciale, chiamando Mancini a farne parte, trasferendosi a Frosinone. Gli subentra Franco Di Giorgio alla Segreteria del Comitato di zona, mentre al Consiglio comunale, dimessosi, sarà sostituito da Benito Di Nuzzo. Nella segreteria avrà la responsabilità della Commissione Stampa e propaganda e in seguito di quella dell'organizzazione.

Lascia la Federazione di Frosinone nel 1973, chiamato alla segreteria regionale del PCI del Lazio, dove ricopre l'incarico di responsabile delle Commissione organizzazione. Successivamente viene nominato Segretario della Federazione di Civitavecchia del PCI, assolvendo, come sempre, scrupolosamente al suo incarico. Ritornato al "Regionale" riveste vari incarichi. Il suo impegno costante e la sua sensibilità politica lo portano ad aderire alle successive evoluzioni politiche dai DS al PDS e infine al PD.
Un percorso politico lungo e intenso, sempre più accompagnato da una saggezza arguta e fine, che attirava l'attenzione delle nuove generazioni, colpite da questa costanza e coerenza politica, morale ed etica.

E in questi momenti di una mia profonda tristezza per la scomparsa del compagno Emilio, con i tanti ricordi che si affollano nella mia mente, non posso fare a meno di tratteggiare a dimostrazione del suo rapportarsi con gli altri, in particolare con i compagni di partito, la nostra comune amicizia, nata nel 1966.
In quell'anno, ero al terzo Liceo classico e già attivo nel PCI, o meglio nella FGCI, ebbe inizio, non solo l'amicizia, ma anche la nostra collaborazione politica.
Insieme si facevano i comizi, io per la Federazione giovanile comunista e lui per il PCI, (e anche gli annunci del comizio, lui guidava e io annunciavo) trasportando quelle trombe da fissare sul tetto dell'auto e collegando i morsetti alla batteria. Numerose, tante, sono state le uscite insieme per diffondere l'Unità, per raccogliere il grano (che poi si vendeva al molino) tra i contadini - increduli per quello che chiedevamo e perché - per sostenere la stampa comunista, per distribuire volantini, fatti con il ciclostile girato a mano con l'inchiostro che colava, davanti alle fabbriche o sui cantieri edili, dove qualche volta siamo stati cacciati e minacciati.
E di manifesti ne abbiamo attaccati sui muri delle città: l'uno con il manifesto in mano pronto all'affissione e l'altro a spargere una colla dall'odore sgradevolissimo, girando per i paesi con una Cinquecento giardinetta, di proprietà del Partito. Impegno e discussioni su la politica senza limiti di tempo e di luogo. E non poche sono state le critiche, i dissensi politici tra noi.
Non è stato solo tutto questo. Mi fece lezioni di guida per l'automobile, quando dovevo prendere la patente o quando dimostrava un suo interessamento per i miei esami all'Università. Momenti di vita quotidiana. Ricordi incancellabili.
Ciao Emilio, non attaccheremo più insieme i manifesti, ma sarai sempre con me a guida per il prossimo tempo.

14 settembre 2018

21 agosto '68. Stop al socialismo e al nuovo corso di Alexander Dubček

Praga 21ago68 350 250 mindi Ermisio Mazzocchi  - La Cecoslovacchia ha ricercato un via originale per il socialismo e il nuovo corso, avviato da Alexander Dubček con un programma d’azione che afferma il riconoscimento della libertà politica, culturale e sindacale, la separazione tra partito e governo, la parità tra le diverse componenti etniche del paese, non è condiviso dal PCUS. Si teme la rivendicazione di una piena autonomia che potrebbe portare gli Stati che fanno parte dell’area socialista e del Patto di Varsavia a un distacco dall’URSS. I rapporti tra il partito comunista cecoslovacco e il PCUS si aggravano, mentre il PCI afferma la propria solidarietà al processo di rinnovamento democratico della società socialista cecoslovacca. La situazione precipita nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, con l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, che suscita da più parti contestazioni violentissime e una crescente protesta popolare. A Praga il 16 gennaio il giovane studente di filosofia di 21 anni, Jan Palach si dà fuoco per protestare contro l’occupazione. L’8 febbraio 1969 un altro studente di 29 anni, Yan Zajic lo segue. Il 17 aprile 1969 Gustav Husák è eletto, su forte pressione sovietica, come segretario del partito comunista cecoslovacco, al posto di Dubček. Inizia il periodo di “normalizzazione”, che porterà nel 1970 alla definizione di un documento del Comitato centrale cecoslovacco, nel quale viene ufficialmente condannata la politica di Dubček definita controrivoluzionaria. Il XIII Congresso del partito comunista cecoslovacco sancisce la definitiva conclusione della “Primavera di Praga”.

A distanza di soli due giorni dall’invasione (23 agosto 1968) la Direzione nazionale del PCI esprime il proprio “dissenso” e la prppria “riprovazione” per l’intervento militare, affermando che “non è consentito in nessun caso commettere violazione dell’indipendenza di ogni Stato”. Per di più questo avvenimento blocca il dialogo tra la Chiesa e il mondo comunista. Il documento “De dialogo cum non credentibus”, definito il 28 agosto, sette giorni dopo la tragedia di Praga, sarà pubblicato dopo due mesi e verrà in futuro totalmente ignorato. In Italia si accende un durissimo confronto, a volte usato in modo strumentale, tra le forze politiche. Ne è espressione il dibattito che si svolge alla Camera dei deputati.

I dirigenti del PCI, a differenza di quanto era avvenuto ai tempi dell’invasione dell’Ungheria, condannano in modo inequivocabile la scelta del PCUS. Il PCI si avvia verso un cambiamento della propria linea politica, non solo per una sempre maggiore autonomia dall’Unione sovietica ma, cosa più importante, ritiene necessario sciogliere sia l’Alleanza Atlantica sia il Patto di Varsavia, riconoscendo all’Europa un ruolo essenziale per mantenere la pace. La scelta europeista del PCI comporta l’accettazione del Mercato Comune Europeo. Si dà impulso alle trattative politiche europee, in particolar modo con il SPD di Willy Brandt.

Sebbene il PCI esprima in diversi documenti il “profondo e schietto rapporto che unisce i comunisti italiani all’Unione sovietica”, gli avvenimenti cecoslovacchi aprono, di fatto, un solco tra il PCI e il PCUS da cui ha inizio una lenta marcia del partito comunista verso lo “strappo” e il definitivo distacco. Un tema esaminato in un eclatante articolo di Berlinguer su “Rinascita” in cui il partito comunista pone la questione della democrazia, della libertà dei popoli, della loro autodeterminazione. Una posizione largamente condivisa dai gruppi dirigenti delle Federazioni provinciali e sostanzialmente dall’intero partito nonché dall’organizzazione dei giovani comunisti (FGCI), schierati sulle scelte fatte dalla Direzione nazionale nel Comitato centrale del 27 agosto 1968.

 

Anche il PCI di Frosinone si mobilita. Il 2 e il 3 settembre 1968 la segreteria provinciale convoca il Comitato Federale e la Commissione Federale di Controllo per discutere la situazione della Cecoslovacchia. Seppur con qualche distinguo, le decisioni della Direzione nazionale sono accettate.
Nella relazione del segretario Arcangelo Spaziani, traspare una nota di disagio e di emozione per quanto sta avvenendo, che si fa più evidente quando afferma che “questo doloroso avvenimento ci ha colpito tutti nei sentimenti più profondi”. C’è nei diversi interventi grande convinzione che i partiti comunisti debbano avere piena autonomia nella scelta di strategie per il socialismo, perché non vi possono essere principi immutabili nella lotta per il socialismo. In maniera netta Giuseppe Cittadini afferma che “la decisione della Direzione è la logica conseguenza della linea politica del PCI e il prestigio dell’URSS riceve un brutto colpo. Le vie nazionali al socialismo sono un principio irrinunciabile”. Altri condannano l’Unione Sovietica affermando che il gruppo dirigente dell’URSS ha commesso un errore politico e il PCI deve continuare sulla via dell’autonomia. Alcuni mostrano più cautela nella valutazione dei fatti cecoslovacchi, e sostengono che “non bisogna cadere nell’antisovietismo e bisogna tenere conto che l’Unione sovietica dà un grande aiuto ai movimenti di liberazione” così che qualcuno giudica affrettato il comunicato dell’Ufficio politico e che “i sovietici intervenendo hanno salvato il socialismo”. La vivacità e la passione del dibattito rivelano la ricerca di motivazione politiche convincenti tanto da affermare che “le ragioni dell’intervento non stanno in un errore di valutazione dell’URSS, ma in un volere fermare il nuovo corso cecoslovacco e la posizione del PCI non è opportunistica”. Ma c’è chi si spinge molto oltre convinto che occorre accentuare le critiche alla mancanza di sviluppo della democrazia in URSS, dove ha vinto il “burocratismo” e che la nostra identità non deve essere “un limite alla nostra critica all’URSS”. Il PCI, sostengono alcuni, deve fare sentire di più “la sua riprovazione”, perché “l’intervento sovietico ha rappresentato un pericolo di guerra”.

Tutto il dibattito insomma è percorso da una ricerca delle ragioni di quanto è avvenuto. Si mettono a dura prova le proprie convinzioni cosicché Mario Brighindi esprime con passione il suo pensiero con molta saggezza: “più volte mi sono domandato se i compagni sovietici hanno perduto il senno. Ma allo stesso modo la tempestiva presa di posizione del nostro Ufficio politico non poteva essere diversa, seguendo la logica di tutta la strada percorsa in questi ultimi anni dal PCI”.
Ed è su questo punto che si concentra la conclusione di Mario Berti della Segreteria Regionale. L’intervento sovietico, secondo Berti, non è giustificabile, in quanto non erano in pericolo le basi del socialismo. La posizione del PCI nasce dalla sua elaborazione “teorica e di principio” che scaturisce dal memoriale di Yalta; dalla “via italiana al socialismo” elaborata all’VIII Congresso nazionale; dal sostenere i valori di una democrazia socialista. Avrebbe dovuto suscitare sorpresa - continua il dirigente regionale - se il PCI avesse preso una posizione contraria a quella attuale ed è altrettanto chiaro che non bisogna avere un atteggiamento fideistico nei confronti dell’URSS e degli altri Stati socialisti, perché, riportando un’argomentazione che è alla base del nuovo corso del Partito comunista italiano, il socialismo non si identifica con gli Stati socialisti, ma deve essere rafforzato l’internazionalismo con un contributo del PCI, per un nuovo e diverso rapporto con gli altri partiti comunisti, in un’azione che deve portare al "superamento dei blocchi".
Il Comitato Federale si conclude con l’approvazione di un documento di condanna. Questo il testo.

 

«Il Comitato federale e la Commissione federale di controllo della Federazione comunista di Frosinone, dopo ampio e appassionato dibattito
approvano la posizione assunta dall’Ufficio politico, dalla Direzione e dal Comitato centrale del nostro partito di grave dissenso e riprovazione per l’intervento militare dell’Unione sovietica e degli altri quattro paesi del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia.
- si associano all’augurio rivolto dal C.C. e dalla C.C.C. al popolo e ai comunisti cecoslovacchi acché possano “portare avanti con il pieno recupero della loro indipendenza e libertà d’azione, il processo di rinnovamento democratico e di consolidamento della società socialista”, così come sono convinti che il ritiro delle truppe e il rapido ripristino della normalità in Cecoslovacchia è “oggi il passo che innanzitutto occorre compiere perché i rapporti tra i Paesi socialisti possano condurre, sulla base dell’eguaglianza e del rispetto dell’indipendenza e della sovranità di ogni Stato, a un miglioramento della collaborazione in tutti i campi e a un reale rafforzamento dell’unità.

Il C.F. e la C.F.C. ritengono che, nella presente difficile situazione, impegno principale dei comunisti italiani debba essere quello della ricerca dell’unità del movimento operaio e comunista mondiale e, coerentemente con le nostre posizioni espresse più volte nell’ambito della precisa collocazione internazionalista del PCI, a dare il loro contributo perché si costruiscano nuovi rapporti fra tutte le forze socialiste e progressiste e a portare avanti sempre più rapidamente il processo di rinnovamento aperto dal XX Congresso.

Il C.F. e la C.F.C., nel concordare con il C.C. e la C.C.C. che l’autonomia dell’elaborazione e delle scelte politiche, la costante ricerca di una via italiana di accesso e di costruzione del socialismo sono per il PCI la forza concreta, irrinunciabile della sua presenza e partecipazione in un movimento che vuole spezzare nel mondo la prepotenza aggressiva dell’imperialismo che vuole rompere la logica delle divisioni nei blocchi militari e politici contrapposti, che vuole scuotere il peso intollerante dell’oppressione, dello sfruttamento, della morte per fame che grava ancora su tanta parte dell’umanità, che vuole avanzare sulla strada del socialismo;
- raccolgono l’appello del C.C. e della C.C.C. a impegnare tutto il partito a respingere e battere la campagna anticomunista scatenata da coloro che non possono dare nessuna lezione di moralità per avere approvato l’aggressione contro il popolo del Vietnam e gli altri crimini dell’imperialismo nel mondo e che sostengono la presenza di truppe e di basi straniere nel nostro territorio; a prendere tutte quelle iniziative perché nell’ambito della nostra linea internazionalista di solidarietà con la Cecoslovacchia, di amicizia con l’Unione Sovietica e con tutti i paesi socialisti vada avanti e si rafforzi la lotta per la pace, contro l’atlantismo, per il superamento dei blocchi, ricercando tutte le possibili forme di collaborazione e incontro tra le forze di sinistra, socialiste e cattoliche per andare avanti verso il rinnovamento democratico e il socialismo” .

La repressione della ‘Primavera di Praga’ impedisce di avviare in Cecoslovacchia la riforma del “socialismo reale”. Nonostante la sua condanna dell’aggressione, il PCI non arriva alla rottura con il PCUS sia per i condizionamenti ideologici e storici, che per il clima della guerra fredda in atto. La divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi contrapposti obbliga il PCI ad allinearsi con il mondo socialista, perseguendo una sua peculiare politica a sostegno dei partiti socialisti “non allineati”, dei movimenti di liberazione e dei nuovi Stati del Terzo Mondo.

Il PCI, nella piena consapevolezza della sua autonomia e della sua diversità, costruisce una politica che, riconoscendo la pluralità dei partiti, il valore delle istituzioni democratiche e rappresentative, l’autonomia delle organizzazioni sociali, si propone di realizzare un socialismo democratico, seppur condizionato fino alla fine degli anni ´80 dalla sua formazione ideologica originaria e dalla sua storia. Ed è proprio questo percorso intrapreso dopo il 1968 che consente al Partito comunista italiano di affrontare avvenimenti drammatici per il paese in modo nuovo rispetto al periodo del dopoguerra e con l’obiettivo di superare momenti difficili per la democrazia repubblicana.»

 

 

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