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Lucia Fabi Angelino Loffredi

Lucia Fabi Angelino Loffredi

Come nacque il fascismo a Villa Santo Stefano

bottaiaVillaSStefano 350 260 mindi Lucia Fabi Angelino Loffredi ** - Ricordare la nascita del Fascismo nel piccolo paese di Villa Santo Stefano sorprendentemente è facile. Mentre in ogni realtà comunale la ricostruzione è difficile, a volte impossibile perché la documentazione originale venne fatta sparire, in questa realtà, invece, può essere utilizzata la raccolta dei verbali della Sezione fascista gelosamente custoditi per oltre novanta anni da Luigi Bonomo: Podestà dal 1937, Commissario durante la Repubblica Sociale, Sindaco dal 1956 al 1980. Dal 2016 infatti sono stati fatti conoscere attraverso un libro scritto dal figlio Giovanni e Pino Leo titolato “ Portando ognuno la sua pietra al cantiere/Il Fascismo a Villa Santo Stefano 1921-1944 “

A leggerlo attentamente non ci sembra che nella ricostruzione della storia politica e cittadina appaiano lacune o contraddizioni perché lo sviluppo, il racconto dei fatti appare coerente e consequenziale.
Chi sono dunque i protagonisti del radicamento fascista nel paese? I verbali li indicano in modo preciso sia dal punto di vista anagrafico che professionale: Antonio Zomparelli, Luigi Iorio, Luigi Buzzolini, Umberto Iorio, Genesio Biasini. Gli incontri si tengono presso l’abitazione del fabbro Michele Marafiota, in via San Pietro. L’animatore sembra essere Pompeo Leo, amante della fotografia, corrispondente del giornale ” Il Messaggero “, Ispettore della Singer a Sora. E’ proprio a Sora che Leo incontra e fraternizza politicamente con Marcello Ghislanzoni inviato nella cittadina su incarico della Federazione Fascista Laziale.

La costituzione ufficiale del Fascio a Villa Santo Stefano avviene domenica 1 maggio 1921. La Sezione viene intitolata a Nazario Sauro. La sede è in Piazza Umberto I, in un locale situato nella parte superiore ove oggi opera l’Ufficio Postale.
A leggere il verbale della riunione del mese di luglio, riportato a mano e con grafia leggibile, gli iscritti sono quaranta e fra questi appaiono il Sindaco Massimo Iorio, il Segretario comunale Diomede Felici, due studenti, 30 proprietari terrieri, 2 insegnanti, 15 ex combattenti. E’ ugualmente importante conoscere la composizione del Direttorio: Giuseppe Ruggeri, Zenobio Luigi Anticoli, Pompeo Leo, Presidente e Fabio Fabi, Segretario . La partecipazione di Fabi sarà limitatissima nel tempo perché si appresta ad entrare all’Accademia Militare di Modena. Il Fabi avrà una brillante carriera fino a raggiungere il grado di Generale.PNF VillaSSteefano min

Ma la situazione non ci sembra essere molto facile e semplice e lo dimostra una lettera scritta da Pompeo Leo l’8 dicembre 1921 inviata alla Giunta Esecutiva a Roma “ Questa sezione sorta senza nessun fondo non può assolutamente versare alla Segreteria della Federazione nemmeno il più piccolo contributo perché i fascisti non pagano nessuna quota mensile “. Non vengono sottolineati, purtroppo, i motivi del mancato pagamento.

La Sezione il 14 gennaio 1922 vive un grande momento di popolarità quando ospita Giuseppe Bottai. Non conosciamo i canali attraverso i quali l’emergente gerarca venne sollecitato ad essere presente a Villa Santo Stefano. Le foto in circolazione comunque dimostrano una buona presenza di popolo e la riuscita di tale incontro.
bottai a VillaSStefano particolare 2 minDurante il 1922 fascisti del paese partecipano alle “Adunate“ di luglio e del 15 ottobre a Frosinone ma dai verbali non emerge nessuna presenza dei fascisti locali alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Ancor più è da rilevare che gli stessi non partecipano a nessun assalto squadristico a persone o sedi. C’è da riportare inoltre che nel paese non esistevano nuclei organizzati di comunisti o socialisti.

La lotta continua e senza esclusione di colpi condotta dalle sezione cittadina è diretta in due direzioni: contro la fazione di don Amasio Bonomi (vicino ai Popolari) e l’altra è interna al partito stesso.
L’anno 1923 è caratterizzato dal conflitto aperto contro il sindaco Massimo Iorio, prima estromesso dal comune, poi espulso dal partito e dall’affermazione personale di Leo Pompeo che il 2 settembre con la lista del PNF vince le elezioni comunali (le ultime in Italia) battendo quella sostenuta da Don Amasio e diventando Sindaco. Incarico che va ad aggiungersi alla carica di Segretario di Sezione. Tale cumulo di cariche non normalizza la situazione, non rende stabile l’equilibrio politico perché le lotte interne proseguiranno utilizzando (per tutto il periodo fascista) tanti strumenti diffamatori a cominciare dalle lettere anonime. Non è un caso se il 1926 sarà proprio l’anno della caduta in disgrazia dello stesso Leo, prima come Sindaco poi come Segretario di Sezione.

Le vicende politiche ed amministrative sono caratterizzate da una fibrillazione permanente ed anche da imprevedibili colpi di scena, quale il ritorno a Segretario dello stesso Pompeo il 24 marzo 1928 ma anche della sua definitiva caduta nel mese di ottobre dello stesso anno.

 

 

**Didascalia della foto di apertura Giuseppe Bottai fra Michele Marafiota e Pompeo Leo e Alfredo Anticoli. Foto tratta dal libro di Giovanni Bonomo e Pino Leo “ Portando ognuno la sua pietra al cantiere/ Il fascismo a Villa Santo Stefano 1921-1944 “

 

 

 

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Ceccano 12 aprile 2019

Quando nacque lo squadrismo - Giuliano di Roma

Squadristi 350 mindi Fabi Lucia e Angelino Loffredi - Il Fascio di Giuliano di Roma si costituisce il 21 ottobre 1922. L’iniziativa si tiene presso il Comune ed è presente il dottor Alberto Ghislanzoni, dirigente del Fascismo del Basso Lazio.

Dalle Note scritte nel 1939 dal Segretario della Federazione Fascista di Frosinone Aurelio Vitto, risulta che il primo Segretario del fascio locale è Gabriele Gabrielli. Lo testimonia lo stesso Ghislanzoni dichiarando nei suoi ricordi personali che il Gabrielli partecipò alla “grande adunata“ di Frosinone del 15 ottobre 1922. Sempre, sulla base di tali ricordi, dichiara che il Gabrielli fu presente al concentramento di Valmontone, in occasione della Marcia su Roma, il 28 ottobre 1922.
Scrivevamo precedentemente che le carte di cui siamo in possesso non fanno parte di una ricerca organica e ben sistemata, ma costituiscono l’insieme di tanti fogli (altri mancano) che a fatica siamo riusciti a mettere in ordine. Abbiamo l’impressione, inoltre, che lo scritto non vuole ricostruire la storia dello squadrismo in Ciociaria e nemmeno ha motivazioni apologetiche, ma serve solo per definire chi fra i fascisti ha il diritto a fregiarsi del titolo di Squadrista. Insomma si avverte una lotta aperta fra fascisti per ottenere tale riconoscimento e lo conferma il continuo rapporto fra realtà locali, federale e nazionale.

Alla base abbiamo notato una eccessiva necessità di ricercare testimonianze e protezioni per scalare le cariche di partito. Questo riguarda il Gabrielli ma anche Armando Pagliei. Per quest’ultimo vengono elencate tante benemerenze. Di lui si ricorda di aver capeggiato ed intervenuto in azioni squadristiche a Sezze, Prossedi e nell’agro pontino. Vengono indicate con molta precisione sia dichiarazioni del Segretario della Federazione di Littoria (26 giugno 1938, protocollo 344404) che cronache giornalistiche riportate da Il Messaggero, oltre che una conferma della sua attività da parte di Leo Pompeo, di Villa Santo Stefano, indicato come uno dei primi Segretari Fascisti del Lazio. Dichiarazioni e documenti insomma che dimostrano che il Pagliei era in collegamento con la Sub federazione ciociara già dal 11 luglio 1922.

Il Segretario della Federazione ciociara, a confermare il clima teso e conflittuale esistente anche nelle varie realtà locali, chiude la sua dichiarazione in questa significativa maniera “né a lui (Pagliei) né ai camerati appartenenti a detta squadra la Commissione ritiene possa applicarsi il provvedimento di depennazione che su proposta della locale Federazione Fascista discusse il Direttorio Nazionale del Partito Nazionale Fascista con nota dell’11/11/ XVIII a firma del vice segretario Cerutti “Se la questione della qualifica di Gabrielli e Pagliei viene definita positivamente rimane invece aperta quella di Pietrocarlo Giuseppe. Di quest’ultimo si scrive “Si richiama l’attenzione alle superiori Gerarchie su fascista Pietrocarlo Giuseppe che non ottenne riconoscimento della qualifica di Squadrista perché all’epoca del riconoscimento ufficiale era fuori dal PNF ma successivamente è stato riammesso con la primitiva anzianità“.

Non si conosce l’esito di tale richiesta, possiamo invece riportare i 15 nominativi di coloro che dopo tante discussioni e conflitti vennero qualificati come Squadristi:
Carpentieri Giovanni fu Luigi, Catuzza Lorenzo fu Cataldo, Coccarelli Angelo fu Angelo, Cologgi Arcangelo fu Antonio, Cologgi Armando fu Luigi, Cutonilli Severino Giuseppe di Luigi, Fabi Pietro fu Paolo, Fabi Giuseppe fu Sebastiano, Lunghi Pasquale fu Marco, Luzi Natale fu Antonio, Massari Arturo Cataldo di Giuseppe, Pagliei Armando fu Giuseppe, Rosi Cesare fu Innocenzo, Sarandrea Domenico fu Raffaele, Schietroma Valentino di Mario.

 

 

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Ceccano 5 Aprile 2019

Quando nacque lo squadrismo

Squadristi 350 mindi Lucia Fabi e Angelino Loffredi - E’ probabile che in questo anno, in cui ricorre il centenario della costituzione dei Fasci di Combattimento (Milano, Piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919), ci possa essere un’attenzione particolare sull’esperienza fascista, a cominciare da quella realizzata in provincia di Frosinone.

Attraverso un caro amico abbiamo a disposizione un elenco di nominativi di squadristi della provincia. E’ una raccolta (non ben sistemata per le aggiunte, ripetizioni e correzioni che vi appaiono) denominata Carta Proveniente dall’Archivio della Federazione Fascista di Frosinone, predisposta il 12 maggio 1939. E’ nostra intenzione pertanto, ritenute le stesse come notizie inedite e di importanza documentale, farle conoscere al fine di metterle a disposizione di chi è interessato alla ricerca storica della nostra realtà provinciale.

Iniziamo la nostra ricognizione con la composizione del Fascio di Ceccano che viene costituito il 10 aprile del 1921 ed è composto da due squadre “La Volante” comandata da Stanislao Innico e “La Saetta “ comandata da Raffaele De Sio. Nell’elenco generale degli squadristi di Ceccano partecipanti alle azioni figurano 31 persone : Aversa Paolo, Bovieri Giuseppe, Bruni Romolo, Bruni Vincenzo, Bruni Angelo, Ceccacci Fernando, Colapietro Lorenzo, Colapietro Luigi, De Sio Raffaele, De Santis Ubaldo, Di Vico Paolo,Gallucci Nicola, Guerrucci Fiorino, Gizzi Salvatore, Gizzi Alfredo, Innico Stanislao, Innico Luigi, Innico Camillo, Malizia Giovanni, Marini Alessandro, Protani Paolo, Ronconi Ercole, Peruzzi Pasquale, Tanzini Giovanni, Terenzi Cesare, Terenzi Nicola, Pirri Vincenzo, Tiberia Salvatore, Pizzuti Agostino e altri due nominativi che risultano illeggibili. Il dato interessantissimo è costituito dal fatto che ogni nominativo indicato è accompagnato dalle azioni alle quali ha partecipato.. Gli squadristi di Ceccano sono protagonisti di 15 azioni. Non si conoscono i tempi ma vengono evidenziati i luoghi: Santa Marinella, Anagni, Morolo, Supino, Patrica, Giuliano di Roma, Ceprano, Priverno, Monte San Giovanni Campano, Ferentino, Sgurgola, Fiuggi, Alatri, Frosinone Ceccano. Di ogni spedizione manca un commento o una parziale descrizione. Quanto riportato è accompagnato dalle dichiarazioni sottoscritte da Stanislao Innico, Luigi Innico, Salvatore Gizzi. Ad un esame generale delle attività provinciali quella degli squadristi ceccanesi risulta essere più presente nel territorio, anche rispetto a quella di Frosinone e Cassino. Merita di essere rilevato che, sempre dalla Carta della Federazione Fascista, abbiamo trovato altri nominativi: Paolini Paolo, Ramandi Armando, Carbone Enrico, Colafrancesco Gregorio, Colucci Domenico, Gizzi Manfredo ma di quest’ultimi manca ogni riferimento a partecipazione ad azioni.

Per completare il quadro vanno aggiunte anche le fonti orali, tramandate ad esempio da Giuseppe Bovieri, squadrista (indicato nell’elenco) che ha sempre affermato che le Squadre erano tre indicando la terza con il nome “La Disperata“. Inoltre, sempre attraverso la storia orale, lo squadrista più “popolare“ sembrava essere un certo Luigi Bonanni, ritenuto il capo de “La Disperata“. Ora nell’elenco ufficiale predisposto dalla Federazione Provinciale Fascista non appare il nome della squadra né quello di Luigi Bonanni. Sempre nella memoria orale ceccanese si ricorda che il Bonanni, fascista della prima ora, fedele al Programma di San Sepolcro e quindi irriducibile repubblicano cadde in disgrazia nell’interno del partito, subì delle ritorsioni e fu costretto ad emigrare.

Se ne deduce che a fronte di questa documentazione ma anche di altre di varia provenienza, è necessario sempre attingere ma anche mettere a confronto con altre fonti e di nuovo verificare. Insomma “agitare prima dell’uso“.

Ceccano 27 Marzo 2019

 

 La foto che correda l'articolo proviene dall’Archivio dell’Avvocato i Davide Bruni

 

 

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Di Ceccano, caduto in guerra, Virgilio Bonanome

El Alamein Italian memorial entrance 350 260 minIl quattro novembre del 1942 ad El Alamein, si concludeva con la sconfitta delle forze italo-tedesche ad opera delle truppe britanniche, l’esperienza di guerra in Africa. Si trattò di una lotta impari. Da una parte le forze dell’Asse avevano a disposizione 100.000 soldati, 547 carri armati, 198 aerei, mentre quelle della VIII Armata composta da inglesi, francesi, greci, australiani, indiani, neozelandesi, sudafricani ne avevano molte di più: 200.000 soldati, 1200 carri armati, oltre 1.000 aerei.

Più che entrare in alte discussioni strategico-militari vogliamo solamente ricordare un Ceccanese, caduto in tale battaglia: Virgilio Bonanome, nato il 17 febbraio 1921 appartenente ad una famiglia affermata. Il padre Filippo, nel secondo dopoguerra fu assessore e a lui si deve l’istituzione nella città, per otto anni, del Ginnasio, mentre il cognato, Francesco Flores, fu Commissario prefettizio dal febbraio all’ottobre del 1946. Vogliamo ricordare una persona di cui spesso sentivamo parlare dal fratello Pio con il quale abbiamo condiviso una lunga amicizia.

La necessità di proporre la figura di Virgilio Bonanome è nata dalla lettura di un articolo letto sul Bollettino dei Fasci di Combattimento della Federazione di Frosinone, pubblicato nell’aprile del 1943. Non ci è sembrata essere una lettura fuori tempo ma necessaria a far nascere, proprio in questo tempo, tante riflessioni su: amicizia, obbedienza, acritica fiducia, amore di patria. A riflettere bene, pertanto, riteniamo che mentre l’amicizia è un sentimento condivisibile, non può essere dato lo stesso giudizio per quanto riguarda l’obbedienza, l’acritica fiducia e il modo d’intendere e manifestare quell’amore di patria che ha portato i due ufficiali a partecipare ad una guerra di aggressione. E’ scritto da un amico, sottotenente Alfredo Pagliei, di Giuliano di Roma, fratello di Alvaro e Fabrizio, affermati avvocati. A parte le espressioni di sentito dolore e di sincero affetto, oltre che una efficace rappresentazione delle vicende personali di guerra, lo scritto ci sembra essere essenziale e precisissimo nel fotografare i momenti particolari dell’ultimo periodo di vita di Bonanome. Utile per chi del giovane ha intenzione di scrivere più approfonditamente. Ne estraiamo pertanto gli elementi che ci sembrano essere più significativi:
«Ben chi come lo scrivente ha passato con Virgilio tutte le vicende della vita militare per 13 mesi, dal giorno della partenza dal Distretto militare fino a quello della nomina a sottotenente, è gran pena scrivergli ora per l’ultima volta un articolo di morte invece della allegra periodica lettera.
Per 13 mesi la sua vita è stata la mia vita.
Rivedo Virgilio passeggiare al mio fianco sotto il monumento di Dante a Trento, impettito e impacciato come me nella divisa nuova di recluta.
Riodo ancora la sua voce argentina squillare ben distinta tra il coro della Montanara, quando ci arrampicavamo con lo zaino pesante dell’alpino su per la mulattiera ghiacciata della Malga Zirago al Brennero, tra paesaggi indimenticabili di cime bianche al sole e di valli a precipizio che ci affascinavano.
Ma il periodo in cui l’ho avuto più vicino è stato durante i sei mesi del corso allievi ufficiali a Napoli: dormivamo accanto».

Alfredo Pagliei prosegue nel ricordo descrivendo di Bonanome gli aspetti più personali: giovialità, simpatia, studio fino alla pignoleria, eccezionale volontà di apprendimento. Nella parte finale l’articolo ritorna sugli aspetti legati alle vicende di guerra.
«Con la nomina a sottotenente la diversità delle assegnazioni ci separò. Dopo un brevissimo periodo trascorso al Deposito, Virgilio nel cuore dell’estate andava a raggiungere la sua Grande Unità eroicamente distintasi dall’inizio dell’operazioni in Africa settentrionale. In proposito mi scriveva da Marsa Matruh: “sono felice di far parte di questa gagliardissima divisione e spero di far vedere al più presto che ne sono degno.
Dopo solo quattro mesi ha dato la vita».

Il sottotenente Virgilio Bonanome faceva parte del 65° Fanteria Trieste. Divisione motorizzata uscita annientata dalla battaglia. È morto il 31 ottobre del 1942 colpito da una bomba lanciata da un aereo inglese mentre con la sua colonna si dirigeva verso la Piana di Quattara. Il suo corpo riposa nel Sacrario di El Alamein insieme ad altri 4.633 caduti.

Ci sembra necessario inoltre precisare che se fra l’articolo di Alfredo Pagliei e la morte di Virgilio trascorrono circa sei mesi ciò non è dovuto a dimenticanza o sottovalutazione, ma al fatto che in tale periodo venne ritenuto essere un disperso.

Lucia Fabi Angelino Loffredi

 

 

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60° della ricostruzione del Santuario di S. Maria a Fiume

SantaMaria aFiume Ceccanodi Lucia Fabi e Angelino Loffredi - Padre Antonio Mannara, parroco della Chiesa di S. Maria a Fiume di Ceccano, coadiuvato dall’Associazione Cultores Artium e da altre organizzazioni culturali impegnate nel nostro territorio, ha avviato una nutrita serie di iniziative per ricordare degnamente il 60° anno della ricostruzione del Santuario.
E’ già stato abbondantemente riportato quel 14 agosto 1958, giorno della ricostruzione e del solenne rientro in Chiesa della statua della vergine, costruita con legno del Libano, sopravvissuta al bombardamento del 26 gennaio 1944 e per più di 14 anni ospite nella Collegiata di S. Giovanni Battista.

Sperando di far cosa utile ai promotori di tali importanti iniziative, vogliamo partecipare al clima di ricerca avviato annunciando di aver trovato un documento presso l’Archivio Diocesano di Ferentino attraverso il quale è possibile riportare i tempi, le persone interessate e le condizioni che portarono alla posa della prima pietra della ricostruzione il 18 settembre 1955.
In tale documento, un Avvenimento Sacro, estratto da l’Osservatore Romano, è possibile sapere che a partire dall’ ottobre 1952 il Senatore Angelo Cerica “assecondando gli augusti desideri del Vescovo di Ferentino, Tommaso Leonetti“ interesserà nel corso dei successivi anni i Ministri dei Lavori Pubblici Aldisio, Merlin e Romita per reperire le risorse finanziarie necessarie alla ricostruzione.
Sempre dallo stesso documento si viene a conoscenza che in data 16 febbraio 1955 Emilio Colombo, sottosegretario al Ministero dei Lavori Pubblici, comunica al suddetto Senatore di aver firmato il Decreto Ministeriale 203 con il quale è approvato il progetto relativo ai lavori di ricostruzione del Santuario di Santa Maria a Fiume per un importo di lire 61.884.221.

Dal documento è possibile sapere inoltre che il progetto è redatto dall’Architetto Bonaventura Berardi, mentre l’esecuzione dell’opera è affidata alla ditta Sebasti Pietro, già ricostruttrice della Cattedrale di Subiaco, la quale, sempre secondo lo scritto, “ rifulge, tra i vari monumenti quale modello di perfezione, di bellezza e di arte “
Viene annunciato dunque che la posa della prima pietra avverrà il 18 settembre del 1955 portando “processionalmente, in tale circostanza, il prodigioso Simulacro di Santa Maria sulle rovine del distrutto tempio”

Purtroppo la cronaca di quel’importante 18 settembre non l’abbiamo trovata, sicuramente esiste e siamo convinti che, rimanendo la grande attenzione sul tema, altri riusciranno a venirne a conoscenza.

 

 

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Stupri di guerra. Intervista a Fabi e Loffredi

stupri guerra congo 350 260 mindi Lucia Fabi, Angelino Loffredi (video)- Sta facendo (giustamente) molto scalpore l’apertura di una indagine da parte del Procuratore Militare di Roma, Marco De Paolis, sugli stupri, gli assassinii e le rapine avvenute nel Lazio Meridionale nel 1944 ad opera dei militari appartenenti alle 4 Divisioni del Corps Espedizioner Francais ( CEF ). L’indagine è stata avviata sulla base di un esposto-denuncia predisposto dall’ "Associazione Vittime Marocchinate di Goumier". Si tratta di vicende drammatiche ricordate con il termine Marocchinate compiute non solo da soldati marocchini ma anche da algerini, tunisini, senegalesi, provenienti dalle colonie francesi e dalla Legione straniera. (completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Prede di guerra
  2. Stupro arma e premio
  3. Una battaglia di civiltà

Le donne prede di guerra

Delle quattro divisioni del CEF due erano composte da marocchini (la seconda – Fanteria- e la quarta di Montagna) dove erano inglobati tre Reggimenti- Goumier- che provenivano dalle montagne dell’Atlante. La terza era composta da soldati tunisini e prevalentemente da algerini, mentre la prima, denominata Francia Libera, era composta da uomini provenienti dalla Legione straniera e dai possedimenti coloniali.
Ci auguriamo che la ripresa di attenzione attorno al tema, l’indagine avviata dalla Procura Militare e le sollecitazioni che provengono dal sito unoetre.it favoriscano ulteriori e necessari approfondimenti e nuove conoscenze. Agli interessati al tema facciamo presente inoltre che nel 2016 abbiamo scritto un libro “Il dolore della memoria/Ciociaria 1943-1944“ che può essere letto (gratuitamente) da tutti. Basta cliccare su http://www.loffredi.it/il-dolore-della-memoria.html

Nello stesso tempo facciamo una raccomandazione. Le vicende di cui si discute sono drammatiche e vissute per tanti anni dalle donne e dalle famiglie in solitudine. Anticipiamo che c’è ancora tanto da raccontare per le tante omissioni e per la vergogna che sovrastò le stesse violentate, ma c’è anche la necessità e il dovere di saper ricordare partendo Ildolore dellamemoria Fabi Loffredi 350sempre da fonti e documenti. Ancora oggi leggiamo di un proclama, un editto, in verità non sappiamo come denominarlo del generale Alphonse Jiuin, comandante del CEF che facciamo conoscere.
«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete»

Questa dichiarazione da più di cinquanta anni è in circolazione ma manca del testo originale, della data e del luogo d’archiviazione. E’ privo dunque di presupposti storici oltre che discutibile anche per altre questioni ugualmente importanti e che ci accingiamo a sottolineare:
- La promessa di libertà, ovvero di indipendenza delle colonie, non venne mai posta. Il Generale De Gaulle non l’Stupridiguerra Marocchinate 350 260 minavrebbe mai permessa. Gli Algerini la ottennero solo nel 1962 dopo una crudele guerra di liberazione durata otto anni e pagata con 300.000 morti.
- Il riferimento alla promessa di trovare il vino più buono del mondo non può essere stata fatta da un generale cresciuto in Algeria, che conosceva i precetti della religione islamica che vietano di bere alcool. Se avesse scritto veramente quel testo sarebbe stata a rischio la sua credibilità da parte dei suoi soldati.
- Infine, la gestione delle 50 ore di violenze e rapine: chi è che dava il segnale di avvio e chi di chiusura? (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Lo stupro come arma e premio

La terribile verità è costituita dal fatto che i soldati del CEF non ebbero bisogno di autorizzazioni dal loro generale. Le violenze erano state commesse già nel luglio 1943 in Sicilia e nell’inverno 1943-1944 a Venafro, Acquafondata, Viticuso, Sant’Elia Fiumerapido.

Ricercare, raccogliere testimonianze e metterle a confronto. Ci abbiamo provato ma c’è ancora tanto da conoscere e verificare. Per esempio, attorno alla tolleranza e complicità verso tali crimini da parte degli ufficiali francesi e da parte dei soldati statunitensi. Non dimentichiamo, infatti, che soldati del CEF e statunitensi facevano parte della V Armata e combattevano sempre in modo coordinato.
La tolleranza e la complicità da quello che abbiamo ricavato furono prevalenti e con motivazioni diverse: la vendetta francese per “la pugnalata alle spalle“ del giugno 1940 e le violenze italiane in Costa azzurra, ma anche per debolezze e non determinazione nel fermare soldati che avevano rotto la Linea Gustav, stavano facendo arretrare i tedeschi pagando nello stesso tempo un alto tributo di sangue. Il silenzio americano si legava al fatto di non rompere rapporti con alleati che sapevano combattere. stupridiguerra 1 min

Nello stesso tempo abbiamo trovato e raccolto sia episodi di reazione armata di civili italiani che reagiscono e uccidono soldati del CEF, che di reazioni dei soldati americani che uccidono marocchini (Lenola) o di soldati americani che difendono donne (Giuliano di Roma) oppure di soldati del CEF che compostamente accompagnano una fila di cittadini a rientrare nel paese (sempre a Giuliano di Roma). A Ceccano abbiamo raccolto testimonianze ove risulta che un ufficiale francese abbia ucciso un marocchino, identificato come un violentatore, con un colpo di pistola alla testa. Sempre a Ceccano abbiamo ricevuto testimonianze che ufficiali americani hanno tollerato (giustificato) che cittadini ceccanesi uccidessero marocchini per difendersi da violenze.

Un sacerdote di Vallecorsa, don Alfredo Salutini, nel suo libro ”Le mie memorie in tempo di guerra“ riporta di essere stato per diversi giorni collaboratore dei Francesi, di essersi opposto alla consegna delle armi appartenenti ai suoi concittadini perché dovevano servire a difendersi dai violentatori, di essere stato in grado di far arrestare alcuni stupratori ma il giorno del processo alcune violentate “si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni e volevano dimenticare”.

Il dramma della violenza è stato vissuto dalle donne individualmente, in solitudine e con vergogna. Solo in rari momenti è stato socializzato. In una società sessuofobica e maschilista le donne non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno stato che non prese mai le loro difese. Proprio per queste situazioni bisogna rendere merito al ruolo svolto dall’Associazione Donne Italiane (UDI) che seppe lottare contro chi auspicava la necessità di dimenticare. È l’UDI che nel 1948, attraverso Maddalena Rossi, Adriana Molinari, Lea Locatelli e Lina Paniccia solleva la questione degli indennizzi, della cura delle violentate e dei loro familiari. Questioni non semplici da affrontare. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Una grande battaglia di civiltà

E’ difficile anche per noi raccontare che il 14 ottobre 1951 una iniziativa promossa dall’UDI a Pontecorvo venne ostacolata dalla Questura per motivi d’ordine morale perché di sesso non si doveva parlare. Le donne provenienti da San Giorgio a Liri, Castro dei Volsci, Ceccano, Amaseno, Vallecorsa, Pico, Vallemaio, Pastena furono fatte scendere con la forza dagli autobus ma coraggiosamente furono in grado di raggiungere il Supercinema e qualcuna di queste riuscì a parlare per rendere pubblica la loro sofferenza, rendendo la manifestazione drammatica e appassionata. È anche difficile per noi riportare che la interpellanza di Maddalena Rossi, deputata del PCI, riguardante tale argomento venisse discussa in seduta notturna il 7 aprile 1952 perché il tema era ritenuto peccaminoso e non consono alla istituzione. Il sottosegretario Tiziano Tessitore, democristiano, intervenendo ebbe la sfrontatezza di mettere sullo stesso piano le violenze carnali con quelle degli incidenti stradali e delle vedove di guerra. Costui non fu in grado di distinguere la gravità che la drammatica la sorte toccata alle violentate era diversa dalle altre perché le donne che avevano perso un marito o un figlio in guerra sapevano che quel lutto era sostenuto da milioni di persone mentre il dramma delle violate non veniva ne condiviso ne legalmente riconosciuto.
Dopo una discussione tesa, imbarazzata, in una Camera composta a grandissima maggioranza da uomini, di fronte al cinismo e alla insensibilità del sottosegretario, Maddalena Rossi fu costretta ad urlargli “Come si vede che ella non è donna“. Solo una sensibilità femminile, infatti, poteva essere in grado di cogliere il significato emotivo e il riflesso psicologico degli stupri e le conseguenze prodotte sulle violentate per il resto della loro vita.stupridi guerra congo violenze min

Discutiamo, dunque, raccontiamo, documentiamo approfondiamo, contestualizziamo ma facciamo attenzione a non rimanere prigionieri di un certo provincialismo, ovvero quello di ricordare il dolore e la sofferenza solo delle nostre donne. Questo sarebbe un errore. Se ricordiamo che anche i soldati italiani esercitarono violenze in Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Etiopia, Eritrea, Libia non lo facciamo per bilanciare o per esseri equidistanti ma per sollevare una questione molto più grande e sempre dimenticata. Nella storia dell’umanità tutte le guerre si sono combattute, nella parte finale, sul corpo delle donne. I vincitori, attraverso il dominio del corpo della donna, vogliono rappresentare la conquista del territorio e la donna è nello stesso tempo preda e oggetto. In teoria lo stupro è considerato da tutti inaccettabile ma nella sostanza è interiorizzato come qualcosa di inevitabile. Si tratta di una concezione inconsapevolmente più diffusa di quanto si possa pensare, sedimentata attraverso secoli, che partendo da Platone e attraversando le religioni monoteiste ha ritenuto la donna non soggetta di diritti, condizionando così l’ordinamento giuridico, il costume e la cultura. È un dovere per tutti sconfiggere tale pensiero.
Dobbiamo aspettare l’anno 2008 per vedere approvata il 21 giugno dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Risoluzione 1820 che ritiene lo Stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Balza agli occhi di tutti il notevole ritardo con cui arriva questa doverosa scelta. Tale Risoluzione può essere considerata un primo mattone per coniugare le buone intenzioni ai provvedimenti sanzionatori. E’ necessario passare alla internazionalizzazione della sofferenza. Difendere oggi le donne violate di tutto il mondo, a cominciare da quelle che vengono colpite in questi giorni in Siria, Yemen, Irak, Afganistan e pretendere giuste sanzioni per i violentatori significa predisporre (per domani) una difesa per le nostre donne.
Si tratta di una grande battaglia di civiltà, forse la più importante.

 

 

 

 

Video intervista a Lucia Fabi e Angelino Loffredi a cura di Ignazio Mazzoli

 

 

 

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Stupri di guerra. Intervista a Fabi e Loffredi

stupri guerra congo 350 260 mindi Lucia Fabi, Angelino Loffredi (video)- Sta facendo (giustamente) molto scalpore l’apertura di una indagine da parte del Procuratore Militare di Roma, Marco De Paolis, sugli stupri, gli assassinii e le rapine avvenute nel Lazio Meridionale nel 1944 ad opera dei militari appartenenti alle 4 Divisioni del Corps Espedizioner Francais ( CEF ). L’indagine è stata avviata sulla base di un esposto-denuncia predisposto dall’ "Associazione Vittime Marocchinate di Goumier". Si tratta di vicende drammatiche ricordate con il termine Marocchinate compiute non solo da soldati marocchini ma anche da algerini, tunisini, senegalesi, provenienti dalle colonie francesi e dalla Legione straniera. (completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Prede di guerra
  2. Stupro arma e premio
  3. Una battaglia di civiltà

Le donne prede di guerra

Delle quattro divisioni del CEF due erano composte da marocchini (la seconda – Fanteria- e la quarta di Montagna) dove erano inglobati tre Reggimenti- Goumier- che provenivano dalle montagne dell’Atlante. La terza era composta da soldati tunisini e prevalentemente da algerini, mentre la prima, denominata Francia Libera, era composta da uomini provenienti dalla Legione straniera e dai possedimenti coloniali.
Ci auguriamo che la ripresa di attenzione attorno al tema, l’indagine avviata dalla Procura Militare e le sollecitazioni che provengono dal sito unoetre.it favoriscano ulteriori e necessari approfondimenti e nuove conoscenze. Agli interessati al tema facciamo presente inoltre che nel 2016 abbiamo scritto un libro “Il dolore della memoria/Ciociaria 1943-1944“ che può essere letto (gratuitamente) da tutti. Basta cliccare su http://www.loffredi.it/il-dolore-della-memoria.html

Nello stesso tempo facciamo una raccomandazione. Le vicende di cui si discute sono drammatiche e vissute per tanti anni dalle donne e dalle famiglie in solitudine. Anticipiamo che c’è ancora tanto da raccontare per le tante omissioni e per la vergogna che sovrastò le stesse violentate, ma c’è anche la necessità e il dovere di saper ricordare partendo Ildolore dellamemoria Fabi Loffredi 350sempre da fonti e documenti. Ancora oggi leggiamo di un proclama, un editto, in verità non sappiamo come denominarlo del generale Alphonse Jiuin, comandante del CEF che facciamo conoscere.
«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete»

Questa dichiarazione da più di cinquanta anni è in circolazione ma manca del testo originale, della data e del luogo d’archiviazione. E’ privo dunque di presupposti storici oltre che discutibile anche per altre questioni ugualmente importanti e che ci accingiamo a sottolineare:
- La promessa di libertà, ovvero di indipendenza delle colonie, non venne mai posta. Il Generale De Gaulle non l’Stupridiguerra Marocchinate 350 260 minavrebbe mai permessa. Gli Algerini la ottennero solo nel 1962 dopo una crudele guerra di liberazione durata otto anni e pagata con 300.000 morti.
- Il riferimento alla promessa di trovare il vino più buono del mondo non può essere stata fatta da un generale cresciuto in Algeria, che conosceva i precetti della religione islamica che vietano di bere alcool. Se avesse scritto veramente quel testo sarebbe stata a rischio la sua credibilità da parte dei suoi soldati.
- Infine, la gestione delle 50 ore di violenze e rapine: chi è che dava il segnale di avvio e chi di chiusura? (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Lo stupro come arma e premio

La terribile verità è costituita dal fatto che i soldati del CEF non ebbero bisogno di autorizzazioni dal loro generale. Le violenze erano state commesse già nel luglio 1943 in Sicilia e nell’inverno 1943-1944 a Venafro, Acquafondata, Viticuso, Sant’Elia Fiumerapido.

Ricercare, raccogliere testimonianze e metterle a confronto. Ci abbiamo provato ma c’è ancora tanto da conoscere e verificare. Per esempio, attorno alla tolleranza e complicità verso tali crimini da parte degli ufficiali francesi e da parte dei soldati statunitensi. Non dimentichiamo, infatti, che soldati del CEF e statunitensi facevano parte della V Armata e combattevano sempre in modo coordinato.
La tolleranza e la complicità da quello che abbiamo ricavato furono prevalenti e con motivazioni diverse: la vendetta francese per “la pugnalata alle spalle“ del giugno 1940 e le violenze italiane in Costa azzurra, ma anche per debolezze e non determinazione nel fermare soldati che avevano rotto la Linea Gustav, stavano facendo arretrare i tedeschi pagando nello stesso tempo un alto tributo di sangue. Il silenzio americano si legava al fatto di non rompere rapporti con alleati che sapevano combattere. stupridiguerra 1 min

Nello stesso tempo abbiamo trovato e raccolto sia episodi di reazione armata di civili italiani che reagiscono e uccidono soldati del CEF, che di reazioni dei soldati americani che uccidono marocchini (Lenola) o di soldati americani che difendono donne (Giuliano di Roma) oppure di soldati del CEF che compostamente accompagnano una fila di cittadini a rientrare nel paese (sempre a Giuliano di Roma). A Ceccano abbiamo raccolto testimonianze ove risulta che un ufficiale francese abbia ucciso un marocchino, identificato come un violentatore, con un colpo di pistola alla testa. Sempre a Ceccano abbiamo ricevuto testimonianze che ufficiali americani hanno tollerato (giustificato) che cittadini ceccanesi uccidessero marocchini per difendersi da violenze.

Un sacerdote di Vallecorsa, don Alfredo Salutini, nel suo libro ”Le mie memorie in tempo di guerra“ riporta di essere stato per diversi giorni collaboratore dei Francesi, di essersi opposto alla consegna delle armi appartenenti ai suoi concittadini perché dovevano servire a difendersi dai violentatori, di essere stato in grado di far arrestare alcuni stupratori ma il giorno del processo alcune violentate “si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni e volevano dimenticare”.

Il dramma della violenza è stato vissuto dalle donne individualmente, in solitudine e con vergogna. Solo in rari momenti è stato socializzato. In una società sessuofobica e maschilista le donne non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno stato che non prese mai le loro difese. Proprio per queste situazioni bisogna rendere merito al ruolo svolto dall’Associazione Donne Italiane (UDI) che seppe lottare contro chi auspicava la necessità di dimenticare. È l’UDI che nel 1948, attraverso Maddalena Rossi, Adriana Molinari, Lea Locatelli e Lina Paniccia solleva la questione degli indennizzi, della cura delle violentate e dei loro familiari. Questioni non semplici da affrontare. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Una grande battaglia di civiltà

E’ difficile anche per noi raccontare che il 14 ottobre 1951 una iniziativa promossa dall’UDI a Pontecorvo venne ostacolata dalla Questura per motivi d’ordine morale perché di sesso non si doveva parlare. Le donne provenienti da San Giorgio a Liri, Castro dei Volsci, Ceccano, Amaseno, Vallecorsa, Pico, Vallemaio, Pastena furono fatte scendere con la forza dagli autobus ma coraggiosamente furono in grado di raggiungere il Supercinema e qualcuna di queste riuscì a parlare per rendere pubblica la loro sofferenza, rendendo la manifestazione drammatica e appassionata. È anche difficile per noi riportare che la interpellanza di Maddalena Rossi, deputata del PCI, riguardante tale argomento venisse discussa in seduta notturna il 7 aprile 1952 perché il tema era ritenuto peccaminoso e non consono alla istituzione. Il sottosegretario Tiziano Tessitore, democristiano, intervenendo ebbe la sfrontatezza di mettere sullo stesso piano le violenze carnali con quelle degli incidenti stradali e delle vedove di guerra. Costui non fu in grado di distinguere la gravità che la drammatica la sorte toccata alle violentate era diversa dalle altre perché le donne che avevano perso un marito o un figlio in guerra sapevano che quel lutto era sostenuto da milioni di persone mentre il dramma delle violate non veniva ne condiviso ne legalmente riconosciuto.
Dopo una discussione tesa, imbarazzata, in una Camera composta a grandissima maggioranza da uomini, di fronte al cinismo e alla insensibilità del sottosegretario, Maddalena Rossi fu costretta ad urlargli “Come si vede che ella non è donna“. Solo una sensibilità femminile, infatti, poteva essere in grado di cogliere il significato emotivo e il riflesso psicologico degli stupri e le conseguenze prodotte sulle violentate per il resto della loro vita.stupridi guerra congo violenze min

Discutiamo, dunque, raccontiamo, documentiamo approfondiamo, contestualizziamo ma facciamo attenzione a non rimanere prigionieri di un certo provincialismo, ovvero quello di ricordare il dolore e la sofferenza solo delle nostre donne. Questo sarebbe un errore. Se ricordiamo che anche i soldati italiani esercitarono violenze in Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Etiopia, Eritrea, Libia non lo facciamo per bilanciare o per esseri equidistanti ma per sollevare una questione molto più grande e sempre dimenticata. Nella storia dell’umanità tutte le guerre si sono combattute, nella parte finale, sul corpo delle donne. I vincitori, attraverso il dominio del corpo della donna, vogliono rappresentare la conquista del territorio e la donna è nello stesso tempo preda e oggetto. In teoria lo stupro è considerato da tutti inaccettabile ma nella sostanza è interiorizzato come qualcosa di inevitabile. Si tratta di una concezione inconsapevolmente più diffusa di quanto si possa pensare, sedimentata attraverso secoli, che partendo da Platone e attraversando le religioni monoteiste ha ritenuto la donna non soggetta di diritti, condizionando così l’ordinamento giuridico, il costume e la cultura. È un dovere per tutti sconfiggere tale pensiero.
Dobbiamo aspettare l’anno 2008 per vedere approvata il 21 giugno dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Risoluzione 1820 che ritiene lo Stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Balza agli occhi di tutti il notevole ritardo con cui arriva questa doverosa scelta. Tale Risoluzione può essere considerata un primo mattone per coniugare le buone intenzioni ai provvedimenti sanzionatori. E’ necessario passare alla internazionalizzazione della sofferenza. Difendere oggi le donne violate di tutto il mondo, a cominciare da quelle che vengono colpite in questi giorni in Siria, Yemen, Irak, Afganistan e pretendere giuste sanzioni per i violentatori significa predisporre (per domani) una difesa per le nostre donne.
Si tratta di una grande battaglia di civiltà, forse la più importante.

 

 

 

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Stupri di guerra

stupri guerra congo 350 260 mindi Lucia Fabi, Angelino Loffredi - Sta facendo (giustamente) molto scalpore l’apertura di una indagine da parte del Procuratore Militare di Roma, Marco De Paolis, sugli stupri, gli assassinii e le rapine avvenute nel Lazio Meridionale nel 1944 ad opera dei militari appartenenti alle 4 Divisioni del Corps Espedizioner Francais ( CEF ). L’indagine è stata avviata sulla base di un esposto-denuncia predisposto dall’ "Associazione Vittime Marocchinate di Goumier". Si tratta di vicende drammatiche ricordate con il termine Marocchinate compiute non solo da soldati marocchini ma anche da algerini, tunisini, senegalesi, provenienti dalle colonie francesi e dalla Legione straniera. (completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Prede di guerra
  2. Stupro arma e premio
  3. Una battaglia di civiltà

Le donne prede di guerra

Delle quattro divisioni del CEF due erano composte da marocchini (la seconda – Fanteria- e la quarta di Montagna) dove erano inglobati tre Reggimenti- Goumier- che provenivano dalle montagne dell’Atlante. La terza era composta da soldati tunisini e prevalentemente da algerini, mentre la prima, denominata Francia Libera, era composta da uomini provenienti dalla Legione straniera e dai possedimenti coloniali.
Ci auguriamo che la ripresa di attenzione attorno al tema, l’indagine avviata dalla Procura Militare e le sollecitazioni che provengono dal sito unoetre.it favoriscano ulteriori e necessari approfondimenti e nuove conoscenze. Agli interessati al tema facciamo presente inoltre che nel 2016 abbiamo scritto un libro “Il dolore della memoria/Ciociaria 1943-1944“ che può essere letto (gratuitamente) da tutti. Basta cliccare su http://www.loffredi.it/il-dolore-della-memoria.html

Nello stesso tempo facciamo una raccomandazione. Le vicende di cui si discute sono drammatiche e vissute per tanti anni dalle donne e dalle famiglie in solitudine. Anticipiamo che c’è ancora tanto da raccontare per le tante omissioni e per la vergogna che sovrastò le stesse violentate, ma c’è anche la necessità e il dovere di saper ricordare partendo Ildolore dellamemoria Fabi Loffredi 350sempre da fonti e documenti. Ancora oggi leggiamo di un proclama, un editto, in verità non sappiamo come denominarlo del generale Alphonse Jiuin, comandante del CEF che facciamo conoscere.
«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete»

Questa dichiarazione da più di cinquanta anni è in circolazione ma manca del testo originale, della data e del luogo d’archiviazione. E’ privo dunque di presupposti storici oltre che discutibile anche per altre questioni ugualmente importanti e che ci accingiamo a sottolineare:
- La promessa di libertà, ovvero di indipendenza delle colonie, non venne mai posta. Il Generale De Gaulle non l’Stupridiguerra Marocchinate 350 260 minavrebbe mai permessa. Gli Algerini la ottennero solo nel 1962 dopo una crudele guerra di liberazione durata otto anni e pagata con 300.000 morti.
- Il riferimento alla promessa di trovare il vino più buono del mondo non può essere stata fatta da un generale cresciuto in Algeria, che conosceva i precetti della religione islamica che vietano di bere alcool. Se avesse scritto veramente quel testo sarebbe stata a rischio la sua credibilità da parte dei suoi soldati.
- Infine, la gestione delle 50 ore di violenze e rapine: chi è che dava il segnale di avvio e chi di chiusura? (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Lo stupro come arma e premio

La terribile verità è costituita dal fatto che i soldati del CEF non ebbero bisogno di autorizzazioni dal loro generale. Le violenze erano state commesse già nel luglio 1943 in Sicilia e nell’inverno 1943-1944 a Venafro, Acquafondata, Viticuso, Sant’Elia Fiumerapido.

Ricercare, raccogliere testimonianze e metterle a confronto. Ci abbiamo provato ma c’è ancora tanto da conoscere e verificare. Per esempio, attorno alla tolleranza e complicità verso tali crimini da parte degli ufficiali francesi e da parte dei soldati statunitensi. Non dimentichiamo, infatti, che soldati del CEF e statunitensi facevano parte della V Armata e combattevano sempre in modo coordinato.
La tolleranza e la complicità da quello che abbiamo ricavato furono prevalenti e con motivazioni diverse: la vendetta francese per “la pugnalata alle spalle“ del giugno 1940 e le violenze italiane in Costa azzurra, ma anche per debolezze e non determinazione nel fermare soldati che avevano rotto la Linea Gustav, stavano facendo arretrare i tedeschi pagando nello stesso tempo un alto tributo di sangue. Il silenzio americano si legava al fatto di non rompere rapporti con alleati che sapevano combattere. stupridiguerra 1 min

Nello stesso tempo abbiamo trovato e raccolto sia episodi di reazione armata di civili italiani che reagiscono e uccidono soldati del CEF, che di reazioni dei soldati americani che uccidono marocchini (Lenola) o di soldati americani che difendono donne (Giuliano di Roma) oppure di soldati del CEF che compostamente accompagnano una fila di cittadini a rientrare nel paese (sempre a Giuliano di Roma). A Ceccano abbiamo raccolto testimonianze ove risulta che un ufficiale francese abbia ucciso un marocchino, identificato come un violentatore, con un colpo di pistola alla testa. Sempre a Ceccano abbiamo ricevuto testimonianze che ufficiali americani hanno tollerato (giustificato) che cittadini ceccanesi uccidessero marocchini per difendersi da violenze.

Un sacerdote di Vallecorsa, don Alfredo Salutini, nel suo libro ”Le mie memorie in tempo di guerra“ riporta di essere stato per diversi giorni collaboratore dei Francesi, di essersi opposto alla consegna delle armi appartenenti ai suoi concittadini perché dovevano servire a difendersi dai violentatori, di essere stato in grado di far arrestare alcuni stupratori ma il giorno del processo alcune violentate “si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni e volevano dimenticare”.

Il dramma della violenza è stato vissuto dalle donne individualmente, in solitudine e con vergogna. Solo in rari momenti è stato socializzato. In una società sessuofobica e maschilista le donne non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno stato che non prese mai le loro difese. Proprio per queste situazioni bisogna rendere merito al ruolo svolto dall’Associazione Donne Italiane (UDI) che seppe lottare contro chi auspicava la necessità di dimenticare. È l’UDI che nel 1948, attraverso Maddalena Rossi, Adriana Molinari, Lea Locatelli e Lina Paniccia solleva la questione degli indennizzi, della cura delle violentate e dei loro familiari. Questioni non semplici da affrontare. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Una grande battaglia di civiltà

E’ difficile anche per noi raccontare che il 14 ottobre 1951 una iniziativa promossa dall’UDI a Pontecorvo venne ostacolata dalla Questura per motivi d’ordine morale perché di sesso non si doveva parlare. Le donne provenienti da San Giorgio a Liri, Castro dei Volsci, Ceccano, Amaseno, Vallecorsa, Pico, Vallemaio, Pastena furono fatte scendere con la forza dagli autobus ma coraggiosamente furono in grado di raggiungere il Supercinema e qualcuna di queste riuscì a parlare per rendere pubblica la loro sofferenza, rendendo la manifestazione drammatica e appassionata. È anche difficile per noi riportare che la interpellanza di Maddalena Rossi, deputata del PCI, riguardante tale argomento venisse discussa in seduta notturna il 7 aprile 1952 perché il tema era ritenuto peccaminoso e non consono alla istituzione. Il sottosegretario Tiziano Tessitore, democristiano, intervenendo ebbe la sfrontatezza di mettere sullo stesso piano le violenze carnali con quelle degli incidenti stradali e delle vedove di guerra. Costui non fu in grado di distinguere la gravità che la drammatica la sorte toccata alle violentate era diversa dalle altre perché le donne che avevano perso un marito o un figlio in guerra sapevano che quel lutto era sostenuto da milioni di persone mentre il dramma delle violate non veniva ne condiviso ne legalmente riconosciuto.
Dopo una discussione tesa, imbarazzata, in una Camera composta a grandissima maggioranza da uomini, di fronte al cinismo e alla insensibilità del sottosegretario, Maddalena Rossi fu costretta ad urlargli “Come si vede che ella non è donna“. Solo una sensibilità femminile, infatti, poteva essere in grado di cogliere il significato emotivo e il riflesso psicologico degli stupri e le conseguenze prodotte sulle violentate per il resto della loro vita.stupridi guerra congo violenze min

Discutiamo, dunque, raccontiamo, documentiamo approfondiamo, contestualizziamo ma facciamo attenzione a non rimanere prigionieri di un certo provincialismo, ovvero quello di ricordare il dolore e la sofferenza solo delle nostre donne. Questo sarebbe un errore. Se ricordiamo che anche i soldati italiani esercitarono violenze in Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Etiopia, Eritrea, Libia non lo facciamo per bilanciare o per esseri equidistanti ma per sollevare una questione molto più grande e sempre dimenticata. Nella storia dell’umanità tutte le guerre si sono combattute, nella parte finale, sul corpo delle donne. I vincitori, attraverso il dominio del corpo della donna, vogliono rappresentare la conquista del territorio e la donna è nello stesso tempo preda e oggetto. In teoria lo stupro è considerato da tutti inaccettabile ma nella sostanza è interiorizzato come qualcosa di inevitabile. Si tratta di una concezione inconsapevolmente più diffusa di quanto si possa pensare, sedimentata attraverso secoli, che partendo da Platone e attraversando le religioni monoteiste ha ritenuto la donna non soggetta di diritti, condizionando così l’ordinamento giuridico, il costume e la cultura. È un dovere per tutti sconfiggere tale pensiero.
Dobbiamo aspettare l’anno 2008 per vedere approvata il 21 giugno dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Risoluzione 1820 che ritiene lo Stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Balza agli occhi di tutti il notevole ritardo con cui arriva questa doverosa scelta. Tale Risoluzione può essere considerata un primo mattone per coniugare le buone intenzioni ai provvedimenti sanzionatori. E’ necessario passare alla internazionalizzazione della sofferenza. Difendere oggi le donne violate di tutto il mondo, a cominciare da quelle che vengono colpite in questi giorni in Siria, Yemen, Irak, Afganistan e pretendere giuste sanzioni per i violentatori significa predisporre (per domani) una difesa per le nostre donne.
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27 maggio a Ceccano. Lotte sindacali: ricordo e attualità

Locandina Ceccano 27mag17 350 260Il quarto brano di “Ceccano con gli operai del saponificio Annunziata“, in attesa della mattina di sabato 27 maggio quando con una iniziativa provinciale unitaria Anpi, lavoratori e sindacati ricorderanno uno dei più gravi delitti commessi contro operai che 55 anni fa combattevano per i loro diritti. UNOeTRE.it tempestivamente pubblicherà il programma dettagliato di questo importante appuntamento.
Non solo date e orari, ma cercheremo di inizire a ricordare quei "fatti" che nel mese di maggio del 1962 la città di Ceccano sostenne. Riproporremo brani scritti da Lucia Fabi e Angelino Loffredi nel libro “Ceccano con gli operai del saponificio Annunziata“, l'unica riscostruzione completa di testimonianze e antefatti finora esistente.
Fu la più forte vertenza sindacale mai combattuta nella nostra provincia per difendere i diritti degli operai del saponificio Annunziata. Prima dell’accoglimento delle richieste operaie il 28 maggio ci fu il momento tragico della morte dell’operaio Luigi Mastrogiacomo , il ricovero in Ospedale di 7 persone e oltre 40 curate ed assistite negli ambulatori. (UNOeTRE.it)

Dal libro “Ceccano con gli operai del saponificio Annunziata “di Lucia Fabi Angelino Loffredi ( 2013) Edizioni CGIL.

Quarto brano. Verso il secondo sciopero cittadino

Si va così verso il secondo sciopero cittadino che si terrà il 25 di maggio. Questa volta è di 24 ore e, come per quello precedente, l’adesione degli uffici, delle scuole, del commercio e dell’industria è totale.

 Locandina27maggio17

Per tutta la giornata la città è vuota e silenziosa, il clima è teso. Tutte le forze di polizia della provincia e il battaglione dell’VIII mobile sono presenti in ogni angolo del territorio comunale. Sulle strade di accesso a Ceccano viene esercitata una pesante azione di controllo. Da Roma arriva l’ispettore capo di polizia, Di Stefano, per verificare lo stato di efficienza dei reparti. Un presidio di poliziotti staziona davanti al cantiere dell’imprenditore evangelisti. Da qui infatti il 16 maggio gli operai avevano preso molto materiale per difendersi e fare le barricate. numerose camionette circolano lungo le strade per affermare il dominio poliziesco sulla città.
I sindacati per evitare nuove provocazioni della polizia hanno rinunciato sin dalla mattinata a formare il solito picchetto davanti alla fabbrica.

 

La città è assediata, chiusa. A chi arriva da fuori appare una città fantasma. Improvvisamente, però, si rianima: operai, donne, giovani, famiglie intere e tanti comuni cittadini arrivano da ogni parte del paese. L’ invito lanciato dal comitato cittadino è accolto, piazza 25 luglio si riempie nuovamente di una gran folla, la città ancora una volta si schiera con i propri lavoratori in lotta. Alle ore 17,30, il sindaco Vincenzo Bovieri apre con poche parole la manifestazione di solidarietà e dopo di lui intervengono i rappresentanti di tutti i gruppi consiliari: Francesco Battista, per concentrazione Democratica; Giuseppe Bonanni, per il MSI; Luigi Piroli, per la Dc; Ugo Bellusci, per il PSI e l’on. Angelo Compagnoni, per il PCI Dante Pantano, segretario provinciale dei cartai, riesce ad appassionare e infiammare la piazza ricordando le vicende accadute ad isola del Liri nel 1949, quando un intero paese scese in piazza per difendere 300 operai licenziati dalle cartiere Meridionali. Ricorda l’occupazione militare, le camionette, le donne che buttavano la cenere negli occhi dei poliziotti, le manganellate, i ferimenti, il morto, gli arresti e i processi, le successive assoluzioni ma anche la riassunzione di tutti i licenziati.
Pantano parla come un fiume in piena, carico di passione e ricordi, descrivendo episodi di solidarietà e di coraggio. Trasmette commozione e speranza (12) Prima di concludere il suo intervento fra gli applausi dei presenti consegna nelle mani del sindaco 150.000 lire raccolte dal sindacato fra gli operai di Isola del Liri. Nella stessa serata Giuseppe Masi a nome del comitato di solidarietà cittadina legge tutti i contributi ricevuti (13). Si elencano anche i sostegni provenienti da altre realtà. La manifestazione si conclude senza incidenti con la polizia che si è mantenuta a distanza. Il giorno successivo si tiene un nuovo e infruttuoso incontro fra le parti in sede ministeriale.

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Verso il 28 maggio di Ceccano, 55 anni dopo. Un terzo episodio

poliziaspara 2Il terzo brano di “Ceccano con gli operai del saponificio Annunziata“, in attesa della mattina di sabato 27 maggio quando con una iniziativa provinciale unitaria Anpi, lavoratori e sindacati ricorderanno uno dei più gravi delitti commessi contro operai che 55 anni fa combattevano per i loro diritti. UNOeTRE.it tempestivamente pubblicherà il programma dettagliato di questo importante appuntamento.
Non solo date e orari, ma cercheremo di inizire a ricordare quei "fatti" che nel mese di maggio del 1962 la città di Ceccano sostenne. Riproporremo brani scritti da Lucia Fabi e Angelino Loffredi nel libro “Ceccano con gli operai del saponificio Annunziata“, l'unica riscostruzione completa di testimonianze e antefatti finora esistente.
Fu la più forte vertenza sindacale mai combattuta nella nostra provincia per difendere i diritti degli operai del saponificio Annunziata. Prima dell’accoglimento delle richieste operaie il 28 maggio ci fu il momento tragico della morte dell’operaio Luigi Mastrogiacomo , il ricovero in Ospedale di 7 persone e oltre 40 curate ed assistite negli ambulatori. (UNOeTRE.it)

Dal libro “Ceccano con gli operai del saponificio Annunziata “di Lucia Fabi Angelino Loffredi ( 2013) Edizioni CGIL.

Terzo brano. 16 maggio, Ceccano intera sciopera per solidarietà

Il comitato cittadino lancia lo sciopero di solidarietà cittadina per mercoledì 16 maggio. La manifestazione, per evitare provocazioni della polizia, si deve tenere nella parte superiore della città, in piazza 25 luglio, dalle ore 10.
Gli ambulanti, anche se il mercoledì è il giorno di mercato, unanimemente non montano le bancarelle, i commercianti locali lasciano abbassate le saracinesche.
Mentre la piazza si va riempiendo, alle 9,40 il sindacalista Malandrucco e alcuni operai che presidiano lo stabilimento notano che dentro la fabbrica due camionisti della ditta Nicola Turiziani stanno caricando le scatole di sapone sopra i camion (6) . Si tratta della solita, quotidiana razione di illegalità. il sindacalista e altri operai si agitano, insultano e si avvicinano ai cancelli, chiedono ai poliziotti di intervenire per fermare l’abuso. Ovviamente costoro si guardano bene dal farlo.
A tanti anni di distanza è difficile quantificare quanti fossero gli operai presenti, sicuramente non più di venti, tanti infatti sono coloro che normalmente formano il picchetto, anche perché in quei minuti l’appuntamento per tutti è di convergere nella parte superiore della città. Pochi operai, dunque, ma sufficienti a far muovere le forze di polizia. Il vice questore grilli dà ordine ai commissari Gianfrancesco e Mansiero di far sgomberare il piazzale antistante i cancelli. gli operai non arretrano. Il commissario più anziano indossa la fascia tricolore e dopo aver intimato lo sgombero ordina di suonare la tromba come segnale della carica che arriva immediata. Non sono solo i poliziotti che si muovono manganellando, si mettono in moto anche le camionette che fanno sentire le sirene. gli operai sotto un’eccezionale forza d’urto arretrano,ma non si fanno prendere dal panico. Le sirene suonano, le camionette incominciano a fare i caroselli e dalle stesse vengono manganellati tutte le persone che si trovano nei pressi di piazza Berardi. In questa occasione vengono fermati quattro cittadini e portati dentro il saponificio dove sono brutalmente picchiati. Davanti ai cancelli, nelle vicinanze della fabbrica non c’è alcun operaio. Non esiste alcuna preoccupazione per l’inviolabilità della fabbrica, i poliziotti e le jeep invece continuano a intimorire e a colpire dentro il centro storico, al bivio di via Gaeta e alla zona Borgata. com’era già avvenuto nella carica del 7 novembre, il suono delle sirene non mette paura anzi stimola, eccita, invita a rispondere e diventa una chiamata alle armi. Dalla parte alta del paese, coloro che si trovano in piazza corrono velocemente verso la zona ponte attraverso le tante stradine del centro storico, sembrano tanti rivoli di acqua che si ampliano sempre più e che su piazza Berardi confluiscono fino a diventare un fiume in piena. (7)
Sulla riva destra del Sacco, l’imprenditore Nestore Evangelisti sta costruendo due fabbricati di notevoli dimensioni. Gli operai e numerosi altri cittadini indignati per tanta ingiustificata prepotenza ne approfittano e impugnano pezzi di ferro, sbarre di legno e pietre, si ergono a sbarramento per fronteggiare l’urto della polizia. Le camionette vengono affrontate, qualche operaio
riesce a salire sulle stesse. Poi quando la piazza si riempie ancora di più la barricata diventa mobile, la polizia arretra mentre incominciano a volare sassi che colpiscono con precisione i poliziotti. I rapporti di forza sono modificati.
La polizia dopo due cariche è costretta a rinchiudersi nel saponificio. Pur essendo arrivate a Ceccano tutte le forze esistenti nel territorio provinciale, la polizia è in difficoltà, assediata.
Dal palazzo comunale scendono il sindaco Bovieri, altri amministratori e sindacalisti. Il questore Tagliavia li fa entrare nella fabbrica e apre la discussione mentre fuori regna un clima silenzioso e teso. Chiede al primo cittadino di impegnarsi per convincere la popolazione a rimuovere l’assedio. In risposta il sindaco chiede di liberare i fermati, rinchiusi nella fabbrica. La trattativa va avanti a fatica: alle 13 viene liberato l’operaio angelo Mizzoni; alle 14,30 il barbiere Fiore ciotoli; alle 15 escono Vincenzo Maura, ritornato da pochi giorni dal Venezuela, e Giovan Battista Masi, operaio; più tardi ancora Arnaldo Brunetti. Ogni volta che un fermato esce dai cancelli si odono applausi e grida di gioia. Il sindaco e gli altri contribuiscono a normalizzare la situazione, la tensione si allenta. gran parte dei presenti ritorna a casa. (8) Si contano anche i feriti: fra gli operai Giovanni Funari viene ricoverato presso l’ospedale di Ceccano per ricevere 6 punti di sutura alla gamba. Ne avrà per nove giorni.

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