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Daniela Mastracci

Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.
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Sinistra. Un appello affinché tornino a parlarsi

Teatro Brancaccio pienodi Daniela Mastracci - Mancano due giorni al 18 novembre. E non sarebbe stato un 18 novembre solito. Sarebbe stato il giorno della speranza di centinaia e centinaia, oso dire migliaia e migliaia donne e uomini che avevano pensato quel prossimo sabato romano come l’appuntamento della rinascita. Una rinascita dal letargo, dall’assuefazione, dalla delusione respingente, dal pessimismo, dalla paura anche. Perché il prossimo sabato 18 novembre ci si sarebbe ritrovati al Brancaccio. Abbiamo seguito il percorso da subito, ci siamo appassionati al nostro futuro. Non ci si chiedeva di fermarsi a pensare al nostro presente, no.

Era proprio quella la grande novità, credo: ci si chiedeva di avere il coraggio di guardare avanti, oltre i drammi di oggi, oltre le ingiustizie, le forme striscianti e più manifeste di illegalità, di malaffare, di mezzucci, di furbizie, di tattiche, di politicismi, come ho imparato a chiamarli. Ci si chiedeva di spingere lo sguardo al di là della grettezza del presente, di osare finalmente pensare che tutto fosse ancora possibile. Che si potesse rovesciare il tavolo, che si potesse fermare la corsa sfruttatrice del capitalismo imperante. Ci si diceva che la Costituzione poteva salvarci, era ancora la nostra piattaforma condivisa. La nostra forza. E noi, che l’avevamo difesa e brandita contro chi volesse strapparcela di mano, chi volesse restringere ancora di più lo spazio democratico e partecipato della rappresentanza, del voto, dell’opinione, del diritto, noi tutti, le donne e gli uomini del 4 dicembre e tutti coloro che si stavano smuovendo pian piano dall’abulia, noi ci volevamo provare.

 

Ci siamo dichiarati pronti. Ci siamo attivati. Avevamo superato lo scoglio della autoconvocazione: il difficile, dopo anni e anni di silenzio, di invisibilità, di impotenza, era stato proprio chiamarci da soli alle assemblee territoriali, dirci l’un l’altro: proviamoci. Non restiamo fermi. Non restiamo in silenzio ancora una volta. Ci siamo spronati a vicenda. E ci siamo messi in cammino. Quel nostro cammino è stato arrestato. Il coraggio di guardare avanti è mancato? Quell’osare l’impossibile ha spaventato? Vedere tanto popolo muoversi ha messo paura? Vedere che gli argini si potevano rompere, che i silenti aprivano la bocca e non smettevano più di dire Adesso basta! Farsi consapevoli che poteva trattarsi di una marea umana ha fatto fare muro. Ma a chi, per davvero? Ad Anna Falcone e Tomaso Montanari? L’apparenza ci dice questo. Forse sarebbe opportuno domandarsi di più. Forse dovremmo tutti crederci ancora e immaginare quale sarebbe stato il risultato: poteva accadere ciò che è accaduto in Inghilterra? Oppure in Francia? Oppure in Spagna, ancor prima? Poteva forse accadere che il voto di una marea umana, fatta di quei “sommersi” di cui Montanari ha parlato fin dal primo istante, avesse potuto dilagare e attestarsi sulla doppia cifra percentuale? Quanti sono gli elettori italiani? Quale percentuale ci riportano le amministrative dello scorso giugno? E il voto in Sicilia? E quello a noi vicinissimo di Ostia?

 

Queste elezioni ci riportano un dato comune: l’astensione come primo partito, il partito dei silenti. E se coincidesse con la marea umana che si era messa in movimento per le assemblee territoriali e che aspettava il 18 novembre? Questa domanda è centrale, adesso. Perché si parla di milioni di elettori potenziali. Si parla di numeri che in Italia non si vedono al voto da un bel un po’. Certo, si dirà, la legge elettorale Rosatellum blinda il Parlamento: ma se quei milioni votassero? E se proprio il percorso che doveva vedere uniti i partiti Sinistra Italiana, Possibile, PRC, Alleanza per la Democrazia e l’Uguaglianza, Mdp, le associazioni, i comitati, i cittadini tutti che, senza un chiaro riferimento partitico, avevano però aderito al progetto-processo, e il Pci, in tutte le sue tante declinazioni, i giovani soprattutto, che al voto del 4 dicembre avevano raggiunto l’81% di votanti, insomma se tutti, ma proprio tutti, avessero portato avanti il percorso fino al voto? Con una lista unita? La lista del popolo che finalmente avrebbe ridato un senso al votare, che ci avrebbe riposto una nuova fiducia. Ecco, cosa sarebbe potuto accadere? Altro che 3%. Un numero percentuale che non oso nemmeno immaginare, ma che forse chi ci ha guardati, ha immaginato eccome! Melenchon ha preso il 19%. Corbyn il 40%. Il 40% è un numero da rabbrividire! La strada verso l’Alleanza avrebbe riportato al voto gli astenuti? Avrebbe dato motivo in più e corroborato chi al voto ha continuato ad andare in questi ultimi anni? Era un potente corroborante! Ecco, domandiamoci perché il processo è stato interrotto. Ma non credo che basti dire che un’assemblea viene sconvocata, come è stato scritto, per rispondere. Penso che ci voglia di più.

 

E ora che fare? Risuona nella mente il libro di Lenin. C’è ancora margine? Si può ricompattare le file sfilacciate? Si può fare un appello, ennesimo, lo sappiamo, a chi si incontrerà il 2 dicembre affinché sia aperto e inclusivo a chi oggi sta fuori? Si può lanciare un appello affinché tornino a parlarsi? Affinché chi ha detto, fino a ieri, che voleva una Sinistra davvero finalmente alternativa al Pd, e a tutta le destra italiana, possano ancora comprendere che si deve tentare? Altrimenti si guadagnano seggi in Parlamento, ma non si muovono di un millimetro i rapporti di forza, anzi! La destra non è soltanto Berlusconi, è la Meloni, è Salvini, e è Alfano con il giochetto già visto delle dinamiche da Pentapartito; è, sconcerto a parte, Casa Pound, è Forza Nuova, è un fascismo che, quello si, ha preso coraggio, ha visto che non lo si ferma, e allora ha capito che può tornare. Contro tutto questo, soltanto le percentuali che Melenchon e Corbyn, ancor di più, hanno riportato alle elezioni, potrebbero modificare i rapporti di forza. Allora facciamo un appello: non pensate soltanto ad essere presenti in Parlamento. Pensiamo, insieme, di essere una forza parlamentare che possa incidere avendo cambiato i rapporti di forza.

Perchè il pane e olio ai bimbi di Montevarchi?

pane e olio a Montevarchidi Daniela Mastracci - Si può constatare che a proposito di Scuola Pubblica la riflessione dei cittadini italiani, siano essi politici, sindacalisti, amministratori, come anche militanti o comunque vicini a partiti e movimenti, sia stata piuttosto carente e lacunosa. La macchina scuola pubblica è molto complessa e articolata. Analizzarla non è affatto facile. Difficoltà che si aggravano data la quantità di riforme e comunicazioni che il Miur e il ministro si affrettano a varare e pubblicare. Il tempo si restringe, non dà la possibilità di seguire con accuratezza tutti gli sviluppi continui. Lo spazio della discussione è stato già del tutto risucchiato nel decisionismo ministeriale e governativo. Quando mancano le coordinate del pensare questo si comprime e viene meno. Ce ne rendiamo conto.
Ma questo non può essere un alibi alla mancata analisi. Non può giustificare un’alzata di sopraccigli che liquidi il problema con leggerezza: perché questa leggerezza sarebbe carica di responsabilità, di omissioni, di trascuratezza. E ciò equivarrebbe ad avallare processi che ci stanno sfuggendo di mano, e di pensiero, soprattutto.
La scuola pubblica non ha finanziamenti. Essa sostiene se stessa sulla base del contributo volontario delle famiglie e delle sponsorizzazioni private, di eventuali lasciti, donazioni. La scuola deve mobilitare se stessa alla ricerca di finanziatori, oppure deve adoperarsi affannosamente per vincere bandi Pon e simili. Abbiamo già trattato di questo aspetto in un articolo …

Nella scuola pubblica si paga tutto

Tutto quanto riguarda il contesto che include la scuola, e con essa il diritto allo studio, è a pagamento: parliamo della mensa, del trasporto, oltre che naturalmente dei libri di testo, del materiale da cancelleria, materiali per disegno, musica, e quanto altro poi la scuola offra nel suo piano delle attività curriculari e aggiuntive. Ma ci riferiamo anche all’indispensabile: vestiti e scarpe, incluse quelle da ginnastica per l’attività sportiva. Da qualche tempo poi un’indispensabile strumento di studio è diventata la connessione internet: si deve averla a casa per le ricerche e quanto altro richiesto, inclusi i compiti delle discipline che ormai vengono svolti on line su varie piattaforme, oppure via telematica con l’utilizzo della posta elettronica. Ma si deve averla anche in classe visto che si consente anzi si invita esplicitamente ad usare, lo smartphone come dispositivo didattico. Tutto questo stare on line ha dei costi che gravano sulle famiglie, direttamente e indirettamente, sempre pensando al contributo volontario che le scuole usano appunto per le spese vive incluso internet.
A Montevarchi, la sindaca di centrodestra ha costretto alcuni alunni della scuola dell’infanzia a mangiare pane con olio perché i loro genitori non hanno pagato la mensa scolastica. Non si scandalizzi la ministra Fedeli. E’ un’ipocrisia
Inutili le parole del vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Lucia De Robertis: Il "pane e olio ai bambini morosi di Montevarchi è una discriminazione incompatibile coi valori fondativi del sistema scolastico". E’ una mozione di sentimenti anch’essa ipocrita.
Ammesso e non concesso che si tratti di genitori “furbetti”, questo non ci esime dal porci domande ben più ampie e approfondite intorno alle spese che si devono sostenere per mandare i figli a scuola, sia entro l’obbligo scolastico, ovvero fino a 16 anni, sia oltre l’obbligo. Ci meravigliamo, oppure non ci domandiamo affatto perché studenti nostri concittadini non possono pagare le attività che le scuole mettono loro a disposizione nei vari e tanti Ptof, ma che sono appunto a pagamento? Ci meravigliamo, oppure no, se la legge 107 obbliga gli studenti alla alternanza scuola lavoro ma, con tale obbligo, propagandato come didatticamente utile e foriero di possibilità lavorative, comunque “materia curriculare”, sia a spese delle famiglie per ciò che riguarda il trasporto, il cibo necessario durante la giornata, a volte i convegni cui i ragazzi devono partecipare?

Un vero e proprio collasso della critica

Nella analisi mancata, oppure troppo superficiale, devono rientrare tanti aspetti, tanti che di primo acchito non si notano, si possono non vedere: ma occorre invece prestare un’attenzione sempre vigile, mai stanca. Abbiamo un vero e proprio collasso della critica e ciò a vantaggio di chi sta operando una lotta di classe inversa, dall’alto verso il basso, contro le fasce deboli della nostra società. Quando sono in gioco le risorse economiche, quando le famiglie non ce la fanno, a prescindere dai casi disonesti dei cosiddetti “furbetti”, significa che gli ultimi restano ultimi, che le famiglie benestanti possono stare dietro al caro vita e al caro scuola, ma che invece le famiglie in difficoltà restano indietro, non ce la fanno, e i loro figli, i nostri concittadini più giovani, sono lasciati indietro e non c’è modo di rimettersi in pari, tanto meno di emanciparsi verso una condizione migliore. La scuola non è un ascensore sociale. La scuola sta invece allargando il divario ricchi-poveri, sta cioè perpetrando un colpo ben assestato alla emancipazione, ovvero sta allargando la platea dei diseguali.
Tutto questo assume caratteri differenti se pensato a proposito delle scuole private paritarie: sono scuole ufficialmente a pagamento, le rette sono alte, gli studenti vestono la divisa, l’apparenza dice rigore e disciplina, dice serietà, per questo mondo dove ciò che si vede è ben più importante di cio che si è oltre l’apparenza, appunto. Ma tali scuole sono anche finanziate dallo stato, da tutti noi cittadini che paghiamo le tasse. I genitori che iscrivano i figli alle scuole private hanno il diritto di detrazioni fiscali, un bonus vero e proprio. Le scuole stesse sono finanziate dallo stato. Allora oltre che in aperta contraddizione con l’articolo 33 della nostra Costituzione, tali scuole, e il meccanismo fiscale e di contribuzione statale, sollevano a maggior ragione il problema del divario ricchi-poveri: esse sono scuole ricche e per di più agevolate a spese di tutti i contribuenti. Possono iscriversi solo studenti che abbiano comunque una base economica familiare solida: il fatto che funzionino meglio, che abbiano fondi statali, che perciò la didattica possa avvantaggiarsene, cosa vuol dire in ordine alla lotta di classe?
Se non ci fermiamo e analizziamo approfonditamente ciò che sta accadendo, rischiamo di non intercettare tutto il complesso sistema che dietro il diritto allo studio si sta nascondendo.

fonti:

https://www.orizzontescuola.it/mensa-pane-olio-non-paga-retta-fedeli-ferma-condanna-operato-amministrazione-montevarchi/

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/11/08/news/montevarchi_genitori_morosi_alla_mensa_servono_pane_e_olio-180571046/

A scuola, in classe con il manager

manager a scuola 350di Daniela Mastracci - Non può non sembrare anomalo l’atteggiamento del governo e della ministra Fedeli. Non può non destare sospetto. Perché c’è dell’accanimento. C’è una reiterazione di interventismo. Quasi una nevrosi. Come se da un momento all’altro la scuola dovesse dare segni di risveglio? Forse sono maturi i tempi per tale risveglio? Quasi la stessa ministra ce ne stesse dando un avvertimento. Ancora tenue, nebuloso, soltanto un balbettio.

Ma si sta preparando una resistenza: questo sembrerebbe di poter evincere sia dall’accanimento “terapeutico” del governo, sia dalla impossibilità razionale che non ne risulti una contraddizione, così netta da far muovere i docenti verso un No deciso a queste politiche che stanno affossando la scuola pubblica. Si osa vedere troppo?
Proviamo a ragionare. Se il concetto viene meno, non può non spingere alla consapevolezza: “docente” cosa è? E “discente” cosa è? Non si possono usare i sostantivi se non dando ad essi il corrispettivo, logico, analitico significato. Ma ciò che pare è proprio che si usino sostantivi che, mascherati del loro logico significato, stanno invece servendo ad altro scopo: l’obiettivo di togliere docenti e discenti. Si è cominciato piano piano, ma il processo è stato seguito con accuratezza e scientifica diligenza: “doceo” vuol dire insegnare, trasmettere conoscenza, e magari cultura. “Disco” vuol imparare, apprendere la conoscenza. Ma la squalificazione dei docenti ha eroso il significato fino a farlo perdere del tutto, alla mercè dell’esperto esterno, qualificato, impeccabilmente insignito di titoli. Ci rimaneva oscuro però da chi fossero insigniti, di cosa fossero davvero esperti. Ma questo non importava perché è la parola “esperto” che semplicemente detta, comunicata, porta con sé l’aura delle competenze, indiscutibili, cui rimettersi senza indugio. E che ne è di discenti? A loro basta il clik sul computer, o sullo smartphone, tra gli ultimi benvenuti nelle classi “pollaio” di italica scuola pubblica. La conoscenza è superflua: essa è comunque a disposizione, è sotto mano. Certo un “sotto mano” ben diverso dalle massime morali del saggio antico! Ma sotto mano, allora perché compiere la fatica di imparare? Tanto poi si dimentica. Perché sudare l’apprendimento? Meglio sudare per eliminare calorie.

Dalla conoscenza alla competenza

Dalla docenza alla virtù nuovista del “facilitatore”, del mediatore, dell’accompagnatore, e chi più ne ha più ne metta.
Da un lato e dall’altro la relazione docente-discente si è come frantumata, liquefatta dentro il tempo liquido della scuola azienda, della factory dove imparare le nuove capacità e abilità che il mondo del lavoro determina. La scuola dove, ad un convegno con l’esperto esterno, ne segue un altro e poi un altro ancora. Dove mille attività distolgono dall’apprendimento, ma ciò non fa problema: è esattamente ciò che si vuole accada, sempre ammantato, mascherato, tale vuoto di conoscenze, con la urgenza di una scuola più vicina a quel mondo che cambia perpetuamente, per il quale le conoscenze sono zavorre che tengono legati a terra, quando invece i giovani del ventunesimo secolo, i nativi digitali, potrebbero volare alto, intraprendere chissà quale carriera e professione di nuova generazione (???)

Manager in classe: chi è costui?

E venne poi l’Alternanza scuola lavoro: il lavoro entra direttamente nella scuola. Perché aspettare che questi giovani così a loro agio su piattaforme digitali non si allenino ancor più e meglio? Non sperimentino sul campo? Non imparino di più con le nuove metodologie del learning by doing? Mettere in pratica il know how è una eccellente opportunità. E i docenti diventano tutor: anche su di loro pesa il know how, ma nel loro caso è un know how e un learning by doing tutto da imparare. Ebbene i docenti sono discenti. La relazione doceo-disco svanisce, evanescente come tutto il mondo che cambia. La scuola così cosa diventa? La domanda non è d’obbligo? E ancor di più date le ultime comunicazioni della ministra Fedeli a proposito del manager in classe: chi è costui? Da dove viene? Chi lo stipendia? Perché viene? Che dovrebbe fare? Dove sarà codificato il suo ruolo? E da ultimo: che cosa farà il docente? Sarà ancora la voce che dovrebbe insegnare? Che dovrebbe trasmettere cultura e con essa emancipazione?

Un veicolo, ma non più di cultura. Il veicolo che educa al mantenimento dello status quo: tale è il mercato del lavoro odierno e tale deve continuare ad essere. Insegnare potrebbe aprire menti e cuori, potrebbe irrompere critico nel mondo attuale. Potrebbe rendere gli studenti esaminatori del presente. Decisori del futuro. Ma ciò va esattamente contro la conservazione dello status quo. Allora delegittimare i docenti, educare alla flessibilità delle competenze, da altri scelte e predisposte, da altri utilizzate dentro processi che altri, sempre, governano, è funzionale appunto a tale mondo. Con quale metodo agganciare e guidare se non con quello più antico e riconosciuto? Tutti diventano in-competenti, tutti diventano in-capaci, tutti meno esperti di altri, e perciò in dovere di imparare, e non certo di dire la propria, che vale poco o nulla, rispetto ai titolati di cui lo stesso mondo del lavoro ci benefica, come un buon padre ci fa il favore di consigliarci e guidarci. Ci sprona. E poi ci premia con il bonus premialità che fa del merito la virtù più ricercata.

Unità per dare risposte democratiche e di uguaglianza al disagio sociale ed economico

disagio giovanile mindi Daniela Mastracci - Perché è necessaria un’Alleanza per la Democrazia e l’Uguaglianza?

Perché le sigle, ciascuna per sé e in sé conclusa, non bastano. Perché è urgente, più che mai, superare le idiosincrasie di ciascun partitino di sinistra e avere il coraggio di osare di crederci. Se si dice che è in gioco la Democrazia, non lo si dice con convinzione perché lo si è detto tante, troppe volte, tanto che suona come un’iperbole, una esagerazione che così si palesa, dato che la forma democratica non è mai apparsa, ai più, venire meno. Sembra una tra le tante esagerazioni paragonabili alle ecatombi evocate dai sostenitori dell’austerity: a furia di evocare mostri, scenari apocalittici, ad un’apocalissi in più, cui si sembra poi scampare, non si presta né troppa attenzione né tanto meno credibilità. E qualora non fosse un fantasma tra gli altri, avrebbe però perso potenza ed effetto, non appena si presenti. Ma se approfondiamo lo sguardo, e non distogliamo gli occhi da ciò che pure vediamo, non possiamo giudicare una esagerazione fra le altre la perdita di democrazia.

Pur se mascherata di rappresentanza, la gran parte degli italiani vede quanto la decisione politica, che ci riguarda tutti, sia però nelle mani di pochi, e quei pochi sono alleati con il potere economico del capitalismo finanziario (ne sia immagine rappresentativa la stretta di mano fra Renzi e Marchionne), e che tale capitalismo finanziario, data l’alleanza, ha anche il monopolio del potere politico. E con ciò permea di sé l’intera società. Se non cambiamo i rapporti di forza, se non stringiamo a nostra volta un’alleanza, non può cambiare la società. Allora se, anche a fronte del Rosatellum (la cui votazione con la fiducia è ancora sotto gli occhi di tutti), lasciamo campo libero alle forze politiche, che tale legge elettorale hanno partorito e fatto varare, lasciamo, con ciò, intatti gli attuali rapporti di forza. Una cittadinanza attiva è ora necessaria. Quella chiamata in causa oggi è proprio la possibilità di essere, e continuare a essere, cittadini a pieno diritto e attivi. Perciò è necessaria l’Alleanza: dobbiamo concorrere insieme a difendere la cittadinanza, quanto al suo proprio concetto e significato.

Diciamo “difendere” perché è necessario l’ottimismo della volontà. Potremmo scrivere “riconquistare”, se dessimo voce alla ragione soltanto. Ma, a ben vedere, visto che possiamo scriverne e possiamo andare a votare, visto cioè che la forma democratica sembra ancora sufficientemente integra, l’ottimismo può essere giustificato. Votare o non votare? E, eventualmente, votare cosa? Diremmo: votare. E votare, però, se chi crede, un pò di più, o anche un pò di meno, nell’Alleanza per la Democrazia e l’Uguaglianza, riesca a superare i propri limiti, più formali che sostanziali, almeno sui fondamentali aspetti che sono appunto Democrazia e Uguaglianza; se riesca ciascuno a non cedere alle pressioni, a non indulgere in recriminazioni, a non isolare posizioni, votandosi con ciò al congelamento e perciò al silenzio decisionale. Occorre spostare in avanti lo sguardo e trovare unione piuttosto che divisione. E’ necessario, e crediamo se lo aspetti tutta quella parte di Italiani che al voto non è più andata, che ancora però cerca un progetto di società dove non più i pochi governino, detengano, dispongano e controllino la ricchezza e i mezzi di produzione, ma, al contrario, che tali monopoli vengano sciolti dalla loro rigida autoconservazione e con ciò il governo e la ricchezza e i mezzi di produzione siano condivisi: ovvero si produca (o riproduca, per coloro che hanno pensato si sia mai davvero prodotta) la Democrazia e l’Uguaglianza.

Vi aspettiamo alle nostre Assemblee Provinciali frusinati per la Democrazia e l’Uguaglianza: 17 novembre a Frosinone città con i temi beni comuni, sanità e valori archeologici; 18 novembre prossimo a Sora, dove si parlerà di immigrazione, inclusione anche delle diversità e le contraddizioni nelle quali i nostri ultimi governi ci hanno gettato; 24 novembre a Cassino, per parlare di Università, Scuola, Beni culturali. Il 1° dicembre a Frosinone presso il palazzo della provincia si terrà l’Assemblea provinciale generale e sarà nostra ospite, fra gli altri, anche l’avvocata Anna Falcone.

 
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Occorre una scuola coerente con la Costituzione

LACOSTITUZIONENELLASCUOLAQualeattuazione 350 260di Daniela Mastracci - Sono molteplici i punti di vista da cui guardare la scuola pubblica italiana di oggi. Poggiano su un terreno comune che si chiama Costituzione della Repubblica Italiana. E ciò che si può evincere, se siamo attenti agli articoli della Carta, è che il ruolo che quest’ultima assegna alla Scuola sta venendo modificato, piegato a logiche che con la Costituzione non c’entrano affatto. Un esempio è la lettera dell’articolo 33 “L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento…”, cui si può affiancare l’’articolo 9 “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Fondamentale resta poi l’articolo 3 che, dopo aver sancito la pari dignità sociale e l’uguaglianza dei cittadini senza alcuna distinzione, eleva a compito della Repubblica stessa la rimozione di ogni ostacolo si frapponga a tale pari dignità, libertà e uguaglianza, al fine di garantire “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
L’insegnamento oggi è libero? E la Repubblica promuove la Cultura e la ricerca? Soprattutto si propone concretamente il pieno sviluppo della persona umana, la sua emancipazione?

Se guardiamo agli aggiornamenti degli insegnanti ci rendiamo conto che assai di rado oggi gli insegnanti partecipano a convegni, leggono gli autori, si aggiornano sulle loro discipline. Tali aggiornamenti non sono affatto incentivati, né tanto meno obbligatori, nemmeno previsti nelle relative pianificazioni, a tutto vantaggio invece degli aggiornamenti su tutt’altro che la cultura: gli insegnanti devono sapere come funziona un'impresa, in che modo investire capitali, come funziona una banca. Devono conoscerne il linguaggio, che è penetrato nella scuola anche per definire lo stato dello studente-cliente bancario: ha maturato un “debito” che dovrà “saldare”, deve essergli riconosciuto un “credito” formativo e/o scolastico. Agli insegnanti questo linguaggio è stato imposto come naturale: lo hanno cominciato a scrivere, pronunciare. Oggi fa parte integrante delle conversazioni tra docenti, delle comunicazioni alle famiglie, delle risposte agli alunni. Al disorientamento iniziale si è sostituita l’abitudine: ciò non dà alcuna garanzia di comprensione; si tratta solo di parole alle quali risponde la modulistica da riempire. Passate attraverso una decodifica? Imparato il loro significato? Difficile a dirsi, vista la inconsapevolezza di fronte al loro ingresso.

L'insegnamento piegato alla pianificazione degli imprenditori e il "Peniero unico"

Le riforme hanno piegato l'insegnamento alla pianificazione d'impresa, finanziaria; alla forzata familiarità con cataloghi, dove i nomi delle aziende e i loro prodotti, devono prendere il posto di cataloghi di libri, di incontri, convegni, spazi e tempi di confronto. Le riforme stanno trasformando gli insegnanti in imprenditori, in investitori, in esperti di marketing e di start up. Imprenditori dilettanti ma zelanti: si spegne la passione torcendo interessi, inclinazioni, modificando d’imperio il percorso culturale cui si sono, tanto tempo prima, dedicati, e a cui, come si può immaginare, avrebbero voluto dedicarsi ancora.
Questo è il vincente Pensiero Unico: fino a dentro la vita degli insegnanti, fino a invadere le loro identità, fino a colonizzare e piegare menti che avevano creduto di essere libere e di lavorare per menti libere, per persone libere. Si trovano invece a lavorare dentro procedure e con contenuti economicisti, pubblicitari, che non avevano scelto, che hanno subito, rispetto alle quali e ai quali non hanno avuto alcuna voce in capitolo. E anziché lavorare per educare persone libere (art.3), oggi lavorano per formare "capitale umano" vicino, il più possibile, a quel mondo del lavoro cui ci hanno abituato a pensare come il solo mondo del lavoro possibile.

Le riforme (cosiddette) hanno introdotto il Pensiero Unico, gli hanno consentito di acquisire egemonia. Neoliberismo, globalismo, finanziarizzazione del capitalismo e della politica, cosa sanno dirci? A tutta prima parole semi vuote. Dal significato oscuro. Ma piano piano il senso emerge. Perché lo abbiamo attorno, lo respiriamo, lo diciamo, lo siamo. Senza saperlo, ma lo siamo.
Tutto sta a prenderne coscienza. E forse lo spazio, che ci fa luce, può essere la scuola di questa contemporaneità frantumata e veloce, rapsodica, fantasmagorica, accecante.

Il pensiero unico ha pervaso di sé la scuola senza che questa opponesse seria e consapevole resistenza. E’ riuscito ad entrare nelle ore curriculari, nelle pratiche, nel tempo delle lezioni e in quello dei consigli di classe, nei collegi dei docenti, nei consigli d'istituto. È’ diventato l'aria stessa che abbiamo respirato: dapprima a piccole dosi, quasi impercettibile. Lo si poteva individuare nel cambiamento degli ordini del giorno dei verbali, delle riunioni. Ma poteva camuffarsi dietro la spinta affascinante del nuovo millennio, con le sue nuove tecnologie. Poteva affabulare con la lingua inglese, che tendeva all'universalità planetaria. Poteva persuadere con i confini che si smaterializzavano. Poteva convincere, addirittura, con la sua aura di scientifica autorevolezza, con la sua pratica diagnostica e alla sua “medicina”, fatta di tabelle e griglie che potevano osservare e misurare, diagnosticare e curare. La smania di salutismo di tuttologi patinati ha pervaso la didattica e ne ha fatto lo strumento per medicare i suoi pazienti-studenti: come sta lo studente? Da 1 a 10 dove lo collochiamo? In quale casella-malattia lo includiamo? Quale recupero-cura progettiamo? Lo studente innanzitutto. Ma uno studente presupposto potenziale malato, più o meno grave, da curare, e riportare ad una condizione di salute-competenze tale da rientrare nella "norma", in quel range della sufficienza dal quale sfuggiva. Neoliberismo e scientismo, osservabilità e misurazione, situazione di partenza e obiettivi finali, corsi di recupero per competenze, test, quiz, di tutto affinché gli studenti-pazienti fossero correttamente intercettati e riorientati, in caso di bisogno.

Chi sono gli insegnanti oggi in Italia?

Insegnanti divenuti medici, infermieri, psicologi, anche sacerdoti quando fosse necessario, genitori tutori, esperti in zone di confort: infarciti di buone pratiche da esperti esterni cui chinarsi e rendere onore; aggiornati su tutto quanto serva per stare a proprio agio nel mondo moderno fluido, complesso, e però avvolgente nella seduzione costante e luccicante, nello stupore mitico che pervade chi, non sapendo come funziona, resta a bocca aperta di fronte alle app di seconda e terza e quarta generazione. Una rapsodia difficile da eguagliare, incantatoria e manipolatoria. Di fronte ad essa insegnanti goffi, antiquati, vetusti. Insegnanti da resettare. Piegare al nuovo con la forza della inadeguatezza indotta. Elefanti in una cristalleria se messi di fronte alla precisione ineccepibile di piattaforma di e-learning; o di applicazioni dalle versatili e flessibili funzioni. Cosa possono una mente, un libro e due mani per tenerlo, sfogliarlo, leggerlo, interpretarlo, di fronte ad alunni ormai già prevenuti perché circonfusi dell’aura del web?
Piegati alle pratiche tecnologiche hanno dichiarato la resa. Ma non bastava. Se avevano ancora una mente libera e ragionante, se ancora potevano esercitare una qualche resistenza, gli insegnanti hanno dovuto cederla all’applicazione coscienziosa su processi produttivi, finanziari, bancari, commerciali, amministrativi… hanno dovuto smettere, anche solo di immaginare, corsi di aggiornamento dove crescere in conoscenza, dove studiare le più recenti letture di autori, artisti, scienziati, dove discutere le nuove interpretazioni, dove imparare quanto di nuovo questo stesso mondo veloce produce in scienza e conoscenza.
Se la Costituzione è quel valore condiviso e difeso lo scorso 4 dicembre, ne discende che tanta parte degli italiani può e dovrebbe difendere la Scuola riconoscendone la torsione neoliberista e perciò battersi per un percorso politico-culturale nettamente alternativo, che nasce appunto sul solco della Costituzione. Nella nostra Provincia sono state fissate due assemblee pubbliche ove si discuterà anche di Scuola: Cassino il 24 novembre; a Frosinone, Assemblea Provinciale per la Democrazia e l’Uguaglianza, il 1° dicembre presso il Palazzo della Provincia

 
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Le ragioni dello sciopero studentesco del 13 ottobre

scuola sciopero13ott17 3 mindi Daniela Mastracci - Una generazione rappresentata come semiaddormentata, quasi post mutazione antropologica. Dipinti come bamboccioni e un po’ choosy. Ma loro, i ragazzi, forse non si attardano a comprendere le definizioni astratte. Specialmente quando la tensione dialettica sembra salire: da un lato la legge 107 e dall’altro studenti in lotta. Sembrano parole d’altri tempi cui eravamo disabituati. Ma la realtà del 13 ottobre 2017 ce le ha messe davanti con la forza di duecentomila studenti nelle strade e piazze di oltre 70 città italiane, mobilitati contro la legge 107 e, nello specifico, contro l’alternanza scuola lavoro, che la legge norma e a cui obbliga tutte le scuole superiori italiane, con una ricaduta su un milione e mezzo di alunne e alunni del triennio superiore.

Quattro punti attraggono l'attenzione

Leggere i commi della legge 107 riguardanti l’alternanza è utile ad evincere le ragioni che inducono gli studenti alla protesta. Quattro elementi soprattutto attraggono l’attenzione leggendo la legge 107, avvalendosi anche della Guida Operativa 8 ottobre 2015, e della faq del Miur, di seguito citati
Il tutor interno, o scolastico, accompagna gli studenti in azienda? Le aziende, e tutti gli enti che accoglieranno gli studenti, sono censite? È stata elaborata la Carta dei Diritti delle studentesse e degli studenti? Cosa si prevede per la Sicurezza degli studenti in alternanza? Quattro questioni scelte perché sono al centro delle rivendicazioni studentesche.

Alla prima domanda risponde il Miur a un anno e mezzo di distanza dalla entrata in vigore della legge 107
“Non è prevista la presenza obbligatoria del tutor scolastico in azienda durante lo svolgimento delle attività di alternanza. I suoi compiti (…) possono essere svolti a distanza (…) L'importante è che lo studente in azienda sia seguito dal tutor formativo esterno designato dalla struttura ospitante, che ha il compito di assistere il giovane nel suo percorso di apprendimento attraverso il lavoro.” Notiamo due elementi: gli studenti possono Non avere il supporto del tutor interno. L’alternanza si qualifica qui come “apprendimento attraverso il lavoro”.  http://www.istruzione.it/alternanza/faq.shtml

Ampi spazi di arbitrio

A proposito dell’albo delle aziende: al comma 41 della 107 si legge che si istituisce un “Registro nazionale per l’alternanza scuola lavoro”, ma all’articolo 1, comma C della Guida si osserva che «Le convenzioni possono essere stipulate, tuttavia, anche con imprese, musei e luoghi di cultura e di arte, istituzioni, che non sono presenti nel Registro nazionale per l’alternanza scuola lavoro»
Si evince che i Dirigenti scolastici possono pattuire percorsi di alternanza anche con soggetti non censite dal Miur: come essere certi della affidabilità delle imprese? Responsabilità tutta in capo al “capo” d’Istituto? Si determinano condizioni trasparenti e sicure per gli studenti? http://www.flcgil.it/files/pdf/20151009/guida-operativa-alternanza-scuola-lavoro-8-ottobre-2015.pdf

Al comma 37 della 107 è scritto che si va a definire “la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro della scuola secondaria di secondo gradoscuola sciopero13ott17 2 min impegnati nei percorsi di formazione”. Si aggiunge che si darà “particolare riguardo alla possibilità per lo studente di esprimere una valutazione sull'efficacia e sulla coerenza dei percorsi stessi con il proprio indirizzo di studio”. Ad oggi però, al terzo anno di attuazione dell’alternanza scuola lavoro per i Licei, e all’ormai decennale avvio negli istituti tecnici e professionali, tale Carta dei Diritti è ancora nella fase preparatoria, ovvero non è stata redatta e perciò non è in vigore, come riconosce la stessa ministra Fedeli, allorché ne assicura l’estensione prossima.

“Salute e sicurezza in alternanza scuola lavoro”

Alla quarta domanda risponde ancora la faq al punto: “Salute e sicurezza in alternanza scuola lavoro”. A valle di una formazione generale, cui è chiamata la Scuola, si scrive che “Con riguardo, invece, alla formazione specifica, lo studente che partecipa alle esperienze di alternanza dovrà svolgere attività di formazione … in funzione del settore di attività svolta dalla struttura ospitante e del relativo profilo di rischio. Detto segmento di formazione … è a cura del datore di lavoro, identificato nel soggetto ospitante, che conosce i rischi riferiti alle mansioni e ai possibili danni e alle conseguenti misure e procedure di prevenzione e protezione caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell'azienda. Qualora la struttura ospitante non fosse in grado di assicurare la formazione specifica, può delegare la scuola ad impartirla in relazione alla valutazione dei rischi a cui è sottoposto lo studente in alternanza rispetto ai compiti assegnati, alle macchine e attrezzature da utilizzare, ai tempi di esposizione previsti, ai dispositivi di protezione individuale forniti.”
Notiamo che il Miur si preoccupa di formare gli studenti, ma demanda al “soggetto ospitante”. Questo è nominato anche “datore di lavoro”, definizione che allerta una certa attenzione e conferisce ambiguità. Alla eventuale indisponibilità del soggetto ospitante e/o datore di lavoro, sopperisce la scuola stessa: ma la scuola è esperta di valutazione dei rischi nei diversi e caratteristici settori e comparti? Si noti, anche, che qui compare il verbo “utilizzare”.

"Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti"

Nella nota successiva della faq, a proposito di “tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti”, si legge “La legge 17 ottobre 1967, n.977, che tratta della "Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti", si riferisce espressamente ai casi in cui esiste un rapporto di lavoro (es. apprendistato), condizione che non sussiste per gli studenti in alternanza. Per esempio, la legge 977/67 prevede una visita medica obbligatoria e preventiva per i minori che accedono ad un rapporto di impiego, a seguito della quale il giovane, se riconosciuto idoneo, può essere ammesso alle attività lavorative, mentre per le attività svolte a scuola o in alternanza, in cui non c'è un rapporto di lavoro, la sorveglianza sanitaria, per mezzo del medico competente, è prevista solo nei casi in cui la valutazione dei rischi, considerati i compiti richiesti (che prevedono l'affiancamento e non lo svolgimento diretto) e la durata della permanenza degli allievi in azienda, evidenzi concrete situazioni di esposizioni a rischi per la salute degli studenti. Con l'occasione, si ribadisce che: l'alternanza scuola lavoro è una metodologia didattica svolta sotto la responsabilità dell'istituzione scolastica; il giovane che sviluppa l'esperienza rimane giuridicamente uno studente; l'inserimento in azienda non costituisce un rapporto di lavoro; le competenze apprese nei contesti operativi integrano quelle scolastiche al fine di realizzare il profilo educativo, culturale e professionale previsto dal corso di studi prescelto.”

Epperò...la tutela non è obbligatoriascuola sciopero13ott17 min

Dunque la tutela non è obbligatoria perché l’alternanza non è un rapporto di lavoro, infatti lo studente affianca e non svolge direttamente il “compito richiesto”: a chi è richiesto il compito? Ad un dipendente cui viene affiancato lo studente? Perché allora si scrive “compiti richiesti...(agli) allievi in azienda”? E perché qui l’allievo non svolgerebbe direttamente il compito, ma nel paragrafo precedente l’allievo “utilizza macchine e attrezzature”? Per inciso si noti l’aggettivo “professionale”: si estende anche ai Licei? E’ sottesa una modifica della natura del corso di studi liceale? Se così fosse, sarebbe auspicabile una chiarificazione trasparente. Non si manchi di rilevare che se tale modifica fosse nella mente del legislatore, questa non sarebbe passata attraverso dibattito con le parti interessate.
Alla luce di una seppur parziale disamina, si può sostenere che gli studenti abbiano dimostrato di saper leggere la legge e le “guide” e faq che il Miur, con un po’ di ritardo, e al contempo confusione, ha aggiunto alla 107. Gli studenti sanno comprendere le parole tardive e contraddittorie della ministra, che si affretta a promuovere gli Stati Generali dell’alternanza scuola lavoro e assicura, adesso, la definizione della Carta dei Diritti: aggiunge anche un bottone rosso alla piattaforma da spingere in caso di “bisogno” da parte dello studente presso la struttura ospitante (nel malaugurato caso di bisogno come potrebbe lo studente accedere alla piattaforma e avere la lucidità e il tempismo di abbassare il bottone rosso e attendere poi i “soccorsi”?)

 
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Aggiornare le competenze di giovani e adulti. Perchè?

competenze digitali formazione mindi Daniela Mastracci - "Una solida cultura di base". Fanno una qualche presa su un ipotetico ascoltatore o lettore queste parole? Hanno ancora un significato? Alla luce della cosiddetta scuola delle competenze, pare di no. La scuola delle competenze ha posto le sue proprie basi autolegittimantesi su di un giudizio sulla conoscenza, apparentemente senza appello, come inutile al mondo contemporaneo, in perpetuo e veloce cambiamento. Inutile quanto a “spendibilità” (parola chiave che ricorre nei documenti ministeriali, nonché dell’Invalsi) nel mondo del lavoro. Dunque al cosiddetto mondo del lavoro non serve la conoscenza. Questa pare espulsa dalla scuola a vantaggio delle competenze, che sono scelte come oggetto della didattica perché dovrebbero allora servire al mondo del lavoro. La scuola cioè sarebbe chiamata allo scopo di formare nuovi giovani lavoratori. Quanto sarà insegnato agli studenti è funzionale al mondo del lavoro.

Il mondo contemporaneo e il suo veloce cambiamento

Si aprono alcune questioni: se è vero che il mondo contemporaneo è in perpetuo e veloce cambiamento quale è il senso di insegnare competenze, poniamo informatico-digitali, che sono relative al mondo del lavoro attuale (2017) a ragazzi che entreranno, più speditamente come dicono che accadrebbe, nel mondo del lavoro tra qualche anno, diciamo almeno 5, se pensiamo ad un alunno di primo superiore? Tra 5 anni non sarà cambiato il mondo del lavoro, specie rispetto ai continui aggiornamenti delle cosiddette “versioni” di un certo software, piattaforma, etc? Dobbiamo immaginare che il percorso didattico dell’alunno sia utile, oppure già obsoleto? La contraddizione è sanabile? L’alunno probabilmente sarà chiamato ad “aggiornare” anno dopo anno le sue competenze, faticosamente acquisite nell’anno precedente.

A tale quesito sembra aver risposto da tempo l’Europa
Sono state definite dal Parlamento Europeo le Competenze chiave per l’apprendimento permanente ed è stata emanata la Raccomandazione del 18 dicembre 2006, nella quale si sollecitano i paesi membri dell’UE a intraprendere azioni per lo sviluppo dell’apprendimento permanente.
Nella Raccomandazione viene espressamente chiesto ai paesi di assicurare che la formazione e l’istruzione dei giovani li metta nella condizione di raggiungere le competenze chiave, successivamente spendibili nella vita adulta. Inoltre, tali competenze di base devono agevolare il successivo processo di apprendimento. (la Raccomandazione si riferisce anche agli “adulti”, in relazione ai quali i paesi devono garantire lo sviluppo e l’aggiornamento delle loro competenze chiave per tutto l’arco della vita.)

Gli Assi culturali della Raccomandazione UE e..."imparare ad imparare"

La Raccomandazione stessa individua i seguenti “Assi culturali”: asse dei linguaggi, asse matematico, asse scientifico-tecnologico, asse storico-sociale; e le seguenti competenze-chiave che devono essere possedute dai giovani al termine dell’obbligo scolastico: imparare ad imparare, progettare, comunicare, collaborare e partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, risolvere problemi, individuare collegamenti e relazioni, acquisire ed interpretare informazioni.
Come interpretare la competenza “imparare ad imparare”? La parvenza è che si tratti della messa in formula propriamente dell’invito/obiettivo all’apprendimento permanente. Poniamo un interrogativo al cosiddetto “apprendimento permanente”. E’ pensato come progresso, ovvero aumento quantitativo delle competenze, oppure come sostituzione di una competenza alla precedente? Dato il servire al mondo del lavoro che cambia, viene da pensare alla seconda ipotesi: l’aggiornamento di un sistema informatico implica che l’utente/lavoratore impari di volta in volta come interfacciarsi alla nuova piattaforma, ad esempio, ma: cosa se ne fa della competenza che prima usava, rispetto alla versione precedente l’aggiornamento? Pare ragionevole pensare che quella data competenza non serva più, quindi conservarla in memoria forse toglie spazio alla competenza successiva. La mente degli studenti sembra essere pensata come un supporto informatico dotato di “x” memoria, una quantità definita, riempita la quale, occorre “cestinare” per fare spazio ad altro. Nel peggiore dei casi occorre “resettare” quando gli aggiornamenti software si coniughino ad aggiornamenti hardware. Questo spiegherebbe perché la Raccomandazione Europea si riferisce anche agli adulti? Ma cosa ci dice la messa in opera materiale della raccomandazione stessa? Il sistema produttivo, nonché le istituzioni stesse, sembrano considerare i lavoratori “anziani” come “inutili”: troppo strutturati? Troppo specializzati? Una memoria non flessibile? Quasi incompatibile con i sistemi informatizzati, digitali? Ovvero occorrerebbe un training lungo per de-strutturare e poi allenare la mente “anziana” alla flessibilità dell’acquisire e del cancellare, per acquisire del nuovo, in costante reset del saper fare? Occorrerebbero cioè investimenti notevoli su percorsi di formazione per un risultato a priori del tutto incerto, perché ancora troppo individualizzato il dato di partenza, relativo al gap tra formazione iniziale e formazione in arrivo, tale da rendere la formazione non modellabile in percorsi standardizzati e perciò dai costi contenuti.

"un allenamento a recepire congruo alla rapidità, perciò spendibile in quanto non resistente"

Invece le menti dei più giovani non sono già strutturate. Inoltre sono abituate dai primissimi anni di vita (nativi digitali) al mutamento veloce: basta osservare gli aggiornamenti delle app sugli smartphone per rendersi conto della abitudine all’aggiornamento e all’attesa, certa di essere soddisfatta, dello stesso, in cui “abitano” i più giovani. E basta ascoltare il loro linguaggio tutto intriso di nuovismo, e di esaltazione ogni volta che l’app garantisca qualche performance ulteriore; quando invece chi non possieda uno smartphone che supporti l’aggiornamento agognato si sente defraudato di chissà quali meravigliose possibilità, e perciò desidera cambiare telefono. Si attesta una “mutazione” antropologica? E la scuola ne è il veicolo? E’ il tempo dell’allenamento di menti già “predisposte”?
Resta a questo punto lo iato fra competenze acquisite 5 anni prima di entrare nel mondo del lavoro? Forse “imparare ad imparare” è la compensazione dello iato: allora la scuola si configura come “palestra” ove stimolare e rafforzare, mandare a regime, e intanto avallare, una e una sola competenza: essere nati in un mondo ove è espulsa la strutturazione delle conoscenze, ove la mente è un contenitore mobile che acquisisce ed espelle, veloce ad intercettare il nuovo che arriva e sostituirlo al vecchio, veloce a modificare modi di lavorare e perciò omogenea ai processi tecnologici, digitali, produttivi che mutano senza sosta. Una mente che ha stabilmente “ospitato” modi di lavorare efficaci per lunghi periodi, sarebbe probabilmente impermeabile non al cambiamento di modi di lavorare, astrattamente inteso, ma alla modificazione reale da operare su di sé. La flessibilità è meglio e più rapidamente conseguita se le menti siano a priori sgombre da zavorre troppo a lungo contenute tanto da radicarsi e configurare un tipo di lavoratore. Il tipo flessibile dalle migliori prestazioni avrà meno contenuti possibile, ma un allenamento a recepire congruo alla rapidità, perciò spendibile in quanto non resistente.

12 ottobre 2017

Lo smartphone in classe. Perché?

smartphone a scuola 350 260 mindi Daniela Mastracci - Una comunità di Ricerca.
Una classe può diventare una comunità di ricerca se stimolata a prendere la parola e ad ascoltarsi reciprocamente. E’ vero, c’è titubanza all’inizio, c’è timore di sbagliare, c’è anche il non capire la novità che porta un insegnante quando chiede “che cosa è?” questo o quello, quale significato si da alla tale espressione usata nel linguaggio quotidiano, ma divenuta oggetto di riflessione, oppure quella tale singola parola, quel modo di dire, e così via. Come una comunità di ricerca, in classe ci si interroga insieme: incluso l’insegnante, che è parte attiva del processo, in quanto promotore, ma anche in quanto partecipante, assieme agli studenti. Il suo compito è guidare razionalmente la discussione e, facendolo, insegnare come affrontare un dibattito: la conversazione che ha le sue regole, e che vanno appunto imparate. Ma la novità è impararle sul campo, non in astratto, come un decalogo da seguire, ma come un prendere coscienza del percorso mentre lo si fa e, a conclusione, imparare anche a formalizzarlo nelle sue tappe e funzioni, possibilmente nella sua finalità, se raggiunta: ovvero la risposta alla domanda iniziale.
Questo processo implica "Tempo": il tempo dello stare insieme in classe, guardarsi negli occhi, impostare il ragionamento, aprirsi e intervenire, ascoltarsi e rispondersi, proseguire passo passo, ma anche a volte tornando indietro (apparentemente), confrontarsi, e con ciò, risultato a parte, arricchirsi logicamente, contenutisticamente, e però anche umanamente e civicamente.
Il metodo dell’argomentazione guidata, plurale, aperta, problematica, risolutiva (a volte), diventa lo spazio di una conversazione posata, attenta, non frettolosa, che si prende cura dei parlanti e ascoltatori, così come del tema-problema che si sta affrontando: c’è tutto il rispetto che si deve e si dà al ragionare plurale, libero, aperto. Senza calare dall’alto né domande, né tanto meno risposte. Ma lasciando come accadere da sé la conversazione, partendo dai ragazzi e seguendo i ragazzi, per ciò che ciascun essere umano possa dare all’altro, contribuendo tutti all’arricchimento di tutti, alla scoperta dell’altro e dell’altra possibile risposta, (perché se non si è degli scientisti convinti, si sa che le risposte alle cose dell’uomo sono plurali e non possono darsi definitivamente).

Perplessità e critiche sostanziali allo smartphone in classe

E’ per questo contesto di conversazione filosofica che si può sostenere perplessità e critiche sostanziali allo smartphone in classe. Esso distoglie l’attenzione. Risucchia con una fascinazione degna di un sofista, prono al sistema ultraliberista, che imbastisca un discorso persuasivo attimo dopo attimo. E dove lo stesso sofista di sistema, offre risposte veloci alle domande degli studenti, se sollecitati a cercare una qualsiasi informazione. Gli studenti pensano mentre vanno a googolare la parola tale e tale altra? Ovvero a cercarne ad esempio il significato? Questo è uno degli usi per cui lo smartphone aiuterebbe la didattica, faciliterebbe agli studenti l’apprendimento. Si scrive la parola cercata e si va a leggere la “risposta” aprendo i link che Google fornisce in prima battuta: spesso il primo link è Wikipedia. Si apre e si legge la definizione che dice il significato della parola cercata. In pochi attimi si trova la risposta: come essere certi che sia la risposta giusta? Lo possiamo chiedere al link? Sappiamo chi ha messo in rete le risposte? Con quali controlli e conoscenze? Ovvero alla risposta trovata seguono interrogativi di controllo? Non pare sia previsto, se è vero che la rete fornisce velocemente la risposta: ci contraddiremmo se poi “perdessimo tempo” a domandarci se sia o meno corretta. Ovvero dobbiamo fidarci della rete. Il presupposto allora dell’assunto “lo smartphone aiuta l’apprendimento” è che la rete sia affidabile.

Caro Ministero, eppure...?

Lo stesso ministero promuove campagne contro il cyber bullismo: l’implicito è evidente.
Lo stesso ministero promuove la società della conoscenza, a nome soprattutto dei compagni di strada europei: conosco vuol dire leggo la definizione e posso dire di aver concluso la mia ricerca?
Lo stesso ministero si batte contro le resistenze alle vaccinazioni obbligatorie, resistenze che viaggiano soprattutto in rete.
Lo stesso ministero si batte contro le faknews
Insomma credo sia sufficiente per sostenere che il ministero cada in contraddizione a proposito dello smartphone in classe: fidarsi oppure no della rete? Attivarsi per controlli oppure cedere al dogma della velocità? Pensabile il portare avanti assieme, sia la ricerca, che l’attenzione critica al controllo delle fonti? Ma, ad ogni modo, se occorre tempo per cercare, trovare, controllare, perché non usare lo stesso tempo a conversare insieme, produrre dialetticamente le risposte, aiutate proprio dal confronto incrociato e attivo dei ragazzi stessi, insieme al loro docente? E tutto ciò si può avvalere di uno strumento assai prezioso che si chiama Etimologia: tale ricerca accompagnata da un vocabolario di Latino (non occorre pensare che la scuola di riferimento sia un liceo: un vocabolario è consultabile da chiunque legga e capisca la lingua italiana) fornisce la chiave di lettura che nella conversazione in classe si sta cercando, posto che la conversazione stessa non abbia già trovato la risposta cercata. Si potrebbe obiettare che non c’è mai abbastanza tempo per una discussione guidata: vulnus che conosciamo, ma contro cui occorre una presa di posizione più larga rispetto alla riflessione qui proposta. Si potrebbe anche obiettare: ma perché impiegare tempo in qualcosa che si può risolvere in pochi secondi, così da poter affrontare altro? Si può rispondere che affrontare altro nella stessa modalità, ripropone semplicemente la questione senza risolverla. Dal punto di vista di chi scrive, invece, si potrebbe avanzare un ulteriore dubbio: se la rete è così tanto efficace ed efficiente, a cosa devono servire ancora i docenti? Il messaggio sotteso allo smartphone in classe è un ulteriore discredito gettato sui docenti? Ovvero il ministero presuppone che i docenti non siano in grado di dare le risposte che gli studenti dovrebbero andare a cercare in rete?

 
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Scuole e Provincia promuovono la vendita di merendine, CocaCola, ecc

distributori automatici 350 260 mindi Daniela Mastracci - Distributori automatici a scuola. La scuola pubblica italiana ha fatto entrare nei suoi corridoi i distributori automatici, con annesse merendine, patatine, bibite (coca cola, aranciata, thè, succhi, etc)
Poi è accaduto che le stesse scuole abbiano chiamato l’esperto esterno per l’educazione alimentare. Hanno sentito la “necessità” di progetti pomeridiani sull’educazione alimentare. Si è innescato un meccanismo che ha reso necessario ciò che con la Scuola, prima dell’ingresso delle “macchinette”, non c’entrava nulla. Ovvero, anziché fare un passo indietro circa le macchinette, individuate come causa di potenziali disturbi alimentari, le si è lasciate ove fossero, ma con la “necessità” di accompagnarle da esperti in “buona” alimentazione.
La didattica può risultare penalizzata, perché il docente deve impegnare parte del suo tempo alla ricerca dell’esperto esterno, nonché a progettare il progetto pomeridiano; etero-diretta a finalità sopraggiunte, non legate alle discipline se non per collegamenti fantasiosi e forzosi.
Ne va della didattica anche dal lato degli studenti: attratti dalle macchinette tendono ad uscire più spesso dalla propria aula per poter acquistare i prodotti in bella mostra. Si chiede però che gli studenti siano disciplinati e vadano alle macchinette solo alla ricreazione: si pretende una maturità e una educazione a regole ed orari che, però, non può essere presupposta, al contrario, deve essere appunto un obiettivo dell’educazione scolastica in toto.

Business istituzionale e spese familiari supplementari

Da sottolineare l’aspetto economico: devono essere messi a disposizione fondi destinati a pagare i docenti che facciano i progetti pomeridiani, con annessa “azzuffatina” in collegio docenti per scegliere tra i progetti proposti, e deliberare su quelli più o meno congrui al curriculo dell’istituto. Cosi come occorre destinare fondi per pagare l’esperto esterno. La scuola deve attingere, oltre che ai fondi dell’istituto, sempre più asciutti, a fondi regionali, nazionali (poco), europei: ovvero tali istituzioni promuovono i loro nuovi compiti come appaltatori e finanziatori, mediante bando, in linea con la de-finanziarizzazione statale, la competitività tra le scuole, la messa a sistema di “bisogni” legati al mercato, alle sue nuove proposte, e alle proposte di “curare” i mali di proposte precedenti (merendine e bibite producono malattie e obesità, si corre ai ripari inventando corsi di educazione alimentare, educazione al “biologico”, fitness scolastico e privato)
In data 01-08-2017, il Consiglio Provinciale della Provincia di Frosinone ha deliberato a proposito del Regolamento che “disciplina le concessioni in uso a terzi degli spazi all’interno delle scuole, appartenenti in proprietà o ad altro titolo all’Istituzione, per la gestione e l’uso di punti di ristoro (bar interno o chiosco), dei distributori automatici per la vendita e somministrazione di bevande ed alimenti”. “L’uso dei locali è concesso dal Dirigente del Settore Edilizia Scolastica e Pubblica Istruzione, previa richiesta motivata del Dirigente scolastico a seguito del parere espresso dal Consiglio d’istituto interessato.” All’articolo 5 si delibera che “A titolo di corrispettivo per l’uso degli spazi scolastici, all’interno di ogni singolo plesso ove presente il punto di ristoro, (…) il concessionario è tenuto a corrispondere all’Ente Provincia, un canone annuo…(nonché) un canone annuale per le scuole…” (vai all'asterisco per scaricare il Regolamnto integrale ndr) La Provincia avvierà una procedura di aggiudicazione per l’affidamento degli spazi destinati ai distributori e all’eventuale bar.
Sia alla Provincia che alla scuola spetterà un certo corrispettivo economico da parte dall’azienda appaltatrice. Questa ricava un profitto dalla vendita dei suoi prodotti alimentari, profitto che quindi proviene dal denaro speso dagli studenti: ovvero la scuola richiede il servizio ristoro, ricava denaro dal concessionario e quindi, indirettamente, dai soldi delle famiglie, per cui la ditta appaltatrice avrà corso il rischio di “aprire” il punto ristoro. Onde evitare che i ragazzi acquistino solo merendine e patatine e bevano bibite gassate, la scuola erge se stessa a dispensatore di consigli di cibo e bevande sane. Attiva e paga i professori che se ne occuperanno. La famiglia spende denaro in merendine e poi deve avallare il compito nobile dell’istituto, ovvero la “necessità” dell’educazione alimentare (al che alle merendine si sostituiscono confezioni di frutta tagliate a pezzettini, la cui data di scadenza è pressoché sempre assai ravvicinata e poco controllabile da bambini che mettono soldi e prendono il prodotto, leggendo la data magari sbiadita? Si vedono poi allineati yogurt, parmigiano e grissini confezionate dalla tale multinazionale, e succhi di frutta al posto delle bibite gassate: ma quanto zucchero contiene mediamente un succo d frutta confezionato?)
Come si può evincere si innesca un circuito di messa a valore di spazi interni all’istituto, in concessione per i distributori, e di messa a valore della “fame” e “sete” di bambini e adolescenti, attratti dalle macchinette, il cui vero scopo è sfamare e dissetare, oppure indurre un desiderio capriccioso? E sostituiscono la merenda da casa, con aumento della spesa quotidiana delle famiglie, oltre che dei rischi della salute dei figli vogliosi?
E’ un circuito cui basterebbe non soggiacere ab origine: ovvero NON mettere le macchinette nelle scuole, anziché ospitare nuovi mezzi di estrazione di valore, sfruttamento dei locali scolastici e del desiderio infantile, denaro delle famiglie. Famiglie doppiamente sfruttate sia per la spesa in merende e bevande che, se acquistate e preparate da casa, tutti converranno, costano assai meno dei prezzi del distributore automatico. Sfruttate poi per avviare il circuito dell’esperto esterno, del progetto pomeridiano, finanziati in parte dalla quota spettante alla scuola stessa sull’appalto delle macchinette. Se poi aggiungiamo che accade sempre più spesso che i progetti pomeridiani “offerti” dalle scuole sono a pagamento, il cerchio si chiude a tutto danno di studenti e famiglie. A vantaggio delle aziende che interverranno, di docenti che, piegati da un rinnovo contrattuale atteso e mancato da 10 anni, stipendi perciò al palo, aumento del costo della vita cui si soggiace inermi, possono vedere nei corsi extracurriculari una fonte di “aggiustamento” del reddito.

*Il Regolamento Provinciale in pdf, da scaricare dal link che segue   pdf Regolamento dei locali e degli spazi melle scuole - Luglio 2017 (49 KB)

 

 
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La LIP Scuola ora è depositata in Cassazione

LIPSCUOLA in Cassazione 350 260

di Daniela Mastracci - Solo le ore 11 di venerdì 8 settembre e siamo presso la Corte di Cassazione. I delegati a presentare la LIP Scuola siamo in 15. Ci accompagna anche Angelo Fredda, Segretario regionale del Lazio di Sinistra Italiana. La delegazione al completo che ha presentatoe il testo di legge sul quale raccogliere le firme necessarie per la presentazione è costituita da 15 insegnati ed è rappresentativa di scuole e del territorio italiano. Ecco i nomi: Marina Boscaino (Roma), Giovanni Cocchi (Bologna), Francesco Cori (Roma), Rossella De Palma (Viterbo), Epifanio Giannetto (Roma), Marco Guastavigna (Torino), Antonia Guerra (Bari), Roberto Mamone (Roma), Daniela Mastracci (Frosinone), Vito Meloni (Roma), Carlo Salmaso (Padova), Keitty Evellin Tambone (Corato), Eliseo Tambone (Corato), Roberto Villani (Roma), Giuseppe Volpe (Terlizzi).

La LIP Scuola ora è depositata in Cassazione dove abbiamo consegnato documento d'identità e certificato elettorale. Poi, bbiamo atteso il momento della firma che ciascuno di noi avrebbe apposto sui moduli predisposti.


Siamo determinati ed emozionati. Consapevoli di presentare una legge importante per la scuola italiana. La LIP, la Legge di Iniziativa popolare sulla scuola della costituzione, ha i suoi fondamenti e legittimazione nella Costituzione della Repubblica Italiana. Vuole promuovere una scuola laica, democratica, partecipata, inclusiva. La scuola della conoscenza e della emancipazione civica delle nuove generazioni.
La Legge si richiama esplicitamente agli articoli 3, 4, 33, e 34 della Costituzione italiana.
Essere qui insieme, con un progetto democratico ed emancipante nella testa e nel cuore, ci dà la carica giusta per affrontare la raccolta delle firme di cui si darà notizia su questo giornale.
Crediamo nella mobilitazione a cui chiamiamo tutti: docenti, studenti, genitori e cittadini tutti, che abbiano a cuore una scuola che educhi, che insegni, che voglia innanzitutto formare cittadini consapevoli e attivi, partecipi e protagonisti, entro una democrazia da ritrovare, rifondare, riconoscere insieme come quella delineata nella Costituzione.
Crediamo che la Scuola sia il luogo di trasmissione di saperi fondamentali per non soccombere, oggi più che mai, di fronte ad una memoria storica, civica, democratica che, nella sfida delle dinamiche nazionali e mondiali, sembra venire meno, lasciando spazio a recrudescenze razziste, nazionaliste, fasciste.
La LIP Scuola della Costituzione ritrova nella Carta del 1948 il suo spirito plurale, democratico, egualitario, partecipato, di respiro universalistico. Diritti e consapevolezza vigile, riconoscimento dell'altro, partecipazione, condivisione della decisione politica, sono imprescindibili. È chiara per noi la conoscenza come la condizione affinché, alle sfide del contemporaneo, non si risponda con rimozione, superficialità, facile propaganda, disumanità. La conoscenza e la libertà che quella fonda e anima.
La strada della Lip è avviata. E' una prima volta per la riforma di una istituzione come la scuola attraverso un alegge di iniziativa popolare. Un evento che dobbiamo far diventare memorabile per le prossime generazioni del nostro mPaese..

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