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Daniela Mastracci

Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.
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La LIP Scuola ora è depositata in Cassazione

LIPSCUOLA in Cassazione 350 260

di Daniela Mastracci - Solo le ore 11 di venerdì 8 settembre e siamo presso la Corte di Cassazione. I delegati a presentare la LIP Scuola siamo in 15. Ci accompagna anche Angelo Fredda, Segretario regionale del Lazio di Sinistra Italiana. La delegazione al completo che ha presentatoe il testo di legge sul quale raccogliere le firme necessarie per la presentazione è costituita da 15 insegnati ed è rappresentativa di scuole e del territorio italiano. Ecco i nomi: Marina Boscaino (Roma), Giovanni Cocchi (Bologna), Francesco Cori (Roma), Rossella De Palma (Viterbo), Epifanio Giannetto (Roma), Marco Guastavigna (Torino), Antonia Guerra (Bari), Roberto Mamone (Roma), Daniela Mastracci (Frosinone), Vito Meloni (Roma), Carlo Salmaso (Padova), Keitty Evellin Tambone (Corato), Eliseo Tambone (Corato), Roberto Villani (Roma), Giuseppe Volpe (Terlizzi).

La LIP Scuola ora è depositata in Cassazione dove abbiamo consegnato documento d'identità e certificato elettorale. Poi, bbiamo atteso il momento della firma che ciascuno di noi avrebbe apposto sui moduli predisposti.


Siamo determinati ed emozionati. Consapevoli di presentare una legge importante per la scuola italiana. La LIP, la Legge di Iniziativa popolare sulla scuola della costituzione, ha i suoi fondamenti e legittimazione nella Costituzione della Repubblica Italiana. Vuole promuovere una scuola laica, democratica, partecipata, inclusiva. La scuola della conoscenza e della emancipazione civica delle nuove generazioni.
La Legge si richiama esplicitamente agli articoli 3, 4, 33, e 34 della Costituzione italiana.
Essere qui insieme, con un progetto democratico ed emancipante nella testa e nel cuore, ci dà la carica giusta per affrontare la raccolta delle firme di cui si darà notizia su questo giornale.
Crediamo nella mobilitazione a cui chiamiamo tutti: docenti, studenti, genitori e cittadini tutti, che abbiano a cuore una scuola che educhi, che insegni, che voglia innanzitutto formare cittadini consapevoli e attivi, partecipi e protagonisti, entro una democrazia da ritrovare, rifondare, riconoscere insieme come quella delineata nella Costituzione.
Crediamo che la Scuola sia il luogo di trasmissione di saperi fondamentali per non soccombere, oggi più che mai, di fronte ad una memoria storica, civica, democratica che, nella sfida delle dinamiche nazionali e mondiali, sembra venire meno, lasciando spazio a recrudescenze razziste, nazionaliste, fasciste.
La LIP Scuola della Costituzione ritrova nella Carta del 1948 il suo spirito plurale, democratico, egualitario, partecipato, di respiro universalistico. Diritti e consapevolezza vigile, riconoscimento dell'altro, partecipazione, condivisione della decisione politica, sono imprescindibili. È chiara per noi la conoscenza come la condizione affinché, alle sfide del contemporaneo, non si risponda con rimozione, superficialità, facile propaganda, disumanità. La conoscenza e la libertà che quella fonda e anima.
La strada della Lip è avviata. E' una prima volta per la riforma di una istituzione come la scuola attraverso un alegge di iniziativa popolare. Un evento che dobbiamo far diventare memorabile per le prossime generazioni del nostro mPaese..

La LIP Scuola ora è depositata in Cassazione

LIPSCUOLA in Cassazione 350 260di Daniela Mastracci - Solo le ore 11 di venerdì 8 settembre e siamo presso la Corte di Cassazione. I delegati a presentare la LIP Scuola siamo in 15. Ci accompagna anche Angelo Fredda, Segretario regionale del Lazio di Sinistra Italiana. La delegazione al completo che ha presentatoe il testo di legge sul quale raccogliere le firme necessarie per la presentazione è costituita da 15 insegnati ed è rappresentativa di scuole e del territorio italiano. Ecco i nomi: Marina Boscaino (Roma), Giovanni Cocchi (Bologna), Francesco Cori (Roma), Rossella De Palma (Viterbo), Epifanio Giannetto (Roma), Marco Guastavigna (Torino), Antonia Guerra (Bari), Roberto Mamone (Roma), Daniela Mastracci (Frosinone), Vito Meloni (Roma), Carlo Salmaso (Padova), Keitty Evellin Tambone (Corato), Eliseo Tambone (Corato), Roberto Villani (Roma), Giuseppe Volpe (Terlizzi).

La LIP Scuola ora è depositata in Cassazione dove abbiamo consegnato documento d'identità e certificato elettorale. Poi, bbiamo atteso il momento della firma che ciascuno di noi avrebbe apposto sui moduli predisposti.
Siamo determinati ed emozionati. Consapevoli di presentare una legge importante per la scuola italiana. La LIP, la Legge di Iniziativa popolare sulla scuola della costituzione, ha i suoi fondamenti e legittimazione nella Costituzione della Repubblica Italiana. Vuole promuovere una scuola laica, democratica, partecipata, inclusiva. La scuola della conoscenza e della emancipazione civica delle nuove generazioni.
La Legge si richiama esplicitamente agli articoli 3, 4, 33, e 34 della Costituzione italiana.
Essere qui insieme, con un progetto democratico ed emancipante nella testa e nel cuore, ci dà la carica giusta per affrontare la raccolta delle firme di cui si darà notizia su questo giornale.
Crediamo nella mobilitazione a cui chiamiamo tutti: docenti, studenti, genitori e cittadini tutti, che abbiano a cuore una scuola che educhi, che insegni, che voglia innanzitutto formare cittadini consapevoli e attivi, partecipi e protagonisti, entro una democrazia da ritrovare, rifondare, riconoscere insieme come quella delineata nella Costituzione.
Crediamo che la Scuola sia il luogo di trasmissione di saperi fondamentali per non soccombere, oggi più che mai, di fronte ad una memoria storica, civica, democratica che, nella sfida delle dinamiche nazionali e mondiali, sembra venire meno, lasciando spazio a recrudescenze razziste, nazionaliste, fasciste.
La LIP Scuola della Costituzione ritrova nella Carta del 1948 il suo spirito plurale, democratico, egualitario, partecipato, di respiro universalistico. Diritti e consapevolezza vigile, riconoscimento dell'altro, partecipazione, condivisione della decisione politica, sono imprescindibili. È chiara per noi la conoscenza come la condizione affinché, alle sfide del contemporaneo, non si risponda con rimozione, superficialità, facile propaganda, disumanità. La conoscenza e la libertà che quella fonda e anima.
La strada della Lip è avviata. E' una prima volta per la riforma di una istituzione come la scuola attraverso un alegge di iniziativa popolare. Un evento che dobbiamo far diventare memorabile per le prossime generazioni del nostro mPaese..

Fossero i corsi CEPU il modello di scuola per la Ministra Fedeli?

cepu mindi Daniela Mastracci - Tra le sagre d'agosto c'è la sagra dello spontaneismo.
Mai una visione, mai un progetto pensato. Mai sapere e far capire dove si voglia andare, quale sia l'idea di scuola che questo Paese, sempre più emergenziale e votato al fare per fare, stia pensando per i bambini, per gli adolescenti, per i ragazzi. La scuola è per definizione progetto: invece è legata a politiche e politici che si muovono come alla cieca, navigando a vista nei marosi di un futuro che non riusciamo a vedere nè tanto meno prevedere.
Noli me tangere! E' la scuola che parla.
Lo sapevamo che le deleghe in bianco della legge 107/2015 avrebbero potuto produrre degli effetti discutibili. Si poteva prevedere un potere troppo concentrato nel governo, nel ministro e suoi consiglieri. Forse però queste decisioni in un agosto torrido, ci hanno comunque spiazzati. Troppe e troppo poco discusse. Testimoni di un decisionismo che non guarda in faccia a nessuno.

La scuola breve

Il 3 agosto veniamo a sapere, bontà sua, ministra, che lei ha esteso a 100 gli istituti che sperimenteranno per tutta Italia il liceo breve. Poi la sottosegretaria D’Onghia, esaltata dal modus operandi sui licei, propone di ridurre a due gli anni della scuola media. E non si lascia l’occasione di colpire ancora una volta gli insegnanti, dicendo che si vuole “stanarli” come fossero animali da braccare che cercano di sfuggire alla giustissima giustizia del Miur, dimenticando che il Miur stesso ha messo in cattedra i docenti.
Estemporaneità. Nuda e cruda. Colpi bassi alla categoria degli insegnanti, degli Ata, mai nemmeno nominati nella legge 107/2015.
La “buona scuola” vuole essere inclusiva? Non lasciare indietro nessuno? Combattere la dispersione scolastica? Al contempo però vuole preparare velocemente al mondo del lavoro. Avvia una propaganda mediatica a proposito delle infinite possibilità che l’alternanza scuola lavoro darà agli studenti, e ora potenziata dal liceo breve che immetterà i ragazzi in anticipo nel fantastico mondo del lavoro italiano. (Viene da chiedersi ma costoro del Miur vivono forse in un'Italia parallela? perché questo mondo del lavoro che attende pronto le nuove generazioni è un'altra Italia, un'allucinazione collettiva al ministero dell'istruzione. Di certo non è l'Italia nella quale viviamo noi tutti, dove il 40% dei giovani è inoccupato o disoccupato!) dunque “non vuole lasciare indietro nessuno” ma avvia alla professionalizzazione a partire dai 16 anni: con l’ammontare di 400 ore di alternanza negli istituti tecnici e professionali, di 200 ore nei licei. E ora, ciliegina sulla torta, vuole ridurre di un anno il corso liceale stesso?
La matematica non è un’opinione: se sottraggo 400 o 200 ore alla didattica per le attività di alternanza scuola lavoro, come si può conciliare con tale sottrazione la propalata volontà di “non lasciare indietro nessuno”? E a maggior ragione con la compressione a quattro anni? Si fa una certa fatica a pensare di raggiungere l’obiettivo inclusione quando si tagliano, ancor di più che nelle riforme precedenti le ore curriculari, a vantaggio di “lavoro”, pensato come formazione potremmo dire “on the road”, e adesso addirittura la sperimentazione che elimina un intero anno scolastico, sostituito ipso facto con didattica laboratoriale, nuove tecnologie, insegnamento in lingua straniera (qualora ci fossero abbastanza docenti per poterlo fare davvero!?
Come riuscire a comprimere in quattro anni ciò che si dovrebbe svolgere in 5, come previsto dalla stessa legge 107? Ecco, il “come” è appaltato ai collegi docenti. Cala un peso enorme sui collegi docenti, privati, da una parte, del potere decisionale, vista la dirigenza scolastica investita di un primato che di fatto annulla la collegialità stessa; dall’altra parte però il collegio viene investito di un onere non invidiabile: al collegio infatti è demandata la progettazione del curriculo a quattro anni, e tale impresa colossale deve essere pronta entro un mese. Chiaramente si capisce che è un ennesimo appalto a costo zero di responsabilità legislative che dovrebbe avere il Miur: invece stavolta danno la direttiva e la affidano tout court ai collegi, quando appaltare ad apposite commissioni di “esperti”, come è stato d’uso per le ultime “riforme”, sarebbe costato molto. I docenti verranno retribuiti per il lavoro gravoso che dovranno sostenere?

Condensare la didattica

scuola radio elettraPensare che le riforme dei curricula hanno richiesto anni di “elaborazione”, qui addirittura si pretende di condensare in quattro anni la didattica pensata per 5, in poco meno di un mese di lavoro. E poi ogni collegio, che è composto da persone, e perciò teste diverse, dovrebbe essere il campione per un esperimento nazionale? ma scusate se ogni collegio produrrà la sua proposta di liceo breve, come potranno 100 proposte diverse essere campione? La base empirica di una sperimentazione non deve più essere simile e omogenea? Quale progetto di fatto sarà dirimente per decidere il liceo a 4 anni per tutta l’Italia? E di quale scuola? Non è facilmente immaginabile che scuole, già oggi avvantaggiate da finanziamenti (come la stessa 107 legifera), avranno ipoteticamente le risorse per incentivare i collegi a questo massacrante lavoro? E perciò scuole “ricche” saranno metro di giudizio per tutte le scuole italiane? Inoltre non è facilmente immaginabile che la “platea” studentesca di tali scuole “ricche” (ad esempio situate in quartieri prestigiosi, ove affluiscono i figli di famiglie con un alto tenore di vita e assai probabilmente molto più scolarizzate di milioni di altre famiglie italiane), tale platea, dicevo, non sia già più preparata e pronta alla prova, insomma che campione si prefigura? Inoltre ricordiamo che già nel decreto si scrive che gli studenti dovranno essere molto motivati e preparati, per poter intraprendere la sperimentazione a quattro anni, che si prefigura come una scuola comunque a tappe forzate. Quindi di nuovo, in un’altra forma, si pone la questione di come si possa pensare un campione, dalle caratteristiche già così particolari, come elevato a campione nazionale. A me sembra già “viziato” in origine e perciò non rispecchiante la multivariegata situazione di partenza degli studenti italiani. In questo senso il liceo a 4 anni partirebbe da dati che inevitabilmente metterebbero ai margini studenti non avvantaggiati. Allora questi ragazzi con livelli di partenza differenti, avrebbero la possibilità di superare ogni ostacolo all’apprendimento se devono vedersela con curricula progettati su una realtà già più avanti?
alternanza scuola lavoro 2Si va ad aggiungere alle esternazioni agostane la proposta della sottosegretaria D’Onghia di comprimere il triennio della Scuola Media inferiore: da tre a due anni scolastici. Ovvero tagliare un anno anche alla scuola media? Certo si correrebbe veloci verso la meta. Il problema resta però proprio qui: quale meta gli adolescenti italiani dovrebbero raggiungere velocemente? E con quale preparazione e maturazione personale? Quale battaglia alla dispersione e quale inclusione? Pensiamo che eliminare un anno scolastico possa incoraggiare i ragazzi a non lasciare la scuola? Cioè avalliamo appunto la cattiva volontà, l’insofferenza verso la concentrazione e lo studio? Diamo l’alibi a finire presto? Se invece ci fossero davvero situazioni di svantaggio tali da causare l’abbandono scolastico, la classe pollaio, le ore tagliate, la soppressione del tempo prolungato, l’assenza di fondi per retribuire le opportune ore di recupero nelle discipline dove si evidenzino maggiori carenze e criticità, quegli svantaggi non verrebbero minimamente intaccati perché non li si può risolvere se non con strumenti che appunto mancano e continueranno a mancare. Dove finisce allora il diritto allo studio, che appunto avrebbe il compito di accompagnare la crescita degli adolescenti? E il diritto a “non restare indietro”? il diritto al recupero? Inoltre perché comprimere, quando sappiamo già che il tempo dello studio decresce, col crescere invece delle “distrazioni” di questa modernità liquida? Perché non dare più sostegno ai più deboli accompagnandoli con la cura e la calma che i tempi di maturazione della persona richiedono. Non si legge una contraddizione tra tagliare un anno scolastico e “non lasciare indietro nessuno”? Non è che se fai giungere in anticipo alla meta, ciò significa che si sono raggiunti i risultati cercati: semplicemente si sono ridotti “i metri” da percorrere, con l’ineliminabile necessità di abbassare gli obiettivi da raggiungere.
Inclusione, dispersione, “non lasciare indietro nessuno”? Far percorrere meno anni di studio, livellare verso il basso gli obiettivi: non lascio indietro perché vado io, scuola, indietro, avvicinandomi e riducendo la distanza. Allora la crescita sarà soltanto apparente: abbiamo reso più vicino e più facile l’arrivo.

 
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Nella scuola primaria si promuove e non si boccia? Come funzionerebbe?

Bambine a scuoladi Daniela Mastracci - Proviamo ad esaminare il Decreto legislativo 62/2017, a proposito di valutazione e ammissione alla classe successiva nella scuola primaria. Sta facendo assai discutere l’articolo 3 del decreto. Alla discussione sui quotidiani, segue la discussione sui social, immancabile. Ma a questa sta seguendo la reazione della ministra Fedeli la quale tra l’irritato e l’indulgente verso i docenti, sostiene che la discussione è viziata dalla incomprensione del decreto stesso, proprio da parte degli insegnanti. Cioè coloro che dovranno attuare il decreto non lo hanno capito e solo per questo stanno polemizzando. La lettera dell’articolo 3:


«Art. 3 - Ammissione alla classe successiva nella scuola primaria
1. Le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione.
2. Nel caso in cui le valutazioni periodiche o finali delle alunne e degli alunni indichino livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione, l'istituzione scolastica, nell'ambito dell'autonomia didattica e organizzativa, attiva specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento.
3. I docenti della classe in sede di scrutinio, con decisione assunta all'unanimità, possono non ammettere l'alunna o l'alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione.»

La polemica con la Ministra Fedeli

Il comma 3 dice che la eventuale non promozione deve derivare da decisione unanime dei docenti della classe: ovvero nel caso in cui uno solo dei docenti dovesse essere contrario alla bocciatura, l’alunno/a verrà promosso/a
La discussione in corso verte su questo punto: lo si legge come una promozione ope legis, un divieto di bocciatura. Mentre la ministra viene a sostenere che la polemica poggia su un’incomprensione. Ascoltando la Fedeli evidenziamo il passaggio dove sostiene che non si tratta di porre per legge la promozione, bensì di responsabilizzare le scuole circa l’attivazione di strategie onde riallineare i saperi, colmare lacune, risolvere criticità.

Al di là del linguaggio pur suggestivo, si tratterebbe di avviare corsi di recupero durante l’anno scolastico affinché gli alunni in difficoltà abbiano la possibilità, appunto, di recuperare le lacune e raggiungere un livello sufficiente di conoscenze (o competenze?). In verità la dicitura del decreto rende tutto più facile perché scrivono che il discrimine per la promozione equivarrà a “livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione.” Intanto facciamo i complimenti agli estensori del decreto per l'espressione "o in via di prima acquisizione”: arduo comprendere il significato, se ce n'è uno, ma a naso ci dice che il bambino potrebbe essere rimasto esattamente al punto di partenza dell'anno scolastico, cioè non ha nemmeno acquisito "la prima acquisizione". Ma vogliamo rilevare una criticità, come piace ai legislatori definirle: il decreto mette nelle condizioni di avviare corsi di recupero? Di formulare e attivare le strategie che occorrerebbero? Ovvero ci sono le condizioni perché quei livelli pur bassissimi possano essere raggiunti? C’è coerenza tra il decreto e le indicazioni che gli insegnanti dovrebbero seguire e la sua realizzazione?

Incoerenza tra parole e circostanze reali

C’è coerenza tra le parole del ministro circa l’inclusione, la lotta alla dispersione, il “non lasciare indietro nessuno”? ovvero la promozione si raggiunge perché effettivamente è stato fatto il possibile per non lasciare indietro, cioè riallineare i saperi? Insomma i bambini verrebbero promossi perché sostenuti e portati alla prima acquisizione, oppure tale promozioni risulti una mera “forzatura” della realtà?
Le azioni da “mettere in campo, mirate ad includere e non lasciare solo chi resti indietro” sono sostanziali, e non puramente formali, soltanto se ci sono i fondi per retribuire i corsi di recupero, che gli insegnanti possono tenere in orario extracurriculare, e perciò non incluso nello stipendio. Innanzitutto occorrerebbe finalmente ricontrattare il contratto nazionale dei docenti, fermo da nove anni, quindi, come è facile intuire, non comprensivo delle attività aggiuntive che le pseudo riforme scolastiche, inclusa a maggior ragione la “buona scuola”, hanno calato sulla testa degli insegnanti. Se però il contratto non si rivede, come appunto sta accadendo; se il fondo d’istituto, o FIS, non viene aumentato ed erogato per tempo, viceversa è stato ridotto a cifre irrisorie e bastevoli, quando anche, ai soli corsi estivi (nelle superiori, per esempio), e viene erogato con tempi non coerenti con le attività che dovrebbe retribuire, come è possibile pensare di ottemperare alla legge attivando i recuperi? E se si sottolinea che per tali corsi di recupero ci saranno i docenti dell’organico di potenziamento, si nasconde che non in tutte le scuole c’è tale organico potenziato e che, dove c’è, i docenti vengono utilizzati per le supplenze, dunque resta ben poco, o nulla, per far recuperare carenze. Come è fattivamente possibile rispondere al decreto e quindi dare sostanza al riallineamento dei saperi? Specie se tale decreto deve essere adottato appunto in un contesto scuola pubblica martoriata da tagli alle ore curriculari, al corpo docente, con un numero di alunni per classe tale da farle definire classi pollaio (dove insegnare davvero è impossibile).

Un po' di propaganda?

Alla contraddizione esposta si aggiunge un dettaglio ulteriore. La ministra strizza l’occhio alle famiglie meno abbienti: dice che la scuola deve essere inclusiva, democratica e vincente contro l’abbandono scolastico, a maggior ragione nei quartieri più disagiati ove tale abbandono è maggiore: ovvero la scuola deve attivarsi con ogni mezzo e modalità per evitare che gli alunni restino indietro e abbandonino. Bene, sacrosante parole! Dove sta però la magagna? Di nuovo in parole pronunciate che non possono avere seguito effettivo per mancanza di fondi ad hoc. Di nuovo cioè si propaganda una risoluzione apparentemente includente e democratica, ma la lascia lettera morta perché non si pongono in essere le condizioni per attuarla. Allora la strizzatina d’occhio è ancor più irritante e da smascherare: nei fatti si promuove (e implicitamente si dedurrebbe l’aver conseguito gli obiettivi, almeno della prima acquisizione), però come essere certi che i bambini siano stati davvero seguiti e accompagnati al risultato? I docenti, pochi, con scarsissime risorse dovranno inventarsi (sic!) sistemi da scrivere e firmare ove certificare i recuperi. Se però tali recuperi ci siano stati non è dato sapere con certezza. Perciò restare perplessi di fronte al decreto “promozione” non significa non aver capito la legge, come sostiene il ministro, ma esserci entrati dentro e essersi chiesto dove siano le condizioni perché non sia soltanto una pura formalità, oppure ci sia della sostanza. E’ giusto che nessuno resti indietro, ma non è corretto esimersi dalla responsabilità contrattuale, finanziaria, di tale civile obiettivo. E è vano riempirsi la bocca delle parole di Don Milani per cui la scuola non può essere un ospedale che cura i sani ma lascia indietro i malati. Si tratta di lavoro: va concertato, contrattualizzato, retribuito. Si tratta di tempi scolastici maggiori e non certo compressioni orarie, si tratta di maestri in più e non certo di maestro (pressoché) unico, si tratta di sostegno e non certo di eliminare i docenti per questo qualificati; si tratta di mediatori culturali per sanare lo svantaggio linguistico, si tratta di vera gratuità e sostegno alle famiglie meno abbienti. (Forse anche di smetterla con la propaganda delle mensa scolastica come momento educativo, se ciò significa non far portare il panino da casa, oppure far pagare la mensa appunto). Insomma si tratta di unire il dire con il fare. Sarebbe effettivamente inclusiva e educante, democratica, una scuola dove il numero dei docenti e degli alunni per classe, il tempo prolungato, più discipline, fossero ripensate come risorse, queste sì, atte a non far disperdere alunni, essere in grado di seguirli passo passo, e uno per uno.
Non bocciare, ma continuare a tagliare, significa soltanto lasciare chi sta indietro esattamente dove sta.


E se de facto è sufficiente la presenza a scuola degli allievi, i docenti si avviano a diventare certificatori di presenza? E però frenetici e nevrotici, dentro un meccanismo che, in modo soltanto finto ed estemporaneo, li costringe ad un lavoro massacrante, ove sopperire all’assenza di finanziamenti? Vogliamo una scuola così?

I giovani conoscono sempre meno vocaboli

parole 350 260di Daniela Mastracci - Il numero delle parole note diminuisce. Cosa vuole dire conoscere meno vocaboli? Cosa è a rischio se gli studenti italiani hanno un lessico più povero rispetto agli studenti di una o due generazioni fa? Stanno uscendo articoli dove si informa circa la diminuzione drammatica del numero di vocaboli noti ai giovani, agli studenti di oggi. Se ci facciamo caso, proviamo a domandarci perché sta accadendo questo fenomeno sociale così estesamente, e come può accadere fin dentro la scuola, specie se, come è oggi, scuola delle competenze, delle nuove tecnologie, del clil ("Content Language Integrated Learning” – apprendimento integrato di lingua e contenuto*), della didattica laboratoriale. Pensiamo cioè a quanto si guadagni o si perda con l'utilizzo di certe "novità" introdotte con le ultime riforme della scuola, inclusa ovviamente la legge 107/2015. La frequentazione massiccia del web, l'uso delle piattaforme di e-learning, i test on line predisposti, gli eserciziari a risposta chiusa (test strutturati e semistrutturati), la prassi di una ricerca usa e getta, basta che si trovi l'informazione che serve, nel momento in cui serve (sta là, in rete, tutto sommato a cosa serve che lo studente la sappia per suo conto?), l'insegnamento Clil in lingua straniera (che richiede un livello B2 agli insegnanti: meno di quanto sia richiesto agli studenti stessi in uscita dal percorso di scuola superiore), tutte queste pratiche in uso nella scuola, e dovute alle riforme che le hanno introdotte, stanno, di fatto, producendo un livellamento verso il basso dell'insegnamento, perché questo è pensato come veicolare rispetto al web medesimo (dove si trova già tutto, quindi tutto sommato l'insegnante a cosa serve più?), così come produce un minore numero di vocaboli imparati e utilizzati dagli studenti. La velocità del web è funzionale alla velocità con cui si intende giungere all'obiettivo di "sapere" in real time l'informazione, se riduce il numero di parole, se si riesce a individuare la "parola chiave" con cui operare la ricerca, e se l'informazione stessa viene data in maniera sintetica e più comprensibile possibile a qualunque tipo di utente: il web non nasce certo per far crescere le conoscenze di qualcuno, viceversa per "arrivare" a tutti, di qualunque livello culturale e perciò riduce complessità a poche scarne battute, con un numero di vocaboli limitato allo stretto necessario (stabilito da chi e perché e come, è tutto da vedersi, ma guai a porsi certe domande visto che dobbiamo andare veloci).

Si mortifica la conoscenza dei vocaboli

Gli stessi test preformati strutturati e semistrutturati danno già la risposta, basta individuarla tra le opzioni date. Anche qui si mortifica la conoscenza dei vocaboli perché non ce n'è più bisogno: basta crocettare, o riempire spazi ... Insomma non dobbiamo meravigliarci se gli studenti conoscono meno vocaboli: questo fenomeno è un risultato preciso di un modo voluto di fare scuola. Una scuola per competenze, pensata sul fare piuttosto che sul pensare, ragionare, discutere insieme, confrontarsi, con il tempo che occorre per parlare e comprendere e poi rispondere e così via, è una scuola che chiede meno lessico, così come meno lettura, meno confronto, meno scrittura creativa, dove cioè sia lo studente a produrre interamente un suo testo dovendo perciò immaginare, elaborare, cercare le parole, scrivere, argomentare .. (meglio ancora se poeticamente). Però una scuola che chiede meno lessico, abitua a usare poche parole "essenziali", riduce complessità in mappe, slides, percorsi multimediali e test vari, è ancora una scuola che educa, oltre che istruire? Che si preoccupa del sapere oltre che del fare? Che faccia diventare cittadini liberi e consapevoli piuttosto che operatori del web, in qualsiasi forma ciò sia poi declinato? La lingua, con la sua ricchezza lessicale non è una ridondanza di cui liberarsi è meglio, non è una zavorra che occorre buttare via per poi andare veloci e spediti verso il magnifico futuro. La lingua è depositaria di mondi, la lingua dice il mondo che abitiamo, lo dice e lo discute, lo descrive ma anche analizza, ne osserva le pieghe e le può evincere, può interagire con il mondo di cui è dicente, non supina, non subalterna, ma protagonista, critica, disvelante, e trasformatrice. Se la lingua viene costretta entro numeri di vocaboli sempre decrescenti essa, impoverita, sarà impotente, sarà piegata all'esistente, e l'esistente diventa con ciò perdurante: una lingua povera è espressione di un pensiero povero, che non coglie sfumature, che non si sofferma a individuare differenze, che al contrario appiattisce tutto, rende tutto uguale, priva di penetrazione, essa perpetua il presente. Propongo questa riflessione ricordando un passaggio focale di Orwell nel suo "1984". Una lingua impoverita può essere luogo di discussione di idee e concetti? può assolvere al compito, se ancora glielo riconosciamo, di critica del presente, di pensiero "divergente", non omologato, non puramente conformista?

Si perde la ricchezza comunicativa a tutto vantaggio di una lingua ridotta all'essenziale

C’è da dubitarne, se si pensa che l’abbandono della ricchezza comunicativa a tutto vantaggio di una lingua ridotta all'essenziale (qualunque cosa questo sia) può essere assimilato per molti versi all’adozione della Neolingua acutamente descritta da Orwell in 1984 come strumento esplicitamente votato al depauperamento del pensiero: “La Neolingua era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole”. “Tutte le ambiguità e sfumature di significato erano state completamente eliminate”. “Ogni riduzione [del vocabolario] rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciare spaziare il proprio pensiero”. Perché impoverire il linguaggio, come per necessità avviene quando si riduce, si semplifica, si uniforma, significa ridurre le possibilità di trasmettere pensiero, idee, concetti, sfumature, sottili distinzioni. Così come vuol dire appiattire mortalmente la ricchezza comunicativa di una buona lezione, che invece si fonda sul gioco delle sfumature, linguistiche ma sempre anche concettuali, dei sensi molteplici, degli esempi, delle interlocuzioni. E dal lato degli studenti, vuol dire appiattire l'apprendimento, limitare le conoscenze, e di conseguenza limitare le possibilità di pensare, ragionare, criticare, modificare. Wittgenstein diceva “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Non mi pare che siamo lontani da questa illuminante proposizione. Scuola è ampliare o limitare il nostro mondo? Ovvero comprenderlo oppure subirlo? Trasformarlo oppure perpetuarlo? Attenzione alla sempre verde categoria di “egemonia”: chi la detiene, per ottenere cosa, come? Ridurre complessità in che direzione opera? Apparentemente in quella della presa concettuale sul reale. Ma può nascondere l’inganno di una semplificazione cui invece il reale si sottrae, rimane nascosto e perciò inamovibile.

 

*Approccio basato sulla comprensione e la comunicazione passando per l’uso di strumenti multimediali. Si tratta di un approccio metodologico che prevede l’insegnamento di una disciplina non linguistica, in lingua straniera veicolare al fine di integrare l’apprendimento della lingua straniera e l’acquisizione di contenuti disciplinari, creando ambienti di apprendimento che dovrebbero favorire atteggiamenti plurilingue e sviluppare la consapevolezza multiculturale.

 
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Indispensabili a vivere

diritti 350 260di Daniela Mastracci - Di fascismo, di razzismo, di rimozione della storia si muore. Di Costituzione, di Diritti, di Legalità, di Riconoscimento si vive.
La Scuola Pubblica Costituzionale è il contributo più grande che la cittadinanza può dare alle nuove generazioni per la formazione di una "cittadinanza attiva" perché può insegnare e trasmettere i valori fondanti di un'Italia che abbia sempre a cuore la democrazia, la partecipazione attiva e consapevole, il rispetto dell'altro, la pluralità delle opinioni, e tutto quanto significhi libertà e diritti per tutti, indistintamente. Così come formare alla solidarietà, al rispetto dei beni comuni, all'accoglienza, all'incontro. Ma non basterebbe spalmare trasversalmente e astrattamente l'insegnamento della nostra Costituzione per essere certi che i suoi valori universali, sì proprio universali, siano compresi e fatti propri dai ragazzi delle scuole. Ma purtroppo, a oggi, dobbiamo riconoscere che parlare di Cittadinanza attiva e Costituzione nelle scuole italiane non riguarda più una materia a sè, qualcosa che abbia un voto distinto, uno spazio autonomo. Appunto, ciò che accade, se accade, è che questa deve essere fatta da qualche anno, invece, "trasversalmente" a tutte le materie.
Trasversalmente. Escamotage fantastico nel caso qualcuno ritenesse inutile farla. Allora chiediamoci, prendendo spunto dai social, come dai quotidiani, da certi politici, come da giornalisti o quotidianamente da chi pesta rabbioso sulla tastiera e sfoga una violenza crescente, abominio linguistico, rabbia contro chi sia "diverso", abbia opinioni diverse, creda in un altro Dio, vesta in altro modo, abbia il colore della pelle diverso dal nostro bianco (ambrato, in verità), ecco, prendendo spunto ad esempio da quanto accade contro la presidente della Camera, così come è accaduto a Roma con violenze gratuite contro minori, e tutto il resto che tanto abbiamo letto e purtroppo visto, chiediamoci: se non crediamo abbastanza nella Scuola, se non insegniamo la Costituzione e i suoi valori, formiamo cittadini consapevoli così? cittadini liberi e democratici? Formiamo cittadini informati? Edotti sulla struttura dello Stato del quale poi sono chiamati a 18 anni a decidere le sorti andando a votare? Consci, soprattutto, del disvalore terribile della recrudescenza fascista e razzista?
E, ulteriore domanda, li rendiamo consapevoli proprio di questo "andare a votare"? Gliene trasmettiamo il valore prezioso, l'essere frutto del sangue e del sacrificio di quelli che per loro e per permetterlo a tutti noi, sono morti ammazzati? magari proprio su quei monti, quelle valli, dove Calamandrei scriveva trovarsi appunto le fondamenta del nostro stato democratico e antifascista? Allora, caro Ministra Fedeli, cari parlamentari, cari tutti quelli che possono avere voce in capitolo in questo campo così come noi semplici cittadini, iniziamo a dire che di Costituzione, di Repubblica e di democrazia non se ne può parlare solo "trasversalmente e se capita" a scuola!

 

Iniziamo a farglieli amare davvero a scuola i valori fondanti della nostra Costituzione! Iniziamo a parlargli del "perché" mantenere e preservarli. Perché non siano parole vuote ma vita quotidiana anzi, metro di qualità della nostra vita quotidiana. Andiamo oltre le chiacchiere da tastiera. Andiamo oltre il Salvini di turno, che offende un parroco nella sua missione pastorale, oltre il giornalista (sich!) che augura un tumore come risoluzione di problemi politici, oltre ogni esaltato amante del fascismo, le cui esternazioni non sono più, semmai lo sono state, folclore, ma diventano una proposta accettata, fra le altre, e anche seguita.
Chiediamo percorsi formativi per i nostri ragazzi, chiediamo che vengano sostenuti e creati i modi per ricordare a scuola chi siamo e da dove veniamo come Repubblica e come Italia, antifascista prima di tutto.
Chiediamo che sia obbligatorio a scuola un percorso così e sosteniamo chi, con fatica sempre maggiore, si impegna a farlo anche se e quando non sarebbe possibile. Insomma chiediamo che certi valori entrino di diritto e dalla porta principale nelle nostre scuole e non "trasversalmente" e se capita.
Ai ragazzi nelle scuole Antonino Caponnetto diceva:
"Riappropriatevi del vostro passato: del vostro passato di fierezza, del vostro passato di cultura, del vostro passato di civiltà. E fatelo diventare avvenire... Credere in questi valori... I valori che non cambiano mai, i valori che finiranno col prevalere sui disvalori della illegalità, sui disvalori della mafia... sui disvalori della criminalità politica e affaristica...".
La deriva nazionalista, razzista, omofoba, fascista, sessista, criminale, illegale, si dissolve davanti a queste parole. Appaiono, allora, i volti di cui ho scritto prima. Quelli degli insegnanti che si impegnano, che fanno quel di più che li rende "partigiani dei valori" (come li chiamava sempre Caponnetto) in una scuola che forse, a oggi, neanche merita tutto questo loro impegno. Ecco, così possiamo arginare quella deriva, dare una spinta controcorrente e riportare la navigazione non più a vista, contingente, emergenziale (emergenze dietro cui s’annida proprio la deriva stessa), ma con il progetto costituzionale come timone, come orizzonte, come quell'idea regolatrice quale essa, Costituzione, è. E possiamo farlo tutti insieme lottando anche per questo modo di fare scuola. Lottando con gli insegnanti che piantano ogni giorno, silenziosamente, bandiere di democrazia, giustizia e onestà nei cuori dei nostri figli. Basta con tutto questo parlar male dei docenti, basta anche con tutto il livore sociale che si alza ovunque. Basta con il deprezzare la Scuola Pubblica. E' ora che i governi prendano coscienza che senza la Scuola, il passato muore e con esso i valori che fondano questa Repubblica. Siamo stanchi di odio. Siamo stanchi di pregiudizi. Siamo stanchi di tagli e di parole ambigue. I docenti non devono essere "stanati". Ai docenti occorre riconoscere il valore sociale e democratico che sono chiamati a mostrare e insegnare. Questo non è un costo per le casse dello stato. Questa è la più grande risorsa di uno Stato che creda ancora alla democrazia. Al contrario, l’ignoranza, se resta, è proprio il terreno dove più alligna una “pancia” che non riflette più.

L’8 settembre verrà depositata in Cassazione la Lip Scuola

LIP contro Buona Scuoladi Daniela Mastracci - La Lip Scuola, la Legge di iniziativa popolare sulla Scuola della Costituzione.
L’8 settembre, data simbolica, potremmo dire, della lotta antifascista, verrà depositata in Cassazione la Lip Scuola, ovvero la Legge di iniziativa popolare per la Scuola della Costituzione. Unoetre invita tutti i suoi lettori a leggere integralmente la Legge per farsi una propria idea e soprattutto perché è bellissima, ha un linguaggio chiaro, comprensibile, rispettoso delle differenze di genere e depurato da ogni approccio aziendalista. Si chiama Scuola della Costituzione perché parte esattamente da là, dalla nostra Carta Costituzionale, patrimonio di democrazia e partecipazione attiva e consapevole che fa da sfondo e da fondamenta a tutti noi Cittadini Italiani.
Principi: la Legge di Iniziativa Popolare ha come riferimento potente e portante la nostra Carta Costituzionale (artt 3, 9, 33 e 34): la scuola deve essere plurale, laica, inclusiva, finalizzata alla valorizzazione della persona ed alla rimozione degli ostacoli economici, sociali, culturali e di genere che limitano libertà e uguaglianza. Si fonda sulla libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione quale principio imprescindibile di garanzia dell’interesse generale. È democratica: garantisce la partecipazione al suo governo da parte di docenti, educatori, personale ausiliario, tecnico e amministrativo, genitori e studenti; rilancia ed amplia i poteri degli organi collegiali. È sempre tesa al miglioramento della scuola pubblica, tramite l’obbligo per gli insegnanti alla formazione e all’aggiornamento ed una costante e trasparente autovalutazione delle scuole a partire dall’ascolto degli alunni e dei loro genitori e con il contributo di figure professionali esterne.
Finalità: le legge prevede l’acquisizione consapevole dei saperi, nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, tramite alternanza di lezioni frontali, attività laboratoriali, lavoro individuale e cooperativo, con un’attenzione costante all’interazione interculturale.
Risorse: è necessario il 6% del Pil, perché il 6% è la media europea e nulla di più, mentre noi oggi siamo al penultimo posto per la spesa per l'istruzione; se ce la fanno Paesi ben più poveri del nostro, non si capisce perché noi destiniamo così poco al futuro dei nostri ragazzi (e quindi della nostra società).
Risorse, quindi, per: l’obbligatorietà dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia e l’estensione dell’obbligo scolastico a 18 anni. Classi di 22 alunni, il ripristino del modulo e del tempo pieno nella scuola primaria e prolungato nella secondaria di primo grado; perché per fare una buona scuola, sono necessari necessario tempo ed attenzione verso ogni ragazza/o. Dotazioni organiche aggiuntive stabili e adeguate per il sostegno, l’integrazione, la lotta alla dispersione e al disagio.
La legge, inoltre, pensa a una scuola che in nome della continuità didattica dei docenti e della qualità del sistema educativo affronta la questione del precariato, con l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti. Una scuola secondaria di secondo grado con un biennio unitario e un triennio di specializzazione che rimanda la scelta delle proprie attitudini a 16 anni (e non a 13 come accade oggi, disorientando le scelte) e che fino a quell’età offre a tutti i suoi cittadini l’opportunità di “assaggiare” tutti gli ingredienti necessari per una buona riuscita nella vita, che sa vedere oltre la necessità del mercato del lavoro, e antepone ad esso lo sviluppo delle capacità critiche di ogni individuo.
E ancora: un piano straordinario di edilizia scolastica che metta in sicurezza le scuole esistenti e progetti nuove scuole: sicure, salubri, accoglienti, belle ed ecologiche.

 
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Una Sinistra per cui l'Uomo vale di più del denaro, sempre e comunque

qualesinistra 350 260di Daniela Mastracci - Sono diventata adulta cercando di orientarmi nel panorama politico italiano, volendo con forza trovare il partito in cui potessi riconoscermi. Ho fatto un grande sforzo. Ma oggi, a posteriori, non mi sento proprio una sciocca ad averci messo tanto a capire chi potesse rappresentarmi. Perché noi che abbiamo iniziato a votare dall' 89 in avanti, abbiamo avuto davvero seri problemi di orientamento politico. Perché cadevano ideologie? Perché non c'era più né destra né sinistra? E poi il colpo finale di mani pulite? Ecco che tra un Pci che non esisteva più e la categoria di Socialismo che perdeva ogni credibilità e sembrava parola che diveniva impronunciabile, i miei guai non erano mica finiti, anzi!
Sì perché, pur nel disorientamento, cercavo la Sinistra: veramente cercavo quell'idea per cui l'Uomo vale di più del denaro, sempre e comunque. Per cui l'Uomo fosse il faro, punto di partenza e meta di un fare politico che lo emancipasse e lo liberasse da ogni sfruttamento. Per cui l'uguaglianza fosse l'obiettivo; la libertà coniugata alla pienezza dei diritti sociali. E tanto altro ma non è necessario elencare tutto.
C'era però almeno un faro che mi apparteneva e che ritrovavo, quello sì. E si chiama antifascismo. Dalla Resistenza in avanti io volevo seguire e stare dentro la storia dell'antifascismo. Certo il problema è che mi stavano fuorviando anche su questo, perché si cominciava a dire che il fascismo fosse cosa morta e sepolta, una volta per sempre. Me lo volevano far credere, a me come a tutti. Ma non ci credevo, ho resistito alla falsa coscienza che voleva occultarmi la vista e la ragione.
E poi, di segni, solo chi non vuole vederne non li vede. Oppure si deve pensare che siano entrati così prepotentemente nel quotidiano fare e pensare, da non rendercene nemmeno conto. Però è facile riconoscerlo: si tratta di vedere cosa metti prima nella scala dei valori: l'uomo oppure la nazionalità? L'uomo oppure l'etnia, la razza (qualunque cosa si pensi che sia), la lingua, i costumi, l'orientamento sessuale, la differenza (comunque declinata)? Basterebbe questo, penso, a riconoscere i segni. Provate a leggere aprendo questo link
http://espresso.repubblica.it/opinioni/editoriale-cerno/2017/08/17/news/memorandum-per-resistere-nell-italia-che-torna-nera-1.308136
E se i segni, questi segni, non si colgono appieno, anche proprio sul loro primo albeggiare, essi crescono e si rafforzano, ci innervano tutti, ci inducono all'esclusione, come minimo, al respingimento, in una parola a cercare di fare il deserto intorno a noi. Ma nel deserto si muore. Erigere muri in difesa di non so cosa, ci mette gli uni contro gli altri, in uno stato di guerra (esplicita oppure latente, sotterranea) permanente. Invece andare oltre certe discriminanti, oltre che giusto, è foriero di Pace.

Finora ho guardato a chi mi ha tolto la possibilità di votare qualcosa di votabile in ordine ai miei ideali. Ma c’è da chiedersi anche se chi dalla parte, diciamo di sinistra, non abbia responsabilità.
In fondo a sinistra, alcuni e non pochi, si sono fatta sfilare via la possibilità dell’egemonia. Perché hanno cominciato a chiamarsi centro-sinistra proprio quando questa formula nata nel 1963 aveva già mostrato tutti i limiti progettuali e realizzativi di una politica che sapesse rispondere ai bisogni e ai diritti di tutti membri della società? Allora io voglio riflettere bene sulla vicenda centro-sinistra, perché ci sono nodi che penso vadano sciolti.
Ma soprattutto vorrei porre una domanda: ha qualche senso riproporre oggi il centrosinistra? C’è un centro? Dov’è la sinistra quella che si batte per i diritti, l’avanzamento sociale, che organizza la mobilitazione sociale e la porta al successo? Si sono posti la questione di chi come me, e dopo di me, cercava di capire cosa e come votare? Hanno pensato ai giovani e ai più giovani che dopo si sarebbero avvicinati alle urne? Il panorama si è fatto sempre meno leggibile: se chi si dice di sinistra, fa cose di destra tutto appare sempre meno chiaro, tutto si confonde.
E intanto alla tv stravince Mediaset. E la Rai ci è va dietro. Le comunicazioni hanno ceduto al mainstream del mero distrarsi, obnubilando i cervelli, perché “tanto cosa cambia”, ormai?
Chi ha ceduto, non credeva più all’egemonia? Oppure ha cambiato parere? Quando oggi diciamo che la sinistra si è piegata al neoliberismo, cosa davvero diciamo? Certo non voglio estremizzare, né tagliare con l’accetta un panorama assai confuso, difficile da individuare, e non voglio essere approssimativa. Questo farebbe il gioco della confusione.
Però se adesso in rete c’è tanto fascismo, spregiudicato odio, grossolanità, parole buttate là a offendere, insultare, parole sessiste, di sufficienza, di rancore, di rivalsa, di razzismo, che si debba fare una grande riflessione mi sembra cosa fondamentale. E non farla solo contro chi esprime questi brutti sentimenti, ma farla su noi che quei sentimenti li disapproviamo, li vorremmo combattere.
Manca il necessario antagonismo a questo degrado politico e sociale. Intanto urge non rimuovere il problema: vedere i segni per poterli aggredire con la ragione critica, e appunto attivarsi razionalmente. Ma cercare i limiti anche in noi, cioè provare a domandarsi se siamo stati abbastanza attenti e se abbiamo pensato a chi veniva dopo di noi, le generazioni che sono nate e cresciute con la distrazione come un imperativo. Ecco, quello che vorrei sarebbe una discussione aperta.
Ma intanto, per cominciare, sarebbe necessario il ripensamento dell’intera esperienza di centro-sinistra in tutte le sue edizioni fino allo sfacelo che ha prodotto oggi. Abbiamo bisogno di chiarezza, più che mai. Non sarà il meno peggio a salvarci. Ciò che percepisco è ancora tanto posizionarsi, tanto cercare di spostare voti dando ragione alla pancia del Paese, come anche cercare voti tentennando su cosa davvero è fondamentale oggi. Io vorrei che si discutesse di questo. E se faccio un salto dagli anni ’90 ad oggi, mi sento di ricollegarmi all’esperienza del Brancaccio perché ci ho trovato chiarezza, di sicuro un grande coraggio nell’individuare anche nella pseudo sinistra un avversario da battere: perché se la sinistra fa cose di destra, non si differenzia affatto da quest’ultima. È quella confusione che in me ha generato tanto disorientamento agli inizi degli anni ’90. E, sarebbe altrettanto disorientante, non solo per me che ancora vado cercando la sinistra unita, ma soprattutto per i più giovani che si affacciano e non si raccapezzano, certo non per loro colpa. Perché qui, ad esempio, si aprirebbe il capitolo Scuola. E ce ne sarebbe di che parlare!
La proposta di ipotizzare un rinnovato centrosinistra divide anche perché ripropone cose vecchie. Invece il “18 giugno”, il movimento di Anna Falcone e Tomaso Montanari “Per la democrazia e l’uguaglianza” può unire in una prospettiva di futuro, perché in esso finalmente la Costituzione antifascista viene assunta come un progetto unitario per costruire una nuova società qui e forse altrove.

 
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Aiutare il prossimo è un atteggiamento antieconomico e quindi antisociale?

mensasociale h260di Daniela Mastracci - Ho scritto un post sulla Sinistra che dice No al Codice Minniti, e un'amica di facebook mi chiede cosa ci guadagnerebbe la Sinistra che dice No al codice Minniti a dire, appunto, No.

A me ha stupito la domanda. E guarda caso oggi esce un post di Curzio Maltese che ripropone la stessa questione dicendo così “Si parte dal presupposto che voler aiutare il prossimo sia un atteggiamento antieconomico, quindi antisociale, immorale, oltre che presuntuoso. Perché questa gente, invece di trascorrere il tempo libero negli outlet o a immergersi nei rancori di Internet o a cercar soldi, si dedica invece a soccorrere dei disgraziati? Cui prodest?” Ovvero comportarsi bene, soccorrere, salvare, senza tornaconto è immorale, perché antieconomico, antisociale.
Certo antisociale rispetto a quale società? La nostra? Esiste una nostra società? Oppure essa, qualunque cosa sia, è un prodotto storico intessuto di relazioni fra popoli diversi?
Certo antieconomico, ma cioè? Occorre spesa sociale insostenibile? Ebbene allora mi si dica perché si accetta la enorme spesa sociale militare; oppure mi si spieghi perché si ritiene pro-economico salvare banche; oppure ancora detassare i ricchi con la flat tax, e via di questo passo
E, per finire, sarebbe morale o immorale perché discende da sociale e economico? Sul morale connesso a sociale ci sto: ma allargo l'orizzonte, e soprattutto non presuppongo alcuna fissità identitaria, e rifiuto ogni rimozione ideologica per cui io sarei "noi" e l'Altro da me sarebbe "loro": una volta per sempre sarebbe bene interiorizzare la relazione. E se lo dice un credente come Buber può andare bene? "Il principio dialogico" argomenta la reciprocità dell'Io - Tu: non c'è alcun Io senza il Tu, e viceversa. Non serve scomodare filosofi come Hegel, o tanti altri. Il “noi” di contro a “loro” ci fa irrigidire e sclerotizzare dentro scatole categoriali fittizie, astratte, al punto di scivolare nel razzismo, nella xenofobia, nel fascismo. Anche chi non lo fosse, cadrebbe nella trappola di un lessico che chiude, che separa, che divide. Pensiamoci bene alle parole: esse dicono chi siamo; cosi come gli atti dicono chi siamo. Non è pensabile assieme chi dica sì ai diritti, e però metta avanti una cosa, che non si capisce cosa sia, come l'identità nazionale, il sovranismo, la sicurezza che diventa securitaria. Delle due l'una: o si sostiene il diritto, oppure si è sostenitori del privilegio, ossia i diritti, solo per alcuni ma non per tutti, discriminano e perciò sono, nei fatti, sentiti e vissuti come privilegi, escludenti coloro ai quali si dice un no in piena faccia, che suona come un giudizio inappellabile. Si chiamano diritti universali non per niente.

Rifiuto proprio questa logica venale, economicista

Non ci riusciamo più perché siamo schiacciati da affanni, disagio socioeconomico, esistenziale, paura dell'altro? Ma è proprio qui che dobbiamo pensare, fermarci e riflettere se giovi a qualcuno questa nostra paura, questo malessere, questa povertà e precarietà. Perché se donne e uomini e bambini fuggono dalle loro terre non lo fanno per piacere, svago, tanto meno per occuparci e minacciare la nostra libertà. Nemmeno chi si fa esplodere vuole questo. Ne sono convinta. Vedo disperazione. Vedo rabbia. Vedo forse vendetta. Ma soprattutto vedo un vero esproprio di umanità: rivolto a "noi", come a coloro che vengono da noi. Siamo soggetti a questo esproprio di sentimenti e di ragione che cerchi relazioni, incontro, solidarietà. No, restiamo secchi e aridi come senza linfa, senza aria, senza vitalità. Solo fasci di nervi con dentro inoculata la ferocia dell'odio. Non è che la Sinistra che dice No al codice Minniti abbia da averci un tornaconto solo essa: il tornaconto sarebbe per tutti e si chiama umanità, si chiama riconoscimento, si chiama Pace. E non gli uni contro gli altri, azzannarci come quelle formiche che si dividono in due, e lottano l'una parte contro l'altra, quando le risorse scarseggiano. Cerchiamo di domandarci perché scarseggiano, dove stanno confinate, chi le protegge innescando proprio quel conflitto nel quale cadiamo.
Sul punto, poi, se morale abbia a che fare con economico, mi pare oltremodo rischioso operare questo passaggio: si monetizza l'esistenza umana? Mi si dirà: già fatto, perciò l'economico è morale, perché l'essere umano costa, oggetto quantificabile, acquistabile, vendibile, così come espungibile se i "conti non tornano". Qua morale si confonde con parsimonia, con risparmio, con austerità, anche se però solo dal lato dei deboli, perché tanto non possono opporsi, data proprio la debolezza, che li rende crudelmente ricattabili.

Ecco, allora la rifiuto proprio questa logica venale, economicista, da homo oeconomicus quale ci hanno fatto diventare. E lo so che è proprio la logica che ci governa tutti: forse è il caso di pensarci bene e di uscirne. Perché la Terra è rotonda, prima o poi tocca a tutti scappare se l'andazzo è quello della estrazione indiscriminata di valore. Allora almeno per autoconservazione forse è il caso di dire basta. Perché ha ragione Ivano Alteri quando scrive “..davvero pensano sia possibile alzare un muro intorno all'intero Occidente e tenere fuori cinque-sei miliardi di persone in cerca di vita? Davvero ritengono di essere, loro, quelli che praticano un sano realismo politico? Ma sono proprio sicuri? A noi, piuttosto, pare che i soli che ragionino con realismo politico siano esattamente coloro che s'interrogano sulle ragioni profonde del fenomeno, sulle responsabilità e sui responsabili di quella disperazione; perché solo da loro potrà arrivare una qualche soluzione a quel problema…”

 
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No ingiustizie, dando battaglia per tutta un’altra scuola

laureadi Daniela Mastracci - «Per insegnare occorre la laurea, abbiamo specializzazioni e master, al concorso ci chiedono competenze di informatica e di inglese. Eppure valiamo di meno in busta paga dei colleghi che insegnano alle medie, alle superiori e in università: non è giusto».
«Vogliamo rivendicare il principio secondo cui è inaccettabile l'ingiusta distribuzione economica e di ore di servizio. Non è possibile che chi più lavora (docenti dell'infanzia e della primaria) percepisce meno rispetto ai colleghi dei gradi d'istruzione superiore», si legge nella prima petizione. «Nell'epoca in cui per accedere all'insegnamento di qualsiasi ordine e grado d'istruzione è prevista la laurea, in cui tutti i docenti sono laureati o addirittura in possesso di titoli post laurea non è pensabile né tollerabile questa diversità di trattamento, legata a vecchi schemi».

Divide et impera

Questi che precedono sono estratti da un articolo apparso ieri su Repubblica intitolato “Scuola, la rivolta dei docenti: "Stipendi uguali per tutti e in linea con quelli europei"
In verità dal display del mio telefono il titolo compariva fino a “stipendi”, il resto non si leggeva. Entusiasta di leggere di Scuola su Repubblica (solo perché testata nazionale, però) sono corsa ad aprire il link. La sorpresa è stata brutta: guerra fra poveri! La petizione dei maestri di infanzia e primaria contro le differenze di stipendio rispetto ai colleghi di medie e superiori. Addirittura si estende a università (ambiziosissimo obiettivo, direi). È una petizione che incide nel dibattito attuale sulla Scuola, l’educazione, l’istruzione, il delicato tema dell’alternanza scuola-lavoro e tanto altro? Mi pare di no. È un tipico esempio di protesta identitaria, di rivendicazione di tipo sindacale, di attenzione (sacrosanta) allo stipendio. Ma ciò che essa non tratta è la visione d’insieme cui invece ritengo debba mettersi anche tale rivendicazione. In proteste come questa, rilevo il carattere particolare che, anziché potenziare una battaglia per la scuola pubblica, tende a dividerne le componenti, e perciò ad indebolire quella che dovrebbe essere una riflessione e una resistenza di ampio e generale respiro Se infondiamo energie in questioni legate a parti del corpo docente, così come se le riserviamo al personale Ata piuttosto che agli insegnanti, e viceversa, non facciamo che il gioco dei poteri forti che sono dietro tutto quanto riguarda la scuola oggi: particolari e non universali, non tendiamo a capire il sistema nella sua complessità e vastità, non ci diffondiamo a comprenderne la logica, il vero fine che, lungi dal riguardare i singoli “pezzi” dell’istruzione pubblica, abbraccia l’intero. Ritengo assai più utile lo sforzo di una riflessione che vada al di là delle categorie docenti e Ata, ma anche al di là delle apparenti differenze fra livelli di docenza, quali si leggono sui nostri cedolini.

No alla guerra fra poveri dentro la scuola

Si nota sicuramente il tono aspro di chi, nelle righe citate, implicitamente se la prende con i docenti delle scuole superiori: sembra che siamo noi insegnanti le cause delle frustrazioni di noi stessi. Così si sposta l’attenzione e facciamo anche apparire lati psicologici che, alla gente che leggesse, non farebbe altro che pensare “ecco sono i soliti, si lamentano e però lavorano 4 ore al giorno”, con contratti e tutte le garanzie che, invece, tanta parte di italiani non ha più, per cui ci dileggiano, inviperiti ci criticano facendosi anche beffe di noi: saremmo insaziabili, parassiti che tolgono soldi pubblici ad altri, a via di questo passo. Oltre che naturalmente meschini, perché così litigiosi tra di noi, affogati in piccinerie da invidiosi e lamentosi. Così ci rendiamo invisi, dobbiamo capirlo.
Al contrario, spuntiamo le frecce avvelenate che riserviamo a noi stessi e affiliamo la critica verso il reale nemico della scuola pubblica e di ciò che essa dovrebbe significare per i bambini, gli adolescenti, che ogni giorno gli stessi nostri concittadini ci affidano. Domandiamoci “che cos’è” scuola, sì, proprio la domanda socratica. Cerchiamone insieme la quidditas, perché con una buona definizione saremmo armati concettualmente contro chi la scuola la sta trasformando in un mercato cui attingere mano d’opera, per di più gratuita, la sta svilendo a mercato essa stessa, dovendo ogni istituto fare a gara con gli altri per accaparrarsi studenti-clienti, la sta offendendo, negandole proprio ciò che renderebbe tutti noi più consapevoli rispetto ai fini altri che si sono proiettati sulla scuola pubblica in toto. Forse crediamo che noi siamo nemici a noi stessi, ma, al contrario, dovremmo mettere insieme le energie, attuare quel pensiero critico che noi ancora sappiamo che esiste, e che può essere efficace laddove si spegne ogni critica, laddove vince il mantra, il mainstream, il pensiero unico. Se siamo insegnanti, intanto dovremmo essere in grado di vederne i limiti, nonché la pericolosità. Una delle tante domande che affiora adesso alla mia mente è: oggi noi siamo ancora il prodotto di una scuola delle conoscenze, del pensiero critico, della cultura, dell’amore del sapere, della disciplina dello studio, della rigorosità della concentrazione, ad altro ancora.

La scuola-azienda non ci serve

Domani, con la scuola che oggi sdogana ogni forma di attivismo, assegna il primato alle competenze, svilisce la nostra professione docente qualificandoci a facilitatori, consegna adolescenti nelle grinfie di aziende e di spregiudicati d’ogni sorta, ecco, domani come saranno gli insegnanti? Formati in questa scuola-azienda, avranno ancora il nostro fuoco? Avvertiranno le ingiustizie? Sapranno lavorare per comparazione, cosi come le righe citate fanno tra il sistema scolastico italiano e quello europeo? Per arrivare a quella comparazione gli insegnanti hanno usato la ragione critica, hanno compiuto lo sforzo di una indagine, ma intanto hanno avvertito un disagio, un fastidio, anche. Mi basta questo per sostenere che hanno avvertito ingiustizia. Ebbene io vorrei che anche domani gli insegnanti sappiano avvertire ingiustizia e studiare per sanarla. Ma con la scuola odierna fatta di tempo fluido, di attivismo, di cambiamenti repentini tra una attività ed un’altra, con la scusa propalata di formare alla complessità e velocità dei mutamenti, essa in verità non si dà più il democratico e civile compito di educare al ragionamento, di disciplinare la concentrazione, di educare cittadini e non solo lavoratori, addestrati ma inconsapevoli. Lasciamo ai sindacati il compito di sostenere battaglie giuste per i nostri stipendi, per l’orario di lavoro, per gli impegni fuori contratto che sosteniamo ogni pomeriggio. Lasciamo ai sindacati la battaglia perché ai lavoratori della scuola si dia finalmente un nuovo contratto, scaduto orami da anni. Ma noi docenti mobilitiamoci per comprendere, resistere, e dare battaglia per tutta un’altra scuola, contro la legge 107, contro tutto intero il percorso che a quella ha condotto.

Il link all'articolo di repubblica.it

http://www.repubblica.it/scuola/2017/08/17/news/scuoloa_la_rivolta_dei_maestri_vogliamo_stipendi_come_i_professori_di_liceo_e_gli_universitari_-173213106/

 
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