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Daniela Mastracci

Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.
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'Offerta formativa'. Ma cos'è?

offerta formativa 350 260 mindi Daniela Mastracci - La espressione "offerta formativa" è illuminante per comprendere il contesto entro il quale la legge 107/2015 abbia contribuito, sembra definitivamente, a immettere la scuola pubblica italiana nel Mercato, con le sue regole, la sua produzione, le sue merci, i suoi consumi, la sua valorizzazione, ovvero l'estrazione di valore cioè denaro.

La 107 è la punta dell'iceberg. Non è la sola legge responsabile di tale modificazione della scuola in un'azienda, produttrice e consumatrice di quanto nel mercato entri, si produca, si acquisti. Essa, la scuola, è una merce nella misura in cui viene scelta in virtù della sua "offerta formativa": le scuole dei territori, le scuole "autonome", dalla legge di Luigi Berlinguer a seguire, si immettono nel mercato dell'istruzione, cercando spazi, studenti-clienti, famiglie cui offrire il loro prodotto, in cambio di iscrizioni e contributo volontario (nella secondaria superiore già da qualche anno).

Cosa si nasconde dunque dietro l'espressione "offerta formativa"? Un insieme di progetti, attività, piani di lavoro, che sia abbastanza accattivante da competere con simili insiemi contenuti nei Ptof degli altri istituti scolastici.
Un'offerta che diventa vetrina della scuola: famiglie che guardano, leggono, provano a distinguere un'offerta da un'altra, e poi scelgono. Alcune famiglie già usano dire che una scuola "costa" un tot, meno o più di un'altra scuola. Evidente che la scelta vada sulla scuola che "costa" meno, se a scegliere è una famiglia in ristrettezze economiche, dato invece irrilevante per famiglie benestanti. Rilievo sul quale rifletteremo ancora.
Tornando al mercato, ci chiediamo come si possa invertire la rotta e ricacciare indietro tale impianto mercificante.

Il mercato arriva e assorbe, identificando a sé il diverso (ciò che prima era diverso)
Lo rende uguale a sé. Annulla la differenza. Toglie dialettica e con ciò egemonizza. Allora la risposta non può che stare dentro ciò che si tenta di assorbire.
Occorre una piena presa di coscienza di ciò/in ciò che viene assorbito. Qui si tenta di assorbire la scuola pubblica, i docenti, gli Ata, gli studenti, le famiglie. Occorre in queste categorie, che fanno la scuola Pubblica, una presa di coscienza che si faccia lotta per ri-affermarsi come diverso. Diverso dal vorace mercato.
Parliamo qui intanto degli insegnanti. Ci riserviamo di analizzare anche a partire dalle altre categorie sopra citate.
Chi, tra gli insegnanti, ancora dice che ci vuole ad esempio il latino e la grammatica, o gli esercizi e i problemi di matematica, la traduzione, le regole, chi ancora dice che ci vuole la conoscenza, e che oggi mette voti alti a studenti preparati, ma ha ancora il coraggio di mettere 4, 3... costui/costei sta resistendo. Il problema è che sta resistendo in modo inconsapevole, avendo ancora però nella testa ciò che era, prima dell'egemonia del mercato: era insegnante, e insegnante vuol dire insegnare, e si insegna conoscenza (non competenza) e se mettono valutazioni che vanno dal 10 al 4, 3... è perché crede di essere ancora un insegnante e che gli studenti siano ancora studenti, cioè studino, cioè comprendano le lezioni, e poi riescano ad interiorizzarle e farle proprie. Così facendo gli insegnanti resistono perché tengono il punto, tengono duro.

Occorre riuscire a governare questo tenere duro, fortificarlo, renderlo dialettico, antagonista. Occorre far crescere quelle energie, portarle bene alla luce e farle ergere come polo dialettico, che sia argine all'assorbimento del mercato, che, anche se adesso solo in potenza, possa poi rovesciare il rapporto di forza, prendendo esso la forma della potenza che esonda, che sa assorbire, quanto meno la potenza del ricacciante indietro la marea montante del Mercato, e ributtarlo fuori dalla scuola. Questo movimento sarebbe foriero del riprendere l'identità dell'insegnante, della scuola, e, con una identità chiara, tornare a giocare il ruolo dell'Altro, riaprire la partita, riaprire la dialettica. Ciò darebbe Pluralità di centri di forze, di pensiero, di potere. Questo riscatterebbe dalla subordinazione, dal ruolo gregario e fiancheggiatore, anzi del tutto funzionale che la scuola ha oggi nei confronti del mercato stesso.

Si tratta di una lotta dall'interno, foriera di affermazione di un ruolo altro. Le definizioni, le differenze, e con ciò la pluralità dei punti di vista sul mondo, sui modi di stare al mondo, non può non passare per l'identità, ma al contempo, nel movimento del differenziarsi.
La scuola potrebbe tornare ad avere il ruolo Costituzionale di istituzione dedicata alla educazione, all'istruzione pubblica, gratuita, universale, libera, emancipante. Tornerebbe a svolgere il ruolo costituzionale di ascensore sociale: di scuola preparatoria che formi cittadini attivi e consapevoli, che metta tutti nella condizione culturale di divenire "persona capace di pensare, di studiare, di dirigere, o di controllare chi dirige" per dirla come Gramsci nei Quaderni dal carcere (dal Quaderno 4, paragrafo 55 "Il principio educativo nella scuola elementare e media"). Perché emancipare, eliminando gli ostacoli alla piena e libera cittadinanza, articolo 3 della Costituzione, ci pare risuonare delle parole di un intellettuale che prima della scrittura della Carta del '48, aveva già fornito l'orizzonte entro il quale pensare e realizzare, appunto, la scuola pubblica italiana.

 
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Il registro elettronico non è neutro. Quali implicazioni?

registro elettronicodi Daniela Mastracci - Si fa di tutto per non far fare lezione; il rapporto docente-discente è ridotto a brandelli di tempo strappati, essi, alle innumerevoli attività collaterali. Il registro elettronico tiene il conto di quante ore effettive di lezione si siano svolte a fine anno, in ciascuna disciplina. E’ un’arma a doppio taglio: da un lato il conteggio può essere utilizzato come argomento per dimostrare la inefficacia dell’insegnamento, partendo dal presupposto che più ore di lezione sono condizione di maggiore preparazione degli allievi, e minor numero, al contrario, sarebbero causa di minore preparazione. Così come ovviamente maggiore o minore rapporto umano, relazione personalizzata, attenzione alle individualità diverse presenti nella classe. Ovvero si può argomentare a vantaggio dell’ipotesi di aumentare il numero delle ore di lezione, andando cioè in direzione inversa a quanto si va invece facendo da ormai venti anni.

Ma da un punto di vista esterno, e meramente quantificatore, si può utilizzare l’argomento rovesciandolo: minore preparazione perché è minore il tempo in classe? Questo rapporto causa-effetto potrebbe essere interpretato come il segno di scarsa produttività degli insegnanti, di inefficacia, inefficienza, scarso utilizzo della didattica digitale, che è capace di razionalizzare il tempo, laddove la persona umana con i suoi umani limiti non riesce a fare. La rendicontazione del registro elettronico potrebbe rivelarsi come la giustificazione per un’ennesima accusa di ritardo nella innovazione, incapacità del corpo docente, incompetenza, e così via. Questo porterebbe ad accrescere l’imposizione di corsi di aggiornamento sulla didattica digitale. Quest’ultima dequalifica ancora di più il docente e impoverisce i già esigui contenuti. Tale impoverimento è poi alibi per mortificare economicamente. E’ alibi per sostenere la “chiamata diretta”, ovvero l’assunzione diretta da parte del dirigente scolastico a seconda delle esigenze più particolari di ciascuna scuola, come si dice, con tanto di elogio funebre delle graduatorie di merito e del punteggio relativo. Sarebbe alibi per smantellare il contratto a tempo indeterminato. Quindi anche a scuola introduzione conseguente del jobs act. E il presupposto, o punto di vista, di questa interpretazione non è altro se non l’adagio “il tempo è denaro”, dunque va messo a valore e profitto. Questo adagio si accompagna a “il mondo sta cambiando velocemente”, “la realtà è complessa”, “non si può mica pensare di avere a disposizione lo spazio e il tempo come un tempo, come prima (?)”. “Tutto scorre”, verrebbe da aggiungere, così da ammantare di cultura a 360° gli slogan di questa politica finanziaria (ci permettiamo di coniare una nuova categoria)

La realtà molteplice, gli stimoli già ampliati a da ampliare ancor di più (con la scusa di potenziare le capacità intrinseche di ciascuno) impongono restrizione del tempo destinato alle singole attività (specie quelle dedicate alla conoscenza, di per sé ritenuta obsoleta e “pesante”), perciò a ciascuno spetta il compito/dovere di velocizzare, e ciò è fattibile se alleggeriamo contenuti, se usiamo tecnologie che ci vengono in aiuto proprio su questo fronte.

Cerchiamo di dimostrare che la rendicontazione delle attività dei docenti, così pedissequamente registrata dal registro elettronico, potrebbe rivelarsi l’ennesimo sistema per sminuire il lavoro dei docenti, laddove essi non riescano ad efficentare la didattica, a razionalizzare e ottimizzare i tempi, ristretti, a disposizione, ad essere cioè al passo con i tempi, che devono essere spesi per attività molteplici, funzionali alla ben riuscita della didattica stessa rispetto al mondo veloce contemporaneo. I docenti riescono a lavorare bene con minor numero di minuti a disposizione? Se dalla rendicontazione, incrociata con i programmi stilati a fine anno scolastico, si dovesse evincere che tale efficacia didattica non ci sia stata, quale soluzione? Non si interviene allargando i tempi delle lezioni, anzi, questi si vanno ridimensionando sempre di più. Si deve intervenire, così suona il martellamento riformistico, ottimizzando i minuti, utilizzando le piattaforme informatiche e tutte le applicazioni didattiche che, ad esempio Google, ci mette a disposizione. Ovvero il presunto insuccesso dei docenti sarebbe risolto con un intervento massiccio di aggiornamenti digitali. Nonché accompagnato da una ulteriore demagogica campagna denigratoria da parte di una società ormai abituata a ritenere i docenti un peso sociale inutile. Ma se proviamo ad immaginare le conseguenze nel lungo periodo di tali scenari, non pensiamo che la didattica digitale potrà un giorno definitivamente mandare in pensione la docenza? La sua funzione, così tanta legata alla tecnologia, non potrebbe essere del tutto sostituita da impiegati, che garantiscano giusto il funzionamento dei computer e delle piattaforme? Questi poi sarebbero nelle mani delle multinazionali, perché così sono adesso, e non si vede all’orizzonte alcuna alternativa, o almeno analisi critica del fenomeno della monopolizzazione della “conoscenza” da parte di colossi poi non più controllabili, né tanto meno governabili.

Da ultimo ci viene da aggiungere che i docenti immettendo nel registro elettronico tutto quanto essi facciano durante le loro lezioni, sono già controllabili: essi sono visibili rispetto a chi gestisca il registro elettronico, ma i docenti non altrettanto possono vedere chi vede loro. È il moderno Panopticon: anticamera di un controllo a distanza che non ci pare affatto fantascienza.

Il registro elettronico non è neutro. Ci interessa analizzarne le implicazioni?

 
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Uno strano mondo la Scuola!

Caltanissetta 42inaula mindi Daniela Mastracci - Uno strano mondo la Scuola!

Hanno tagliato le ore di scuole, hanno tagliato il numero di insegnanti, hanno tagliato il numero di scuole, hanno dato e poi tolto il tempo prolungato e il tempo pieno, hanno dato e poi tolto più maestri e maestre alla scuola elementare, hanno messo in ogni classe un numero spropositato di alunni, le hanno fatte diventare classi pollaio, hanno detto che si potevano tagliare le ore di 10 minuti: si chiama sempre ora, ma dura 50 minuti, calcolando per almeno tre ore al giorno accorciate, abbiamo 30 minuti di lezione in meno ogni giorno dell'anno scolastico: 200 giorni di scuola fa 112 ore di lezione in meno. E anno dopo anno? E le lezioni perse dietro a convegni, lectio magistralis, prove di esodo, assemblee varie, giornate dedicate a educazioni varie ed eventuali, giornate della memoria, presentazioni di libri? Oggi poi tutte le ore per l'alternanza scuola lavoro?

Si dice che "non deve lasciare indietro nessuno"

Insomma insegnanti, genitori, studenti, chiediamoci quante ore effettive di lezione si fanno ogni giorno, ogni anno scolastico? Si dice che si faccia tutto il possibile per recuperare le carenze: come? Con quali finanziamenti? In quali ore?

Si dice che "non deve lasciare indietro nessuno" ma lascia tutti indietro, di un "indietro" ben studiato, compreso appieno come l'esatto contrario della emancipazione.
Si dicono cose in apparenza belle e condivisibili, si ammanta di democratico afflato egualitario. Ma sono solo parole, perché i fatti dicono il contrario.
La scuola forse non lascia indietro nessuno perché lascia tutti esattamente dove li ha trovati.

Pochissimi saranno coinvolti nei corsi di recupero: 10 ore di matematica intensive, mediamente, per recuperare un anno di scuola? No, impossibile. Si dovrà indicare i saperi minimi, le competenze di base, una piccola porzione di programma perché sia compatibile con il numero di ore disponibili, ovvero con i fondi disponibili, che sono irrisori, come lo sarà il corso di recupero, a meno che gli insegnanti, votati alla missione, cercheranno di operare ciò che forse i governi si aspettano: dei veri e propri miracoli. D’altro canto che ne è delle materie che non fanno prestigiosamente parte dell'indirizzo specifico della scuola? Quelle non hanno accesso ad alcun corso di recupero, perché quel poco di finanziamento erogato, deve essere destinato alle materie di indirizzo, nelle modalità dette sopra.
Oppure i consigli di classe decidono la modalità del recupero in itinere, che altro non è, però, se non una verifica in più, qualche tempo dopo quella andata male. Oppure ancora si opta per lo studio individuale, che non è altro se non la volontà, forse ritrovata, dell'alunno di mettersi a studiare per suo conto. Altra scelta disponibile è la “pausa didattica”: questa modalità risolve tutti i problemi perché elimina il problema fondamentale dei soldi che non ci sono. La pausa didattica si fa in orario curriculare, ovvero di mattina al posto, sottolineo al posto, dell’orario e del programma didattico "normale", e si fa mettendo in stand by le materie per le quali non occorre recupero e le cui ore verranno dirottate su quelle da recuperare. Risultato? Non si fa lezione per una o due settimane, se non per le discipline con maggiori carenze: le scuole fermano l'attività didattica (si chiama pausa appunto), si rimodula l'orario, le classi si scompongono (i bravi restano con i bravi, a fare un qualche non meglio specificato potenziamento), i meno bravi si uniscono e fanno quel po' di recupero, ma non faranno le altre materie. Se ci guadagnano da un lato, ci perdono inesorabilmente dall'altro. Tutto però senza oneri per lo Stato perché il Miur non deve pagare ore aggiuntive a nessuno. Così si è lavato la coscienza: dice che non deve restare indietro nessuno, e non spende euro di più, ha così trovato la soluzione ideale. Con quale risultato? meno giorni di scuola, meno didattica curriculare, meno materie da studiare, qualche ora sottratta alle materie non da recuperare, che non importa se non si faranno, e il gioco è fatto, opportunamente nascosto dietro la apparente buona causa della “pausa didattica”.

I recuperi fantasmi di una "scuola tagliata" con la "classi pollaio"

L’ultima chance per gli studenti con giudizio sospeso sarà il recupero estivo? Quante ore effettivamente? Le famiglie sono obbligate? La famiglia dell'alunno può decidere di non avvalersi dei corsi di recupero, bensì di risolvere autonomamente (lezioni private -?-)
Il corso di recupero consisterà di poche ore e vi confluiranno alunni che provengono da classi diverse, con percorsi diversi, ed esigenze diverse. Inoltre sarà svolto in fretta, tra gli esami di stato e la metà circa di luglio, quando si sarà già concluso anche l'esame per il recupero e gli scrutini finali.
Tutto finito già a metà luglio perché la legge obbliga così: solo in casi eccezionali, motivati, straordinari, sarà possibile dare più tempo e fare gli esami del recupero all'inizio del settembre successivo: perché in tali date occorrerebbe riconvocare gli insegnanti supplenti, cui è scaduto il contratto a tempo determinato (ad esempio gli insegnanti il cui contratto scade il 31 di agosto). La riconvocazione determinerebbe una spesa aggiuntiva che le scuole non potrebbero giustificare se non, appunto, con straordinarie necessità. Quindi la legge dice che bisogna recuperare le carenze, ma destina fondi ridicoli, non consente tempi di recupero umanamente accettabili e congrui allo scopo, perché non si può spendere di più. La spesa è inferiore in termini assoluti, rispetto a quanto essa dovrebbe consentire per un recupero reale e non solo formale: certifichiamo recuperi sulla modulistica ma la realtà sostanziale soffre comunque gravi carenze. Oppure dobbiamo fermare studenti perché non si è dato loro un margine maggiore entro cui “riallinearsi” ai saperi minimi richiesti. Cosa sostenere di fronte alle famiglie che credono nel recupero, ma che si dovessero sentir dire che il proprio figlio non ce l’ha fatta? Le famiglie dovrebbero sapere che la spesa sociale diretta alla scuola pubblica è insufficiente. Seppure i docenti si spendano faticosamente e senza giusta retribuzione, non possono comunque colmare lacune strutturali dovute a mancanza di fondi, e dovute al numero di studenti che di giorno in giorno ciascun insegnante deve seguire. E’ possibile seguire e non lasciare indietro nessuno quando si devono interrogare 30 alunni? Leggere e correggere 30 elaborati per classe? Le famiglie dovrebbero conoscere l’entità del lavoro reale degli insegnanti e comprendere che senza invertire le scelte prese fino ad ora, non è pensabile che le lezioni siano davvero produttive, né che i recuperi siano compatibili con le necessità. La proposta che andrebbe fatta è: maggior numero di docenti, minor numero di studenti per classe, ovviamente questo implicherebbe finanziamenti maggiori di quel che invece gli ultimi governi sono disposti a fare.
Conclusione? La scuola tagliata, la scuola con le classi pollaio, la scuola con pochissime ore di didattica vera, la scuola con pochissimi fondi, dei recuperi fantasma, pause didattiche che tagliano ulteriormente su materie non di indirizzo (tra le tante, la storia, la geografia, la filosofia, l'arte, la stessa lingua italiana). Tutto questo nella sostanza è scuola che non lascia indietro nessuno? Oppure è scuola che lascia indietro tutti, chi più chi meno?

Ieri a Ferentino. Arroganza e codardia

polizia schierata mindi Daniela Mastracci - Ieri a Ferentino
L'evento del mese! L'evento politico cui questa provincia è avvezza: la politica passa e va!
La politica cieca e sorda che vive di sé stessa, che guarda il popolo dall'alto in basso, e letteralmente, se pensiamo ai finestrini del treno di Renzi
Un treno blindato. Fa strano a scriversi. Ieri è passato un treno blindato dal di dentro.

Ieri è passato un treno blindato dal di dentro

E fuori hanno blindato la stazione di Ferentino, il parcheggio, tutta la zona nelle immediate vicinanze
E hanno anche interdetto l'avvicinamento dei disoccupati Frusinati: chiusi anche loro dentro transenne da cui non potevano muoversi. Quasi criminali, quasi non più legittimati ad esprimere le loro ragioni.
Come è accaduto che i politici si siano rinchiusi essi stessi di fronte al popolo? Cosa è diventata la politica quando da tale immagine di se stessa? Una separazione degna di altri secoli, addirittura! Non del secolo ventesimo.

È’ vero che è stato il secolo terribile. Ma è stato anche il secolo delle lotte del popolo, affinché fossero riconosciuti i diritti fondamentali. E noi ne abbiamo un esempio magistrale nella Carta Costituzionale. E’ stato il secolo delle rivendicazioni dei diritti del Lavoro: e i lavoratori italiani avevano conquistato lo Statuto dei Lavoratori. Il secolo in cui la voce del popolo poteva esprimersi in referendum fondamentali, in richieste di spazi di democrazia sempre più ampi e perciò giusti.

Poi le cose sono cambiate, e oggi quando passa il treno con a bordo il segretario di un partito, che ancora osa appellarsi partito di sinistra, il segretario si trincera e blinda se stesso, mettendo fuori gioco il popolo, chiudendo ad esso la bocca, per non sentire più la voce della libertà, della rivendicazione di diritti. Il segretario non vuole sentire. Vuole sentire solo la sua voce: egli dice a se stesso che va tutto sempre bene, che il popolo lo ama, che l'Italia si avvia a stagioni piene di meraviglie. Certo! meraviglie per una parte piccolissima di popolo, quello a cui la sinistra di governo si è riferita, e di cui ha portato avanti una lotta infima, e in tutto contraria a quanto la sinistra avrebbe dovuto fare.

Gli interessi dei padroni sono più forti e consolidati che mai

Il segretario passa, il popolo tace, irretito e irreggimentato. Gli interessi dei padroni sono più forti e consolidati che mai. Gli interessi del popolo sono vanificati, calpestati, zittiti, e portati talmente in basso da indurre alla rassegnazione la gran parte di noi. E coloro che ancora provano, sono deboli perché divisi. Se il capitale vince è proprio perché ci ha disgregati, e siamo caduti nella sua trappola. Adesso che si avvicinano le elezioni, diamo l'ennesima prova di disintegrazione. Di nuovo, come se il popolo avesse tempo, potesse ancora aspettare, potesse ancora avere fiducia. Non può aspettare. Non può avere nessuna fiducia. Se non accadrà che la sofferenza vera e le difficoltà di ogni giorno finalmente vengano viste e comprese, non credo sia pessimismo sentimentaleggiante o, peggio, disfattismo, il sostenere il dubbio sulla possibilità di cambiare lo stato delle cose.

L'allontanamento dalla politica è esattamente ciò che vuole il capitale, esso continuerà ad avere campo libero perché davanti non gli si para nessun popolo. Il capitalismo nasce senza quella cosa che si chiama diritto di voto: in fondo, credo, che là stia tornando.

Dentro un treno, su un aereo, dentro tutte le stanze dei bottoni dove si rinchiude, il capitalismo si trincera dal mondo e dai popoli, non li fa parlare, muoversi, agire. Di più: se proviamo a pensare alle nuove generazioni e alla scuola pubblica che i governi, dagli anni ’90 ad oggi, hanno prodotto, allineati alle imposizioni dell’Europa di Maastricht e di Lisbona, della BCE e delle sue lettere ai nostri Primi Ministri, questi governi, negando cultura, assottigliando sempre di più le ore curriculari e obbligando alla formazioni di classi con numeri sempre maggiori di alunni, (ormai è normale trovare classi con 30 studenti), e proponendo nell’ultima legge di riforma della scuola pubblica l’obbligatorietà della Alternanza scuola lavoro, ovvero il modello del lavoro gratuito, hanno fatto sì che il capitalismo entrasse nella scuola italiana. Esso ha colonizzato la scuola e dal di dentro educa generazioni alla perpetuazione di sé stesso. Perché il capitalismo non ha soltanto messo a valore la scuola pubblica, come ha fatto in ogni altro servizio pubblico dove ha messo le sue lunghe mani artigliate. No, la scuola pubblica lo serve perché è stata fatta diventare la palestra dove vige la sua sola legge. Messa a valore e, insieme, educazione ed addestramento forzoso al sistema capitalistico. Così non avrà più nessun avversario, nessuna resistenza. Le nuove generazioni conosceranno soltanto il Mercato e la sua legge del profitto.
Però quei treni sono pur sempre treni. E gli uomini e le donne del capitale sono pur sempre uomini e donne. Non sono entità metafisiche. Non sono leggi naturali. Si possono ancora fermare se soltanto capiamo che dobbiamo unirci e smettiamo di pensare soltanto a non perdere occasione di occupare seggi in Parlamento. Semmai fosse ancora possibile, si chiede uno sforzo maggiore, perché di disillusione ne abbiamo già vissuta troppa.


 

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Distratti a scuola. Ricattati nella vita

a scuola studentessedi Daniela Mastracci - La scuola delle app, delle nuove tecnologie, delle attività varie ed eventuali, delle interruzioni, delle pause, degli esodi fantasma, delle formazioni fantasma, dei convegni, delle presentazioni di libri, progetti, start up... la scuola di tutto, fuorché delle ore in classe a studiare, ascoltare lezioni, scrivere, leggere, sostenere interrogazioni, relazionare, discutere, ricercare, confrontarsi, imparare; la scuola NON scuola, insomma, abitua a ciondolare, vagabondare per corridoi, andare di qua e di là, mai fermi, mai concentrati, mai studenti. Insomma abitua ad un modo di stare al mondo svagato, distratto, superficiale. Soprattutto un modo di stare al mondo senza conoscenze e senza saper esprimere pensieri, perché nessuno si è curato di farli esprimere, sforzare le menti, insegnare e imparare a pensare e dire con ordine, consequenzialità, logica, consapevolezza.

Due danni in un solo gesto: quello di squalificare la Scuola Pubblica. Due danni che sconteranno i nostri figli non avendo gli strumenti critici per affrontare la vita che comunque dopo la scuola arriverà. Affrontare il lavoro dove la legge della giungla di fatto domina. Due danni: la mancata acquisizione della conoscenza perché l’istruzione viaggia su web e là resta, nella mera forma della informazione usa e getta. Il danno di una mancata ginnastica per allenare la propria determinazione, l’autocontrollo, la disciplina del corpo, come quella della mente. Il danno di crescere senza regole precise, dove alla svogliatezza “naturale” nell’infanzia si giustappone, studiata scientificamente, la svogliatezza indotta dalla mancata educazione all’impegno, alle consegne, alle scadenze, allo studio, alle interrogazioni, ai compiti in classe, alla serietà della fatica che il conoscere implica. Viziati nella mente, svagata e mai indirizzata, e nel corpo, che vagabonda da un tempo ad un altro, da uno spazio ad un altro. Viziati da un sistema dove i genitori sono entrati non con il ruolo attivo dell’educatore assieme ai docenti, ma con quello coattivo della autorevolezza e della disciplina che il docente vorrebbe ancora mantenere. Non tutti, non allo stesso modo, ma il senso comune ci dice che genitori e studenti, assieme ai dirigenti scolastici fa prevalere l’interesse immediato dello studente, al posto dell’interesse ucronico di una preparazione sudata.

Avallare le debolezze

La scuola-azienda-mercato-intrattenimento-orientamento arruola ogni mezzo per avallare le debolezze, le presunte fragilità, la distrazione che sembra essere un portato evolutivo naturale. Una scuola che lascia intatto questo status che il mondo contemporaneo ha pensato e fatto circolare, di cui ha impregnato la pedagogia, o da essa si è lasciato impregnare. Gli studenti “evoluzionisticamente distratti e fragili” sono così abbandonati ad un modo di stare al mondo che poi, una volta usciti da scuola, si ritorcerà loro contro. Perché essi andranno ad affrontare invece un mondo feroce, competitivo davvero, un mondo che non guarda in faccia a nessuno, che chiede tanto, tantissimo, e che soprattutto, si guarda bene dal retribuire il lavoro. Beh! per quel mondo là fuori, i ragazzi che ciondolano, superficiali e dinoccolati, non fragili ma deboli, altro non sono se non la più ambita delle merci, quelle sfruttabili, perché ricattabili proprio sul piano della ginnastica all'impegno, alla costanza, alla concentrazione.
La superficialità e la distrazione faranno dei ragazzi una merce ambita perché potrà essere sottopagata, anzi potrà essere fatta lavorare in condizioni di totale assenza di diritti, perché li motiveranno con il long life learning, l'imparare ad imparare, un apprendistato perenne proprio perché non avranno già imparato nulla, ma avranno però imparato che, appunto, l’apprendistato è gratuito, e questo in virtù delle 200/400 ore di alternanza scuola-lavoro. Saranno ammaestrabili sotto pressioni e anche in clima sanzionatorio perché, in quanto "inconcludenti", troppo easy, troppo smart, ma solo con lo smartphone, dovranno abituarsi invece a ritmi frenetici, senza soste, senza sgarrare mai.

E forse allora, e soltanto allora si meraviglieranno di quando invece sgarravano e però si sentivano dire: si sa, sò ragazzi! e poi sono fragili, devono essere sostenuti, aiutati, ma non pressati, perché poi si ritraggono e ci stanno male, spaventati. Oppure, esattamente al contrario, ma un contrario che fa da contraltare: hanno sgarrato, devono essere sanzionati, imparare la lezione e non farlo mai più. In entrambi i casi ciò che manca è propriamente l’educazione ad una crescita responsabile e consapevole, che non avviene per natura, e non è in alcun modo legata all’età anagrafica, ma va affrontata giorno per giorno, con la determinazione a superare la fanciullezza irresponsabile e diventare adulti nel senso pieno, maturo, attivo, e socialmente responsabile. In entrambi i casi invece i ragazzi sono abbandonati a loro stessi e poi colpevolizzati di un processo che non da soli avrebbero dovuto e potuto compiere.

In conclusione: prima si avalla la presunta fragilità e distrazione, incapacità di concentrazione dei bambini e degli adolescenti. Si avalla il capriccio. Si avalla l’indifferenza. Si avalla la naturale, perché così è nei giovanissimi, resistenza alla fatica dell’imparare. Poi però tale distrazione e resistenza verrà loro caricata addosso come un macigno, pesante e stolido di contro ai diritti, di cui non saranno "degni"

Per questo dobbiamo invertire la strada presa: prima, a scuola, occorre la ginnastica che educa all'impegno e alla concentrazione, insieme ovviamente alla conoscenza, che garantisca un bagaglio che sostenga chi debba rivendicare diritti e modificare la propria condizione materiale e spirituale. Solo così quando poi, più tardi, si approdi nella società, nel mondo del lavoro, si sarà forti e stabili, si potrà camminare sulle proprie gambe saldi e pronti alle insidie di un mondo che, di diritti, non vuole sentir parlare più. Per questo oltre all’articolo 3 della costituzione, dobbiamo rivendicare l’articolo 24: ma esso è rivendicabile soltanto se ciascun cittadino della Repubblica verrà messo nella condizione di poterlo fare: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”, cioè se sarà stata maturata la conoscenza dei diritti e degli interessi legittimi, così come la fermezza nel rivendicarli.

 
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Sinistra. Un appello affinché tornino a parlarsi

Teatro Brancaccio pienodi Daniela Mastracci - Mancano due giorni al 18 novembre. E non sarebbe stato un 18 novembre solito. Sarebbe stato il giorno della speranza di centinaia e centinaia, oso dire migliaia e migliaia donne e uomini che avevano pensato quel prossimo sabato romano come l’appuntamento della rinascita. Una rinascita dal letargo, dall’assuefazione, dalla delusione respingente, dal pessimismo, dalla paura anche. Perché il prossimo sabato 18 novembre ci si sarebbe ritrovati al Brancaccio. Abbiamo seguito il percorso da subito, ci siamo appassionati al nostro futuro. Non ci si chiedeva di fermarsi a pensare al nostro presente, no.

Era proprio quella la grande novità, credo: ci si chiedeva di avere il coraggio di guardare avanti, oltre i drammi di oggi, oltre le ingiustizie, le forme striscianti e più manifeste di illegalità, di malaffare, di mezzucci, di furbizie, di tattiche, di politicismi, come ho imparato a chiamarli. Ci si chiedeva di spingere lo sguardo al di là della grettezza del presente, di osare finalmente pensare che tutto fosse ancora possibile. Che si potesse rovesciare il tavolo, che si potesse fermare la corsa sfruttatrice del capitalismo imperante. Ci si diceva che la Costituzione poteva salvarci, era ancora la nostra piattaforma condivisa. La nostra forza. E noi, che l’avevamo difesa e brandita contro chi volesse strapparcela di mano, chi volesse restringere ancora di più lo spazio democratico e partecipato della rappresentanza, del voto, dell’opinione, del diritto, noi tutti, le donne e gli uomini del 4 dicembre e tutti coloro che si stavano smuovendo pian piano dall’abulia, noi ci volevamo provare.

 

Ci siamo dichiarati pronti. Ci siamo attivati. Avevamo superato lo scoglio della autoconvocazione: il difficile, dopo anni e anni di silenzio, di invisibilità, di impotenza, era stato proprio chiamarci da soli alle assemblee territoriali, dirci l’un l’altro: proviamoci. Non restiamo fermi. Non restiamo in silenzio ancora una volta. Ci siamo spronati a vicenda. E ci siamo messi in cammino. Quel nostro cammino è stato arrestato. Il coraggio di guardare avanti è mancato? Quell’osare l’impossibile ha spaventato? Vedere tanto popolo muoversi ha messo paura? Vedere che gli argini si potevano rompere, che i silenti aprivano la bocca e non smettevano più di dire Adesso basta! Farsi consapevoli che poteva trattarsi di una marea umana ha fatto fare muro. Ma a chi, per davvero? Ad Anna Falcone e Tomaso Montanari? L’apparenza ci dice questo. Forse sarebbe opportuno domandarsi di più. Forse dovremmo tutti crederci ancora e immaginare quale sarebbe stato il risultato: poteva accadere ciò che è accaduto in Inghilterra? Oppure in Francia? Oppure in Spagna, ancor prima? Poteva forse accadere che il voto di una marea umana, fatta di quei “sommersi” di cui Montanari ha parlato fin dal primo istante, avesse potuto dilagare e attestarsi sulla doppia cifra percentuale? Quanti sono gli elettori italiani? Quale percentuale ci riportano le amministrative dello scorso giugno? E il voto in Sicilia? E quello a noi vicinissimo di Ostia?

 

Queste elezioni ci riportano un dato comune: l’astensione come primo partito, il partito dei silenti. E se coincidesse con la marea umana che si era messa in movimento per le assemblee territoriali e che aspettava il 18 novembre? Questa domanda è centrale, adesso. Perché si parla di milioni di elettori potenziali. Si parla di numeri che in Italia non si vedono al voto da un bel un po’. Certo, si dirà, la legge elettorale Rosatellum blinda il Parlamento: ma se quei milioni votassero? E se proprio il percorso che doveva vedere uniti i partiti Sinistra Italiana, Possibile, PRC, Alleanza per la Democrazia e l’Uguaglianza, Mdp, le associazioni, i comitati, i cittadini tutti che, senza un chiaro riferimento partitico, avevano però aderito al progetto-processo, e il Pci, in tutte le sue tante declinazioni, i giovani soprattutto, che al voto del 4 dicembre avevano raggiunto l’81% di votanti, insomma se tutti, ma proprio tutti, avessero portato avanti il percorso fino al voto? Con una lista unita? La lista del popolo che finalmente avrebbe ridato un senso al votare, che ci avrebbe riposto una nuova fiducia. Ecco, cosa sarebbe potuto accadere? Altro che 3%. Un numero percentuale che non oso nemmeno immaginare, ma che forse chi ci ha guardati, ha immaginato eccome! Melenchon ha preso il 19%. Corbyn il 40%. Il 40% è un numero da rabbrividire! La strada verso l’Alleanza avrebbe riportato al voto gli astenuti? Avrebbe dato motivo in più e corroborato chi al voto ha continuato ad andare in questi ultimi anni? Era un potente corroborante! Ecco, domandiamoci perché il processo è stato interrotto. Ma non credo che basti dire che un’assemblea viene sconvocata, come è stato scritto, per rispondere. Penso che ci voglia di più.

 

E ora che fare? Risuona nella mente il libro di Lenin. C’è ancora margine? Si può ricompattare le file sfilacciate? Si può fare un appello, ennesimo, lo sappiamo, a chi si incontrerà il 2 dicembre affinché sia aperto e inclusivo a chi oggi sta fuori? Si può lanciare un appello affinché tornino a parlarsi? Affinché chi ha detto, fino a ieri, che voleva una Sinistra davvero finalmente alternativa al Pd, e a tutta le destra italiana, possano ancora comprendere che si deve tentare? Altrimenti si guadagnano seggi in Parlamento, ma non si muovono di un millimetro i rapporti di forza, anzi! La destra non è soltanto Berlusconi, è la Meloni, è Salvini, e è Alfano con il giochetto già visto delle dinamiche da Pentapartito; è, sconcerto a parte, Casa Pound, è Forza Nuova, è un fascismo che, quello si, ha preso coraggio, ha visto che non lo si ferma, e allora ha capito che può tornare. Contro tutto questo, soltanto le percentuali che Melenchon e Corbyn, ancor di più, hanno riportato alle elezioni, potrebbero modificare i rapporti di forza. Allora facciamo un appello: non pensate soltanto ad essere presenti in Parlamento. Pensiamo, insieme, di essere una forza parlamentare che possa incidere avendo cambiato i rapporti di forza.

Perchè il pane e olio ai bimbi di Montevarchi?

pane e olio a Montevarchidi Daniela Mastracci - Si può constatare che a proposito di Scuola Pubblica la riflessione dei cittadini italiani, siano essi politici, sindacalisti, amministratori, come anche militanti o comunque vicini a partiti e movimenti, sia stata piuttosto carente e lacunosa. La macchina scuola pubblica è molto complessa e articolata. Analizzarla non è affatto facile. Difficoltà che si aggravano data la quantità di riforme e comunicazioni che il Miur e il ministro si affrettano a varare e pubblicare. Il tempo si restringe, non dà la possibilità di seguire con accuratezza tutti gli sviluppi continui. Lo spazio della discussione è stato già del tutto risucchiato nel decisionismo ministeriale e governativo. Quando mancano le coordinate del pensare questo si comprime e viene meno. Ce ne rendiamo conto.
Ma questo non può essere un alibi alla mancata analisi. Non può giustificare un’alzata di sopraccigli che liquidi il problema con leggerezza: perché questa leggerezza sarebbe carica di responsabilità, di omissioni, di trascuratezza. E ciò equivarrebbe ad avallare processi che ci stanno sfuggendo di mano, e di pensiero, soprattutto.
La scuola pubblica non ha finanziamenti. Essa sostiene se stessa sulla base del contributo volontario delle famiglie e delle sponsorizzazioni private, di eventuali lasciti, donazioni. La scuola deve mobilitare se stessa alla ricerca di finanziatori, oppure deve adoperarsi affannosamente per vincere bandi Pon e simili. Abbiamo già trattato di questo aspetto in un articolo …

Nella scuola pubblica si paga tutto

Tutto quanto riguarda il contesto che include la scuola, e con essa il diritto allo studio, è a pagamento: parliamo della mensa, del trasporto, oltre che naturalmente dei libri di testo, del materiale da cancelleria, materiali per disegno, musica, e quanto altro poi la scuola offra nel suo piano delle attività curriculari e aggiuntive. Ma ci riferiamo anche all’indispensabile: vestiti e scarpe, incluse quelle da ginnastica per l’attività sportiva. Da qualche tempo poi un’indispensabile strumento di studio è diventata la connessione internet: si deve averla a casa per le ricerche e quanto altro richiesto, inclusi i compiti delle discipline che ormai vengono svolti on line su varie piattaforme, oppure via telematica con l’utilizzo della posta elettronica. Ma si deve averla anche in classe visto che si consente anzi si invita esplicitamente ad usare, lo smartphone come dispositivo didattico. Tutto questo stare on line ha dei costi che gravano sulle famiglie, direttamente e indirettamente, sempre pensando al contributo volontario che le scuole usano appunto per le spese vive incluso internet.
A Montevarchi, la sindaca di centrodestra ha costretto alcuni alunni della scuola dell’infanzia a mangiare pane con olio perché i loro genitori non hanno pagato la mensa scolastica. Non si scandalizzi la ministra Fedeli. E’ un’ipocrisia
Inutili le parole del vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Lucia De Robertis: Il "pane e olio ai bambini morosi di Montevarchi è una discriminazione incompatibile coi valori fondativi del sistema scolastico". E’ una mozione di sentimenti anch’essa ipocrita.
Ammesso e non concesso che si tratti di genitori “furbetti”, questo non ci esime dal porci domande ben più ampie e approfondite intorno alle spese che si devono sostenere per mandare i figli a scuola, sia entro l’obbligo scolastico, ovvero fino a 16 anni, sia oltre l’obbligo. Ci meravigliamo, oppure non ci domandiamo affatto perché studenti nostri concittadini non possono pagare le attività che le scuole mettono loro a disposizione nei vari e tanti Ptof, ma che sono appunto a pagamento? Ci meravigliamo, oppure no, se la legge 107 obbliga gli studenti alla alternanza scuola lavoro ma, con tale obbligo, propagandato come didatticamente utile e foriero di possibilità lavorative, comunque “materia curriculare”, sia a spese delle famiglie per ciò che riguarda il trasporto, il cibo necessario durante la giornata, a volte i convegni cui i ragazzi devono partecipare?

Un vero e proprio collasso della critica

Nella analisi mancata, oppure troppo superficiale, devono rientrare tanti aspetti, tanti che di primo acchito non si notano, si possono non vedere: ma occorre invece prestare un’attenzione sempre vigile, mai stanca. Abbiamo un vero e proprio collasso della critica e ciò a vantaggio di chi sta operando una lotta di classe inversa, dall’alto verso il basso, contro le fasce deboli della nostra società. Quando sono in gioco le risorse economiche, quando le famiglie non ce la fanno, a prescindere dai casi disonesti dei cosiddetti “furbetti”, significa che gli ultimi restano ultimi, che le famiglie benestanti possono stare dietro al caro vita e al caro scuola, ma che invece le famiglie in difficoltà restano indietro, non ce la fanno, e i loro figli, i nostri concittadini più giovani, sono lasciati indietro e non c’è modo di rimettersi in pari, tanto meno di emanciparsi verso una condizione migliore. La scuola non è un ascensore sociale. La scuola sta invece allargando il divario ricchi-poveri, sta cioè perpetrando un colpo ben assestato alla emancipazione, ovvero sta allargando la platea dei diseguali.
Tutto questo assume caratteri differenti se pensato a proposito delle scuole private paritarie: sono scuole ufficialmente a pagamento, le rette sono alte, gli studenti vestono la divisa, l’apparenza dice rigore e disciplina, dice serietà, per questo mondo dove ciò che si vede è ben più importante di cio che si è oltre l’apparenza, appunto. Ma tali scuole sono anche finanziate dallo stato, da tutti noi cittadini che paghiamo le tasse. I genitori che iscrivano i figli alle scuole private hanno il diritto di detrazioni fiscali, un bonus vero e proprio. Le scuole stesse sono finanziate dallo stato. Allora oltre che in aperta contraddizione con l’articolo 33 della nostra Costituzione, tali scuole, e il meccanismo fiscale e di contribuzione statale, sollevano a maggior ragione il problema del divario ricchi-poveri: esse sono scuole ricche e per di più agevolate a spese di tutti i contribuenti. Possono iscriversi solo studenti che abbiano comunque una base economica familiare solida: il fatto che funzionino meglio, che abbiano fondi statali, che perciò la didattica possa avvantaggiarsene, cosa vuol dire in ordine alla lotta di classe?
Se non ci fermiamo e analizziamo approfonditamente ciò che sta accadendo, rischiamo di non intercettare tutto il complesso sistema che dietro il diritto allo studio si sta nascondendo.

fonti:

https://www.orizzontescuola.it/mensa-pane-olio-non-paga-retta-fedeli-ferma-condanna-operato-amministrazione-montevarchi/

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/11/08/news/montevarchi_genitori_morosi_alla_mensa_servono_pane_e_olio-180571046/

A scuola, in classe con il manager

manager a scuola 350di Daniela Mastracci - Non può non sembrare anomalo l’atteggiamento del governo e della ministra Fedeli. Non può non destare sospetto. Perché c’è dell’accanimento. C’è una reiterazione di interventismo. Quasi una nevrosi. Come se da un momento all’altro la scuola dovesse dare segni di risveglio? Forse sono maturi i tempi per tale risveglio? Quasi la stessa ministra ce ne stesse dando un avvertimento. Ancora tenue, nebuloso, soltanto un balbettio.

Ma si sta preparando una resistenza: questo sembrerebbe di poter evincere sia dall’accanimento “terapeutico” del governo, sia dalla impossibilità razionale che non ne risulti una contraddizione, così netta da far muovere i docenti verso un No deciso a queste politiche che stanno affossando la scuola pubblica. Si osa vedere troppo?
Proviamo a ragionare. Se il concetto viene meno, non può non spingere alla consapevolezza: “docente” cosa è? E “discente” cosa è? Non si possono usare i sostantivi se non dando ad essi il corrispettivo, logico, analitico significato. Ma ciò che pare è proprio che si usino sostantivi che, mascherati del loro logico significato, stanno invece servendo ad altro scopo: l’obiettivo di togliere docenti e discenti. Si è cominciato piano piano, ma il processo è stato seguito con accuratezza e scientifica diligenza: “doceo” vuol dire insegnare, trasmettere conoscenza, e magari cultura. “Disco” vuol imparare, apprendere la conoscenza. Ma la squalificazione dei docenti ha eroso il significato fino a farlo perdere del tutto, alla mercè dell’esperto esterno, qualificato, impeccabilmente insignito di titoli. Ci rimaneva oscuro però da chi fossero insigniti, di cosa fossero davvero esperti. Ma questo non importava perché è la parola “esperto” che semplicemente detta, comunicata, porta con sé l’aura delle competenze, indiscutibili, cui rimettersi senza indugio. E che ne è di discenti? A loro basta il clik sul computer, o sullo smartphone, tra gli ultimi benvenuti nelle classi “pollaio” di italica scuola pubblica. La conoscenza è superflua: essa è comunque a disposizione, è sotto mano. Certo un “sotto mano” ben diverso dalle massime morali del saggio antico! Ma sotto mano, allora perché compiere la fatica di imparare? Tanto poi si dimentica. Perché sudare l’apprendimento? Meglio sudare per eliminare calorie.

Dalla conoscenza alla competenza

Dalla docenza alla virtù nuovista del “facilitatore”, del mediatore, dell’accompagnatore, e chi più ne ha più ne metta.
Da un lato e dall’altro la relazione docente-discente si è come frantumata, liquefatta dentro il tempo liquido della scuola azienda, della factory dove imparare le nuove capacità e abilità che il mondo del lavoro determina. La scuola dove, ad un convegno con l’esperto esterno, ne segue un altro e poi un altro ancora. Dove mille attività distolgono dall’apprendimento, ma ciò non fa problema: è esattamente ciò che si vuole accada, sempre ammantato, mascherato, tale vuoto di conoscenze, con la urgenza di una scuola più vicina a quel mondo che cambia perpetuamente, per il quale le conoscenze sono zavorre che tengono legati a terra, quando invece i giovani del ventunesimo secolo, i nativi digitali, potrebbero volare alto, intraprendere chissà quale carriera e professione di nuova generazione (???)

Manager in classe: chi è costui?

E venne poi l’Alternanza scuola lavoro: il lavoro entra direttamente nella scuola. Perché aspettare che questi giovani così a loro agio su piattaforme digitali non si allenino ancor più e meglio? Non sperimentino sul campo? Non imparino di più con le nuove metodologie del learning by doing? Mettere in pratica il know how è una eccellente opportunità. E i docenti diventano tutor: anche su di loro pesa il know how, ma nel loro caso è un know how e un learning by doing tutto da imparare. Ebbene i docenti sono discenti. La relazione doceo-disco svanisce, evanescente come tutto il mondo che cambia. La scuola così cosa diventa? La domanda non è d’obbligo? E ancor di più date le ultime comunicazioni della ministra Fedeli a proposito del manager in classe: chi è costui? Da dove viene? Chi lo stipendia? Perché viene? Che dovrebbe fare? Dove sarà codificato il suo ruolo? E da ultimo: che cosa farà il docente? Sarà ancora la voce che dovrebbe insegnare? Che dovrebbe trasmettere cultura e con essa emancipazione?

Un veicolo, ma non più di cultura. Il veicolo che educa al mantenimento dello status quo: tale è il mercato del lavoro odierno e tale deve continuare ad essere. Insegnare potrebbe aprire menti e cuori, potrebbe irrompere critico nel mondo attuale. Potrebbe rendere gli studenti esaminatori del presente. Decisori del futuro. Ma ciò va esattamente contro la conservazione dello status quo. Allora delegittimare i docenti, educare alla flessibilità delle competenze, da altri scelte e predisposte, da altri utilizzate dentro processi che altri, sempre, governano, è funzionale appunto a tale mondo. Con quale metodo agganciare e guidare se non con quello più antico e riconosciuto? Tutti diventano in-competenti, tutti diventano in-capaci, tutti meno esperti di altri, e perciò in dovere di imparare, e non certo di dire la propria, che vale poco o nulla, rispetto ai titolati di cui lo stesso mondo del lavoro ci benefica, come un buon padre ci fa il favore di consigliarci e guidarci. Ci sprona. E poi ci premia con il bonus premialità che fa del merito la virtù più ricercata.

Unità per dare risposte democratiche e di uguaglianza al disagio sociale ed economico

disagio giovanile mindi Daniela Mastracci - Perché è necessaria un’Alleanza per la Democrazia e l’Uguaglianza?

Perché le sigle, ciascuna per sé e in sé conclusa, non bastano. Perché è urgente, più che mai, superare le idiosincrasie di ciascun partitino di sinistra e avere il coraggio di osare di crederci. Se si dice che è in gioco la Democrazia, non lo si dice con convinzione perché lo si è detto tante, troppe volte, tanto che suona come un’iperbole, una esagerazione che così si palesa, dato che la forma democratica non è mai apparsa, ai più, venire meno. Sembra una tra le tante esagerazioni paragonabili alle ecatombi evocate dai sostenitori dell’austerity: a furia di evocare mostri, scenari apocalittici, ad un’apocalissi in più, cui si sembra poi scampare, non si presta né troppa attenzione né tanto meno credibilità. E qualora non fosse un fantasma tra gli altri, avrebbe però perso potenza ed effetto, non appena si presenti. Ma se approfondiamo lo sguardo, e non distogliamo gli occhi da ciò che pure vediamo, non possiamo giudicare una esagerazione fra le altre la perdita di democrazia.

Pur se mascherata di rappresentanza, la gran parte degli italiani vede quanto la decisione politica, che ci riguarda tutti, sia però nelle mani di pochi, e quei pochi sono alleati con il potere economico del capitalismo finanziario (ne sia immagine rappresentativa la stretta di mano fra Renzi e Marchionne), e che tale capitalismo finanziario, data l’alleanza, ha anche il monopolio del potere politico. E con ciò permea di sé l’intera società. Se non cambiamo i rapporti di forza, se non stringiamo a nostra volta un’alleanza, non può cambiare la società. Allora se, anche a fronte del Rosatellum (la cui votazione con la fiducia è ancora sotto gli occhi di tutti), lasciamo campo libero alle forze politiche, che tale legge elettorale hanno partorito e fatto varare, lasciamo, con ciò, intatti gli attuali rapporti di forza. Una cittadinanza attiva è ora necessaria. Quella chiamata in causa oggi è proprio la possibilità di essere, e continuare a essere, cittadini a pieno diritto e attivi. Perciò è necessaria l’Alleanza: dobbiamo concorrere insieme a difendere la cittadinanza, quanto al suo proprio concetto e significato.

Diciamo “difendere” perché è necessario l’ottimismo della volontà. Potremmo scrivere “riconquistare”, se dessimo voce alla ragione soltanto. Ma, a ben vedere, visto che possiamo scriverne e possiamo andare a votare, visto cioè che la forma democratica sembra ancora sufficientemente integra, l’ottimismo può essere giustificato. Votare o non votare? E, eventualmente, votare cosa? Diremmo: votare. E votare, però, se chi crede, un pò di più, o anche un pò di meno, nell’Alleanza per la Democrazia e l’Uguaglianza, riesca a superare i propri limiti, più formali che sostanziali, almeno sui fondamentali aspetti che sono appunto Democrazia e Uguaglianza; se riesca ciascuno a non cedere alle pressioni, a non indulgere in recriminazioni, a non isolare posizioni, votandosi con ciò al congelamento e perciò al silenzio decisionale. Occorre spostare in avanti lo sguardo e trovare unione piuttosto che divisione. E’ necessario, e crediamo se lo aspetti tutta quella parte di Italiani che al voto non è più andata, che ancora però cerca un progetto di società dove non più i pochi governino, detengano, dispongano e controllino la ricchezza e i mezzi di produzione, ma, al contrario, che tali monopoli vengano sciolti dalla loro rigida autoconservazione e con ciò il governo e la ricchezza e i mezzi di produzione siano condivisi: ovvero si produca (o riproduca, per coloro che hanno pensato si sia mai davvero prodotta) la Democrazia e l’Uguaglianza.

Vi aspettiamo alle nostre Assemblee Provinciali frusinati per la Democrazia e l’Uguaglianza: 17 novembre a Frosinone città con i temi beni comuni, sanità e valori archeologici; 18 novembre prossimo a Sora, dove si parlerà di immigrazione, inclusione anche delle diversità e le contraddizioni nelle quali i nostri ultimi governi ci hanno gettato; 24 novembre a Cassino, per parlare di Università, Scuola, Beni culturali. Il 1° dicembre a Frosinone presso il palazzo della provincia si terrà l’Assemblea provinciale generale e sarà nostra ospite, fra gli altri, anche l’avvocata Anna Falcone.

 
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Occorre una scuola coerente con la Costituzione

LACOSTITUZIONENELLASCUOLAQualeattuazione 350 260di Daniela Mastracci - Sono molteplici i punti di vista da cui guardare la scuola pubblica italiana di oggi. Poggiano su un terreno comune che si chiama Costituzione della Repubblica Italiana. E ciò che si può evincere, se siamo attenti agli articoli della Carta, è che il ruolo che quest’ultima assegna alla Scuola sta venendo modificato, piegato a logiche che con la Costituzione non c’entrano affatto. Un esempio è la lettera dell’articolo 33 “L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento…”, cui si può affiancare l’’articolo 9 “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Fondamentale resta poi l’articolo 3 che, dopo aver sancito la pari dignità sociale e l’uguaglianza dei cittadini senza alcuna distinzione, eleva a compito della Repubblica stessa la rimozione di ogni ostacolo si frapponga a tale pari dignità, libertà e uguaglianza, al fine di garantire “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
L’insegnamento oggi è libero? E la Repubblica promuove la Cultura e la ricerca? Soprattutto si propone concretamente il pieno sviluppo della persona umana, la sua emancipazione?

Se guardiamo agli aggiornamenti degli insegnanti ci rendiamo conto che assai di rado oggi gli insegnanti partecipano a convegni, leggono gli autori, si aggiornano sulle loro discipline. Tali aggiornamenti non sono affatto incentivati, né tanto meno obbligatori, nemmeno previsti nelle relative pianificazioni, a tutto vantaggio invece degli aggiornamenti su tutt’altro che la cultura: gli insegnanti devono sapere come funziona un'impresa, in che modo investire capitali, come funziona una banca. Devono conoscerne il linguaggio, che è penetrato nella scuola anche per definire lo stato dello studente-cliente bancario: ha maturato un “debito” che dovrà “saldare”, deve essergli riconosciuto un “credito” formativo e/o scolastico. Agli insegnanti questo linguaggio è stato imposto come naturale: lo hanno cominciato a scrivere, pronunciare. Oggi fa parte integrante delle conversazioni tra docenti, delle comunicazioni alle famiglie, delle risposte agli alunni. Al disorientamento iniziale si è sostituita l’abitudine: ciò non dà alcuna garanzia di comprensione; si tratta solo di parole alle quali risponde la modulistica da riempire. Passate attraverso una decodifica? Imparato il loro significato? Difficile a dirsi, vista la inconsapevolezza di fronte al loro ingresso.

L'insegnamento piegato alla pianificazione degli imprenditori e il "Peniero unico"

Le riforme hanno piegato l'insegnamento alla pianificazione d'impresa, finanziaria; alla forzata familiarità con cataloghi, dove i nomi delle aziende e i loro prodotti, devono prendere il posto di cataloghi di libri, di incontri, convegni, spazi e tempi di confronto. Le riforme stanno trasformando gli insegnanti in imprenditori, in investitori, in esperti di marketing e di start up. Imprenditori dilettanti ma zelanti: si spegne la passione torcendo interessi, inclinazioni, modificando d’imperio il percorso culturale cui si sono, tanto tempo prima, dedicati, e a cui, come si può immaginare, avrebbero voluto dedicarsi ancora.
Questo è il vincente Pensiero Unico: fino a dentro la vita degli insegnanti, fino a invadere le loro identità, fino a colonizzare e piegare menti che avevano creduto di essere libere e di lavorare per menti libere, per persone libere. Si trovano invece a lavorare dentro procedure e con contenuti economicisti, pubblicitari, che non avevano scelto, che hanno subito, rispetto alle quali e ai quali non hanno avuto alcuna voce in capitolo. E anziché lavorare per educare persone libere (art.3), oggi lavorano per formare "capitale umano" vicino, il più possibile, a quel mondo del lavoro cui ci hanno abituato a pensare come il solo mondo del lavoro possibile.

Le riforme (cosiddette) hanno introdotto il Pensiero Unico, gli hanno consentito di acquisire egemonia. Neoliberismo, globalismo, finanziarizzazione del capitalismo e della politica, cosa sanno dirci? A tutta prima parole semi vuote. Dal significato oscuro. Ma piano piano il senso emerge. Perché lo abbiamo attorno, lo respiriamo, lo diciamo, lo siamo. Senza saperlo, ma lo siamo.
Tutto sta a prenderne coscienza. E forse lo spazio, che ci fa luce, può essere la scuola di questa contemporaneità frantumata e veloce, rapsodica, fantasmagorica, accecante.

Il pensiero unico ha pervaso di sé la scuola senza che questa opponesse seria e consapevole resistenza. E’ riuscito ad entrare nelle ore curriculari, nelle pratiche, nel tempo delle lezioni e in quello dei consigli di classe, nei collegi dei docenti, nei consigli d'istituto. È’ diventato l'aria stessa che abbiamo respirato: dapprima a piccole dosi, quasi impercettibile. Lo si poteva individuare nel cambiamento degli ordini del giorno dei verbali, delle riunioni. Ma poteva camuffarsi dietro la spinta affascinante del nuovo millennio, con le sue nuove tecnologie. Poteva affabulare con la lingua inglese, che tendeva all'universalità planetaria. Poteva persuadere con i confini che si smaterializzavano. Poteva convincere, addirittura, con la sua aura di scientifica autorevolezza, con la sua pratica diagnostica e alla sua “medicina”, fatta di tabelle e griglie che potevano osservare e misurare, diagnosticare e curare. La smania di salutismo di tuttologi patinati ha pervaso la didattica e ne ha fatto lo strumento per medicare i suoi pazienti-studenti: come sta lo studente? Da 1 a 10 dove lo collochiamo? In quale casella-malattia lo includiamo? Quale recupero-cura progettiamo? Lo studente innanzitutto. Ma uno studente presupposto potenziale malato, più o meno grave, da curare, e riportare ad una condizione di salute-competenze tale da rientrare nella "norma", in quel range della sufficienza dal quale sfuggiva. Neoliberismo e scientismo, osservabilità e misurazione, situazione di partenza e obiettivi finali, corsi di recupero per competenze, test, quiz, di tutto affinché gli studenti-pazienti fossero correttamente intercettati e riorientati, in caso di bisogno.

Chi sono gli insegnanti oggi in Italia?

Insegnanti divenuti medici, infermieri, psicologi, anche sacerdoti quando fosse necessario, genitori tutori, esperti in zone di confort: infarciti di buone pratiche da esperti esterni cui chinarsi e rendere onore; aggiornati su tutto quanto serva per stare a proprio agio nel mondo moderno fluido, complesso, e però avvolgente nella seduzione costante e luccicante, nello stupore mitico che pervade chi, non sapendo come funziona, resta a bocca aperta di fronte alle app di seconda e terza e quarta generazione. Una rapsodia difficile da eguagliare, incantatoria e manipolatoria. Di fronte ad essa insegnanti goffi, antiquati, vetusti. Insegnanti da resettare. Piegare al nuovo con la forza della inadeguatezza indotta. Elefanti in una cristalleria se messi di fronte alla precisione ineccepibile di piattaforma di e-learning; o di applicazioni dalle versatili e flessibili funzioni. Cosa possono una mente, un libro e due mani per tenerlo, sfogliarlo, leggerlo, interpretarlo, di fronte ad alunni ormai già prevenuti perché circonfusi dell’aura del web?
Piegati alle pratiche tecnologiche hanno dichiarato la resa. Ma non bastava. Se avevano ancora una mente libera e ragionante, se ancora potevano esercitare una qualche resistenza, gli insegnanti hanno dovuto cederla all’applicazione coscienziosa su processi produttivi, finanziari, bancari, commerciali, amministrativi… hanno dovuto smettere, anche solo di immaginare, corsi di aggiornamento dove crescere in conoscenza, dove studiare le più recenti letture di autori, artisti, scienziati, dove discutere le nuove interpretazioni, dove imparare quanto di nuovo questo stesso mondo veloce produce in scienza e conoscenza.
Se la Costituzione è quel valore condiviso e difeso lo scorso 4 dicembre, ne discende che tanta parte degli italiani può e dovrebbe difendere la Scuola riconoscendone la torsione neoliberista e perciò battersi per un percorso politico-culturale nettamente alternativo, che nasce appunto sul solco della Costituzione. Nella nostra Provincia sono state fissate due assemblee pubbliche ove si discuterà anche di Scuola: Cassino il 24 novembre; a Frosinone, Assemblea Provinciale per la Democrazia e l’Uguaglianza, il 1° dicembre presso il Palazzo della Provincia

 
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