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Paola Bucciarelli

Paola Bucciarelli

Docente precaria di storia e filosofia

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Duemila 'Briciole di bellezza'

Bricioledibellezza 350 260 minPaola Bucciarelli intervista Filippo Cannizzo

Incontriamo Filippo Cannizzo a circa cinque mesi dall’uscita del suo primo libro, “Briciole di bellezza. Dialoghi si speranza per il futuro del Bel Paese”. Filippo Cannizzo è un filosofo e ricercatore universitario, ha insegnato a Bologna, Napoli, Roma e, dopo aver collaborato con l’Istituto Luigi Sturzo e la Fondazione Ugo Spirito, ha diretto l’ICC Castelli; è stato tra i promotori ed ideatori del Festival di Filosofia in Ciociaria. Il suo libro, pubblicato per la casa editrice Mimesis il 27 settembre 2018, ha già venduto oltre duemila copie.

Ci incontriamo dopo alcuni mesi dalla presentazione del tuo libro che abbiamo organizzato come Amici di unoetre.it. Hai continuato il tour di presentazioni di “Briciole di bellezza”?

Bentrovati! L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato in occasione della presentazione del mio libro a Frosinone, una iniziativa veramente ben organizzata e molto partecipata, di cui ancora ringrazio il giornale unoetre.it. Inoltre, ringrazio voi e i vostri lettori per l’attenzione che avete dato al mio libro fin dalla sua pubblicazione. In questi mesi ho avuto modo di tenere circa venti presentazioni del libro, in tre regioni e undici province italiane, nel corso delle quali, con grande emozione e sorpresa ho avuto la fortuna di incontrare tantissime lettrici e tantissimi lettori con cui ho potuto parlare del mio libro e delle tematiche in esso contenute.

Si, la presentazione del libro organizzata da unoetre.it è stata veramente molto partecipata, e siamo davvero contenti che anche le altre siano andate altrettanto bene. Anche se forse chiamarle presentazioni è un poco riduttivo…

È vero, in effetti nel corso di queste iniziative ho provato a proporre qualcosa di più che una semplice presentazione del libro con relazioni sul testo da parte degli oratori invitati. Ho tentato di far attraversare il dibattito, spesso molto approfondito e competente, da alcune delle forme di bellezza di cui parlo nel libro; ho cercato di proporre delle piccole esperienze di bellezza in cui coinvolgere i partecipanti alle iniziative.

Il tuo esperimento sembra essere riuscito. Quando si partecipa ad una presentazione di “Briciole di bellezza”, musica, poesia, recitazione, fotografia, arte sembrano fondersi con il racconto del tuo libro e stringere le tue parole in una condivisione di bellezza con i presenti.

Di questo devo ringraziare le amiche e gli amici che mi hanno aiutato in questo. A partire dalle splendide canzoni offerte dal cantautore Federico Palladini, poi dai musicisti Pallocca e Salvatelli. La mostra fotografica “IO SONO”, realizzata da 2.0 Fotografi ed esposta in numerose presentazioni, ha meravigliato chi ha avuto l’opportunità di ammirarla. Le poesie e le letture recitate sono state intense, sia da parte di Roberta Cassetti che da Catia Monacelli. Molto toccante, e di rara bellezza, la poesia inedita che mi è stata donata da Marina Contini. Non posso, quindi, esimermi dal parlare del grande contributo dato alle iniziative da parte dell’istrionico Stefano Pennacchi che, tra letture appassionate e poesie inedite che hanno incantato, insieme ad interventi puntuali sulle tematiche trattate, mi ha accompagnato in quasi tutto il tour di presentazione fin qui realizzato.

Il tuo libro, voglio ricordarlo, ha vinto un importante premio dedicato alla filosofia. Nel corso delle presentazioni di “Briciole di bellezza”, hai detto che il testo può avere diversi piani di lettura: il racconto di un viaggio, una storia d’amore, un saggio scientifico e un manifesto filosofico. Puoi spiegarci meglio cosa intendi con filosofia? Cosa è per te la filosofia?

Quando parlo di filosofia la intendo una filosofia popolare. In questo senso, la filosofia per me rappresenta l’opposto di quello che viene oggi inteso, a torto, con questa parola. Molti considerano filosofia come una mera astrazione, come una accumulazione di nozioni o come una forma di sapere ed erudizione ormai inutile nel XXI secolo. Invece, credo fermamente che la filosofia sia la capacità di comprendere la vita, il nostro posto all’interno della vita (come singoli, come comunità e come umanità), i diritti e i doveri, i nostri rapporti con gli altri uomini. Il compito della filosofia, oggi come ieri, è quello di aiutare a prendere coscienza di sé come persone e della propria relazione con gli altri uomini. Filosofia come domandare, stimolare il pensiero e la discussione per contrastare il “sonno della ragione” dei nostri giorni, che, parafrasando Francisco Goya, può generare solo mostri.

Nel tuo libro sono presenti molti dialoghi. In “Briciole di bellezza”, i protagonisti, Giacomo e Beatrice, dialogano con i diversi personaggi incontrati durante il cammino; tale espediente narrativo che hai usato nel tuo racconto ha a che fare con quello che hai appena detto rispetto alla filosofia?

Esattamente! Infatti, penso alla filosofia come alla capacità di conoscere il mondo attraverso le sole forze del ragionamento, del dialogo e del confronto, per provare, attraverso questo, a rintracciare delle possibili strade per cambiarlo questo mondo. Sono convinto che la forma del dialogo, che ho usato nel testo, aiuti maggiormente a spiegare i problemi affrontati di volta in volta, così come le soluzioni proposte. Credo che sia proprio dal dialogo, dal confronto, che possano scaturire le possibili vie d’uscita ai problemi in cui l’Italia è invischiata: le soluzioni alle problematiche del Bel Paese non possono che esser frutto di una partecipazione collettiva!

Nel sottotitolo del libro parli di dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese. All’inizio del racconto, nell’introduzione e nella quarta di copertina, si parla di “Briciole di bellezza” come di una storia d’amore ma già dopo poche pagine il lettore si rende conto che il cuore del libro è costituito dall’analisi e dalle possibili soluzioni per i problemi del nostro paese (e non solo del nostro), insieme al tema della bellezza come speranza per il futuro dell’Italia. Mi pare di capire tu sia convinto che la soluzione a tali questioni passi attraverso una visione umanistica del mondo, è così?

Si, penso che sia ineludibile la necessità di elaborare approcci coerenti con una “nuova visione umanistica” del mondo, fondata su relazioni coevolutive uomo/uomo e uomo/natura. Occorrerebbe cominciare a ragionare di un altro sviluppo umano, da attuare attraverso una economia che cammini di pari passo con l’ecologia, al fine di conservare la qualità ambientale ed eco sistemica nel produrre, generare e ridistribuire la ricchezza. Nella ricerca di un nuovo paradigma economico ed ambientale, però, non possiamo esimerci dalla constatazione dei limiti della tradizionale organizzazione economica mostrati dalla recente crisi. Risparmio, riuso, recupero, riciclo, rigenerazione, rinnovabili: queste possono essere le fondamenta del futuro, per l’Italia e per il nostro pianeta. Perciò, l'economia, la politica e la tecnologia dovrebbero tornare ad essere poste al servizio della vita e della natura.

Bene, ma allora quale può essere il ruolo della bellezza nel mondo di oggi?

La bellezza può essere una speranza aperta nel cuore della nostra società. Per provare ad uscire dal pragmatismo utilitaristico in cui sembrano immersi il nostro paese e il mondo di oggi, può aiutarci una rinnovata attenzione alla bellezza. Quando non si impara a fermarsi ad ammirare la bellezza, in genere si considera ogni cosa come un oggetto di uso e abuso personale, senza porsi troppi scrupoli. Per scardinare il ciclo ingenerato dal mondo consumistico, dobbiamo incontrare la bellezza. Perché l'esperienza della bellezza sospende l'atteggiamento del possesso e del consumo immediato, generando l'atteggiamento del rispetto, dell'ascolto e dell'attenzione verso l'altro. L'esperienza della bellezza consente di rintracciare un qualcosa che vale di per sé, e non un qualcosa che vale come mezzo per i nostri mutevoli scopi. Per concludere, in tempi bui e complicati come quelli che stiamo vivendo, il senso della bellezza sembra suggerire che un altro mondo è possibile.

 

 

 

 

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Rischi di un disegno eversivo e secessionista

MIURdi Paola Bucciarelli - Regionalizzare la scuola significa dividere l’Italia.

Nel silenzio generale sta passando la regionalizzazione della scuola.
Il ministro Bussetti in un’ampia intervista, qualche settimana fa, alla domanda: «Veneto e Lombardia hanno presentato la nuova bozza d’intesa per l’autonomia e chiedono di poter "regionalizzare" professori e presidi che diventerebbero dipendenti della Regione e non più dello Stato. Lei è d’accordo?», ha risposto che: «c’è un dibattito in corso». «Ma l’aspetto positivo — aggiunge — è che le due regioni promettono di mettere più risorse per gli stipendi degli insegnanti»(!).Comunque ha sottolineato: «Sarà un cammino sicuramente lungo, ma potrebbe essere un’opportunità, un modello anche virtuoso di gestione più capillare delle scuole».
Quindi, l’attuale governo e’ intenzionato ad avanti su questa strada.

Dove inizia la storia
Tutto inizia il 22 ottobre 2017 con il referendum con cui i cittadini veneti hanno detto sì all’acquisizione di una maggiore autonomia dallo Stato centrale.
Ora, il Veneto vuole festeggiare, ad un anno di distanza, con il varo in Consiglio dei ministri del disegno di legge per l'autonomia differenziata. Il testo messo a punto dal ministro degli Affari regionali Erika Stefani e dal governatore Luca Zaia è ancora in fase di limatura, ma la strada è ben tracciata.
Il governatore veneto Luca Zaia lo ha ribadito anche quando ha firmato - precedentemente - un accordo sempre col ministro dell’Istruzione Marco Bussetti per l’insegnamento della storia veneta in tutte le scuole della regione: «Questo è solo un assaggio dell’autonomia che verrà».
Si è compreso, così, che la partita che il presidente della regione veneta Luca Zaia si sta giocando con il governo è molto, molto più grande e importante. In palio c’è il riconoscimento di nuovi, importanti, margini di autonomia decisionale e finanziaria a vantaggio delle regioni a statuto ordinario.

Per il momento le novità più significative riguardano la scuola dove rappresentanti veneti e funzionari del Miur stanno lavorando da mesi a un’intesa. La richiesta di Zaia è chiara ed è scritta nel testo di progetto di legge: trasferimento su base volontaria del personale della scuola, maestre, prof e bidelli, alla Regione Veneto, il tutto incentivato da stipendi possibilmente più alti.
Difficile dire se resisterà ai rilievi dei tecnici del Miur che già - lo scorso anno - avevano accantonato la questione.

Regionalizzare a partire dal nuovo reclutamento mento degli insegnanti
Resta però in campo anche un’altra ipotesi, che al Miur è stata oggetto di approfondimenti vari nei mesi scorsi: se l’idea di un vero e proprio distacco del personale venisse bocciata si potrebbe puntare sul futuro attraverso il meccanismo che permetta di indire concorsi sulla base del fabbisogno regionale senza dover aspettare la lunga e complessa macchina dello Stato - potendo contare su un budget regionale variabile in funzione del gettito fiscale, con la promessa anche di stipendi più alti e comunque diversi da quelli del resto del Paese.

I pericoli di un disegno eversivo e secessionista
Il rischio è che nel medio periodo si accentui la forbice fra Nord e Sud.
La partita - dell’autonomia differenziata - invocata dal Veneto insieme ad altre regioni è delicatissima per le sue implicazioni sull’assetto istituzionale italiano.
La scuola italiana, pur tra molte difficoltà, è uno dei capisaldi di maggiore unità— culturale, ideale, professionale — del Paese.
Questa unitarietà e centralità della scuola andrebbe condivisa ed esaltata in tutti i modi, invece di contrastarla, come sempre più chiaramente sta emergendo.
La "regionalizzazione" della scuola rappresenterebbe un prodromo e un catalizzatore formidabile della divisione del Paese.

Siamo di fronte ad un provvedimento molto pericoloso. Per tre motivi.

- Il primo è che aumenterà la diseguaglianza nel nostro Paese, a partire dal fatto che le competenze alle Regioni sull’istruzione vengono affidate senza che lo Stato abbia «determinato i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».
In assenza di comuni livelli essenziali che garantiscano la cittadinanza universale è evidente che si sgretola la Repubblica «una ed indivisibile».
 

- Il secondo è che sarà il gettito fiscale, d’ora in poi, a determinare il livello dei diritti, non l’essere cittadino nel nostro Paese.
La ripartizione delle risorse finanziarie avverrà non in base al numero di persone da istruire ma in base alla ricchezza dei territori.
Quindi, una scuola di mille studenti in una regione ricca del Nord riceverà fondi in base al Pil di quella regione ed una di mille studenti in una regione piccola e povera del Sud in base al povero Pil di quest’ultima. In barba all’articolo 3 della Costituzione secondo cui «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini…».

ù - Il terzo è che limita fortemente la libertà di insegnamento. I programmi o sono nazionali o la piega inevitabile del localismo condizionerà l’una e gli altri.
E’ evidente che tutto ciò non cambierà dall’oggi al domani, ma la sola volontà di voler utilizzare il sapere e chi lo eroga per rinsaldare il sistema di valori di chi governa un territorio è chiarissima e, in questo nuovo quadro, inevitabile.
Siamo di fronte ad un testo sottilmente eversivo e secessionista che chiama ognuno di noi a resistere per difendere l’unità del Paese ed il futuro delle nuove generazioni.

 

 

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'Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese'

Bricioledibellezza 350 260 mindi Paola Bucciarelli - «Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese» di Filippo Cannizzo – Mimesis Edizioni 2018.

Iniziamo subito col dire che il libro di Filippo Cannizzo, «Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese» – Mimesis Edizioni, in uscita il prossimo 27 settembre – non è il solito libro retorico su quanto sia bella l’Italia.
Questo non significa, però, che l’autore non abbia grande spirito di osservazione e capacità nel descrivere scrupolosamente i tanti luoghi incantevoli e i tanti sapori della nostra penisola: che si tratti di Genova, del Salento, delle terre senesi o di Napoli, della costiera amalfitana o della Sicilia, la dovizia di particolari consegna al lettore un quadro attento e dettagliato. Ma – e qui avviene il «salto di qualità» rispetto a un’osservazione ricca di beatitudine ma passiva – l’autore è anche consapevole di una cosa: tanta bellezza non salverà «se stessa» né «ci» salverà se non ci impegniamo profondamente a coglierla e a difenderla come si deve. Questo ragionamento si evince, nel libro, già quasi a una prima lettura dell’indice: l’opera rappresenta un vero e proprio viaggio d’amore attraverso il Bel Paese che Giacomo, il protagonista, compie per raggiungere la sua amata Beatrice. Durante il viaggio di Giacomo verso la sua destinazione, l’autore cerca di aiutarci a scorgere le bellezze che ci circondano e delle quali non siamo affatto consapevoli.

Briciole di Bellezza

Il libro è diviso in cinque capitoli (a loro volta suddivisi in cinque paragrafi), ognuno dei quali è occasione e pretesto per parlare di uno o più temi (ambiente, istruzione, lavoro, violenza contro le donne, disabilità, Europa) in maniera approfondita e dettagliata. Si tratta di un libro ben documentato e quindi ricco di dati (tratti da studi scientifici nazionali e internazionali).

È da notare la notevole presenza di note, citazioni e un’ampia bibliografia che, per definizione, permettono un miglior approfondimento dei numerosi argomenti toccati.
Lo scopo principale del libro, va ripetuto, consiste nel dimostrare come solo la riscoperta del concetto autentico di bellezza potrà portare alla soluzione di alcune profonde criticità nelle quali il nostro presente è «invischiato».

 

Cannizzo alterna in tutto il libro, con sapienza, momenti di grave e seria riflessione, denuncia, critica e indignazione, a continui inviti a riscoprire – ma ancor prima a riconoscere – la bellezza del nostro Paese, un equilibrio quasi perfetto di natura, arte, enogastronomia, storia e tradizione.
Dal punto di vista della lettura, l’unione del saggio scientifico-accademico al racconto narrativo e romanzato fa sì che il libro ne tragga beneficio, acquistandone in scorrevolezza e risultando quindi «godibile».

Inoltre, l’utilizzo del dialogo, da parte dell’autore con i diversi personaggi incontrati durante il suo cammino, aiuta maggiormente a spiegare i problemi affrontati di volta in volta (così come le soluzioni che, di volta in volta, l’autore suggerisce). È proprio dal dialogo che scaturiscono le possibili vie d’uscita. Esse, infatti, non possono che esser frutto di una partecipazione collettiva: non è dunque possibile parlare di bellezza senza parlare dei «beni comuni».

La bellezza risulta essere, per il narratore, un’«idea fissa», che viene continuamente associata al concetto di cultura e con essa coniugata.
La scoperta della bellezza del paesaggio italiano è lo spunto che induce il lettore, dopo l’autore, a riflettere sull’importanza della cultura per un Paese come il nostro; sul rapporto che può e deve instaurarsi tra entrambe nell’Italia e nel mondo contemporaneo, ma, allo stesso tempo, come tra bellezza e cultura ci debba essere un dialogo imprescindibile che colleghi passato e futuro.

 

Perché tutto ciò accada, è necessario «cambiare il paradigma che abbiamo nella concezione della bellezza: uscire dal pragmatismo utilitaristico, avere una rinnovata attenzione alla bellezza, come esperienza che consenta di rintracciare un qualcosa che vale di per sé e non come qualcosa che vale come mezzo per i nostri mutevoli scopi».

Tale cambiamento presuppone necessariamente un cambio di mentalità, affinché ogni singolo si prenda cura della bellezza e della cultura. Inoltre, questo nuovo approccio non potrà avvenire se le giovani generazioni non saranno educate alla bellezza; di qui scaturisce, imprescindibile, l’importanza del sistema d’istruzione. Per Cannizzo, però, il discorso sulle responsabilità dello Stato verso la bellezza che adorna l’Italia non si limita alla scuola. Egli, bensì, auspica che si riparta dal progetto insito nell’articolo 9 della Costituzione: «La cultura va messa al centro dell’intera strategia pubblica per il Paese. La cultura va rilanciata come leva sociale e di sviluppo territoriale. Attraverso l’innovazione tecnologica, la creatività, l’incontro tra arte e scienza, solo così, la cultura può essere fonte di ricchezza, di buona crescita economica e riparo dalla regressione sociale».

L’autore critica, quindi, il mancato uso di risorse economiche dello Stato – e la sua conseguente «latitanza» – per gli investimenti nella cultura, arrivando a definire, per questo, analfabeta la classe politica nazionale.
Afferma, inoltre, che «l’Italia ha bisogno di lungimiranza e di una visione politica a lungo termine»; perciò invita la sua generazione a non rassegnarsi, a non farsi fagocitare dai problemi quotidiani, ad affrontare con maggiore lungimiranza le grandi sfide necessarie a cambiare questo Paese.

 

 

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Scuola: Urge una soluzione politica

MIUR 350 260di Paola Bucciarelli - Caos scuola: tra supplenze, ritardi nei concorsi e sentenze della magistratura

Anche quest’anno, come gli anni precedenti, in cattedra saliranno migliaia di supplenti. Con buona pace delle promesse degli ultimi quattro anni secondo le quali la riforma della Buona scuola avrebbe guarito il sistema scolastico italiano dalla “supplentite”.
L’ennesima medicina per curare la “supplentite” sarebbe dovuto essere il concorso riservato ai docenti abilitati che risulta, invece, in grave ritardo in molte regioni italiane.

Ritardi nell’ espletamento del concorso riservato

Questa procedura concorsuale, riservata per lo più agli insegnanti che erano stati ingiustamente bocciati all’ultimo concorso, quello del 2016, arranca tra burocrazia, dimissioni dei commissari e ricorsi in diverse parti d’Italia. E ad oggi non ha portato tanti e nuovi docenti in ruolo. In molte regioni, infatti, dove le prove sono state espletate, visto che i risultati non sono stati pubblicati entro il 31 agosto, i precari hanno perso il posto fisso, almeno per quest’anno.
Le preziose tabelle delle graduatorie del concorso docenti 2018 mancano in Campania, in Piemonte, ma non per tutte le materie, sono in ritardo in Toscana, Lazio e Lombardia.
Una situazione che secondo le stime della Cisl scuola potrebbe lasciare senza titolare quasi 20 mila delle 57 mila cattedre che attendono un insegnante di ruolo.

Silenzio sui concorsi riservati ai non abilitati

Nel frattempo a viale Trastevere tutto tace sugli altri tipi di concorso necessari e promessi: quello per i non abilitati e quello per le maestre senza laurea che, secondo la sentenza del Consiglio di Stato dello scorso dicembre, devono sostenere un concorso per poter diventare di ruolo: 7400 avevano già avuto la cattedra con riserva.
A queste ultime si aggiungeranno altre 30/40 mila colleghe che hanno insegnato almeno per due anni negli ultimi otto.

Le pseudo riforme per combattere il precariato degli ultimi 20 anni

All’inizio di ogni anno scolastico, dunque, è sempre emergenza insegnanti! Questo perché negli ultimi 20 anni c’è stata una babele di riforme, controriforme, riordini, fughe in avanti, retromarce, aggiustamenti, restyling e rinnovi che si sono succeduti di governo in governo. Il risultato è stato quello di riportare quasi sempre tutto al punto di partenza, solo che sempre più in maniera caotica. Un eterno gioco dell’oca.
Nonostante, apparentemente, la lotta al precariato fosse nel programma di tutti gli esecutivi e di tutti gli schieramenti che hanno governato, da allora puntualmente sono arrivati interventi legislativi - a volte per attuare pronunce dei giudici altre per ragioni di mero consenso elettorale - che hanno aperto varie graduatorie e ingolfato il plotone di professori in attesa del posto fisso.
Ciò è accaduto, accade e accadrà perché tutti i governi che si sono succeduti sono stati animati dall’obiettivo di “razionalizzare” (leggasi tagliare) la spesa pubblica, tagliando posti di lavoro ( - 87mila cattedre con Gelmini- Tremonti) e bloccando il turn over dei pensionamenti.

La mancanza di una visione politico culturale dell’Istruzione

Quello che è mancato - e manca - è una visione di ampio respiro culturale e politico del sistema scolastico che metta al centro lo studente, a partire da una nuova didattica - realmente inclusiva – che non può prescindere da un ripensamento della funzione docente.
Per fare ciò è necessario non solo pensare ad aumentare le risorse economiche per la scuola, ma anche a canalizzarle per avere edifici sicuri e attrezzati per le esigenze di tutta la popolazione scolastica. Aumentare i posti in organico in tutti i gradi di scuola per fronteggiare i fenomeni di dispersione e abbandono scolastico e riattivare la mobilità sociale. Diminuire il numero di alunni per classe per migliorare la qualità della didattica.

Le GaE rimangono chiuse

Purtroppo, non sembra essere questo l’indirizzo del “governo del cambiamento” , nonostante le promesse fatte in campagna elettorale. Infatti, il 6 settembre è saltato l’emendamento di Liberi e Uguali approvato al Senato il 3 agosto, prima della pausa estiva, attraverso il decreto “milleproroghe” che riapriva le graduatorie a esaurimento (GaE) a tutti i docenti precari abilitati.
Ora, di fatto, torna tutto come prima: con le graduatorie ad esaurimento che rimangono blindate e i docenti abilitati e non, costretti ad affrontare l’incertezza temporale dei concorsi per passare di ruolo.
È evidente che quella della riapertura delle GaE non era la soluzione ottimale, ma avrebbe consentito di fermare il prolificare e lo stratificarsi di diverse graduatorie.

Il Consiglio di Stato boccia i concorsi riservati

A maggior ragione nel momento in cui, su quelli riservati in atto si è abbattuta la sentenza del Consiglio di Stato che ha stabilito che diverse categorie di precari esclusi potranno essere ammesse con riserva al concorso per abilitati che si sta svolgendo dal 15 maggio scorso. Nell’allargare la possibilità di partecipazione anche ai cosiddetti " non abilitati" — dottori universitari, insegnanti tecnico pratici, docenti dell’alta formazione musicale, gli Isef dell’educazione fisica, gli insegnanti di Italiano per stranieri, gli abilitati all’estero — il Consiglio di Stato ha sollevato la questione di legittimità costituzionale di questo concorso per abilitati.
L’ipotesi del Consiglio di Stato è che l’indizione di un concorso riservato ad abilitati sia discriminatoria verso altre categorie di precari della scuola. Se questa interpretazione fosse fatta propria dalla Corte costituzionale ( serve almeno un anno), il ministero dell’Istruzione dovrebbe mettere la parola fine ai concorsi riservati.
Urge una soluzione politica.

 

 

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'Tutto cambia perché nulla cambi': il caso delle maestre diplomate

maestreconscolari 350 mindi Paola Bucciarelli - “Tutto cambia perché nulla cambi”: il caso delle maestre diplomate.

Nel "Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa c'è una frase emblematica: “tutto cambia perché nulla cambi”, vuol dire che se tutto cambia esteriormente, tutto rimane com’è.
Questa frase mi è tornata in mente leggendo le dichiarazioni di un deputato Cinque Stelle che ha perorato in Parlamento la causa dell’emendamento di maggioranza al cosidetto Decreto dignità il quale prevede l’ennesima stabilizzazione di maestre principalmente senza laurea.
«Questa è l’ora delle norme giuste, equilibrate, costituzionali e che non cadano davanti al primo ricorso. Fino ad oggi i politici hanno scritto le norme in maniera oscena e hanno diviso il mondo della scuola in categorie da aizzare l’una contro l’altra. Non cascateci più».

Una questione che certamente il governo M5S e Lega ha ereditato dai suoi predecessori, ma la cui soluzione non appare certo improntata a quello spirito nuovo e diverso dalla «vecchia politica» di cui M5S si è fatto paladino.
Queste quasi 50 mila diplomate, negli anni scorsi, si erano rivolte ai giudici per farsi assumere (e in alcuni casi avevano anche già ottenuto il posto con riserva). A dicembre è intervenuta la Consulta bocciando questi provvedimenti giudiziari.
Il governo attualmente in carica ha deciso allora con un decreto ad hoc di rinviare l’esecuzione della sentenza di 4 mesi. Poi, adesso, con l’ emendamento di cui sopra, in nome della continuità didattica, di garantire alle maestre diplomate di stare al proprio posto fino alla fine dell’anno come supplenti per poi salire in cattedra dal 2019 grazie a un concorso «farsa».

L’unica condizione, infatti, per superare il concorso è aver prestato almeno due anni di servizio negli ultimi otto: il che esclude i maestri laureati più recentemente che evidentemente non possono avere al loro attivo abbastanza supplenze. E pazienza se magari sarebbero stati più qualificati loro di molti semplici diplomati magistrali per insegnare. Per loro presto sarà bandito un nuovo concorso. Perché loro sì che devono essere selezionati.

In parte del mondo del precariato scolastico è esplosa la protesta. «Scateniamo l’inferno», scrive sui social Luisa Sarnataro, supplente storica napoletana in Graduatoria Gae (quindi non assunta) da tredici anni. Un’altra, dice: «Gente bocciata ai concorsi lavorerà e gente selezionata dai concorsi starà a casa».
«Il Governo del cambiamento ha mostrato la sua vera faccia: privilegia i furbi e l’illegalità mortificando il merito nella scuola pubblica», ha scritto un altro gruppo di docenti.

La rabbia è cresciuta quando gli insegnanti hanno ascoltato la gaffe del vicepremier Luigi Di Maio:
«I laureati magistrali sono stati salvati», ha detto. Laureati, li ha chiamati, non diplomati.
La Cgil ora scrive: «La soluzione è poco dignitosa e profondamente inadeguata per garantire il regolare avvio dell’anno scolastico. I diplomati magistrali restano in servizio con l’angoscia di essere licenziati di lì a poco».

La luna di miele tra il Ministro Bussetti con parte del mondo dei docenti sembra essere finita. La prima scelta fatta — consentire ai “deportati al Nord” della L.107 senza specializzazione sul sostegno di tornare a insegnare al Sud — ha tolto lavoro ai supplenti storici meridionali: «Una porcata dietro un’altra» , ora si legge.
A Milano e a Bologna, studenti e laureandi di Scienze della formazione hanno allestito sit-in davanti ai provveditorati. La settimana scorsa a viale Trastevere si è svolta la prima manifestazione precaria contro il Ministro del “cambiamento” e altre manifestazioni si sono svolte davanti il Parlamento.
Di fronte a queste giuste proteste, però, mi torna di nuovo alla memoria la frase: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» che, a ben vedere, nasconde un duplice significato, così importante al giorno d’oggi. Se vogliamo salvarci, è necessario un cambiamento. Ma il cambiamento non viene dall’esterno. Il cambiamento deve avvenire all’interno di ciascuno di noi.

È fondamentale per l’Italia una rivolta interiore, operata su se stessi, prima che sugli altri. Se le cose non vanno bene, è perché abbiamo imparato ad esteriorizzare la colpa. Disimparato a conoscere le responsabilità locali e personali. “Il male viene da fuori, noi siamo vittime innocenti” si sente spesso recriminare facendo riferimento di volta in volta a qualcosa di impreciso: Stato, società, capitalismo.
Naturalmente esistono cause concrete a provocare una certa condizione di disagio. Ma noi non possiamo esimerci dal proporre nuove visioni. Non possiamo protestare solo per il singolo provvedimento che ci riguarda, spesso ottenendo solo piccole modifiche. Dobbiamo impegnarci per realizzare una nuova società a partire da una nuova idea di scuola.
Altrimenti si fa il gioco di chi non vuole che le cose cambino.

Il grande malessere che oggi viviamo è il senso d’impotenza rispetto ad un sistema che non intendiamo combattere per apatia e rimozione di senso etico, aspetti connessi tra di loro. Siamo sempre pronti a dire io non c’entro, io che posso farci, non dipende da me.

 

 

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I 3 giorni del 1° Festival di Filosofia in Ciociaria

Restiamo umanidi Paola Bucciarelli - 1° festival di filosofia in Ciociaria: tre giorni di meraviglie.

Una settimana fa, venerdì 13 luglio 2018, è iniziato alle 17:00 presso il Castello dei Conti De Ceccano il I Festival di filosofia in Ciociaria dal titolo “ Restiamo umani”, che si è concluso nella serata di domenica 15 luglio 2018.
L’ingresso dell’affascinate maniero è apparso subito affollato da tante persone incuriosite dall’ iniziativa molto pubblicizzata nelle settimane precedenti.
Anche la corte principale della fortezza medievale, allestita per l’emozionante concerto serale, era piena di uomini e donne che ammiravano alcune delle opere della mostra d’arte contemporanea “Pesanti come coriandoli” curata da Roberto Gramiccia.
Mostra che ha raccolto molto successo nel corso dei tre giorni del Festival, insieme alla mostra fotografica "IO SONO" a cura di Ilaria Capogrossi e Luisa Ceccotti (2.0 Fotografi) allestita nelle sale interne del nobile palazzo di epoca medievale.
Alle 17.30, con una mezz'ora di ritardo, per dar modo ai tanti ospiti convenuti di registrarsi e di prendere posto nella sala grande del castello, dove si sono tenute tutte le lezioni, l’attrice Arianna Rossi ha aperto ufficialmente il Festival con una lettura recitata della poesia “La ginestra” di Giacomo Leopardi.
Poesia in cui il grande poeta italiano esprime tutto l’amore per quell’umanità che non si arrende di fronte alla dura legge dell’esistenza facendosi forte della solidarietà tra umani.

 

È toccato a Filippo Cannizzo, a nome dell’associazione R-Esistenze, promotrice dell’evento, salutare i convenuti e spiegare il tema del Festival e il nome scelto per esso.
Il tema dominante è stato quello della fragilità mentre “Restiamo umani” è il titolo che è stato accordato al I festival di filosofia in Ciociaria.
La fragilità come condizione essenziale dell’essere umano fin dal sua nascita.
Quindi, a partire da una riflessione sulla condizione esistenziale dell’uomo si è voluto analizzare la fragilità sociale che mai come in questo tempo è così evidente.
Lo scopo è stato quello di approfondire l’intreccio tra fragilità individuale e quella sociale, che può creare un unicum inscindibile, per provare a capire se nella natura stessa della fragilità può essere riposto il segreto del suo superamento.

Restare umani è un monito, in un mondo dove domina indifferenza e individualismo, ma anche, una speranza, nonostante tutto, nonostante una società pervasa da intolleranza, ingiustizie sociali, sofferenza,nonostante tutto qualcosa resiste e allora dobbiamo fargli spazio!
E l’unico modo, forse, a parte la dura condanna degli atteggiamenti che alimentano odio, razzismo, ingiustizie, è quello di creare momenti di confronto attorno ai temi che ci uniscono a filo unico, come è quello della fragilità. Ceccano CastelloContideCeccano una vista interna min

Dunque, il I Festival di filosofia in Ciociaria nasce come qualcosa che vuole durare nel tempo, non qualcosa di estemporaneo, vuole essere un progetto di lungo respiro in cui dare alle persone modo di riappropriarsi delle parole dell’esistente e cercare - perché no - di provare a cambiare la realtà. La filosofia, la parola ragionata che va al di là della disciplina scolastica e dell’ambito di studio di un’élite, torna ad essere come nell’antichità, strumento per comprendere il mondo.
Dopo la breve, ma intensa introduzione, le lezioni sono entrate nel vivo. Il programma ricco di interventi - 15 in totale - dalla mattina alla sera, è stato inframmezzato da tanti interventi musicali, teatrali e poetici.
Subito dopo la prima lezione, a cui hanno partecipato più di 100 persone, è stata la volta del primo spettacolo teatrale, messo in scena - al tramonto - dal gruppo artistico Acquasum Arte nel cortile più esterno del Castello dei Conti De Ceccano, quello che affaccia sulla valle del Sacco.
Uno spettacolo esclusivo in cui le voci, i gesti, i suoni dei due artisti si sono intrecciati in unicum che ha avvolto gli spettatori - tutti seduti in circolo - chiamati ad esperire l’elogio della fragilità.
Dopo cena è stata la volta dell’emozionante concerto tenuto da Federico Palladini e Marco Campasso, con l'intermezzo di Leonardo Massa e Alessandra Titocci, la voce e la chitarra di Gaia Masi.
Il buio della notte e la soffusa illuminazione del castello stracolmo di gente, fanno da cornice alla musica e alle parole di un cantautore, Fabrizio De Andrè, che della fragilità, della miseria umana, ha fatto numerosi affreschi nelle sue canzoni, invitando al contempo alla pietà e fraternità umana.

 

Sabato 14 luglio, alle 10:00 di mattina, la kermesse filosofica è ripresa con altre interessanti lezioni per lo più ruotanti intorno al tema della Resistenza.
Il momento più emozionante della giornata è stato alle 18:00, quando, nella sala grande, gremitissima, è entrata la partigiana Lidia Menapace testimone storica della lotta di Resistenza.
Le sue parole, il racconto appassionato della sua esperienza, la riflessione su tanti temi di tragica attualità hanno incantato il numeroso pubblico presente.
È stato un momento di dialogo generoso che ha arricchito tutte e tutti.
La serata si è conclusa con il meraviglioso spettacolo di Emanuele D'Agapiti e Matteo Colasanti, una rappresentazione che ha unito musica, poesia e teatro per ricordare e conoscere un intellettuale, Pier Paolo Pasolini, che può dire ancora tanto a questa Italia.
Tutto ciò è accaduto in un crescendo di persone che hanno deciso anche il terzo giorno di seguire la manifestazione culturale.
I convenuti, tra una lezione e l’altra, un intervento musicale, la declamazione di una poesia, di un’aforisma, hanno avuto modo di socializzare positivamente, di scambiare pensieri, riflessioni, emozioni.
È stato bellissimo osservare come persone che non si conoscevano affatto si siano scambiati contatti, abbiano deciso di pranzare e cenare assieme, per continuare i dialoghi instaurati nel corso dei vari interventi.
È la dimostrazione che se le persone vengono messe in grado di poter partecipare a una discussione pubblica senza distinzioni (di sesso, età, razza, nazionalità, istruzione, censo, partito politico) né limitazioni, si può costruire un nuovo e più ampio senso di cittadinanza.

La condizione per realizzare tale partecipazione è il profondo coinvolgimento dei singoli facendoli sentir parte di un collettivo umano.
Il Festival, conclusosi nella tarda serata di domenica 15 luglio con una drammatizzazione a cura dell’ associazione Cultores Artium che richiamava la tradizione locale, è andato oltre le più rosee aspettative che come organizzatori ci aspettavamo: mille presenze in tre giorni!
Non resta, come abbiamo già detto, di dare a tutti appuntamento alla prossima edizione nell’estate del 2019.

 

 

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Ilaria Capogrossi e Luisa Ceccotti parlano della mostra fotografica

Restiamo UmaniIntervista a cura di Paola Bucciarelli - Dal 13 al 15 luglio 2018, a Ceccano (Fr), presso il Castello dei Conti de Ceccano, avrà luogo il primo festival di filosofia in Ciociaria
Il tema che verrà affrontato nei tre giorni sarà quello della fragilità. Il mondo è pervaso dall’intolleranza, dall’ingiustizia, dalla sofferenza sociale. I media, la politica, la società, propongono dei modelli da seguire, alla donna e all’uomo, nella loro vita quotidiana, impregnati dall’odio e dalla violenza, verbale prima che materiale. Eppure, l’uomo è fragile per nascita, fragile per costituzione.
In questa prima edizione della scuola di filosofia il tema della fragilità verrà affrontato da diversi punti di vista provando a far dialogare, all’interno dei tre giorni, le lezioni di filosofia con differenti linguaggi culturali. Per tutta la durata della I Edizione del Festival di Filosofia in Ciociaria, nei locali di svolgimento dell’evento, verrà allestita una mostra fotografica di 2.0 Fotografi dal titolo “IO SONO”.
Intervista a Ilaria Capogrossi e Luisa Ceccotti autrici della mostra

Il tema del festival e’ la fragilità. In che modo questo tema entra in relazione con la mostra fotografica che allestirete durante la tre giorni

Quando c’è stato proposto di esporre le nostre opere durante la manifestazione di Ceccano, abbiamo accettato subito, senza aver bene in mente cosa avessimo voluto realmente raccontare.
R-Esistenze, da qui siamo partite.
IO SONO- UN PROGETTO FOTOGRAFICO, nasce proprio con l’intento di raccontare l’umanità.
L’umanità che resiste, quella della violenza, della diffidenza, dell’abbandono, la fragilità prende quindi forma nelle nostre fotografie.
Siamo andate alla ricerca quasi “matta e disperatissima” di persone, associazioni, collettività che volessero partecipare e mostrarsi per noi. Pensavamo che nel 2018 fosse molto più semplice intraprendere una strada del genere ma purtroppo non è stato cosi. Tante porte chiuse, tanti “vi faremo sapere” tuti con una forte paura di mostrarsi e di mettersi a nudo, di farsi vedere negli occhi.
Attraverso questo progetto abbiamo voluto rendere queste persone presenti, vive e protagoniste della società in cui viviamo, ancora troppo ingabbiata in regole e ruoli obsoleti.

Restiamo Umani

Come sarà strutturata la mostra fotografica? (numero di foto, stile, tecnica fotografica...)
Abbiamo scelto il ritratto e più di tutto lo sguardo, sede di gioie, paure, ragione e cuore.
Il risultato sarà una serie di volti di grande formato in cui il soggetto s’impone con un forte impatto visivo; non sappiamo quante foto verranno esposte essendo questo progetto in continua evoluzione.

Raccontateci il vostro progetto 2.0 fotografi?

2.0 Fotografi è stata la nostra rinascita, dopo aver lasciato entrambe i nostri lavori nel 2015, ci siamo buttate nella fotografia fino a farne un vero e proprio progetto di vita.
In un futuro prossimo, il nostro obiettivo principale sarà quello di aprire uno studio fotografico in provincia. In modo tale da poter crescere e permettere a tutti di entrare in contatto con noi e con il nostro modo di lavorare. Ne vedremo delle belle… ;)

E’ la prima volta che esponete questa mostra?

IO SONO ha iniziato a prendere forma nel gennaio 2018 e verrà esposto per la prima volta in assoluto, durante la tre giorni del festival.
Speriamo di ampliare il nostro progetto e di portarlo in giro per l’Italia.
Cercheremo di entrare in contatto con più persone possibili per concludere con un libro fotografico che racconterà di noi e del nostro IO SONO.

Quali progetti fotografici avete in mente per il futuro?

Pensare al futuro è sempre un po’ complicato… Abbiamo tante sogni nel cassetto e cercheremo di realizzarli tutti.

 

++cliccare sulla foto a desta per ingrandirla

 

 

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Donne, Resistenza e Costituzione un legame inscindibile

le21donnedellacostituente 460 320 mindi Paola Bucciarelli - Il 22 maggio scorso sono ricorsi i 40 anni della L. 194, quella che tutela l’interruzione volontaria di gravidanza.
Ho ripensato così a tutte le leggi che dal 1945 ad oggi hanno cambiato, tutelato e migliorato la vita delle donne in Italia.
Dalla legge n.80 del 26 agosto 1950 “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri”, passando per la L. 75 del 20 febbraio 1958 “ abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”, a quella n.66 del 9 febbraio 1963 “diritto delle donne ad accedere a tutte le cariche, professioni e impieghi pubblici compresa la magistratura”, e ancora L. 151 del 19 maggio 1975 “riforma del diritto di famiglia”, L.546 del 29 dicembre 1987 “Indennità di maternità per le lavoratrici autonome”, L. 66 del 15 febbraio 1996 “Norme contro la violenza sessuale”, L. 40 del 15 Febbraio 2004 “norme sulla procreazione medicalmente assistita”; ho riflettuto sul fatto che tale processo normativo è potuto avvenire grazie alla Costituzione repubblicana di cui oggi, 2 giugno, ricorre la festa.

Le donne italiane votarono per la prima volta. Il 2 giugno 1946 per il referendum istituzionale fra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. La percentuale delle partecipanti al voto fu altissima.

 

Furono elette ventuno donne su cinquecentosei componenti dell’Assemblea. Per la prima volta, quindi, un piccolo gruppo di donne entrava in Parlamento. Le ventuno madri costituenti erano donne che avevano partecipato alla lotta antifascista.
Con la partecipazione determinante di queste donne, che nonostante le forti differenze politiche hanno sempre saputo agire in modo concorde per far riconoscere i diritti delle cittadine italiane, è stata approvata la nostra attuale Costituzione, che, dopo 70 anni, per quanto riguarda la questione femminile, è una delle più avanzate e complete.
Le donne hanno partecipato alla stesura della Costituzione e poi hanno determinato il cambiamento profondo della nostra società, i suoi costumi e valori, le sue condizioni di vita, le sue leggi.

Le donne sono state pienamente protagoniste della nascita della Repubblica. Quindi le donne sono state le protagoniste fondamentali del cambiamento successivo, quello che ha cercato di inverare i valori della nostra Costituzione.
Tutto ciò si può leggere attraverso le leggi che hanno cambiato l’Italia e che hanno avuto come autrici le donne.
Queste leggi hanno tutte come obiettivo la promozione della dignità della persona e una dimensione di cittadinanza piena.
Sarà questo il tema di cui parlerà la professoressa Fiorenza Taricone dell’Università degli studi di Cassino nel corso della lezione “Storie di donne e della Resistenza taciuta”. La lezione si terrà nell’ambito del I* Festival di Filosofia in Ciociaria dal 13 al 15 luglio 2018 presso il Castello dei Conti di Ceccano ( FR).

La Resistenza è stata, quindi, il momento in cui si è espresso un nuovo protagonismo femminile.
È nella Resistenza che le donne hanno la possibilità di partecipare alle decisioni da cui dipende la loro vita presente e futura.
Nel momento più tragico della guerra, in cui tutto sembrava perduto e distrutto, ecco le donne uscire dalle loro case, spezzare vincoli sociali secolari, e prendere il loro posto nella lotta, perché combattere era giusto e necessario.

La Resistenza ha contribuito a far nascere una comune coscienza nazionale tra donne di differenti ceti sociali, di diverso livello culturale e orientamento ideale, e a far loro acquisire una nuova consapevolezza del proprio ruolo e l’aspirazione a conseguire tutti i diritti. Non a caso i Gruppi di difesa delle donna (GDD) affermavano che la conseguenza della partecipazione delle donne alla Resistenza dovesse essere il diritto di voto. La partecipazione delle donne alla Resistenza è stata dunque il fondamento per la conquista dei loro diritti.
Sarà la partigiana Lidia Menapace a raccontare questo passaggio tanto importante per la storia delle donne italiane nel corso della lezione “ Storie di donne e della Resistenza taciuta” il 14 luglio alle 18:00 al Castello dei Conti di Ceccano in provincia di Frosinone.

 

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È giusto chiamare “bullismo” l'aggressione di uno studente verso un docente?

a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista alla Prof. Paola Bucciarelli docente precaria di sostegno nel liceo classico di Latina. Docente abilitata in storia e filosofia.

 

Si parla di bullismo nelle cronache. L'accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell'ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l'avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

No, non mi sembra una parola corretta; bullismo e’ una parola mediatica. Quello di cui stiamo parlando e’ violenza pura, aggravata dalla futilità o nullità dei motivi scatenanti. Non può essere un richiamo, un brutto voto, a generare tale immotivata violenza.

 

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale.
L’inquietante aumento di casi di violenza nei riguardi degli insegnanti ha diverse concause. Alcune sono figlie dirette dei disvalori che quotidianamente vengono messi in atto. Il non rispetto dell’altro, la violenza verbale e fisica con la quale si risponde nelle circostanze in cui, a torto o a ragione non importa, le persone si sentono danneggiate. A qualunque livello. Dalla classe politica che si insulta quotidianamente senza ritegno, all’importante calciatore che dice cose terribili ad un arbitro per un rigore che, secondo il calciatore, non esiste, all’intervistato che aggredisce il giornalista, al genitore che va a picchiare l’insegnante che ha rimproverato il figlio.

 

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

La scuola più di altre istituzioni subisce una delegittimazione sociale e a farne le spese sono soprattutto gli insegnanti la cui «autorità» è stata completamente azzerata.
Rispetto che non significa supina accettazione di qualunque cosa «l’autorità» dica e disponga, ma riconoscimento di un ruolo che la società ha attribuito a quella persone in quella circostanza. E invece no. Oggi gli insegnati sembrano una sorta di bersaglio versoi quali tutto sembra permesso. E gli adolescenti apprendono e agiscono di conseguenza. Lo scenario è aggravato da un altro fatto: la possibilità – attraverso smartphone e Internet – di far uscire dalle mura dell’aula la prova della propria bravata, di amplificare a dismisura l’esibizione del proprio potere nel sopraffare ed irridere la vittima.
E c’è anche un terzo aspetto: la certezza dell’impunità. Ed è almeno su questo fronte che non dovremmo mollare. Non solamente per noi, ma per le nuove generazioni, cercando per quel che ancora si può, di instillare in loro un minimo di rispetto per l’altro, di vivere civile e di assunzione delle proprie responsabilità. Ma a questo sembrano non collaborare, per primi, gli stessi insegnanti-vittime che troppo spesso tendono, se non a giustificare gli studenti, a minimizzare la gravità dei fatti. Specie se arrivano le scuse salvifiche del bullo pentito. No. Non possiamo allevare una generazione nella convinzione che basta chiedere scusa, dopo, per azzerare tutto, per lavarsi da ogni responsabilità, per ricominciare come se nulla fosse accaduto.

 

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

La responsabilità risiede nell’aver cercato di trasformare le scuole in aziende.
Ciò crea un clima generale di difficoltà perché comporta una competizione sfrenata. L’approccio aziendalistico annulla il compito fondamentale della scuola: mostrare che le persone hanno valore al di là del risultato.
Inoltre, il clima di difficoltà è frutto del disprezzo, che aleggia sulla scuola da tempo.
Decenni in cui, a poco a poco, abbiamo permesso che un’istituzione decisiva, forse la più importante in una società democratica perdesse credito e autorevolezza.
La politica tutta, di governo in governo, ha avuto parole di vera e propria intolleranza verso la scuola pubblica, ha irriso i docenti mal retribuiti, li ha trasformati in servi di ottuse logiche aziendaliste, in meri esecutori di continue riforme spesso senza alcuna sostanza.
Nell’indifferenza generale si è lasciato che gli insegnanti perdessero tutta l’autorevolezza che avevano nella società.
Alla scuola è stata attribuita ogni sorta di colpa e di responsabilità in questi ultimi due decenni. Come se la scuola fosse la fabbrica che produce un sapere da assorbire in fretta, fatto di nozioni da mandare giù velocemente, giusto quel che è sufficiente a prendere il “pezzo di carta”.

 

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

Gli studi dimostrano che la tecnologia migliora l’apprendimento solo se se viene in aiuto a strategie di insegnamento efficaci.

 

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Il ruolo della famiglia è primario e se non partiamo da loro, non potremo mai essere efficaci con i ragazzi.
Non si può mettere in discussione tutto ciò che un insegnante dice o fa, sia da un punto di vista personale che professionale. Se ci sono dei problemi con uno o più docenti, un genitore deve ascoltare il proprio figlio, perché il ragazzo ha diritto e bisogno di sapere che in casa c’è chi lo ascolta e lo comprende. Il genitore deve aiutare il figlio a contestualizzare il problema, ad analizzare l’accaduto. Compito del genitore deve essere aiutare il proprio figlio a ragionare sulle possibili strategie, senza farsi prendere dagli impulsi e attaccare la scuola e l’insegnante. Si deve chiedere un incontro per confrontarsi con i professori, cercando di risolvere il problema attraverso una mediazione.
Altro aspetto è quello dell’educazione dei figli.
Se vengono educati come piccoli principi con tutti i diritti e nessun dovere, a cui non si può dire un NO per evitare tragedie successive, o non si può imporre un limite ed una regola, è implicito che vivranno i paletti, che giustamente si devono ancora mettere nella scuola basati sul rispetto dei compagni, del docente, del silenzio, delle regole di convivenza comune, come una condizione stressante o addirittura come un abuso.
Si dovrebbe far capire ai figli che non tutto può andare sempre come ci piace o come vorremmo, non tutte le persone che incontreremo davanti a noi si comporteranno come ci aspettiamo e questo non significa che non vadano bene, ma che sono altro con cui a volte, non sarebbe sbagliato imparare a convivere. Questa è la base su cui lavorare se vogliamo educare adulti sufficientemente equilibrati in grado di integrarsi nei vari ambienti che frequenteranno.
La scuola, da parte sua, dovrebbe arginare queste ondate quotidiane di genitori che invadono le scuole italiane riempiendole di critiche e di insulti. Si dovrebbero mettere paletti anche ai genitori e tollerare di meno questi attacchi diretti per riprendere un ruolo ormai messo troppo spesso in discussione. Questo però si può fare se si monitora in maniera più approfondita l’operato delle risorse interne affinché non siano attaccabili e criticabili.

 

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Certamente si, purché l’inclusione, l’integrazione non siano solo belle parole, ma riempite di contenuto, di pratica effettiva e quotidiana.

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

Il “bullismo” contro i docenti è figlio della Scuola-azienda

no bullismo 400 260di Paola Bucciarelli - Il “bullismo” nei confronti dei docenti è frutto della concezione della Scuola come azienda.

La data più attesa nell’Istituto di istruzione superiore Buonarroti — Fossombroni alla periferia di Arezzo è il 19 maggio.
Quel giorno, infatti, quaranta assegni saranno consegnati nelle mani degli allievi più meritevoli.
Gli studenti, con una media dal 7 e mezzo in su e almeno 9 in condotta, riceveranno 100, 120 o 150 euro a seconda dell’andamento scolastico.
La preside Silvana Valentini ci tiene a precisare che è:« un modo per incentivare i ragazzi, per far scattare la motivazione allo studio e promuovere comportamenti corretti in classe».
E aggiunge:« L’anno prossimo potranno ricevere i soldi più allievi anzi, noi ce lo auguriamo, il nostro spirito è alzare il livello di preparazione dei ragazzi».

L’istituto aretino ha usato una parte del suo bilancio per avviare il progetto, ideato nell’anno scolastico 2016/2017. Solo successivamente sono sopraggiunti gli sponsor: aziende della provincia che realizzano progetti di scuola-lavoro con l’istituto. Afferma sempre la preside: «...vogliamo dimostrare che la nostra scuola è ben collegata al mondo del lavoro».
Nella scuola di Arezzo sanno di aver avuto un’idea molto attraente nonostante le polemiche che potranno esserci intorno all’iniziativa. A giudicare dalle iscrizioni alle classi prime (160 iscritti per l’anno scolastico 2018/19) sembra che tale scelta sia stata gradita dalle famiglie della cittadina toscana.

A mio avviso l’idea di ricompensare la media dei voti con un premio in denaro è profondamente sbagliata.
Al di là che si premino voti del tutto normali (si premia la media dei voti a partire dal 7 e mezzo, e il 9 in condotta), la cosa sbagliata è dimostrare di condividere la logica aziendalistica del risultato, per cui o raggiungi l’obiettivo o non lo raggiungi.
È alimentare quindi in maniera estremistica la competizione, ridurre tutti ad un numero, far passare l’idea che gli studenti sono solo dei numeri, che i ragazzi hanno un valore solo in base al numero che viene assegnato come voto. La misura del merito non è il voto!
È un atteggiamento che crea frustrazione, infelicità, competitività, aggressività. Annulla il compito fondamentale della scuola: mostrare che le persone hanno valore al di là del risultato.

La scelta fatta da questo istituto toscano avalla il principio che la scuola non ha mezzi propri per riconoscere il valore delle persone al di là del denaro, mentre compito della scuola è quello di cercare di dimostrare che ogni persona ha valore e che la scuola può aiutarla ad esprimerlo.
Esistono tanti altri modi per incentivare lo studio: l’iscrizione a una certificazione linguistica, un soggiorno all’estero, un abbonamento per assistere a spettacoli teatrali e concerti, un buono-libri.
Purtroppo, questo squallido materialismo sta pervadendo tutto il sistema scolastico, ne sono una dimostrazione le prove Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) somministrate in questi giorni, e fino al 19 maggio, ai bambini di quinta elementare. In una di queste domande a bambini di 10 anni è stato chiesto: «Pensando al tuo futuro, quanto pensi che siano vere queste frasi? A. Raggiungerò il titolo di studio che voglio – B. Avrò sempre abbastanza soldi per vivere – C. Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero – D. Riuscirò a comprare le cose che voglio – E. Troverò un buon lavoro». Le possibili risposte erano:« per niente, pochissimo, poco, abbastanza, molto, totalmente».

Questa domanda insensata ha sollevato un polverone di critiche, che possono essere riassunti dal pensiero del giornalista Massimo Gramellini che, in un suo articolo sul Corriere della Sera dell’11 maggio, ha scritto: «sta passando il principio che la scuola serva soltanto a trovare un lavoro e non anche se stessi».
L’ INVALSI così ha dimostrato ancora una volta l’asfittico sfondo ideologico su cui basa i suoi test.
Queste due notizie mi portano a riflettere sul fatto che gli episodi di cosiddetto bullismo di studenti nei confronti degli insegnanti sono figli del discorso pubblico che ha imperversato da ormai vent’anni a questa parte.
Sono il frutto dell’ostilità, della diffidenza, della sfiducia, a volte del disprezzo, che aleggia sulla scuola da tempo.
Decenni in cui, a poco a poco, abbiamo permesso che un’istituzione decisiva, forse la più importante in una società democratica perdesse credito e autorevolezza.

La politica tutta, di governo in governo, ha avuto parole di vera e propria intolleranza verso la scuola pubblica, ha irriso i docenti mal retribuiti, li ha trasformati in servi di ottuse logiche aziendaliste, in meri esecutori di continue riforme spesso senza alcuna sostanza.
Nell’indifferenza generale si è lasciato che gli insegnanti perdessero tutta l’autorevolezza che avevano nella società: carne da macello per concorsi, pendolari della supplenza; ridotti ad essere notai di fantomatiche “competenze”, lasciati soli di fronte a famiglie sempre più invadenti, polemiche, rissose.
Alla scuola è stata attribuita ogni sorta di colpa e di responsabilità in questi ultimi due decenni. Come se la scuola fosse la fabbrica che produce un sapere da assorbire in fretta, fatto di nozioni da mandare giù velocemente, giusto quel che è sufficiente a prendere il “pezzo di carta”.

La violenza dei bulli è la prova dell’incapacità di guardare alla scuola come al luogo in cui si gioca tutto, trattandola invece da parcheggio, da ufficio estrazione voti buoni, da alibi collettivo.

 

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