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Tutelare la contrattualità salariale, con legge

paga minima oraria 350 260 minDonato Galeone - Salario dei contratti di lavoro e salario minimo con legge. Ho atteso le conclusioni dell'iniziativa CGIL-CISL-UIL sulla “Cultura del Lavoro e l'Europa” voluta e svoltasi il 6 e 7 maggio a Matera, città e luoghi da me conosciuti - alla guida della CISL provinciale - negli anni 1958-1967.

Ricordo quegli anni difficili e gli altri anni di impegno sindacale a Frosinone e Lazio fino al 1976 e, in quegli anni, ho avuto sempre presenti sia le nostre emigrazioni verso le Americhe del secolo scorso in cerca di lavoro e sia gli effetti del “New Deal” americano lanciato nel 1933 da quel lungimirante Presidente democratico degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, che intese rendere diritti al lavoro e riconoscere anche al “sindacato dei lavoratori e alla contrattazione collettiva del lavoro la reale forza equilibratrice nei confronti del potere economico”. Una svolta coraggiosa che influì fortemente sulla stessa fisionomia dello Stato americano. (E. Duff in “Proprietà privata e concentrazione economica negli Stati Uniti – ottobre 1958 pagina.554)

E nel merito della contrattazione collettiva personalmente, oltre 60 anni fa, presso l'Ufficio Provinciale del Lavoro di Matera – in attuazione della legge del 14 luglio 1959, n.741 – depositai i contratti collettivi integrativi provinciali di lavoro per “garantire i minimi di trattamento economico e normativo ai lavoratori” della Provincia di Matera.
Quella legge, ebbe dal Parlamento un ampio consenso, perché, rispondendo ad una delle più lunghe attese dei lavoratori, non pretese di dare soluzione definitiva ai molti problemi del mondo del lavoro in trasformazione, ma favorì, la evoluzione sociale italiana - nel pieno rispetto sia della libertà sindacale che della iniziativa primaria - la contrattazione delle condizioni di lavoro - delle organizzazioni rappresentative, associate, dei lavoratori e dei datori di lavoro
Quella legge garantiva a tutti i lavoratori e per tutte le categorie un “minimo di trattamento economico e normativo” per evitare che esso fosse in contrasto con i risultati dell'azione sindacale e determinasse una “disarmonia salariale – possibile – tra il trattamento contrattuale e quello garantito per legge”.

Di fatto, con quella legge, veniva posto l'obbligo, inderogabile, di uniformare alle norme legislative tutti i contenuti dei singoli accordi economici e contratti collettivi, compresi gli Accordi Interconfederali, stipulati dalle organizzazioni sindacali.
Quel Governo e quel Parlamento, di oltre 60 anni fa, nell'adempiere il dovere istituzionale di “garantire a tutti i lavoratori un più sicuro e definito livello minimo di trattamento economico e normativo” riconfermavano e riconoscevano la “primaria validità” dell'azione sindacale nel “regolare le condizioni di lavoro con la contrattazione collettiva”.
Non una propaganda parolaia - oggi giorno corrente - ma un vero, pur parziale, contributo alla “cultura del lavoro italiano nella cultura europea” convenuta tra rappresentanze sociali intermedie - richiamata da CGIL-CISL-UIL in questi giorni anche nella città di Matera - da sostenere ed estendere con legge oltre che rispondente ad una puntuale ricognizione dei trattamenti economici salariali connessi alle normative vigenti e ai livelli produttivi contrattuali, sottoscritti, dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e associazioni dei datori di lavoro più rappresentative a livello nazionale e territoriale.
Potrei concludere con il richiamo al passato e agli anni vissuti a sostegno del lavoro salariato anche da me contrattato, nella dimensione territoriale provinciale regionale, poi esteso con legge dello Stato. Ma, mio avviso, non sarebbe sufficiente, in quanto ritengo, innanzitutto, considerare molto positivo che dal 1959 ad oggi, con il sostegno di milioni di lavoratori, la CGIL-CISL-UIL hanno coperto dalla contrattazione collettiva oltre l'80% del lavoro italiano e quel 15-20% dei “lavori e lavoretti poveri” sono coinvolti sia nel “lavoro nero o nel caporalato” e sia nel cosiddetto “dumping contrattuale” - non sempre controllato dagli organi di vigilanza dello Stato.
Si tratta di falsate coperture contrattuali attivate da organizzazioni di datori di lavoro e gruppi di lavoratori – non rappresentativi - che sottoscrivono forme di “salario a ribasso e tabelle contributive non conforme a tutte le materie del diritto nel lavoro”.

E' stato detto e ripetuto che si è introdotta, in Italia, la tipologia della “contrattazione pirata” - così definita - e che risulterebbe anche raddoppiata in questi ultimi cinque anni, come riscontrato dal CNEL. Tali rapporti in questo ultimo decennio sono stati favoriti, indubbiamente, anche dalla crisi persistente nella ricerca di un qualsiasi lavoro per vivere; dalla crescente disoccupazione e sottoccupazione definita “lavoro a ore flessibile sottopagato e precario” svolto anche in condizioni produttive di scarsa o nessuna sicurezza sul lavoro.
Appare possibile che non soltanto il salario minimo per legge potrà avviare a soluzione il “dumping contrattuale o la contrattazione pirata” ma sarà, certamente, attraverso una mirata e continua organizzazione di vigilanza ispettiva territoriale di verifica sull'applicazione dei contratti e salari oltre alle normative sottoscritte dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dalle organizzazioni dei datori di lavoro maggiormente rappresentative già di fatto riconosciute o da riconoscere, come più volte sollecitato nelle sedi e nelle forme di rappresentanza.

Ed ecco, quindi, l'orientamento che sembra prevalere in queste ultime settimane che è quello di procedere con una “ricognizione consensuale” - in sede di Ministero del Lavoro e Parlamento - della vigente contrattazione collettiva promossa e prodotta, in sintesi, dai corpi intermedi – parti sociali – tra sindacati dei lavoratori più rappresentativi della CGIL-CISL-UIL e le associazioni dei datori di lavoro, quali sottoscrittori dei contratti collettivi di lavoro vigenti intercategoriali – parte normativa e parte economica – entro cui ricostruire mediamente un “salario minimo per legge” da adeguare, volta a volta, alla evoluzione della contrattazione collettiva del lavoro italiano nella dimensione europea.
Se avrà corpo tale orientamento - non solo a mio avviso – si realizzerà una piccola ma importante svolta di “democrazia politica” partecipata per avviare un percorso di “democrazia economica” con la partecipazione dei lavoratori allo sviluppo dei processi produttivi, tecnologicamente innovativi, che “non distruggeranno ma qualificheranno sempre di più il lavoro” verso cui - con la propria umana intelligenza della “persona” - operatore/operatrice - si continuerà a collaborare compensata da un “salario orario contrattuale di comparto e luogo di lavoro sostenuto con legge” nella produzione di beni e servizi domandati dalla società.

Roma, 11 maggio 2019

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