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Ilham Mounssif, studentessa italiana discriminata a Montecitorio

ilham 350 240Valerio Ascenzi intervista Ilham Mounssif - Qualche giorno fa abbiamo parlato di Ius Soli e Ius culturae, dell’importanza del disegno di legge che riforma le normative di accesso alla cittadinanza italiana. E manco a farlo apposta il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha rilanciato il discorso sulla riforma, parlando però, semplicisticamente di Ius Soli. Forse per questioni mediatiche, perché in questo Paese, purtroppo, dobbiamo abbassare il livello della comunicazione, ma abbiamo già spiegato che nel Ddl 2092, quel che è realmente importante è l’accesso ai diritti di cittadinanza per coloro i quali frequentano almeno un ciclo di studi nelle scuole del sistema nazionale d’istruzione italiano. Cioè: lo Ius Culturae.
Circa venti giorni fa, avevamo affrontato la questione con Ilham Mounssif, ventitreenne studentessa italiana di origini marocchine, arrivata in Italia nel 1997. Ilham, come molti altri suoi coetanei, nati fuori dai confini italiani, ha frequentato le scuole italiane, arrivando a laurearsi quest’anno in Relazioni internazionali. Ilham, membro del movimento Italiani Senza Cittadinanza, attualmente è impegnata nel servizio civile nell'ambito della cooperazione allo sviluppo proprio in Marocco. Oggi è un casco bianco impegnato nella lotta non armata e nella promozione dei principi e valori della Repubblica Italiana, la quale però non la riconosce sua cittadina. La ricorderete per essere balzata agli onori della cronaca nazionale perché le venne impedito l’accesso alla Camera dei Deputati durante la premiazione dei migliori studenti universitari italiani. Il motivo: perché non è cittadina italiana. Vi riportiamo l’intervista che abbiamo realizzato con lei nei giorni scorsi.

Ilham ci parli del riconoscimento per i tuoi anni di studio e per i risultati ottenuti in Italia? Sei un prodotto culturale italiano a tutti gli effetti. Però manca qualcosa…

Si, manca il documento che attesti la mia italianità. Infatti nonostante i miei 20 anni (ne ho 22) in Italia, io non sono cittadina italiana e non mi sarà possibile esserlo finché non avrò un requisito reddituale adeguato come prevedono le attuali disposizioni in materia di cittadinanza: la legge 91/92 che fa valere le stesse regole per i comuni immigrati adulti, anche su coloro che sono cresciuti e alle volte nati in questo paese, se non hanno genitori naturalizzati, e se non rispondono a determinati criteri che, ahimè, non tengono conto del percorso di vita effettuato in questo Paese.

Ci spieghi perché non ti hanno fatto entrare a Montecitorio? Cosa è accaduto in sostanza nell’episodio in cui non sei stata ricevuta insieme agli altri studenti in Parlamento? E come è intervenuto il presidente della Camera Boldrini?

Dopo la premiazione all'Aula dei gruppi Parlamentari, in cui è avvenuta la cerimonia di premiazione dei migliori studenti laureati dell'anno accademico, da parte della Fondazione Italia Usa, ho deciso di proseguire con la visita di Montecitorio. Chiaramente nonostante fossi già dentro, per raggiungere l'aula dei lavori della Camera son dovuta uscire e entrare dall'ingresso posteriore. Li dopo aver compilato modulo d'ingresso mi è stato detto che non essendo cittadina comunitaria avrei dovuto presentare un permesso speciale per accedere all'aula. Potete immaginare la mia faccia e l'umiliazione: tu, italiana de facto, non puoi entrare nel luogo simbolo della democrazia del tuo paese perché non ne sei cittadina. Tra l’altro dopo aver visitato ripetutamente istituzioni comunitarie e di altri paesi europei. Assurdo! Tale fattispecie purtroppo è stata giustificata come prassi, avente lo scopo di meglio identificare i visitors non comunitari.
Io l'accaduto l'ho subito segnalato ai miei compagni del movimento, e ci siamo adoperati per segnalarlo a chi di dovere. In primis abbiamo fatto riferimento alla segretaria di un deputato di Possibile, nostra conoscenza, e l'On. Maestri si è subito adoperato per inviare una lettera alla Presidente per segnalare l'increscioso episodio. Di li, dopo l'intervista per Repubblica, il caso è diventato nazionale, anzi, internazionale.

Noi pensiamo che dare la cittadinanza ai nati sul suolo italiano, anche da genitori stranieri rappresenti una grande opportunità di crescita civile di questo paese. Tu cosa ne pensi?

Sicuramente. Non solo un passo avanti in tema di diritti civili, ma una necessità di carattere economico e di stabilità del Paese stesso, che va in direzione della stessa coesione sociale. Inoltre renderebbe giustizia agli ingenti investimenti fatti dallo Stato stesso sulle nostre vite, che lo Stato stesso vanifica non riconoscendoci cittadini. È una situazione poco lungimirante, e non serve essere un grande statista per rendersene conto.

Oltre allo Ius soli, crediamo che lo Ius Culturae sia un passo ancor più in avanti per la crescita culturale di questo paese. Anche gli Usa, nonostante tutte le loro contraddizioni sul welfare, ce l’hanno. Secondo te, di quanto siamo indietro in Italia?

La chiave di questa riforma è lo proprio lo Ius culturae, che pone una toppa alla falla giuridica e legislativa che non contempla, in alcun modo, la fattispecie di coloro che crescono in questo paese. Chi nasce sul suolo italiano, a 18 anni può chiedere la cittadinanza entro 1 anno. Chi cresce sul suolo italiano, frequentando le scuole italiane, è completamente abbandonato a se stesso e, una volta che supera i 18 anni, se non ha ereditato la cittadinanza dai genitori, che magari nel frattempo sono statiilham boldrini nativi 350 260 naturalizzati, deve aere necessariamente un reddito minimo per almeno tre anni affinché possa chiedere la cittadinanza, cosa che considerata la nostra giovane età, in un paese in crisi come l’Italia, tutt'altro che cosa facile.

Pensi che l’Italia sia un Paese con un potenziale di crescita culturale ed economica significativi, oppure credi che i giovani italiani e “italiani d’adozione” debbano programmare il loro futuro all’estero?

Ognuno è libero di programmare il proprio futuro dove meglio crede e dove vi sono buone chance. Se penso a me… non so quanto possa piacermi ancora l'idea di stare in un paese di cui non sono neanche cittadina, per quanto faccia parte della sua comunità sostanzialmente. Se scappano gli 'italianissimi', figuriamoci io. Però in realtà non posso ancora fare un scelta, perché ho vincoli non indifferenti dettati dal mio status.

Ti impegneresti politicamente in maniera attiva, per portare avanti le istanze di tutti i giovani di talento come te, che hanno studiato qui e che potrebbero aiutare questo Paese?

Giovani talentuosi ce ne sono a bizzeffe, come detto in precedenza scelgono la via dell'abbandono, frustrati da un Paese che di cambiare non ne vuole sentire. Io potrei anche impegnarmi attivamente, ma forse il mio nome - data la brutta piega xenofoba che, ahimè, ha preso l'Italia - potrebbe essere un problema, una sorta di barriera seppur invisibile, tangibile.

Se guardi “l’offerta politica”, in Italia, in quale partito o movimento, ti riconosci? Ci sono organizzazioni che possono rappresentare i bisogni reali del Paese?

La sinistra del nostro Paese è debole, blanda, impegnata in guerre intestine più che in questioni concrete. Al governo un partito centrista si spaccia per sinistra di questo paese da tempo, mentre di sinistra ha oramai solo le istanze iniziali. È la brutale realtà. Io potrei anche riconoscermi in qualche partito di sinistra, Mdp, Possibile, SI, Radicali, ma non mi ci ritroverei in toto.

Hai letto le dichiarazioni della Prestipino, in merito al concetto di “razza italiana” e la conservazione della stessa? Ricordi quando dal Pd è arrivato il messaggio “aiutiamoli a casa loro, ma veramente”. Secondo te c’è un motivo particolare per cui viene utilizzata una certa terminologia nell’approccio ai fenomeni migratori?

Mi pare di aver già espresso la mia relativamente al Pd, diciamo che il trend è quello, si parla con slogan che giungono in basso con facilità. Si sta piegando la testa alla narrazione attuale, che alimenta e viene alimentata dalla politica stessa. Vincono paradossalmente i leghisti, che coerentemente hanno la paternità di tale narrazione e di un tale approccio alla questione migratoria. Tutti li imitano, in un certo senso. Credo che comunque tutti ne pagheranno lo scotto: la pseudosinistra che si arroga la presunzione di credere che l'elettorato potenziale sia tutto di quell’infimo spessore intellettuale ed umano. Si sta facendo un grave errore.

Dei gruppi di estrema destra che osteggiano la modifica della legge sulla cittadinanza cosa pensi?

Fanno il loro lavoro, è il loro ruolo e il loro programma ha sempre previsto questo. Il problema sono coloro che dicono di sostenerla che non fanno il possibile e soprattutto si piegano alla stessa narrazione che propone un ritratto della riforma altamente falsato e la accosta agli sbarchi dell'ultim’ora. Vergognoso.

Cosa pensi del gruppo dirigente del Pd e dell’approccio che ha avuto nei confronti di una proposta di legge sulla cittadinanza? Hai fiducia nella modifica delle attuali norme?

Penso che la volontà politica, relativamente alla conclusione positiva di questa riforma, nel concreto non ci sia e non penso sia solo una mancanza di volontà esclusiva del Pd. L'approccio è stato strumentale: solo negli ultimi tempi ci si è resi conto che c'era un Ddl 2092 parcheggiato da troppo tempo. Lo hanno rispolverato, hanno cercato di valutare che tipo di reazioni sarebbe stato in grado di suscitare nella cittadinanza, ma poi hanno preferito la strada della cautela per temporeggiare. Ogni tanto lo rispolverano, magari con l’intenzione di metterlo tra le “cose da fare” se verranno rieletti nel 2018. A mio avviso, solo strumentalizzazioni, sia a destra come detto che “sinistra”. Per ora solo parole, promesse.

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