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Parole fascinose. Se scopri il velo resti deluso

rai mediasetdi Daniela Mastracci - La lingua della tv e dei giornali è fantasiosa e fascinosa. Ma il fascino nasconde menzogne, se non sempre, spesso. Nasconde verità che, dette nude e crude, farebbero inorridire, o almeno pensare. Ma se poi si impara a leggere il linguaggio della tv e dei giornali, si scopre il velo e non si torna più indietro. Basta decodificarlo una volta, poi più o meno la chiave di lettura ti rimane: buona per tante occasioni. E qui voglio partire dalle belle e favolose “riforme”, che ci porterebbero verso il “magnifico futuro, roseo, perfetto”. A leggere o ad ascoltare giornalisti e politici, sembra che basti dire “riforma”, perché il miracolo avvenga da solo. E poi strenuamente tutti a combattere per esse, da sinistra soprattutto, perché è di sinistra la riforma, no? Beh! a parte il fatto, non proprio trascurabile, che di sinistra sarebbe ben altro che riforma, ma vabbè, ci possiamo stare: Keynes non era proprio un rivoluzionario, no? Ma il punto è che oggi dire “riforma”, non è qualcosa di sinistra, perché le riforme che la pseudo sinistra intraprende, sono troykesche, altro che di sinistra! Sono all’insegna delle letterine di Bruxelles; sono genuflessioni alla Commissione Europea. Basta! per favore, davvero non se ne può più.
Fate l’analisi logica, semantica, sintattica; fate un bel confronto sinottico con gli articoli della Costituzione, e poi rivedete in profondità il termine “riforma” e capitene il significato. Un tempo la società era profondamente diseguale, e riforma voleva dire renderla eguale; era divisa in poveri e ricchi e riforma voleva dire limare, se non azzerare la diseguaglianza. Voleva dire scolarizzazione e analfabetismo e riforma era scolarizzare tutti; era salute per pochi e malattia per moltissimi, e riforma voleva dire salute per tutti...insomma farne l’elenco a che serve?
In poche ed efficacissime battute “riforma” voleva dire questo: “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art. 3 della costituzione della repubblica italiana) E allora leggiamoci la Costituzione e troviamo là tutte le risposte. A cominciare dal suo primo articolo, dove si evince chiaro che il lavoro NON E’ MERCE. Quindi le riforme che lo trattano come tale, non sono riforme, ma Controriforme.

Il lavoro prima di tutto

Basta! col lusingare un udito sofisticato e un po’ narciso! A quell’udito gli dobbiamo svelare la verità, senza orpelli: e la verità è che stiamo tornando indietro, nel cammino verso la emancipazione di tutti e di ciascuno. Stiamo indietreggiando sui diritti, abbiamo dimenticato che tutti vuol dire tutti, senza esclusione di nessuno. E tutti abbiamo diritto allo studio, alla salute, all’opinione, all’associazione, all’espressione. Ma io devo dire che, per me, il primo diritto è, e resta, il Lavoro: senza lavoro non c’è dignità, non c’è possibilità di accedere a nulla, è negata a priori la possibilità della rimozione degli ostacoli, vista la mercificazione di tutto, la privatizzazione di tutto (vedi l’acqua niente affatto pubblica). Senza lavoro non c’è accesso alla cultura, alla crescita personale, ad una vita piena e aperta a sempre nuove scoperte. Senza lavoro non si hanno i mezzi per vivere, soprattutto. Senza lavoro si è “scarti sociali”, perché un mondo di merci nelle mani di pochi, ci è divenuto estraneo e lontanissimo, ne siamo fuori perché impossibilitati.

Parità di diritti soltanto sulla carta

Quale società di eguali e partecipata? Quale società di parità di diritti? Soltanto sulla carta, eguali, ma nella sostanza sempre più diversi, sempre più largiornali in edicola 350 260ga la cosiddetta “forbice” tra pochissimi ricchissimi e tantissimi poveri e poverissimi. Le riforme hanno portato a questo, e allora no grazie, quel futuro di cui tanto vi riempite la bocca, non mi interessa. Non lo voglio, e soprattutto non lo voglio per i miei figli, per i ragazzi che stanno oggi crescendo e che si trovano sulla soglia di un mondo che sa soltanto sfruttarli e ridurli al silenzio: tra voucherizzazione e scuola sempre meno scuola, perché sempre più un’anticamera per un mondo del lavoro che neppure esiste, sventagliato come prossimo venturo, ma del tutto assente dall’agenda politica di questa Italia, e di questa burocratica e finanziarissima Europa.
Allora non parliamo più di riforme, perché la parola sembra promettere cose buone per tutti, perché così era nel passato. Ma adesso promette precarizzazione e parcellizzazione, esclusione sociale, emarginazione. Promette poca partecipazione alla vita pubblica, e riduzione di spazi di democrazia. Tutto all’insegna di un potere che si è fatto estraneo rispetto ai cittadini, che sta altrove, lontano, quasi misterioso e fantastico. Governa con le parole inglesi di spred, spending review, jobs act, class action etc etc , ma governa dalle stanze segrete delle agenzie di rating e delle banche. Come ha fatto l’uomo a farsi governare dalle agenzie di rating? Che diavolo sono? dove sono? Che cosa misurano di noi altri, che stentiamo a campare?
Se Europa c’è, questa deve farsi carico di parole che sanno di cose concrete, e che sappiano guardare in faccia chi sta male. E poi l’Europa deve ricordare, soprattutto: se le borse governano il mondo, il mondo può crollare, come sta facendo, come ha già fatto. Senza la politica il mondo non si regge. Lo abbiamo già visto e sappiamo dove ha portato: con le Borse a picco, l’inflazione, la disoccupazione, ci abbiamo già avuto a che fare, specie noi, proprio qui, in Europa. Come si può abbandonare il mondo alle Borse, alle banche, a Moody’s, a JP Morgan, a Standard & Poor’s? In piedi Europa, ma in piedi con la Politica, quella che vede al di là dei conti, delle entrate e delle uscite, del pareggio di bilancio, dei parametri meramente economici.

 
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Pubblicato in Daniela Mastracci
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