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Rosina, un dono venuto dalle acque

Daniela e Rosina 350 260di Daniela Mastracci - Sulla strada per Roccella si incontra un bivio che sale verso l'interno allontanandosi dal mare blu.. porta al paesino di Riace. Si sale tra tornanti su un pendio dolce, tondeggiante, ricco di una vegetazione bassa del colore del caffè. È bello a vedersi, guido piano per godermelo di piu. Lentamente giungo a Riace, lo scorgo di lontano arroccato su un cocuzzolo che le da un'aria sbarazzina: è una birbante, Riace, sperimenta biricchinate che lasciano tutti con tanto di naso.

E si veste a festa, anche. Tutta colorata dei colori dell'arcobaleno. Sarà un caso che sono gli stessi colori della Pace?

Mi accoglie col sorriso di ragazzini che giocano a pallone su una massicciata affacciata su di una grandinata a semicerchio tutta dipinta di giallo, rosso, blu, verde, viola, arancio…sembra un' anfiteatro dove va in scena il ragazzino nero e il ragazzino bianco, e la superba ragazzina in ciabatte che calcia un dribbling dietro l'altro. Quanto sono belli tutti insieme! E che tenere le due bimbette in treccine che affondano i visetti dentro i pacchetti di patatine!

Più in basso si scorge un campo per la pallavolo e la pallacanestro. Ci sono ragazzi più grandi, tanti neri in mezzo ai bianchi che giocano insieme. E la mammina che se ne va a spasso con il marsupio sulla schiena che infagotta un neonato, e il signore con la storica Renault4 che apre il mercatino di uova, basilico e insalata.

Passeggio incantata, ma ancora non so quanta bellezza mi riserva Riace

È una stradina che si apre verso casette a tre, quattro piani che si fanno ombra reciprocamente, e si affacciano sulla viuzza con negozietti, laboratori artigiani di ceramiche e stoffe e oggettistica in terracotta dipinta.

Incuriosita sbircio all'interno di una vetrina che mi riflette sugli occhi i raggi del sole: vedo tappeti colorati e borse e collane e braccialetti di cotone grosso. C’è un telaio mi strizza l'occhio, come resistere? Ma ancora non è tutto: scorgo una donna con le trecce che incorniciano un viso sorridente, un viso aperto alla gioia. Quanto è bella! E che fai , non le chiedi niente? Sono troppo entusiasta dei suoi lavori e della sua faccia allegra. Allora le chiedo se posso fotografarla in mezzo ai suoi meravigliosi lavori a maglia. Lei è gentile, mi accoglie all'interno ed io guardo di qua e di là perché penso subito ad un regalo per mia figlia

Parla un italiano incerto ma corretto, la pronuncia è generosa di impegno e passione. Non riesco a stare zitta e le chiedo come si chiama, da dove viene, dove è passata, da quanto è in Italia …

Sono pronta dentro di me, e lo so bene. Sono pronta a sentirmi raccontare una storia di dolore. E allora mi rendo conto che il mio viso non sorride più, ma ho la testa che ha dimenticato che era in visita di piacere: sento proprio una trasformazione nel mio ascolto di lei. Ho nella ragione e nel corpo troppo sapere e troppo dispiacere, per continuare a stare allegra.

Scopro una vita come tante, allora che sucxede? Non fa già più nessun effetto?

No. E poi le insegni a dire Dio con la “D” iniziale, perché lei la pronuncia “Z”, o almeno questa pare alle mie orecchie.

Perché lei che viene dal Camerun, è passata per la Libia, è salita sulle carrette della mare insieme ai suoi due figli piccoletti piccoletti: un maschietto e una femminuccia. E dice “Zio” perché ha pregato Dio, alzando le braccia sopra il pelo dell'acqua, quando la sua carretta si è rovesciata su stessa e ha scaraventato tutti in mare. A lei avevano dato un giubbotto salvagente ma ai suoi figli no. E inorridendo disperata non vede più i loro visetti, scomparsi sotto acqua. Invoca Dio per prender lei al loro posto. E affonda le braccia sott'acqua, alla cieca, cercando le manine dei suoi bambini, arraffando solo acqua. Ma improvvisamente si ritrova fra le mani, che, cieche, provavano a chiudersi intorno a corpicini da qualche parte sotto di lei, afferra le manine agognate. Riesce a stringersi sulla mano della bimba e del bimbo. Li riporta a galla. Vengono salvati. Il figlioletto si è rotto il braccio ma, mi racconta, poi piano piano è guarito… ancora non del tutto, ma che vuoi che sia una frattura? Erano vivi. Sono stati salvati. Da due anni vivono a Riace, la cittadina dell'accoglienza che ha dato una casa ai migranti. Era un borgo semi deserto, e ora ha dentro una vita che pulsa felice e piena di energie.

Sì chiama Rosina. L'incontro più bello di questa estate calabrese.

 
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