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Covid 19. Giorno di un medico al pronto soccorso

  • Scritto da  Dott. Damiano Pizzuti

Testimonianze di lavoro

Breve cronaca dedicata da un collega a medici, infermieri e operatori sanitari

Dott. Damiano Pizzuti
sanità prevenzioneOre 6:00. La sveglia suona e una nuova giornata inizia, accendo la televisione mentre preparo un caffè al volo; solite notizie, ancora ci siamo dentro, quindi non era tutto un incubo. Mi ripeto che tutto andrà bene anche oggi e trovo il coraggio per andare a preparare la giornata, ci vorrà circa un’ora per arrivare sul posto di lavoro e sono quasi le 7:00, ok ci sono. Prendo tutto l’occorrente e corro via, direzione ospedale.

Ora 8:00. Arrivato in orario, è l’ora del check di ingresso con la misurazione della temperatura come da marzo ormai: 36,1°C. Solita battuta con l’infermiera addetta alla misurazione, a malapena riesco a mascherare il sollievo di poter lavorare anche oggi, di poter essere utile alla società un giorno in più.

Si comincia a lavorare ricevendo i primi pazienti, noi ci occupiamo di tutto, siamo la valvola di sfogo di un Pronto Soccorso che non riesce a contenere l’enorme afflusso di gente con febbre che si presenta giornalmente. Impossibile non lavorare nell’estrema convinzione che il contagio può avvenire da chiunque e in qualunque momento. Arriva un paziente sulla sessantina molto sicuro di sé che non indossa la mascherina, l’infermiera glielo fa notare e il signore ha l’ardire di iniziare a sproloquiare riguardo complotti, dittature sanitarie e chi più ne ha più ne metta. Decido di intervenire, e vado verso il paziente cercando di capire cosa fosse successo; è uno dei soliti che si presenta solo per urlarci in faccia, ormai quasi una costante. Ricordo che a marzo ci chiamavano “eroi”, ora abbiamo tutte le colpe del mondo, come può esistere tanta cattiveria verso chi non chiede nessun appellativo ma solo di poter lavorare?

Secondo caffè della giornata (ci voleva proprio!), mi sento particolarmente scarico e sono ancora le 10:30, tornerò a casa solo verso le 21:00 ma mi ripeto che ce la posso fare. Arriva la notizia di un paio di contagiati tra gli operatori sanitari su in reparto, come succede in questi casi facciamo lo schema di tutti i nostri spostamenti verificando se è il caso o meno di fare un tampone per tracciare la linea di contagio, non ho visto quell’infermiera negli ultimi giorni quindi per questa volta sono “salvo”. Tutti stanno bene o con pochi sintomi, si tira un sospiro di sollievo per i colleghi.
Il pranzo è la cosa che più è cambiata in questo periodo, era un momento di distensione dove ci si “sbottonava” un pochino parlando del più e del meno, dove non esistevano ruoli, una sorta di zona franca dove poter fare un po’ gruppo. Adesso per paura di contagiarci mangiamo separati, in punti diversi e ognuno chiuso in sé stesso, in una sorta di atto riflessivo forzato che a mio avviso è tutt’altro che terapeutico.

Terzo caffè della giornata, ormai è pomeriggio, di solito è più tranquilla la situazione e infatti scorre tutto più velocemente. Arriva la notizia di un collega positivo, getto il telefono sulla scrivania e decido di starmene con me stesso per dieci minuti, solo per recuperare, ci siamo visti seppur per pochi minuti. Comincia a salire l’ansia, mista alla consapevolezza che prima o poi toccherà a tutti. Mi calmo e torno a lavorare con il sorriso sulle labbra, non possiamo permetterci crolli di alcun tipo in questo momento. Parte immediatamente il giro di tamponi, questa volta sono nel cerchio magico dei contatti, lo effettuo. Dicono che domani avrò il risultato, ma che se asintomatico dovrò continuare a lavorare comunque; conosciamo bene la procedura ormai e la accetto di buon grado.

Ore 20:00, arriva il cambio, da lontano e con mascherina scambiamo le solite quattro chiacchiere sul “quando finirà tutto questo”, una sorta di rituale non scritto che ormai fa parte di noi immagino. Saluto la collega e vado in macchina. Tra circa un’ora sarò a casa, approfitto per chiamare la mia ragazza, lei saprà tenermi compagnia e scherzando al telefono potrò decomprimere quello che altrimenti sarebbe cresciuto nella mente.
Ore 21:00, la prima cosa da fare è la doccia, per evitare di portare in famiglia eventuali residui di materiale potenzialmente infetto. Finalmente poi si cena, sempre da solo per evitare di contagiare chi vive con me. Forse stasera guarderò una serie sul PC, per sicurezza imposto già la sveglia per le 6:00 del giorno seguente.

Ore 23:00, la puntata della mia serie continua a scorrere mentre io già dormo, la stanchezza si è fatta sentire alla fine. Non è un problema, domani è un altro giorno.

Questa breve cronaca è dedicata a tutti i colleghi medici, infermieri e operatori sanitari di qualunque tipologia che da marzo 2020 hanno visto stravolto il proprio lavoro e le proprie relazioni sociali. Veniamo visti come degli “appestati”, tanti di noi hanno perso amicizie, amori e rapporti fino a febbraio normali. Ad oggi sono più di 30000 gli operatori sanitari contagiati, molti si sono ammalati seriamente e purtroppo in alcuni casi abbiamo avuto dei decessi. Ogni volta che un collega si ammala ci ammaliamo un po’ tutti noi, perché siamo uniti nel percorso sanitario a prescindere dal COVID19, in virtù di quel sottile filo invisibile che lega le nostre coscienze a la nostra professione.

Dott. Damiano Pizzuti

 

 

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