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Dove va la Sinistra?

sinistra 500300di Ivano Alteri - La discussione che si è avviata nella sinistra, dopo la vittoria del Pd di Renzi e il sospiro di sollievo della lista di Tsipras per il superamento dello sbarramento, dovrebbe continuare senza preconcetti, iniziando ad eliminare quelli che ci sono già, avendo la consapevolezza di dover costruire davvero una "cosa" nuova di zecca. Partire dalla constatazione che, la propria, non è l'unica anima in pena, ma che ve ne sono invece tante altre sparse qua e là su buona parte dello schieramento politico, sarebbe sicuramente un buon inizio. Di dannati di sinistra ve ne sono, infatti, parecchi e da più parti: ovviamente, ve ne sono tra gli elettori della lista di Tsipras, che in essa hanno trovato, più che un approdo, un momentaneo riparo; ve ne sono nel M5s, dove hanno trovato almeno quell'anelito alla pulizia morale, ormai difficilmente rintracciabile altrove; ve ne sono nel Pd, dove, ahi loro, hanno dovuto assistere alla vittoria del partito non per il protagonismo della sinistra Pd, ma proprio per il suo oblio; ve ne sono nelle liste gruppuscolari e crepuscolari della "falce e martello", regredita ad oggetto d'idolatria; ve ne sono nel Partito Socialista, probabilmente tra le meno tormentate; ve ne sono a iosa, infine, nel quasi cinquanta per cento di astensionismo, dove probabilmente si vivono le pene più atroci di quest'inferno politico. Una dannata diaspora. Quantificarne la totalità, con i nostri poveri mezzi, ci è impossibile. Ma il solo lungo elenco di luoghi di ricovero, lascia già pensare ad una moltitudine, piuttosto che ad una sparuta minoranza. A tutti loro, rivolgiamo una domanda: dove si va in queste condizioni?

È di questi giorni la proposta di un partito unico della sinistra. Ma è una strada percorribile? O è l'ennesima forzatura d'ingegneria partitica? È evidente che stiamo procedendo alla disperata, senza bussola in un mare in tempesta; cioè, nel massimo disorientamento proprio quando bisognerebbe avere le idee più chiare. Se siamo consapevoli che sia giunto il momento, come dicevamo, di costruire davvero una "cosa" nuova di zecca, che valga per i prossimi decenni almeno, dovremmo partire dalle ragioni di fondo dell'esistenza della sinistra, e non dalle sue architetture. Dovremmo cioè eliminare preliminarmente tutti i preconcetti che si sono incrostati nelle nostre menti nel corso della storia, e provare a ragionare d'accapo.

E ragionare d'accapo per noi significa, in estrema sintesi, parlare del rapporto tra ricchezza e povertà. Pensiamo che questa sia la problematica su cui la sinistra è nata e su cui si è altresì divisa sin dall'origine; e che sia ottimamente sintetizzata in questo passo di Morgan sul carattere della "civiltà", come sino ad ora concepita. "Dall'inizio della civiltà l'aumento della ricchezza è divenuto così enorme, le sue forme sono diventate cosi svariate, la sua applicazione così estesa, la sua amministrazione così abile nell'interesse dei proprietari, che questa ricchezza, nei confronti del popolo, è divenuta una potenza incontrollabile. Lo spirito umano rimane perplesso e interdetto davanti alla sua stessa creazione. Ma tuttavia verrà il tempo in cui la ragione umana si rafforzerà fino a dominare la ricchezza, in cui stabilirà saldamente sia il rapporto dello Stato verso la proprietà che lo Stato protegge, sia i limiti dei diritti dei proprietari. Gli interessi della società precedono assolutamente gli interessi individuali, e gli uni e gli altri devono essere portati a un rapporto giusto ed armonico. La semplice caccia alla ricchezza non è la meta finale dell'umanità, se il progresso rimane la legge del futuro come lo è stata del passato. Il tempo trascorso dall'inizio della civiltà è solo una piccola frazione dell'esistenza passata dell'umanità, solo una piccola frazione delle epoche ancor da venire. La dissoluzione della società si drizza minacciosa dinanzi a noi come conclusione di un corso storico il cui unico scopo finale è la proprietà, poiché un simile corso contiene in sé gli elementi della propria distruzione. Democrazia nel governo, fraternità nella società, eguaglianza dei diritti e privilegi, istruzione per tutti, consacreranno il prossimo stadio superiore della società a cui tendono costantemente esperienza, scienza e ragione. Sarà una resurrezione, in una forma più elevata, della libertà, dell'eguaglianza e della fraternità delle antiche gentes". (Lewis H. Morgan, Ancient Society, or Researches in the Lines of Human Progress from Savagery, through Barbarism, to Civilisation, 1877).

Per comprendere appieno le affermazioni di Morgan, bisogna preliminarmente distinguere tra ricchezza prodotta collettivamente e ricchezza individuale, risultato dell'appropriazione di quella collettiva: ovviamente, non vi sarebbe alcuna ricchezza individuale, se prima non vi fosse una produzione di ricchezza in generale. Morgan individua l'esplosione della ricchezza prodotta collettivamente nella nascita della "civiltà", che segue lo stato della "barbarie" e quello "selvaggio". In questi due precedenti stati, in cui la ricchezza prodotta era infinitamente minore e le condizioni materiali e culturali per una sua appropriazione individuale del tutto scarse o inesistenti, oltre a non esistere la ricchezza individuale, non esisteva neanche la povertà. Quindi, contrariamente all'opinione profondamente radicata nel senso comune, bisognerebbe intanto registrare che la ricchezza e la povertà non sono sempre esistite. Hanno, bensì, un inizio, anche se lontanissimo nel tempo.

Il lungo tempo trascorso, migliaia di anni, potrebbe far sembrare risibile la distinzione con "sempre esistite". Tuttavia, tra di esse passa una differenza affatto notevole: ciò che esiste da sempre, non ha causa (o, almeno, non conoscibile); ciò che ha inizio, ne ha almeno una. Se, perciò, la povertà ha un inizio, ha anche una causa, che può essere rimossa. E la causa della povertà è esattamente l'"appropriazione" individuale, senza regole, della ricchezza collettiva, che ne priva il "popolo". La difesa del popolo dall'appropriazione individuale, amorale e sfrenata della ricchezza collettiva, dunque, appare essere l'obiettivo prioritario della sinistra.

Da questo punto di osservazione, il Capitalismo è soltanto una delle espressioni storiche della ricchezza concentrata in poche mani. Anche se le quantità, modalità di appropriazione e d'impiego della ricchezza sono notevolmente mutate col capitalismo, e la povertà vi si tramuta da accidentale a strutturale, il rapporto inestricabile tra ricchezza individuale e oppressione della generalità degli esseri umani rimane la vera costante sin dall'alba della civiltà. Le caratteristiche peculiari del capitalismo quale sistema di appropriazione della ricchezza collettivamente prodotta, potrebbero forse spiegare le tante divergenze e le incessanti vicende fratricide a sinistra; ma certo non potrebbe giustificarle del tutto, se si considera che il fenomeno capitalistico è, appunto, solo l'ultima fase di un'epoca che dura da millenni. Secondo la nostra opinione, dunque, dovrebbe essere il superamento di quell'epoca, e non del solo capitalismo, l'obiettivo originario di una sinistra ben fondata.

Nelle affermazioni di Morgan sono presenti in nuce, a noi pare, tutti gli elementi guida di una proficua discussione in tal senso. Primo: gli interessi della società prevalgono su quelli individuali dei "proprietari". Secondo: l'appropriazione individuale, senza regole, della ricchezza prodotta collettivamente impoverisce il "popolo". Terzo: la società deve regolare, quindi, il rapporto tra lo stato e i "proprietari" e fissare dei limiti ai diritti di questi ultimi. Quarto: questi e i diritti collettivi devono trovare un rapporto "giusto ed armonico". Quinto: la ricchezza non è la "meta finale dell'umanità". Sesto: l'istruzione per tutti è la conditio sine qua non del progresso umano. Settimo: la libertà, l'uguaglianza e la fraternità non sono scindibili. Ottavo: la democrazia è il sistema di governo.

Se fossimo rassegnati all'andazzo cui abbiamo assistito in tutto il corso della nostra esistenza, ci verrebbe da dire che, sulla base di quest'impostazione, a sinistra ci sarebbe da litigare per il prossimi secoli. Ma non lo siamo, rassegnati, e neanche sfiduciati, poiché siamo invece convinti che anche a prescindere dalle volontà, saranno i fatti ad imporci il movimento; la "ragione umana" è matura a sufficienza per rifiutare l'attuale, insostenibile, sistema di diseguaglianza; essa ne percepisce ormai con chiarezza l'insostenibilità per l'intero pianeta. Le anime in pena trovino dunque requie, si chiariscano le idee e non disperino. Volendo, un obiettivo comune, condiviso e perseguibile, potremmo averlo. Usando ancora le parole di Morgan: la "resurrezione, in una forma più elevata, della libertà, dell'eguaglianza e della fraternità delle antiche gentes".

Frosinone 9 giugno 2014

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