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Via dal Myanmar #BASTACAMPIPROFUGHI

 MELITEA

Popolo Rohingya in fuga dal Myanmar

di Tania Castelli
Foto I Popolo Rohingya in fuga dal Myanmar
Quello dei Rohingya è un gruppo etnico musulmano che da circa 40 anni subisce una fortissima, sistematica discriminazione e gravi violazioni dei diritti umani e civili. Colpiti da una violenza mirata ed organizzata nello Stato di Rakhine, in Myanmar, in più ondate sono stati costretti a sconfinare nel vicino Bangladesh. È accaduto nel 1978, nel 1991 e 1992, nel 2016 fino poi al 2017 quando l'esercito birmano ha perpetrato veri e propri crimini contro l'umanità con attacchi brutali a villaggi inermi, rasi completamente al suolo, torture e uccisioni indiscriminate, stupri di massa a donne di ogni età, anche giovanissime e poco più che bambine.

La versione fornita dal governo del Myanmar sugli attacchi alla minoranza etnica parla di repressione militare su un gruppo di "ribelli", durante i quali non si escludono casi di violazione del diritto internazionale umanitario. Questa è anche la linea di difesa tenuta dalla ex Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi quando la Corte penale internazionale dell'Aia l'ha chiamata a difendere il suo operato di governo dall'accusa di genocidio ai danni della minoranza etnico religiosa dei Rohingya.

Un tempo icona della lotta contro la dittatura birmana per la quale ha ricevuto nel 1991 il premio Nobel per la pace, Aung SanAung San Suu Kyi da paladina dei diritti umani a negazionista dei crimini contro i Rohingya. min Suu Kyi, oggi viene fortemente contestata per non aver preso posizione contro i crimini commessi nella regione di Rakhine dall'esercito birmano ai danni dei Rohingya. Nel procedimento penale internazionale l'ex leader si è rifiutata di ammettere che tutto ciò fosse un genocidio e ha respinto le accuse in quanto esse potrebbero "riaccendere il conflitto".

Il primo febbraio scorso, l’esercito del Myanmar ha preso il potere con un colpo di stato, insediando una giunta militare e ha dichiarando lo stato d'emergenza nazionale per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. Il golpe è stato attuato a causa di sospette frodi elettorali nelle elezioni dello scorso 8 novembre per favorire la vittoria schiacciante del NDL (Lega Nazionale per la Democrazia). La Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, il presidente Win Myint e altri membri del governo civile sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati assunti dal generale Min Aung Hlaing, comandante in capo delle forze armate, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim.

Contro questa giunta, fin dal 6 febbraio si è levata fortissima la reazione popolare col Movimento di disobbedienza civile,Protesta civile min repressa brutalmente dalla polizia che, oltre a forme di contrasto quali proiettili di gomma, granate stordenti e cannoni ad acqua ha anche aperto il fuoco sui manifestanti. Il bilancio (aggiornato continuamente dalle agenzie di stampa) è arrivato a oltre 420 morti tra i civili, tra cui 26 bambini (l'ultimo un bimbo di 5 anni). Sono morti anche 164 rappresentanti delle forze dell'ordine e militari, che fino ad ora hanno effettuato circa 3.000 arresti (fonte Assistance Association for Political Prisoners). La follia omicida delle forze dell'ordine ormai è fuori controllo: uccidono passanti, danno fuoco alle case nei villaggi e vi gettano i cadaveri. Sparano persino sui soccorritori sanitari che intervengono sui luoghi degli scontri (ne sarebbero stati uccisi già tre (fonte agenzia Afp) A Bago, dove un corteo seguiva la bara di una delle vittime, la polizia ha aperto il fuoco (fonte theGuardian). A Monywa, ha perso la vita Thinzar Hein, infermiera 21enne: stava lavorando come volontaria ed era in soccorso a feriti quando è stata raggiunta alla testa dai colpi delle forze armate.

Gli atti violenti della polizia birmana sui manifestanti sono stati descritti dal portavoce della giunta come "repressione di atti terroristici per difendere il Paese dall'anarchia". In alcune aree sia stata imposta addirittura la legge marziale.Khin Myo Chit, 7 anni, una dei bambini uccisi dalle forze dell'ordine

A seguito della repressione violenta l’Unione Europea (UE), gli USA, il Canada, il Regno Unito hanno imposto sanzioni economiche contro alcuni individui e gruppi birmani legati al colpo di Stato (tra questi il generale Min Aung Hlaing) l'EU ha inoltre rinnovato l'embargo sulle armi del 2018. La Nuova Zelanda e la Corea del Sud hanno chiuso i rapporti col governo birmano. Unico Stato attualmente in dialogo con il Myanmar è la Cina che tende ad un negoziato interno al Myanmar evitando di imporre sanzioni.

Le forze armate di molti paesi hanno voluto esternare la loro profonda disapprovazione, per quanto questa non possa incidere sulla sete di sangue delle forze di polizia e armate birmane. Il comunicato, a firma dei capi capi di stato maggiore di Usa, Canada, Regno Unito, Germania, Italia, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda recita: "Come capi della Difesa, condanniamo l'uso di forza letale contro persone disarmate da parte delle forze armate birmane e dei servizi di sicurezza associati" (...) Un esercito professionale segue le regole di condotta internazionale e la sua responsabilità è proteggere - non colpire - il popolo che serve" (...) "esortiamo le forze armate del Myanmar a lavorare per ripristinare il rispetto e la credibilità persa con le loro azioni di fronte al popolo birmano".

Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, si è detto "profondamente scioccato" dalle violenze. Il segPolizia intimorisce minretario di Stato USA, Antony Blinken, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono "sconvolti dal bagno di sangue".

Il silenzio di Russia e Cina, intanto, ha una pesantissima ripercussione sul Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dove i due paesi hanno potere di veto. A dimostrazione di ciò il vice ministro della Difesa russo Alexander Fomin ha preso parte al lauto banchetto offerto dal generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate e della giunta militare birmana in occasione della la giornata nazionale birmana, sedendosi a tavola con rappresentanti di Cina e India.

In tutto questo non si è ancora data soluzione alla crisi in corso nella regione birmana di Rakhine nei confronti del popolo Rohingya perseguitato in patria, ghettizzato in campi profughi - di fatto campi di detenzione - in Bangladesh dove sta subendo la deportazione su di un isolotto potenzialmente instabile in cui, quando va di lusso, le inondazioni dovute ai tifoni di quell'area spazzano via tutto e tutti.

#BASTACAMPIPROFUGHI

 

Tania Castelli fa parte della redazione di CiesseMagazine e di UNOeTRE.it. E' cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti

 

 

 

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