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La “Corona” che stravolge il mondo

  • Scritto da  Barbara Archilletti

“Il virus è come il vento, passa dappertutto”

MERS Coronavirus is on a Serious Rampage mindi Barbara Archilletti* - Sono queste le parole che risuonavano come un monito durante la messa della prima domenica di quaresima, quando nessun fedele poteva avere la percezione di quello che sarebbe accaduto da lì a pochi giorni e che presto la quaresima si sarebbe trasformata in quarantena forzata per tutti.
Alla fine di febbraio quelle parole erano un sottile avvertimento della lunga tempesta che avremmo dovuto attraversare. Il virus non era più nel lontano oriente, ma aveva iniziato la sua inevitabile corsa verso l’Europa ed aveva colpito nel suo primo arresto occidentale la pianura padana, quel nord fulcro e motore del nostro bel Paese.

L’ansia, la paura e la psicosi di quella subdola malattia che stava avanzando era qualcosa di tangibile. Le notizie che provenivano dalla prima zona rossa non erano affatto rassicuranti e stavano travolgendo minuto dopo minuto la quiete di ogni altra città, più o meno distante. Ogni nostro passo quotidiano si tingeva di panico, giorno dopo giorno ogni persona si allontanava fisicamente dall’altra, terrorizzata dal fatto che la vicinanza ci avrebbe indebolito di fronte all’inesorabile contagio.

Il virus si nutriva della nostra quotidianità, si rafforzava con i nostri dialoghi, cresceva al
crescere della vita sociale, moltiplicava nell’amicizia e nell’amore.
Per abbatterlo erano necessarie delle barriere, delle vere e proprie distanze fisiche.
Solo in questo modo il contagio sarebbe stato rallentato. Solamente rallentato, non diminuito. Perché la forza del virus stava proprio nella suo inarrestabile percorso, esattamente come il vento che passa ovunque ed i cui danni possono essere limitati ma non azzerati.

Per limitare i danni avremmo dovuto sacrificare il lavoro, il guadagno, la vita sociale, i rapporti umani e per ultimo la libertà. La libertà, la più grande conquista dell’umanità, sarebbe dovuta essere compressa nella prospettiva di recuperare nei mesi a venire una libertà ancora più grande e preziosa, perché frutto di una conquista.
Le nostre generazioni non avevano mai subito simili restrizioni, nessuno ci aveva mai impedito di uscire, di viaggiare, di sperimentare. Nessuno ci aveva mai impedito di toccarci, di abbracciarci.
Ma forse il destino di ogni generazione sta proprio nel subire almeno una volta nella vita la paura, la lontananza, l’assenza di libertà, per rafforzarci nel dolore e nella solitudine, per imparare ad apprezzare le piccole gioie del quotidiano, per comprendere che quello che avevamo prima non era così tanto male, e soprattutto per ritrovare il senso di uguaglianza verso tutti i popoli che ci hanno preceduto nei secoli. La pandemia che dilaga è la più grande emergenza dopo la seconda guerra mondiale. Da lì il mondo è mutato, si è sviluppato in lungo e largo, le nazioni hanno conosciuto la modernità, i popoli hanno cominciato ad assaporare il benessere fino a giungere alla vita agiata dei nostri giorni. Dalle grandi guerre del 900, passando per le battaglie per l’unificazione del 1861, e così a ritroso per i secoli, tutti i nostri antenati hanno combattuto la loro battaglia per la vita.

Tutti, tranne noi, fino ad ora, all’alba di questo nuovo decennio. Potevamo considerarci come una generazione fortunata che, al massimo, aveva subito le sciagure naturali. Ma forse non questo bastava, per recuperare valore e dignità di fronte alla storia, era necessario combattere un male più grande, un male che ci travolge e che non risparmia nessuno, un dramma che è potente quasi come la guerra, la nostra terza guerra mondiale.
Potremmo immaginare il virus che si propaga dall’oriente all’occidente, dal nord al sud della penisola come un’avanzata dell’esercito nemico, un esercito armato che mette in pericolo la salute e la vita dei più deboli, che crea scompensi negli ospedali, che mette in crisi l’intero sistema sanitario, che blocca l’economia, che stravolge la scuola e l’università, che richiama al dovere medici ed infermieri, che mette in discussioni le abitudini più banali dei cittadini.

La nostra non è una guerra di movimento, è una guerra di trincea, ove in prima linea ci sono i reparti e le terapie intensive guidate dalla forza trepidante del personale sanitario che non può fermarsi perché da esso deriva la salvezza del paese. Poi vi sono le trincee della protezione civile, del governo e delle forze di polizia, le trincee dei lavoratori che offrono i servizi essenziali che devono continuare la loro corsa, ed infine le trincee delle nostre case dove ci viene chiesto di fermarci perché questo è il nostro unico e fondamentale contributo.

Quando ci sentiamo annoiati, tristi o confusi per il semplice fatto di dover stare sul divano in attesa della fine dell’emergenza, pensiamo a chi è meno fortunato, non solo a chi si ammala o muore, ma anche a chi è toccato da un dovere diverso, come quello di restare in corsia a salvare vite o di continuare a lavorare per il bene comune. Pensiamo alla loro paura, al rischio che corrono, all’ansia di essere contagiati o contagiare le proprie famiglie. E’ dal loro coraggio che deve provenire la forza per superare la crisi e per credere, come scritto sugli arcobaleni dei bambini, che tutto andrà bene.
L’Italia si è sempre rialzata dopo le più grandi sciagure e sarà così anche questa volta.

Siamo un popolo tenace, un popolo che riesce a fare di necessità virtù e che riesce a trovare la luce in fondo al tunnel per mezzo della speranza che si accende anche con le modalità più stravaganti o commuoventi. L’Italia adesso “Fa rumore”, fa sentire la sua presenza incoraggiante verso la vittoria, quasi come se l’ultima canzone vincitrice del festival di Sanremo fosse stata un’anticipazione della sventura che stava per abbattersi.
Coloro che si improvvisano cantanti, registi, sportivi, scrittori non ricordano un po’ i giovani del Decameron che al tempo della peste nera di Firenze del 1300 si riunivano a raccontar novelle per alleggerire i toni di quei giorni drammatici? I ragazzi che hanno in programma il loro matrimonio per il 2020 non si sentono un po’ come Renzo e Lucia al tempo della peste lombarda del 1600?

I corsi ed i ricorsi storici appartengono al nostro destino di essere umani e ci insegnano che la realtà è mutevole, si affronta la crisi e si risorge dalla cenere.
Si comprende come essa sia davvero governata dal “panta rei” – “tutto scorre”, concetto tanto caro ad Eraclito da rielaborare in chiave ottimistica.
Lo stesso Francesco Gabbani che 3 anni fa cantava “comunque vada panta rei” aveva parlato dell’attuale commistione tra oriente ed occidente e soprattutto della volontà dell’uomo occidentale di rifarsi alla cultura buddista per ritrovare serenità d’animo. Nessuno di noi, tanto meno lo stesso cantante, avrebbe potuto immaginare che nel giro di qualche anno un virus proveniente dalla Cina avrebbe fatto il giro del mondo, costringendoci a mutare abitudini e stili di vita.

Ma poiché “tutto scorre” e “tutto torna”, ecco che nel pieno dell’emergenza, la tanto temuta Cina arriva in soccorso degli italiani restituendo al nostro paese la speranza della guarigione.
Mette i brividi pensare che il virus abbia fatto il suo ingresso subito dopo l’arrivo nelle sale cinematografiche di Parasite. Per la prima volta nella storia del cinema, un film sud-coreano ha colpito gli americani a tal punto da fargli vincere l’Oscar più importante. Nell’anno del Coronavirus, nell’esatto momento in cui l’Oriente affrontava il picco della malattia, ecco che l’Academy decide di premiare questa ingegnosa e maniacale pellicola, e cosa ancora più sconvolgente a discapito del favorito film di guerra 1917.

Non possiamo permetterci di giudicare le scelte dell’Academy, ma sicuramente possiamo riflettere di fronte a tutta una serie di impressionanti coincidenze: 1917, una rappresentazione magnetica della prima guerra mondiale non vince come miglior film, ma vince uno spettacolare film orientale che rappresenta il paradosso tra ricchezza e disagio sociale, ma soprattutto che porta in scena un’angoscia senza precedenti, quasi ad essere lo specchio del dramma e della sofferenza che sta provando il mondo intero di fronte alla nuova pandemia. A prevalere è la guerra biologica, non più la guerra delle armi. Chiunque abbia visto al cinema Parasite non può negare quanto sia stato forte il sentimento di paura e di inquietudine trasmesso. Ciascuno di noi è tornato a casa con il cuore pesante e con la mente confusa, quasi percependo che ogni aspetto negativo di quel contesto fosse prossimo a travolgerci. Ed infatti siamo stati travolti, come un’alluvione improvvisa che non avverte.

O forse si, gli avvertimenti c’erano stati, il subdolo nemico era già a casa nostra ma nessuno era stato in grado di cogliere il messaggio. Nonostante tutto, non possiamo rimuginare sulle settimane passate, su ciò che poteva non essere. Ci resta solo da guardare al futuro con fiducia.
La storia ci insegna che se i popoli non si arrendono, il trauma può diventare opportunità, il cambiamento speranza e la determinazione vittoria.

Se restiamo uniti nella distanza, il cielo potrà tornare azzurro sopra l’Italia.

 

20-03-2020 Barbara Archilletti
 *
Note biografiche:
Barbara Archilletti, nata a Frosinone il 13-07-1990 ed ivi residente. Anni 30 da compiere a luglio 2020.
Diplomata al liceo classico di Frosinone nel 2009, laureata in giurisprudenza nel 2015 presso l'Università La Sapienza di Roma.
Attualmente avvocato iscritta presso l'Ordine degli avvocati di Frosinone.
Da sempre appassionata di storia e letteratura, con grande attenzione al mondo del cinema e dello spettacolo.

 

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