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Aldo Pirone

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Aldo Pirone. Vive a Roma

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Nel male la coerenza è un disvalore

Cronache&Commenti

Non c’è solo “la banalità del male” ma, nel male, anche la banalità della coerenza

di Aldo Pirone
giorgiameloni 380 minMoni Ovadia è un artista di grande livello, ebreo e di sinistra, anzi marxista. Per questo ha suscitato scalpore la sua ammirazione per Giorgia Meloni definita politico di “altissimo livello”. Ovadia, dice, è talmente scandalizzato dalla pochezza intellettuale dei dirigenti di sinistra, a parte Fratoianni, da non poter non elogiare “le qualità politiche, tattiche, strategiche e di coerenza” della leader neo fascista. L’ha definita un’iperbole ma ciò non gli ha evitato dissensi e contestazioni da amici e compagni. Tra questi, Gad Lerner, intellettuale ed ebreo anche lui, che gli ha risposto citandogli alcune orripilanti espressioni usate dalla Meloni: “ ’Soros usuraio’, ‘Sei nomade? Devi nomadare!’, ‘O parmigiano, portami via’, ‘Vermi magrebini’, ‘Bastardo spacciatore nigeriano’... non mi spingerei – dice Lerner - fino a definirla ‘leader di altissimo livello’ “.

Può capitare, ed è già successo altre volte e in altre epoche, che di fronte a certe alleanze o convergenze con forze politicamente antitetiche e moralmente assai discutibili fatte dalla sinistra - anche quando essa era a maggioranza comunista e a dirigerla erano persone del calibro di Togliatti, Longo, Berlinguer - il giudizio morale, ma sarebbe meglio dire, in quei casi, “moralistico”, abbia sopravanzato quello freddamente politico. Tanto più oggi, quando gli esponenti dello sgarrupato campo progressista che si era raccolto attorno a Conte – escluso Renzi ovviamente – sono quello che sono. A questo proposito Ovadia fa l’esempio del segretario del Pd Zingaretti che non trova di niente di meglio in questi frangenti che esaltare Barbara D’Urso. Ma da qui a elogiare in quei termini la “coerenza del male” ce ne passa ed è comunque sbagliato, per non dire aberrante, quando si tratta di una neofascista come Giorgia Meloni che non solo non ha rinnegato sostanzialmente nulla dei propri maestri fascisti, da Mussolini ad Almirante, ma ne continua coerentemente, mutatis mutandis, a praticare l’ispirazione nazionalista e xenofoba, in collegamento con forze politiche straniere fortemente antidemocratiche, antisolidaristiche, antieuropee, sottilmente antisemite e antitaliane (Orbàn ecc.). Lo si è visto in quest’anno drammatico sia nella lotta alla pandemia (dittatura sanitaria ecc. ha vomitato) che di contestazione al tentativo dell’Europa di mutare l’arcigna politica egoistica di austerità in quella della solidarietà testimoniata dal Net Generation Eu che ha stanziato per l’Italia gli aiuti sostanziali che si conoscono.

E questo indipendentemente dal giudizio politico diverso che, a sinistra, uno può legittimamente dare sull’operazione governo Draghi e sulla sinistra che l’ha accettato.
La coerenza in politica non è un valore in sé, dipende da chi e su che cosa è praticata. E quando si tratta di fascisti o neo fascisti essa diventa un disvalore. Altrimenti dovremmo ammirare la coerenza di Hitler nel perseguire la guerra e l’olocausto, o quella di tanti altri mascalzoni e politici criminali che hanno popolato il mondo nel passato e nel presente mettendo in secondo piano i loro crimini e le loro malefatte.

Ovadia dovrebbe sapere che non c’è solo, per dirla con Hannah Arendt, “la banalità del male” ma, nel male, anche la banalità della coerenza. E Giorgia Meloni questa rappresenta.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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L’amico del giaguaro

Cronache&Commenti

“L’amico del giaguaro” è stupido.

di Aldo Pirone
LuigiDiMaio 350 260Luigi Di Maio non è uomo di grande perspicacia. Da capo politico del M5s è riuscito a farsi mangiare in testa da Salvini, portando i pentastellati in poco più di un anno, dal 2018 al 2019, a dimezzare percentuali e voti alle elezioni europee. Poi ha lasciato la croce al povero Vito Crimi. Prima, però, aveva avuto il tempo (elezioni 2018) di salutare la nascita della Terza Repubblica, quella “dei cittadini”, e di proclamare dal balconcino di Palazzo Chigi “la fine della povertà” dopo l’approvazione del reddito di cittadinanza. Provvedimento, per la verità, non disprezzabile, ma non certo in grado di per sé di abolire l’indigenza. Fu salvato, suo malgrado, dal suicidio di Salvini e dalla nascita del Conte 2.

In quel periodo, comunque, risultò che la professione più riuscita di Di Maio era quella di “amico del giaguaro” Salvini.
In questi giorni il M5s è in pieno subbuglio dopo la caduta del governo Conte 2 e l’avvento di Draghi. Abbandoni a ripetizione ed espulsioni di numerosi deputati e senatori squassano il Movimento indebolendo, di per sé, il fronte progressista dentro il governo Draghi a favore dei centristi di varia gradazione e colore, di FI e, soprattutto, della Lega. Un andamento tellurico, accentuato dopo la nomina di ministri e sottosegretari. Ebbene che ti fa “gigino”? Dice a “Repubblica” che il M5s è tanto maturato perché sta diventando “una forza moderata, liberale, attenta alle imprese”. Invece di cercare di appianare e diminuire i dissensi, qualificando il cammino del M5s come un’evoluzione verso una collocazione non ambigua e trasversale, decisamente collocata nel fronte progressista come forza ambientalista radicale, sparge sale sulle ferite. A che scopo? Liberarsi di tutti i dissenzienti? Aumentarne il numero, continuando a fare “l’amico del giaguaro”? O forse, il machiavelli di Pomigliano d’Arco, immeritatamente ministro degli Esteri, pensa che il centro moderato e “liberale”, sia poco affollato (Calenda, Bonino, Renzi ecc.) e bisognoso di rafforzamento sfoltendo così ancora un bel po’ quel che resta dell’elettorato pentastellato? Boh!

Ma forse la risposta a tutti questi lancinanti interrogativi è più semplice: “l’amico del giaguaro” è stupido.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Smalto

PCI centanni 

Fassino, non ricorda bene neanche le percentuali del voto al Pci nel ’68, nel ’76 e nell'87. Cose che capitano a una certa età.

di Aldo Pirone
piero fassino 350 minMi è stata segnalata un’intervista a Piero Fassino sul giornale di De Benedetti “Domani”. Risale a circa un mese fa ed è una riflessione sul Pci, esternata nell’ambito del centenario della fondazione di quel partito. La tesi di Fassino è che il Pci, nato per fare la rivoluzione socialista, era diventato semplicemente democratico e riformista. attraverso una lunga esperienza e maturazione storica. In verità è quello che pensò lui e il gruppo di giovani dirigenti che, defenestrato in malo modo Natta approfittando del suo infarto, presero in mano il partito e con la “svolta” amputarono il Pci di ogni tensione socialista per portarne le spoglie nella subalternità a lorsignori e al neoliberismo rampante. Fu sostanzialmente una liquidazione all’ingrosso che non ha avuto buone conseguenze né per la sinistra, né per i lavoratori né per l’Italia. Il tutto fu coperto da quella parola magica “riformismo” che è stato la pelle di zigrino con cui si sono coperti tutti i cedimenti, le subalternità e anche le vergogne morali che hanno accompagnato la dissoluzione non solo di un partito ma di una comunità politica che Pasolini, forse con qualche esagerazione, aveva definito la parte pulita dentro un’Italia sporca.

Non è mia intenzione fare un’esegesi dell’intervista di Fassino. Per altro, lui descrive ogni fase della vita del Pci da Togliatti a Berlinguer a Occhetto con una qual certa piattezza continuistica. Dimentica, però, – a proposito dello scontro fra Berlinguer e Craxi – quanto scrisse in proposito nel 2003 nel suo libro “Per passione”: Craxi aveva ragione e Berlinguer torto. Oggi il suo giudizio su Berlinguer è diverso: non era un moralista né giustizialista ma un grande dirigente innovatore.

Fassino, non ricorda bene neanche le percentuali del voto al Pci nel ’68, nel ’76 e nell'87. Cose che capitano a una certa età.

Il passaggio, però, che la dice lunga sulla statura politica di Fassino, inversamente proporzionale a quella fisica, è quello su Natta. “Natta era un leader riconosciuto e stimato, ma rappresentava un'irenica continuità, senza smalto [...] Tant'è che nelle elezioni dell’87 torniamo al 26 per cento, come nel ‘68”. Invece Fassino con lo smaltato Occhetto e compagnia lo portarono nelle elezioni politiche del 1992, subito dopo la “svolta” e la separazione di Rif. Com., a un glorioso e sfolgorante 16.11%. Più indietro del 1946, a un tiro di schioppo del Psi di Craxi (13.62) e a metà della Dc (29.66%).

Oltre dieci punti in meno, però con “smalto”.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La validazione di Draghi

Cronache&Commenti

“Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto"

di Aldo Pirone
MarioDraghi 350 minIl governo Draghi viene dopo l’equilibrio più avanzato per il fronte progressista che è stato il Conte 2 con un presidente del Consiglio circondato da un discreto favore popolare. Ha ragione Bettini quando scrive (“Il Foglio” di ieri) che “Giuseppi” è caduto perché indigesto “Per il ‘salotto buono’ della borghesia italiana, che si è comprata giornali e ha preso d'assalto Confindustria. Per chi è sempre stato diffidente rispetto ad un'Europa autonoma, forte, centro di un dialogo mondiale tra Est e Ovest. Per chi vuole un'Europa che, prima di essere Europa, deve essere atlantica. Per diffusi interessi del tessuto industriale del Nord, che provano insofferenza verso il Mezzogiorno; non tanto per i suoi aspetti arretrati o per le sue zone di parassitismo e di rendita, ma per le sue possibilità di valorizzare i propri talenti e le proprie risorse, in un rapporto privilegiato con il Mediterraneo”. E, quindi, fu un errore di calcolo dello stesso Bettini quando invocò di immettere nel governo Conte le “energie migliori”, dando spazio oggettivamente all’iniziativa demolitoria di Renzi che ha riportato al governo sia FI sia la Lega.

Tuttavia sarebbe sbagliato considerare il governo Draghi una disfatta irreparabile. Parliamoci chiaro: noi stiamo valutando la situazione politica con i protagonisti che sono quelli che sono. Da una parte Meloni, Salvini, Berlusconi, Renzi e consimili, con tutte le loro differenziazioni (Meloni all’opposizione), contraddizioni e fobie caratteriali e il Pd, Leu e M5s dall’altra. Da una parte una destra aggressiva, trasformista quanto basta, una zona centrale popolata da un saltimbanco come Renzi, da rappresentanti, più o meno attempati, di lorsignori come Bonino e Calenda e piccoli cespugli di “responsabili” (Tabacci e altri) che si erano già mossi a sostegno di Conte, dall’altra una sinistra abbastanza sgarrupata e inadeguata con due partiti (Pd e M5s) l’uno balcanizzato in correnti e con molte remore renziane e pararenziane al suo interno e l’altro squassato da una scissione in corso con una parte integralista allergica alla concretezza politica.

Il discorso di Draghi al Senato e alla Camera, di cui non mi attardo ad approfondire i punti salienti: sanità, ambiente, giovani, donne, europeismo, povertà e diseguaglianze da contrastare, fisco progressivo ecc., è stato sostanzialmente in continuità programmatica con quello di Conte. Lo riconosce anche Travaglio. “Per metà – ha detto - era sostanzialmente un elogio nei confronti del Conte 2 e di continuità, e per l’altra metà era praticamente uguale al discorso che fece Conte nel settembre del 2019 presentando alle Camere il suo secondo esecutivo”. Nonostante ciò Travaglio è acidamente critico su tutto il resto con particolare attenzione alle scelte di Grillo e del M5. Questa continuità non c’è e non poteva esserci per evidenti ragioni nell’arruolamento di ministri/e. Per cui il governo di “supermario” nasce con una contraddizione fra gli obiettivi annunciati e le forze che li dovrebbero attuare. Forze divise in tre grandi aree: quella proveniente dalla maggioranza precedente (escluso Renzi) leggermente più numerosa, quella dei tecnici facenti capo a Draghi, e la destra di Berlusconi e Salvini. Fra questi ultimi le persone scelte, a quanto pare, non sono quelle che voleva Berlusconi per Forza Italia né quelle organiche a Salvini per la Lega. Ma non sono, comunque, di orientamento progressista e men che meno di sinistra. Forze, infine, fra loro alternative che nella loro componente di destra sovranista e xenofoba non tarderanno, come già stanno facendo, a tirare calci per non farsi sorpassare a destra dalla Meloni, costringendo la componente progressista ex Conte a continui bracci di ferro e Draghi a mediazioni continue oppure, com’è nettamente auspicabile, a secchi altolà come ha fatto parlando di euro ed Europa.

Ovviamente noi parliamo di un discorso di Draghi fatto di parole che, comunque, sono già di per sé un fatto politico. Ma a queste parole debbono seguire i fatti; ed è precisamente questo il terreno su cui dovrebbe svolgersi la battaglia dello sbrindellato fronte progressista. Lo stesso presidente del Consiglio nella sua replica al Senato ha avuto l’accortezza di avvertire, su quest'aspetto decisivo, la larghissima maggioranza dei suoi sostenitori. “Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, - ha detto - ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto”.

Quali sono le aspettative drammatiche della stragrande maggioranza degli italiani? Abbattere la pandemia attraverso i vaccini il più presto possibile per poter riprendere a vivere e lavorare. Sicurezza sanitaria e lavoro, ripresa economica e protezione sociale sono le richieste urgenti dei lavoratori dipendenti e autonomi, delle masse popolari e della gente più in generale. Di qui la popolarità di Conte, il rammarico per averlo visto abbattere da Renzi in questa situazione di emergenza nazionale ma di qui anche l’apertura di fiducia a Draghi che è cosa diversa dai peana tributategli dai mass media di lorsignori contenti di essersi liberati di “Giuseppi” che li teneva lontani dalla gestione dei 209 miliardi del Recovery fund. E’ da queste aspettative e richieste popolari che deve ripartire l’alleanza dei progressisti e lo svolgimento in essa di un ruolo attivo e presente di Conte.

Il punto per Leu, Pd e M5s, perciò, ora è come stare nel governo con accanto alcune cattive ed indigeribili compagnie (renziani, berlusconiani, leghisti ecc.): sdraiati e pendenti dalle labbra di Draghi o con la schiena dritta per bloccare spinte restauratrici, salvaguardare i risultati conseguiti con il Conte2 e continuare a perseguire nel governo, nel Parlamento e nel paese le prospettive di riforma e rinnovamento di “Giuseppi” con il Recovery plan, sostanzialmente riaffermate dal discorso programmatico di Draghi. Pronti a riesumare, ove occorresse, “l’artiglio dell’opposizione” di berlingueriana memoria. Il Presidente del Consiglio è stato applaudito quando si è riferito al suo predecessore “che ha affrontato – ha detto - una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d'Italia”. A me è sembrato più significativo, politicamente, il riconoscimento del lavoro del Conte 2 sul Recovery plan: “Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro”. Smentendo così tutti gli attacchi beceri e convergenti del “salotto buono” di lorsignori e del loro portavoce principale (Renzi) e di quelli annidati nei mass media. Già smentiti, per altro, dalla lettera della Commissione europea (Dombrovskis e Gentiloni) a Gualtieri dell’11 febbraio. Del resto che quegli attacchi fossero strumentali ce lo dice la sparizione subitanea del Mes, della prescrizione, della delega ai servizi segreti ecc. dal tavolo del contendere.

Il fronte progressista ha subito una sconfitta ed è dovuto arretrare, ma la guerra non è persa.

 

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La validazione di Draghi

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“Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto"

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MarioDraghi 350 minIl governo Draghi viene dopo l’equilibrio più avanzato per il fronte progressista che è stato il Conte 2 con un presidente del Consiglio circondato da un discreto favore popolare. Ha ragione Bettini quando scrive (“Il Foglio” di ieri) che “Giuseppi” è caduto perché indigesto “Per il ‘salotto buono’ della borghesia italiana, che si è comprata giornali e ha preso d'assalto Confindustria. Per chi è sempre stato diffidente rispetto ad un'Europa autonoma, forte, centro di un dialogo mondiale tra Est e Ovest. Per chi vuole un'Europa che, prima di essere Europa, deve essere atlantica. Per diffusi interessi del tessuto industriale del Nord, che provano insofferenza verso il Mezzogiorno; non tanto per i suoi aspetti arretrati o per le sue zone di parassitismo e di rendita, ma per le sue possibilità di valorizzare i propri talenti e le proprie risorse, in un rapporto privilegiato con il Mediterraneo”. E, quindi, fu un errore di calcolo dello stesso Bettini quando invocò di immettere nel governo Conte le “energie migliori”, dando spazio oggettivamente all’iniziativa demolitoria di Renzi che ha riportato al governo sia FI sia la Lega.

Tuttavia sarebbe sbagliato considerare il governo Draghi una disfatta irreparabile. Parliamoci chiaro: noi stiamo valutando la situazione politica con i protagonisti che sono quelli che sono. Da una parte Meloni, Salvini, Berlusconi, Renzi e consimili, con tutte le loro differenziazioni (Meloni all’opposizione), contraddizioni e fobie caratteriali e il Pd, Leu e M5s dall’altra. Da una parte una destra aggressiva, trasformista quanto basta, una zona centrale popolata da un saltimbanco come Renzi, da rappresentanti, più o meno attempati, di lorsignori come Bonino e Calenda e piccoli cespugli di “responsabili” (Tabacci e altri) che si erano già mossi a sostegno di Conte, dall’altra una sinistra abbastanza sgarrupata e inadeguata con due partiti (Pd e M5s) l’uno balcanizzato in correnti e con molte remore renziane e pararenziane al suo interno e l’altro squassato da una scissione in corso con una parte integralista allergica alla concretezza politica.

Il discorso di Draghi al Senato e alla Camera, di cui non mi attardo ad approfondire i punti salienti: sanità, ambiente, giovani, donne, europeismo, povertà e diseguaglianze da contrastare, fisco progressivo ecc., è stato sostanzialmente in continuità programmatica con quello di Conte. Lo riconosce anche Travaglio. “Per metà – ha detto - era sostanzialmente un elogio nei confronti del Conte 2 e di continuità, e per l’altra metà era praticamente uguale al discorso che fece Conte nel settembre del 2019 presentando alle Camere il suo secondo esecutivo”. Nonostante ciò Travaglio è acidamente critico su tutto il resto con particolare attenzione alle scelte di Grillo e del M5. Questa continuità non c’è e non poteva esserci per evidenti ragioni nell’arruolamento di ministri/e. Per cui il governo di “supermario” nasce con una contraddizione fra gli obiettivi annunciati e le forze che li dovrebbero attuare. Forze divise in tre grandi aree: quella proveniente dalla maggioranza precedente (escluso Renzi) leggermente più numerosa, quella dei tecnici facenti capo a Draghi, e la destra di Berlusconi e Salvini. Fra questi ultimi le persone scelte, a quanto pare, non sono quelle che voleva Berlusconi per Forza Italia né quelle organiche a Salvini per la Lega. Ma non sono, comunque, di orientamento progressista e men che meno di sinistra. Forze, infine, fra loro alternative che nella loro componente di destra sovranista e xenofoba non tarderanno, come già stanno facendo, a tirare calci per non farsi sorpassare a destra dalla Meloni, costringendo la componente progressista ex Conte a continui bracci di ferro e Draghi a mediazioni continue oppure, com’è nettamente auspicabile, a secchi altolà come ha fatto parlando di euro ed Europa.

Ovviamente noi parliamo di un discorso di Draghi fatto di parole che, comunque, sono già di per sé un fatto politico. Ma a queste parole debbono seguire i fatti; ed è precisamente questo il terreno su cui dovrebbe svolgersi la battaglia dello sbrindellato fronte progressista. Lo stesso presidente del Consiglio nella sua replica al Senato ha avuto l’accortezza di avvertire, su quest'aspetto decisivo, la larghissima maggioranza dei suoi sostenitori. “Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, - ha detto - ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto”.

Quali sono le aspettative drammatiche della stragrande maggioranza degli italiani? Abbattere la pandemia attraverso i vaccini il più presto possibile per poter riprendere a vivere e lavorare. Sicurezza sanitaria e lavoro, ripresa economica e protezione sociale sono le richieste urgenti dei lavoratori dipendenti e autonomi, delle masse popolari e della gente più in generale. Di qui la popolarità di Conte, il rammarico per averlo visto abbattere da Renzi in questa situazione di emergenza nazionale ma di qui anche l’apertura di fiducia a Draghi che è cosa diversa dai peana tributategli dai mass media di lorsignori contenti di essersi liberati di “Giuseppi” che li teneva lontani dalla gestione dei 209 miliardi del Recovery fund. E’ da queste aspettative e richieste popolari che deve ripartire l’alleanza dei progressisti e lo svolgimento in essa di un ruolo attivo e presente di Conte.

Il punto per Leu, Pd e M5s, perciò, ora è come stare nel governo con accanto alcune cattive ed indigeribili compagnie (renziani, berlusconiani, leghisti ecc.): sdraiati e pendenti dalle labbra di Draghi o con la schiena dritta per bloccare spinte restauratrici, salvaguardare i risultati conseguiti con il Conte2 e continuare a perseguire nel governo, nel Parlamento e nel paese le prospettive di riforma e rinnovamento di “Giuseppi” con il Recovery plan, sostanzialmente riaffermate dal discorso programmatico di Draghi. Pronti a riesumare, ove occorresse, “l’artiglio dell’opposizione” di berlingueriana memoria. Il Presidente del Consiglio è stato applaudito quando si è riferito al suo predecessore “che ha affrontato – ha detto - una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d'Italia”. A me è sembrato più significativo, politicamente, il riconoscimento del lavoro del Conte 2 sul Recovery plan: “Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro”. Smentendo così tutti gli attacchi beceri e convergenti del “salotto buono” di lorsignori e del loro portavoce principale (Renzi) e di quelli annidati nei mass media. Già smentiti, per altro, dalla lettera della Commissione europea (Dombrovskis e Gentiloni) a Gualtieri dell’11 febbraio. Del resto che quegli attacchi fossero strumentali ce lo dice la sparizione subitanea del Mes, della prescrizione, della delega ai servizi segreti ecc. dal tavolo del contendere.

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Perseverare è stolto

Cronache&Commenti

L' "invidiabile" capacità di Walter Veltroni

di Aldo Pirone
Walter Veltroni 370 minWalter Veltroni ha un’invidiabile capacità, comune a molti postcomunisti, quella di dire sempre le stesse cose senza mai assumersi la responsabilità di quel che ha fatto e di quel che è stato nel trentennio seguito allo scioglimento del partito comunista e al venir meno dei grandi partiti di massa. Anche se, per la verità, lui disse di non essere mai stato comunista, nonostante fosse assurto a deputato - una sorta di "indipendente nelle liste comuniste" a sua insaputa - membro del Comitato centrale e responsabile della comunicazione di massa del Pci.

Oggi sul “Corriere della sera” si lamenta, giustamente, della nostra “democrazia fragile, incapace di stabilire un corretto rapporto col mandato popolare, piena di trasformismi” e di partiti “fragili, scissi ogni giorno in mille molecole, attraversati da personalismi ed esposti a molti condizionamenti”. Il suo sbaglio sta nel considerare causa fondamentale di tanta decadenza sempre la solita cosa: la mancanza di una legge elettorale maggioritaria che non assicura l’alternanza fra una destra non sovranista e trumpiana ma europeista e una sinistra di bon ton, buonista, gradita a lorsignori, “non dominata dal populismo e dalla demagogia ma dal riformismo radicale”. Cioè, nel suo pensiero non espresso, ben lontana dall’esperienza di Conte e dell’alleanza fra Leu, Pd e M5s.

Veltroni continua a non rendersi conto che se oggi la destra è quella che è - dominata dalla sovranista Meloni e da Salvini diventato trasformisticamente “europeista” - lo si deve, in gran parte, proprio a quella sinistra diventata come la voleva lui, per la verità non da solo e indipendentemente dalla legge elettorale.

Il trasformismo nel nostro paese ha una storia lunga che nasce all’indomani del compimento dell’unità politica e statale. Ebbe un argine nella formazione dei grandi partiti popolari e di massa. Poi venne il fascismo. Quando la democrazia risorse, sempre per opera e merito dei grandi partiti antifascisti e popolari di massa, il trasformismo fu confinato alla marginalità della vita nazionale. Così fu nella prima repubblica, con la sua legge elettorale proporzionale. Ha ripreso quota fino a diventare endemico dopo il crollo del vecchio sistema politico e dei partiti di massa che lo sorressero e che assicuravano ognuno a modo suo una democrazia partecipata e una selezione della rappresentanza politica molto più decente e competente di quella attuale. Si è largamente ridiffuso proprio con il sistema maggioritario: più serio il “mattarellum” iniziale, anticostituzionale la “porcata” di Calderoli, turlupinatore il semi maggioritario detto “rosatellum”. Perciò una legge elettorale proporzionale dovrebbe, quanto meno, contribuire (non determinare meccanicamente) alla ricostruzione di partiti degni di questo nome, perché è qui il compito decisivo per rigenerare la nostra democrazia.

Alla demolizione sistematica dei partiti di massa Veltroni ha partecipato in vari modi e con responsabilità di direzione politica non irrilevanti per ciò che riguarda il versante di sinistra. E’ stato un tragico errore, corredato da tante altre cosucce e cosacce (subalternità al neoliberismo trionfante e allontanamento dai lavoratori e dai ceti popolari), culminate nel Pd fondato sulle basi culturali che Veltroni espose al Lingotto nel 2008 con gli esiti catastrofici, per la sinistra e per il Paese, che sono sotto gli occhi di tutti.

Oddio, come si dice, errare è umano ma continuare a perseverare è sommamente stolto.

 

 

 

 

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Baciare il rospo?

 Cronache&Commenti

Come stare dentro una maggioranza piena di trasformisti e di persone indigeste

di Aldo Pirone
Draghi presentailsuoGoverno 390 minNel 1995 quando il governo di Berlusconi cadde, sfiduciato dopo solo otto mesi di vita dalla Lega di Bossi, l’incarico di formare il governo fu dato a Dini che del cavaliere era ministro del Tesoro. Allora “il manifesto” fece un titolo che rappresentò bene i dubbi che albergavano nell’area della sinistra radicale: “Baciare il rospo?”.

Da una parte, infatti, c’era il fatto positivo della caduta di Berlusconi alleato con Fini, non ancora bagnatosi nelle acque di Fiuggi detergenti la sua impronta neofascista, dall’altra il fatto che Dini era quello che era: di casa berlusconiana e della Banca d’Italia. Ad aiutare a baciare l’animaletto – il volto di Dini gli assomigliava molto – fu anche l’astensione di tutto il centrodestra derivante dalle paturnie e dai ripensamenti di Berlusconi che il suo ministro aveva indicato al Presidente Scalfaro come suo successore. Nella favola il rospo che è baciato dalla principessa diventa un bel principe. Dini non lo diventò, anche se passò in seguito nel campo antiberlusconiano. Con i sindacati fece, però, la prima riforma delle pensioni che fu votata da tutti i lavoratori che lo approvarono con il 64,49% dei voti espressi da oltre quattro milioni di lavoratori.

Ieri nell’editoriale di Norma Rangeri, direttrice del quotidiano comunista, non c’è quell’interrogativo nei confronti di Draghi. C’è, invece, sebbene senza entusiasmo e rassegnato, un consenso al governo tecnico-politico che si prospetta. “Sarebbe un errore – scrive Rangeri - lasciar gestire ogni cosa alle forze più conservatrici e fascistoidi del nostro paese. Per i partiti della precedente maggioranza, al di là dell'insopportabile pratica di ingoiare dopo i rospi anche i draghi, diventa quasi un obbligo partecipare al prossimo governo. Nella pur urticante condizione di turarsi il naso di fronte a decisioni che lasciano poco spazio per scelte diverse”.

Il problema che allora si pone a Leu, Pd, M5s è come stare dentro una maggioranza piena di trasformisti e di persone indigeste come Berlusconi, Renzi e Salvini alternative al fronte progressista. Se ci si stesse in modo rassegnato come cani bastonati, sarebbe sbagliato e il governo Draghi diventerebbe un rospo indigeribile. Quindi, bisogna starci in modo attivo e condizionante, non come singoli ma come alleanza di forze progressiste e ambientaliste a difesa della continuità riformatrice del governo Conte.

Per questo è indispensabile recuperare un modus operandi di “lotta e di governo”, si sarebbe detto in altri tempi, che assicuri non solo un protagonismo non fine a se stesso nel governo – tanto più necessario visti i compagni di viaggio - ma nel paese. Quel protagonismo sul territorio e nella società che è mancato – e non a causa del Covid 19 - durante il governo Conte e che ha pesato non poco nel lasciare spazio all’iniziativa demolitoria, sebbene impopolare, di Renzi. Se i rapporti di forza elettorali rimangono, come sono rimasti in questi 16 mesi, gli stessi fra la destra e i progressisti, alla lunga anche il governo Conte2 nonostante i suoi meriti non regge. Non poteva bastare la popolarità personale di “Giuseppi” a fare da argine all’offensiva di lorsignori commissionata al “Bomba” di Rignano.

Norma Rangeri dice che bisogna ripartire dal fatto “che il merito del punto in cui siamo oggi sui vari corni dell'emergenza, va dato al Conte2”. Giusto. Per questo occorre che l’alleanza marchi la continuità con il Conte2 sul fondamentale terreno economico, sociale, ambientale e della sanità.

Su tutto, poi, giganteggia il problema della rapida messa a terra dei progetti in coerenza con il Recovery fund. Quella massa di miliardi per la cui gestione lorsignori hanno abbattuto Conte e Salvini è stato folgorato dall’europeismo, pur – come ha detto – di sedersi a tavola. Può darsi che mi sbagli, ma il regolamento approvato dall’europarlamento – diconsi 43 pagine di prescrizione e allegati che andrebbero lette e meditate – non pare proprio fatto per consentire ai nostri lorsignori di allungare le mani a piacimento sul desco imbandito in favore di clientele e amici degli amici. Sul rispetto di quelle normative europee per la transizione digitale ed ecologica è più facile un’intesa fra l’alleanza progressista e Draghi che non quella dell’ex Presidente della Bce con la destra di Renzi, Berlusconi e Salvini.

Al di là di ogni considerazione, personalmente l’ho assai bassa, delle forze in campo, occorre realisticamente constatare che oggi la dialettica fra destra e sinistra, fra conservatori e progressisti, purtroppo, non è più quella fra maggioranza e opposizione in Parlamento. Quella dialettica si trasferisce tutta, o quasi, dentro lo stesso schieramento di governo. Sulle cause di questo esito “bulgaro” si può discutere e disquisire all’infinito. L’importante è che le analisi critiche e autocritiche a sinistra servano a potenziare e a rinnovare nel profondo i soggetti dell’alleanza progressista Leu, Pd, M5s, particolarmente la sinistra, e, soprattutto, a confermare, sviluppandola, nei territori e nel paese l’alleanza medesima per presentarla al prossimo confronto elettorale.

Renzi ha puntato a demolire e dividere anche quest’ultima. Per ora non c’è riuscito. E per lui non è una buona notizia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Salvini come re “Pippetto”?

Cronache&Commenti

La storia a volte si ripete, la prima è una tragedia la seconda è anche ridicola

di Aldo Pirone
vittorio emanuele 350 minIn questi giorni di bailamme politico e di cambi repentini di posizione di partiti e leader politici, se ne sentono e se ne vedono di tutti i colori.  Ieri mattina Luciano Canfora nella trasmissione TV Agorà, ironizzava su Salvini che dovrebbe – diceva – essere orgoglioso di aver fatto una mossa togliattiana. Si riferiva al Togliatti della “svolta di Salerno”. Salvini stesso, senza ironia e, soprattutto, senza orrore di se stesso, per giustificare il cambio repentino di posizione sul Recovery fund e sull’Europa si era richiamato a De Gasperi, Togliatti, Parri negli anni del Cln antifascista (1943-’45). Tutta roba strumentale, pur di avere la possibilità di accomodarsi alla tavola della gestione dei miliardi europei del Recovery fund.

Volendo, per divertimento, seguire il gioco fasullo dell’analogia con il periodo della Resistenza e della Guerra di Liberazione nazionale, è lecito domandarsi: ma che ruolo si potrebbe assegnare al “bauscia” meneghino simile a uno degli attori allora in scena? Escluderei radicalmente quello di leader come De Gasperi, Togliatti, Parri ma anche Nenni o Saragat. Più consono mi sembrerebbe quello del monarca Vittorio Emanuele III. Com’è noto il re fellone, dopo aver condiviso tutto con Mussolini, alla fine se ne distaccò per salvare non l’Italia, che infatti abbandonò l’8 settembre in mano ai nazisti, ma la dinastia. In comune con “Pippetto” Salvini ha anche una qual certa cialtroneria che se fu tragica nel sovrano savoiardo in lui è del tutto pagliaccesca e comica. Ambedue, però, hanno avuto conseguenze nefaste per gli italiani. Salvini ha combattuto contro l’Europa e il suo cambiamento solidaristico, come il re fellone combatté contro la grande alleanza delle Nazioni antifasciste: gli Alleati. Poi il sovrano si arrese perché, come disse a Mussolini poco prima di farlo arrestare, “l’Italia era a tocchi”. Similmente Salvini, sconfitto dall’Europa anti sovranista, ora cerca di salireSalvini e lo spuntino 350 min sul carro degli aiuti europei da lui sempre avversati con una “svolta” che, però, nei suoi obiettivi è l’incontrario di quella di Togliatti. E’ come se all’epoca la “mossa spiazzante” verso il Cln antifascista l’avesse fatta il re per salvare se stesso e la monarchia. Ma quella di Salvini più che una “svolta” appare una capriola trasformistica cui è stato spinto dai leghisti delle “fabrichette” del nord est. Un trasformismo che, comunque, va sfruttato perché ieri ha già diviso il gruppo parlamentare sovranista all’europarlamento nel voto sul regolamento del Recovery fund.

Ci si domanderà: come sfruttarlo facendolo fallire? Basta non far toccare palla al Salvini governista e al tempo stesso fargli ingoiare provvedimenti che siano tutto il contrario di ciò che ha nutrito la sua propaganda antisolidaristica e xenofoba di questi anni. Alla furbata salviniana il nuovo governo di Draghi dovrebbe contrapporre la continuità con quello di Conte, almeno sulle cose essenziali: fisco progressivo, accoglienza, sviluppo ambientalmente sostenibile, sanità pubblica, sostegno a poveri e lavoratori dipendenti e autonomi, del ceto medio e della piccola e media impresa, giustizia senza scappatoie per i ricchi, ecc.. Lo farà?

Se non si può impedire a Salvini di tuffarsi in piscina, si può, però, svuotargliela dell’acqua.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Memoria dimezzata

Ricordare

Per un “Giorno del ricordo” comune di Italia, Slovenia e Croazia

di Aldo Pirone
GiornoRicordo 350 minIeri è stato “Il giorno del ricordo” istituito per rammentare la tragedia delle Foibe e dell'esodo delle popolazioni italiane dall'Istria, dalla Dalmazia e da Fiume provocato dal nazionalismo comunista titino jugoslavo nel secondo dopoguerra.

Per ricordare quel dramma hanno parlato il Presidente Mattarella, la Presidente del Senato Casellati e quello della Camera Fico. Di solito la destra nazionalista e neofascista usa questa giornata per equipararla subliminalmente al “Giorno della memoria” che ci ricorda lo sterminio di sei milioni di ebrei fuori e dentro i lager nazisti e far dimenticare le responsabilità del fascismo nazionalista italiano nella feroce politica di snazionalizzazione contro le minoranze slovena e croata. E poi relegare nell'oblio la sua responsabilità nella guerra d’aggressione, assieme alla Germania di Hitler, contro la Jugoslavia, condotta a suon di stragi e deportazioni perpetrate dall’esercito italiano e dai nazisti contro partigiani e popolazioni civili sloveni e croati. I tempi in cui il generale Mario Robotti in quel di Lubiana rimproverava i suoi subalterni perché “Si ammazza troppo poco” e il suo superiore Mario Roatta intimava: “Il trattamento riservato ai ribelli non deve essere ‘dente per dente’, ma ‘testa per dente’ […] eccessi di reazione non verranno mai puniti”. Quest’anno la crisi di governo ha messo la sordina agli stridori nazionalisti e sovranisti degli anni scorsi. Ma il tentativo di imbrogliare le carte di quella tragedia storica e nazionale sul nostro confine orientale, non mancano. Le prime vittime di una memoria monca che non ha il coraggio di fare i conti con la storia integrale, sono proprio gli eredi degli infoibati dai titini e dei circa 300.000 esuli giuliano-istriano-dalmati costretti, nel dopoguerra, a lasciare le loro terre.

E quella storia integrale, in cui primeggia la responsabilità del nazionalismo fascista per aver creato il brodo di coltura della barbara vendetta del nazionalismo slavo e croato dell’esercito jugoslavo di Tito, bisognerebbe ricordarla, seppur per accenni. Non mi pare che stamane lo abbiano fatto il Presidente Mattarella, tanto meno la Casellati. Solo Fico ha ricordato che oggi “abbiamo tutti gli elementi per respingere senza esitazioni le tesi negazioniste o giustificatorie di quella persecuzione, purtroppo ancora presenti. Ciò non significa certo ignorare o sminuire le aberrazioni della politica di italianizzazione forzata delle popolazioni slave, condotta dal fascismo, e la ferocia criminale che ispirò la condotta delle forze nazifasciste in Jugoslavia. Verso di esse dobbiamo ribadire la più ferma condanna, in coerenza con la Costituzione che nasce sulla Resistenza e si fonda sui valori antifascisti". Malgrado questo giusto ricordo mi pare che si sia fatto un passo indietro rispetto a alla cerimonia comune del luglio scorso davanti alla Foiba di Basovizza e al monumento ai quattro giovani antifascisti slavi fucilati dai fascisti, quando Mattarella e il Presidente della Slovenia Pahor si tennero per mano in raccoglimento.

“La storia non è un racconto di parte: è testimonianza di ciò che è stato”, ha detto la Casellati, guardandosi bene dal ricordare quello che d’infame fece il nazionalismo fascista e italiano contro le popolazioni slovene e croate dell’Istria e della Dalmazia. Come se quella parte della memoria fosse separabile dalla storia integrale di ciò che successe a cominciare, quanto meno, da subito dopo la conclusione della Grande guerra quando Mussolini proclamava il 20 settembre del 1920 al Teatro Ciscutti di Pola: “Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola […] Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. […] Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche”. Un programma puntualmente e ferocemente attuato per oltre vent’anni.

Ben diverso fu il ricordo che il Presidente Ciampi fece alla prima celebrazione del “Giorno del ricordo” nel 2005. “Il mio pensiero – disse - è rivolto con commozione a coloro che perirono in condizioni atroci nelle Foibe, nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945; alle sofferenze di quanti si videro costretti ad abbandonare per sempre le loro case in Istria e in Dalmazia. Questi drammatici avvenimenti formano parte integrante della nostra vicenda nazionale; devono essere radicati nella nostra memoria; ricordati e spiegati alle nuove generazioni. Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono”.

Il fatto è che Italia, Slovenia e Croazia dovrebbero stabilire un “Giorno del ricordo” comune, per rammentare insieme tutte le vittime del fascismo e dei rispettivi nazionalismi e la storia che li produsse. Solo così si potrebbe parlare di memoria condivisa e solo così le vittime italiane sarebbero veramente onorate sottraendole alle strumentalizzazioni di chi vorrebbe rinfocolare quel nazionalismo che fu il loro carnefice.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Il Covid 19 s’è portato via anche Franco Marini

Ricordi

Personalità politica democratica del primo quarantennio repubblicano

di Aldo Pirone
FrancoMarini 370 minOggi la giornata si apre con una brutta notizia: è morto Franco Marini. Anche lui se l’è portato via il Covid 19. Era un cattolico democratico, democristiano, formatosi nel mondo sindacale e dei lavoratori collaterale a quel partito. Veniva da una famiglia operaia di umili origini di San Pio alle Camere, un paese abruzzese dominato dalle rovine di un castello triangolare in discesa, tipico di quelle terre. Fu segretario generale della Cisl e ministro del lavoro e poi Presidente del Senato (2006-2008) ai tempi dell’Ulivo-Unione di Prodi. Nella prima Repubblica la sua attività si svolse dentro la forte dialettica politica propria dell’epoca, caratterizzata dalla presenza dei partiti antifascisti, dalle loro diversità e dai loro antagonismi: Dc, Psi, Psdi, Pci ecc. Ebbe, come tutti, la ventura di passare in un altro contesto politico e in un'altra epoca. Lo fece mantenendo la sua dignità e il suo radicamento nel cattolicesimo democratico, collocandosi nel fronte progressista e antiberlusconiano.

Quando muore una personalità politica democratica proveniente dal primo quarantennio repubblicano, qualunque sia stata la sua collocazione politica nell’arco delle forze antifasciste, si prova un dolore che si confonde con il rimpianto per un ceto politico popolare, di notevole professionalità politica perché fortemente motivato nelle idealità e nei valori. Un rimpianto tanto più acuto perché il confronto è con il ceto attuale, per gran parte non poco inquinato dall’opportunismo, dal trasformismo e dall’ignoranza più crassa. Franco Marini, se non altro per questioni anagrafiche, appartenne alle seconde file di quel personale politico della generazione post resistenziale che aveva avuto i suoi maestri negli esponenti di prima fila della lotta antifascista: Togliatti, De Gasperi, Nenni, Saragat, La Malfa, Parri ecc. Il riferimento di Marini fu la Dc di De Gasperi nella sua parte più legata al sindacalismo e ai lavoratori. Non a caso quando il big bang di “mani pulite” spazzò le vecchie formazioni politiche pentapartitiche (Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli), compresa la sua Dc, si schierò con quei democristiani che si contrapposero a Berlusconi. Se non sbaglio, fu anche uno dei pochi sindacalisti a divenire segretario di un partito nel 1997: il Partito popolare.

Il mio ricordo di Marini è una giornata di agosto del 2005 a Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo, in una trattoria famosa per la cucina delle lenticchie, specialità del luogo. Lo riconobbi mentre stava pranzando con la moglie, mi pare. In quel momento c’era maretta nel rinascente Ulivo di Prodi. Maretta fra il professore e il Rutelli “bello guaglione”. Molti fra i presenti a lui sconosciuti, me compreso, salutarono Marini raccomandando unità per il prossimo confronto elettorale con Berlusconi. “Non litigate” fu l’incitamento della maggior parte dei presenti.

Un incitamento sempre attuale perché l’unità è stata raramente praticata dalle forze progressiste e democratiche sui contenuti e nelle forme più giuste, quelli vicini al mondo dei lavoratori. Quei lavoratori che Marini, a modo suo, cercò di difendere ed ebbe come riferimento.
Ciao Franco.

 

malacoda 75

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