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Una situazione del tutto nuova

Poldino 13 350 260 mindi Antonella Necci - Poldino 13. Cercò di fermarlo. Poldino si era scagliato come un fulmine verso la porta del pub ed era sparito, lasciando Davillé incapace di fermarlo. Lo segui subito dopo, ma si ritrovò sul piazzale antistante a cercare il nulla. Era sparito. La sua auto era li, ferma e con le chiavi nel cruscotto. Era fuggito a piedi, con la pioggia fitta. Brutta cosa. Marinelle lo avrebbe rimproverato per bene stavolta. Ma che fare? Il pub non poteva chiudere proprio ora che stavano giungendo i primi clienti. E per cercare chi? Un fasullo, bugiardo, viscido chiesastico, che al primo segnale di protesta metteva il muso peggio di un procione, scappava nella tempesta incurante dei pericoli che chi doveva prendersi cura di lui avrebbe dovuto affrontare.
“Affoga pure per quel che mi riguarda. Che troverà in te Marinelle ancora non l'ho capito, né mai lo capirò.” Così urló Davillè, rivolto al vento e alla pioggia incessante, perché di Fausto Poldino non restava nessuna traccia. Rientrò nel pub. Appena in tempo. L’allegra comitiva giunta da Anagnon-sur-la-mer aveva già cambiato il canale televisivo, si era posizionata ai posti di combattimento mangerecci e reclamava patacche al sugo di lepre, vino bianco frizzante Cesanese e arrosto di cinghiale con contorno di patate.
Del resto erano stati abituati a casa di Trippotto, il quale aveva un cuoco super stellato, decorato al valore civile della patacca, insignito dell’emerito titolo di Gran Maestro cuciniere delle Sacre cucine unite. Tutto quello che lui toccava veniva trasformato in piatto unico, fossero pure stati agnolotti in umido. Il cinghiale, poi, era la sua specialità. In città si parlava spesso dei suoi piatti. Ora che si era dato alla cucina araba usava il cinghiale al posto del maiale e mescolava verdure, frutta tropicale e vino rosso cesanese per insaporire i suoi kebab. Che andavano a ruba.

Accade l'incredibile

Davillé ben presto si dimenticò di Poldino, la sua fuga, i suoi capricci. Si fece coinvolgere dall’allegra brigada che iniziò a mangiare di gusto, coinvolgendo anche gli indigeni del posto che per la prima volta apprezzarono tante prelibatezze e che, in cuor loro, si chiedevano come mai tutti quei simpatici individui, che avevano così tanto e buon cibo, si erano,in massa, trasferiti li, in quella terra dagli usi e costumi più spartani e dalle tradizioni culinarie molto meno variegate. Nel mangiare i kebab di cinghiale selvatico, poi, si chiesero come mai quel cuoco riusciva a dare alla carne un sapore mai sentito prima. Man mano che il pasto procedeva gli indigeni si persuasero che ci fosse dietro la mano di qualche spirito del male. Uno spirito che fosse giunto fin li, al seguito di quella brigata che, a ben guardare, aveva gesti poco ortodossi, volti poco rassicuranti,linguaggio per niente educato e che sembrava davvero essere uscita dall'interno di un inferno di anime. Complice il vino, prima bianco e poi rosso, gli indigeni si fecero persuasi che quel pub fosse un covo di diavoli assatanati, e decisero di chiamare il ranger. Si pentirono di essersi uniti a loro. Ingoiarono il centesimo kebab e fecero il numero della polizia locale che giunse in meno di cinque minuti. Poldino 13b min
Quello che successe poi fu un tale putiferio che Davillé ancora stentava a crederci. I rispettabili consiglieri comunali della maggioranza di Anagnon, ora un po' alticci e dai movimenti rallentati a causa del cibo e del vino, si arresero alle forze dell'ordine pensando che stessero all'interno di un gioco. Ridevano, scherzavano e chiedevano di essere ammanettati. Gli scagnozzi di Trippotto e i boriosi del Progetto per far resuscitare Anagnon, che avevano guardato ma poco assaggiato, erano di certo più consapevoli di essere nel mezzo di una retata alla Starskii and Hutch e che la questione avrebbe avuto risvolti poco piacevoli. Tentarono,dunque,di opporre resistenza e per questo furono ammanettati e picchiati con manganelli al titanio. Roba seria. Davillé, nello scompiglio generale, si dileguò dal retro appena in tempo per assistere all’asporto dei suoi clienti nei blindati della polizia. Pensò che tutta quella cena gli era costata tanto e che nessuno lo avrebbe pagato. Un bel colpo per il pub, ma almeno non glielo avevano chiuso. Per il momento. Appena tutti furono andati via e il silenzio della notte era ridisceso attorno al suo locale, si decise a rientrare per ripulire tutto.
Aveva appena cominciato quando, alzando lo sguardo si ritrovò di fronte Poldino insieme a sei figuri vestiti di nero che lo guardavano con riprovazione.
“che diavolo…… Ma dove diavolo…… E questi chi diavolo……. Poldino! Bentornato! Ma dove diavolo sei stato per tutto questo tempo? E questi qui chi diavolo sono? La comitiva dei tuoi odiati nemici è stata prelevata dalla polizia locale meno di un'ora fa. Sei contento? Adesso potrai vedere la TV in pace e cambiare canale quando vuoi. Mi aiuti a ripulire o hai deciso di fare la bella statuina?”
Discorso pronunciato tutto di un fiato, che non richiedeva che un monosillabo di risposta. Che non giunse. Poldino e i sei rimasero a fissare ora il pub, con i suoi resti di cibo sparsi in giro, ora Davillé, chino a raccogliere altro cibo da sotto i tavoli, ora l'esterno dove in lontananza si sentiva il frastagliato rumore del mare, ancora grosso a causa della pioggia, ma sempre più rassicurante di quanto stava accadendo in quel minuscolo posto, disperso nella Terra di Mezzo, in quell’emisfero Sud che si era fatto davvero molto affollato.

 
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