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Migranti e "noi". Ma chi siamo?

daFausta giovani immigratidi Daniela Mastracci - Cosa vuol dire "prima gli italiani"? Oppure "difendere gli italiani"? "Insulto agli italiani"? ... Insomma cosa significano queste parole? Sì, certo forse mi posso riconoscere nella lingua, in uno straccio di cultura (ma proprio qui ci sarebbe molto da discutere).
Qua però c'è un solo riconoscimento che è quello del sangue e della patria (???) Siamo razzisti. Siamo nazionalisti. Siamo contro il diverso, siamo per chiudere e innalzare muri. Siamo per un gesto che spacca la solidarietà, la comunanza, la Pace. Un gesto che è quello del rifiuto, dell'allontanamento, della violenza, dell'odio, del disprezzo
Se pensavamo che scene razziste e nazionaliste non le avremmo più viste, ecco ci siamo sbagliati.
Erano davanti al Senato ieri, contro lo "Ius SoliE: cioè contro ragazze e ragazzi, bambine e bambini nati in Italia da genitori residenti stabilmente qui da noi (ecco, cosa vuol dire "noi"?).

Cosa prevede lo "Ius Soli" in approvazione?

La legge di cui si discuteva non prevede lo ius soli classico — per esempio quello all’«americana»: chi nasce su territorio nazionale è cittadino Usa —, ma una versione temperata: i figli di migranti potrebbero diventare cittadini italiani ad alcune condizioni. Dipenderebbe, ad esempio, dal tempo trascorso sui banchi di scuola italiani o dagli anni di residenza dei genitori. Sarebbe necessario che il padre e/o la madre abbiano il permesso di soggiorno di lungo periodo (questo è riconosciuto a chi abbia soggiornato legalmente e in via continuativa per cinque anni sul territorio nazionale). E questo sarebbe un primo criterio: i cinque anni di residenza in Italia del genitore. Per i cittadini extra Unione europea, i requisiti vanno anche oltre i cinque anni di permesso di soggiorno e prevedono: un reddito minimo, alloggio idoneo, superamento di un test di conoscenza della lingua italiana. Poi l’altra novità di rilievo riguarda il minore straniero nato in Italia oppure entrato qui prima dei 12 anni: se ha frequentato uno o più cicli scolastici sul territorio nazionale, per almeno cinque anni, può ottenere la cittadinanza. Naturalmente il genitore deve avere un regolare permesso di soggiorno per avanzare la richiesta per il figlio.

Ieri davanti al Senato militanti di Casa Pound hanno inscenato scene terribili a vedersi. Le scene di chi odia e che con i volti resi truci dall’odio e dal disprezzo sembra pronunciare frasi lapidarie “togliti di mezzo, tu non vali niente, non sei niente. Io sono tutto, sono meglio di te, io sono Italiano, non tu”.
E si scagliano con sentimenti di ripugnanza contro giovani nati e cresciuti in Italia. Questi giovani e giovanissimi sono parte di noi, sono noi. Vanno a scuola con i nostri figli,immigrati 350 260 giocano con loro, imparano le nostre stesse canzoni, poesie, filastrocche. Vivono insieme da anni e anni. Alcuni dovevano già aspettare i 18 anni per ottenere la cittadinanza. E nel frattempo non avere un documento d'identità che non li facesse più sentire diversi, altro, un'aggiunta per qualcuno poco sopportabile. E se dovevano esibire un documento per qualcosa che riguardava la loro classe, ad esempio, non potevano, perché ancora non ce l'avevano. E poi ricordiamo che lo ius soli è in attesa da così tanti anni!!!
E adesso che succede?
Siamo di più del cieco nazionalismo? Siamo di più dei muri, dell'odio? Siamo solo sangue, qualsiasi cosa questo maledetto sangue significhi?

Italia? Siamo l'opera viva che millenni di storia hanno contribuito a innervare

E poi cosa sono mai gli Italiani se non un crogiolo di popoli, una mescolanza di etnie, di lingue, di culture, di Storia? Siamo l'opera viva che millenni di storia hanno contribuito a innervare. Siamo quelli del Mediterraneo attraversato da sempre. Siamo quelli delle vie commerciali nordeuropee e asiatiche. Siamo quelli che sono andati e tornati, e andati ancora, ovunque nel mondo. Siamo quelli che il mondo abbiamo provato anche a conquistarlo malamente: a uccidere, a schiavizzare, a torturare, a sfruttare, a italianizzare forzosamente, a togliere l'identità altrui. E siamo anche quelli che agli immigrati di oggi riserviamo il peggiore dei trattamenti. Li sfruttiamo a raccogliere pomodori e a fare tutti quei lavori e lavoretti che gli italiani stessi non volevano più fare, oppure non facevano perché noi conosciamo i diritti e non vogliamo farci sfruttare e però se sfruttano qualcun altro, che ce ne importa? siamo quelli che ad una donna di colore diamo della scimmia e poi ammazziamo anche l'uomo che la ama e che prova a difenderla. Siamo quelli che rinchiudiamo due donne nei cassonetti e le riprendiamo col telefonino mentre urlano spaventate
Noi forse siamo quelli che non possono permettersi di dire agli altri che siamo migliori di loro. Non ci possiamo permettere di alzare steccati, di minacciare, di insultare, di allontanare. Noi forse dovremmo intanto saper riconoscere tra di noi chi odia e chi istiga all'odio. E dovremmo saper andare oltre quell'odio. Essere umani. Riconoscere nell'altro noi stessi: ciascuno è l'altro di qualcun altro. E questo ci definisce: la relazione. Non l'isolamento. Ciò che dice chi sono io, è proprio l’altro da me. E’ nella relazione con lei/lui che io sarò chi sono e lei/lui sarà chi è. Insieme ci definiamo. Non respingendoci. Ma a quanto pare il messaggio dell’Umanità universale non è passato nelle coscienze di tanti Italiani. Se ravvisiamo questo odio e disconoscimento, non dobbiamo fare però finta di niente. Ne saremmo complici. E non dobbiamo nemmeno sminuirlo come fenomeno episodico: non lo è, e la cronaca ce lo sta facendo vedere.

 
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