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Dalla paura non nasce la cultura della legalità, anzi...

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gian carlo caselli legalita 350 260 minDalla paura non nasce la cultura della legalità, anzi... Si ricava questo convincimento leggendo l’intervista a Gian Carlo Caselli di Rossella Guadagnini da MicroMega del 1 marzo 2018. L'intervistatrice prende spunto dalla presentazione del libro ”La verità sul processo Andreotti”, uno svelto volumetto (pp. 87, Editori Laterza), appena uscito in libreria, denso di nomi, fatti e date ma, soprattutto, di chiarimenti.
E' un libro scritto da due magistrati, Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte, che hanno deciso di analizzare quel procedimento dal loro osservatorio privilegiato. L'autrice nell'intervista affronta un tema, quello della post-verità, che non liquida la verità ma la rende superflua e irrilevante ed appare sotteso.
C'è un aspetto che la interessa particolarmente, così come è per noi: «Timori e insicurezza non devono diventare opportunità d’investimento politico e massmediatico. La legalità non è uno slogan, sostiene Gian Carlo Caselli che tocca con MicroMega – a partire dal libro sul processo Andreotti – i temi della giustizia e della criminalità organizzata: dalla riforma delle intercettazioni alla trattativa Stato mafia...»

Ecco alcuni brani che illuminano le affermazioni dell'inizio di questa nostra pubblicazuione.

 

dall'intervista

Mafie, criminalità, immigrazione senza regole alimentano un clima di tensione, aggressività e timori incontrollati, utilizzati a volte per fini politici distorti e dalla cattiva informazione. È esagerato parlare di governo della paura?

Paura e insicurezza sono problemi seri da affrontare e possibilmente da risolvere. Invece sempre più di frequente si rivelano occasioni da sfruttare. Questi mali da sanare, sembrano essersi trasformati in opportunità d’investimento politico e massmediatico. Prima si accresce la paura – che c’è per cause obiettive – ma ci si lavora su per espanderla. Poi, invece di governarla, si finisce per restare governati dalla paura, nel senso che è la paura che oggi (molte, troppe volte) sembra dettare le scelte della politica e dei media. Con rischi evidenti di deriva democratica.

Come si comporta una società che ha paura?

Qui ‘rubo’ una formula al mio amico, don Luigi Ciotti: la sicurezza rischia di trasformarsi in una specie di killer. Nel senso che (intesa in un certo modo) cancella o, quantomeno, pregiudica decenni di lavoro sulle radici della violenza. Se la paura è un’opportunità di investimento, facilmente avremo non riforme vere, ma più che altro gesti simbolici, rassicuranti, un’indignazione che spesso può essere in prevalenza strumentale. Inoltre (forse non ce ne rendiamo conto, ma è sempre più così) impariamo a vivere nell’ostilità contro tutto e tutti, specie quando non si va oltre il recinto delle nostre individualità, degli interessi particolari o personali. Tuttavia vivere immersi nella cultura del sospetto non è più vita: succede che si modifica, in negativo, la qualità della nostra esistenza. Anche perché si comincia così e poi non si sa dove si va a finire. Oggi i rom, domani chissà.

Ma la sicurezza non è argomento più che valido, tanto più per chi – come lei – ha trascorso una vita da magistrato?

Se quello della sicurezza diviene un terreno da coltivare, anziché una questione da risolvere, occorre fare molta attenzione: i timori si autoalimentano. Le risorse a disposizione saranno prevalentemente, se non esclusivamente, convogliate su controlli e sempre più controlli (tipica la richiesta di impiego dell’esercito), su forme di repressione, nuovi reati e così via. Sempre meno, invece, saranno le risorse impiegate per scuole, ospedali, alloggi, più lampioni in periferia, trasporti pubblici meno degradati, politiche di inserimento e integrazione. Col risultato che, nel medio-lungo periodo, la criminalità invece di diminuire rischia di aumentare o rimanere sui livelli che già la caratterizzano. Il che comporta un aumento dell’insicurezza. Ecco il cortocircuito, pericoloso quando non si superano i luoghi comuni. Quando non si cerca di ragionare con la testa anziché con la pancia.

1 marzo 2018

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