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Celebrare il 25 Aprile

25aprile 350 260Fausto Pellecchia, L’inchiesta del 25 aprile 2019 - Per chi non abbia lo sguardo pregiudizialmente bendato dall’ideologia, le analogie tra l’attuale situazione socio-politica in Italia e l’avvento, nella prima metà del secolo scorso, del totalitarismo fascista, si moltiplicano con impressionante evidenza. Queste analogie hanno restituito alle celebrazioni del 25 aprile il loro significato originale, lacerando l’habitus farisaico di chi pretenderebbe di relegarle nel memoriale di una storia ormai irreversibilmente tramontata. Da qualche decennio, infatti, ha avuto libero corso nel regime dei media e nella comunicazione politica italiana un revisionismo più o meno strisciante che, invocando l’ecumenismo ipocrita dell’umana pietà per il “sangue dei vinti” e quello dei “vincitori” ha equiparato partigiani e milizie di Salò, le rappresaglie di Dongo e di piazzale Loreto con le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, la Shoà con le “foibe” istriane.

Il rischio – che con l’attuale ministro degli interni ha raggiunto punte di inaudita gravità – è che la Resistenza e la Liberazione dagli orrori del nazi-fascismo torni ad essere terreno di caccia dei “profeti al contrario”: un tartufesco tentativo di pareggiare la contabilità dei morti e delle violenze, spacciando per volontà di “pacificazione nazionale” le mistificazioni prodotte dalla malafede ideologica o, nella migliore delle ipotesi, dalla pigrizia mentale e dalla superficialità storiografica.
Questo grottesco gioco di rimbalzi tra vittime e carnefici -che sembra appellarsi ad una presunta “archiviazione” della sentenza di Norimberga per distendere un velo di oblio e di indifferenza nella coscienza civile degli italiani e degli europei- sprigiona una cortina fumogena destinata a impedire la visione della profonda impostura politica del messaggio revisionista. C’è infatti un’inquietante prossimità tra la l’ideologia del nazi-fascismo e la sub-cultura fascio-leghista dei nostri tempi, recentemente ostentata dal ministro Salvini e dai suoi accoliti con l’indecente invito a disertare le celebrazioni del 25 aprile. Questa affinità riemerge, quasi con periodica regolarità, nei momenti più acuti della crisi della democrazia, sotto le maschere del sovranismo e della post-democrazia populista, come estremi terminali della radicale depoliticizzazione delle società occidentali.

Fra i racconti di Franz Kafka ce n’è uno intitolato Der Bau (La tana), che sembra delineare la metafora dello spazio politico degli stati-nazione. Narra di un animale che, ossessionato dall’idea di un’aggressione esterna, inizia a costruire un rifugio sotterraneo sempre più complicato, fatto di tunnel, labirinti, biforcazioni, stratificazioni, vie laterali. Al procedere dell’opera, però, l’animale trova sempre nuovi motivi di preoccupazione: ora è una parete all’apparenza poco solida, ora il bisogno di camuffare meglio un passaggio segreto. Rosa dall’angoscia, la bestia si rende conto che una tana finalmente sicura e inespugnabile equivarrebbe ad una trappola senza uscita, nella quale lei stessa si troverebbe imprigionata. Tra i due conflitti mondiali, gli stati-nazione dell’Occidente hanno lavorato a costruire dei rifugi (le “patrie”) che infine si sono rivelate trappole mortali per i popoli che dovevano abitarvi. Infatti, come Kafka aveva lucidamente presagito, le preoccupazioni securitarie hanno imposto il blocco dello spazio politico -come luogo di aperta contesa tra diverse (ed anche opposte) concezioni della vita in comune- rendendo indeterminati i tradizionali confini tra sfera pubblica ed ambito privato, tra diritto e fatto, tra circuito dei rapporti domestici (oikos) e spazio istituzionale della polis.

Da questo punto di vista, i totalitarismi del ‘900 sono stati un tentativo di rispondere a un problema che non ha cessato di essere attuale nelle nostre post-democrazie: come può una comunità umana che non ha altra consistenza che l’eredità del suo “capitale simbolico” – cioè dei fattori distintivi socialmente riconosciuti come valori e incarnati nei suoi codici culturali ed etico-religiosi - darsi un compito storico e costruire per sé una dimensione propria e una “casa” (patria) che non siano la trappola di un autoinganno? Se l’attuale situazione politica dell’Occidente ripete, per alcuni tratti non irrilevanti, quella da cui presero le mosse i fascismi e lo stalinismo, com’è possibile sottrarci all’esito tragico implicito in questa imbarazzante prossimità?

Già dopo il primo conflitto mondiale, per gli Stati europei l’avvento delle culture politiche totalitarie non fu soltanto la perversa prosecuzione dei grandi compiti storici degli stati ottocenteschi: del nazionalismo, che qui in Italia prese le sembianze del compimento frustrato del Risorgimento (come lo intese Giovanni Gentile) e dell’imperialismo, con la cruenta appendice delle guerre coloniali interpretate come missione civilizzatrice. La posta in gioco del nazifascismo e dello stalinismo è stata ancora più estrema: assumere come compito storico la protezione e la valorizzazione della stessa esistenza fattizia dei popoli, cioè la difesa e l’esaltazione della loro datità biologica (lo jus sanguinis) mediante forme esplicite di discriminazione su base etnica e/o sposando la logica emergenziale della sopravvivenza come “nuda vita”, come mostrano le ricerche genealogiche di Giorgio Agamben. Obbedendo inconsapevolmente alla medesima logica, nel tentativo di rovesciarne gli esiti, anche i regimi democratici dell’Occidente si configurarono essenzialmente come cura e soddisfacimento dei bisogni elementari, avviando il nucleo primigenio del welfare state.

Totalitarismo e welfare (con il successivo ampliamento consumistico del mercato capitalistico) sono stati i paradigmi opposti e complementari di ciò che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stato pensato sul piano filosofico-politico come esito inevitabile della post-storia: una volta che gli Stati-nazione hanno raggiunto il loro telos di unici soggetti titolari dell’agire collettivo dei popoli nell’aperto della storia mondiale, non è restato altro compito che la depoliticizzazione della forma di vita, attraverso il dispiegamento incondizionato del regno della governance economico-finanziaria e l’assunzione della stessa vita biologica come missione politica suprema. Di qui la loro conseguente trasformazione in invasivi agenti di “polizia internazionale”.

In entrambi i casi, il luogo elettivo della decisione politica diventa la “casa”, l’oikos, la salvaguardia della naturale fatticità dell’esistenza umana, strettamente solidale all’esclusione dell’estraneo, con il rischio ricorrente di mutarla in una trappola fatale.
Esemplare, in questo senso, è l’odierno slogan sovranista “aiutiamoli a casa loro!”: si punta all’espulsione dei migranti e delle minoranze etniche dal suolo (e dal sangue) europeo, confondendo “l’esportazione” manu militari della democrazia con l’innalzamento di barriere discriminatorie tra interno ed esterno. E tuttavia, in tempi di omologazione universale, tutti i luoghi del pianeta sembrano convergere verso l’identico “destino” della globalizzazione sotto il dominio delle tecniche del capitalismo finanziario per l’estrazione e la gestione della ricchezza planetaria. Vi si avverte la soggezione all’anomia di un “pensiero unico”, sottratto all’umana possibilità di controllo, che sospinge cinicamente verso l’abisso: l’“autoannientamento” della Terra rischia di non essere più soltanto una pittoresca metafora, bensì l’allarme di una lungimirante distopia. Del resto, la pratica del genocidio è stata già da tempo condivisa e indefinitamente replicata tanto dalle dittature più efferate quanto dalle democrazie più mature. Auschwitz e la Shoà, lungi dal costituire il culmine irripetibile della barbarie nazista, sono piuttosto diventati un modello di controllo politico globalmente dominante. Dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo le stragi del terrore staliniano, continuiamo ad assistere inermi e assuefatti ad altre analoghe ignominie: dagli eccidi e stupri etnici nelle guerre dell’ex-Jugoslavia al genocidio dei tutsi e degli huti nel Rwanda e nel Burundi, delle minoranze cristiane nel sud-Sudan; le pulizie etniche e le stragi delle dittature militari in America latina e delle dittature paramilitari in Indonesia (Timor-est e Cambogia), degli armeni in Turchia, le torture e i crimini perpetrati delle truppe USA in Iraq e in Afganistan [svelati da J.Assange su Wikileaks, recentemente arrestato nell’ambasciata dell’Ecuador dalla polizia londinese su richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti]. Questa infinita galleria di “crimini contro l’umanità” offre la cruda testimonianza che il mondo contemporaneo non è mai uscito dall’aporia delle culture totalitarie.

Il fenomeno delle migrazioni dall’Africa in Europa e in Italia, che ha trasformato il Mediterraneo in un’orribile fossa comune, ripropone il drammatico scenario di uomini e popoli sradicati dalla loro cultura, che cercano a tentoni, disperatamente, una forma elementare di sopravvivenza.
Con la deposizione di tutti i compiti storici dell’Occidente in nome del trionfo dell’oikonomia, la mera vita naturale dei popoli - dietro i risorgenti simulacri della razza o del controllo demografico delle nascite, che riducono e cancellano i diritti dei singoli- sembra presentarsi come l’ultimo compito storico degli Stati occidentali, preoccupati unicamente di proteggere il fantasma della propria introvabile essenza identitaria.

Questa è la materia socio-etno-antropologica con la quale oggi gli Stati-nazione costruiscono muri di confine e interne barriere di discriminazione poliziesca. Solo riannodando il filo visibile dei fascismi di oggi ai fascismi di ieri, una vigile riflessione sull’attualità del 25 aprile potrebbe finalmente liberarci dal rischio di nuove trappole e di imminenti catastrofi.

 

 

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