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Ma cosa è diventata la Scuola italiana?

la scuola da lontano 460 minIl valore per cui mi batto. Un anno fa tanta stampa si interrogava sulla lettera dei 600 professori universitari che denunciavano lacune profonde negli studenti. Si provava ad interpretare, tra lo sconcerto e la preoccupazione, tra la rassegnazione a giovani “irrecuperabili” e il desolato sentimento di un’Italia sempre più ignorante. L’aspetto che la lettera non metteva a fuoco, però, riguarda la qualità del percorso scolastico, ma non dal punto di vista di giovani “privi di capacità di concentrazione, svogliati, indifferenti”; e nemmeno dal punto di vista, acriticamente ripetuto, relativo ad un corpo docente “inadempiente, incapace, impreparato”.
La lettera non prendeva in considerazione che cosa sia diventata la Scuola italiana a valle di riforme che ne hanno modificato la natura stessa: la Scuola non ha più il compito di trasmettere conoscenza, di educare e formare cittadini preparati e consapevoli. La Scuola ha il compito di essere “leggera”, facile, veloce; deve eliminare il peso delle conoscenze per essere la scuola delle competenze, del saper fare, piuttosto che del sapere.
Per comprendere perché gli studenti siano meno preparati e facciano risentire i professori universitari, occorre riflettere su cosa sia la scuola oggi, su cosa gli studenti facciano nelle ore curriculari, e cosa non facciano; si devono conoscere le leggi che hanno riformato la scuola, che hanno modificato in profondità la funzione docente: gli insegnanti devono accompagnare gli alunni nel mondo di Internet, non devono più svolgere le lezioni frontali (ovvero spiegare gli argomenti che gli alunni dovrebbero studiare e imparare), devono facilitare gli apprendimenti, eliminando parti consistenti di programmi, al fine di consegnare agli studenti pacchetti minimi di conoscenze, contenuti e obiettivi sempre più esigui. Gli insegnanti hanno a disposizione sempre meno tempo da dedicare alle lezioni, perché a scuola si spazia tra attività innumerevoli e alternative, appunto, alle lezioni in classe: la Scuola, si scrive, deve essere aperta e interattiva con il territorio (ma ciò oltre ad essere poco chiaro, taglia ore di insegnamento). Da tre anni a questa parte, inoltre, la condizione di una didattica impoverita in tempo e contenuti, è aggravata dalle 200 e 400 ore di alternanza scuola-lavoro, che sposta i ragazzi lontano dalle aule scolastiche, lontani dall’apprendimento, a lavorare gratuitamente presso soggetti ospitanti. Se ciò non bastasse, le cronache ci rimandano fotografie allarmanti, in termini di sicurezza e affidabilità quando, sull’intero territorio nazionale, si sono registrati incidenti ai danni degli studenti, come il caso del ragazzo su cui si è rovesciato il muletto fratturandogli le ginocchia; oppure il caso raccapricciante delle ragazze di Monza vittime di abusi sessuali.
Il tempo scuola, come tempo dello studio e dell’apprendimento, diminuisce: se la scuola non è più chiamata a trasmettere conoscenza; se a scuola entra il mondo degli operatori finanziari, et similia, piuttosto che insegnanti che possano trasmettere cultura; se alla conoscenza si è sostituita la competenza digitale, (utile per che cosa, quando i giovanissimi che entrano nella scuola sono chiamati “nativi digitali”?); come possiamo imputare alla scuola e agli insegnanti, oppure agli studenti stessi, la responsabilità della impreparazione denunciata nella lettera dei professori universitari?
Quella responsabilità va cercata nella qualità inadeguata della scuola di oggi, ma dobbiamo avere il coraggio di comprendere le ragioni di tale inadeguatezza, riconoscendo la povertà intellettuale cui le leggi di riforma scolastiche hanno ridotto la scuola italiana, immiserendone i contenuti, spostando l’attenzione su altro, che non fosse la conoscenza. E riconoscendo anche che un’istituzione pubblica, come è la scuola pubblica, non può funzionare bene se non viene adeguatamente finanziata: senza capacità di spesa non si possono raggiungere risultati, non si mette in sicurezza la scuola, e intendo sotto tutti i punti di vista, dalla sicurezza degli edifici, alla sicurezza di una preparazione solida degli alunni; non si mettono in sicurezza i suoi lavoratori, docenti e Ata, ma soprattutto i suoi studenti, cui poi capita di essere inseriti in statistiche per niente incoraggianti.

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