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Il voto che azzerò l'establishment italiano

e.mazzocchi 350 260Ermisio Mazzocchi ripsonde alle domande di Ignazio Mazzoli e dà la sua intrepretazione dell'esito delle elezioni del voto del 4 marzo 2018 e delle respondabilità del PD.

Nel video che segue cosa legge l'intervistato nel terremoto che ha cambiato radicalmente il quadro politico italiano.

Dopo il video un articolo di Ermisio Mazzocchi pubblicato su L'Inchiesta dell'8 marzo

 

 

 

 

di Ermisio Mazzocchi - Il PD ha perso. Le cause? Molteplici, ma non inaspettate. I segnali erano stati evidenti e vistosi. Non mi riferisco al referendum, guardo agli insuccessi elettorali ottenuti nelle ultime amministrative, la rottura con il mondo del lavoro, nessuna comunicazione con i sindacati. Una sordità assoluta verso un popolo che protestava, si ribellava, ti negava il voto, vedi la Sicilia, vedi i comuni di Roma e Torino, vedi i numerosi comuni dell'area romana, vedi i comuni di Frosinone, Ceccano, Cassino, Sora.

Il crollo della credibilità è stato totale e pieno. Inequivocabile. La crisi economica si faceva e rimane aggressiva. Le risposte sono state deboli e quelle date non sono recepite dal popolo come risolutive. Le disuguagliane sono cresciute con una società che scivola lentamente verso la povertà. I dati Istat offrivano spiragli di debole luce sul futuro dell'occupazione con una crescita molto ridotta, rispetto alle necessità, dell'economia industriale. Saliva dal paese una onda di delusione e di sfiducia che si è tradotta in una netta sconfitta per il PD, partito maggioritario nel governo amministrativo, premiando altre forze dai forti connotati populistici e di destra. Ma non possiamo rimanere nell'indeterminatezza di un PD senza sostanza.

Renzi è il segretario di questo partito e ha una sua maggioranza che ha rotto qualsiasi ragionevole dialogo con le altre componenti, dimostrando arroganza e indifferenza, come è avvenuto per la formazione delle liste per il Parlamento. Non ha concesso nulla al governo Gentiloni, nessun riconoscimento, se non di facciata, né una sua eventuale riproposizione da presentare in questa competizione elettorale. Ha mantenuto comportamenti oscillanti, nello stile dei Borgia, alla prima occasione i suo contestatori o avversari interni erano fatti fuori da qualsiasi cosa, fidando su una maggioranza costruita con i suoi sostenitori. Un sistema di potere referenziale e oligarchico in cui Renzi ne era l'artefice e il regista. Molti hanno avuto e continuato ad avere, sino alla svolgimento della stressa campagna elettorale, un comportamento responsabile, accantonando il loro stato di insofferenza e di forte critica alla cattiva gestione del partito, perché era prioritario sconfiggere un avversario temibile e forte quale il populismo, la destra fascistizzante e un liberalismo selvaggio, salvaguardare il governo Gentiloni. Ma non è bastato.

Il voto degli italiani ha travolto tutto e tutti. Il PD è fuori gioco. Impopolare con milioni di voti in meno, una organizzazione a pezzi. Non è più, dopo oltre dieci anni, il principale protagonista della scena politica. Renzi e il suo gruppo dirigente si era assunto la responsabilità di guidare un partito verso una sua affermazione e proiettarlo con maggiore forza verso una funzione di governo. Questo non è avvento e per chi fallisce nel suo obiettivo deve farsi da parte e rassegnare le dimissioni, perché è nella prassi etica e politica riconoscere i propri errori e favorire un processo di ricambio nella guida del partito. Renzi ha dichiarato che si dimetterà dopo che sarà formato il governo (se tutto va bene se ne parla a maggio) per evitare inciuci e aspettare la formazione del governo, passando per la elezione dei presidenti di Camera e Senato.

Nessun accenno alla necessità di autocritica, ma uno scaricare responsabilità su i ministri, rei di essere stati troppo "tecnici" in questa campagna elettorale. Lo stupore per questa dichiarazione è stata forte e diffusa, provocando ancor di più smarrimento e incertezza nella più completa confusione. Se si danno le dimissioni non si possono differire nel tempo. Una scelta che ha il sapore di una beffa, ingiustificabile e incomprensibile. O meglio, in questa modo, si vuole da parte di Renzi restare in una fase più delicata dell'inizio della legislatura per gestire direttamente la collocazione del PD. Sarà un altro disastro. Dichiarare che vuole essere guardiano contro gli inciuci senza specificare chi sono, con nome e cognome, questi fedifraghi, è ancora un metodo per lanciare veleno, dubbi, sospetti verso tutto e tutti. Convoca la Direzione, dimenticando che è in quella sede che si devono affrontare le questioni che riguardano i campi di operatività del PD, di intesa con i gruppi parlamentari. Lui si deve solo dimettere. Quanto è avvenuto non è accettabile.

Occorre che le parti più responsabili del PD, abbandonata ogni appartenenza, che oggi non avrebbe più senso dopo questo risultato elettorale, assumano direttamente una iniziativa anche nella stessa Direzione e porre fine, ora e subito, a questa surreale agonia di questo gruppo dirigente, compreso Renzi. Il tempo delle rose è finito. Sono necessarie forza e decisione. Non farlo sarebbe ancora una volta un cedimento e una sottovalutazione della drammaticità della condizione del PD. Se in occasione della Direzione ci saranno segnali che le dimissioni di Renzi sono reali e immediate, si potrà affrontare con maggiore sicurezza e chiarezza il nuovo percorso del PD. Deve essere rigenerato un intero partito per sapere cosa è, cosa deve fare, cosa rappresenta. Il tutto in una condizione difficile in cui la sinistra scompare, cessando di avere un ruolo e un peso politico.

Il PD dovrà essere una nuova forza della sinistra e ricomporre un campo delle espressioni del progresso, del riformismo, dell'antifascismo. Ridare contenuti ai valori della sinistra, smarriti da questa ultima gestione del PD. Un obiettivo che richiede una ricomposizione del PD nella sua politica e nella sua riorganizzazione. Si deve aprire un nuovo percorso del ruolo del PD, libero da rancori e contrapposizioni di epoca renziana. Il PD non può pensare di sfuggire a responsabilità e a sottrarsi ai suoi impegni nei confronti del paese. L'opposizione pura e semplice non ha nessun valore politico, se non è sostenuta da un progetto politico e da obiettivi ben precisi. La forza del PD non è stata cancellata, ma ridotta. Dovrà essere la Direzione a valutare quale dovrà essere il compito che il PD vorrà svolgere rispetto alla situazione uscita dalle urne del 4 marzo. I diktat imposto da Renzi non portano da nessuna parte.

Assodato che nessuno dei partiti-coalizione, centrodestra e M5S, ha la maggioranza per formare un governo, quale dovrebbe essere la collocazione del PD considerato che il Paese è in emergenza per una crisi socio-economica di vaste proporzioni. I cittadini hanno riversato i loro voti in stragrande maggioranza a forze che ritengono debbano governare il paese, ma che si potrebbero trovare nella condizione di non essere all'altezza della difficile situazione del paese, se non provocare anche molti danni irreparabile, a cominciare dai rapporti con l'Europa. Se sono queste le prospettive, il PD dovrà valutare quale compito assumere con una apertura a un dialogo di verifica di quali sono le condizioni per essere parte attiva nel governo del paese.

Il ritiro aventiniano portò al disastro il paese. Queste non sono le uniche scelte che dovrà compiere il PD. Il congresso sarà inevitabile, ma non basta dirlo. occorre sapere quale è l'obiettivo di questa assise, che non potrà essere quella di una rifondazione del PD post-renziano su contenuti di un partito di sinistra. Il risultato del voto ha di fatto bocciato e azzerato gruppi dirigenti di lunga tradizione, come è avvenuto anche nella provincia di Frosinone. Una dato che riguarda FI come il PD. Certo è che per il PD provinciale si apre uno scenario inedito, trovandosi nella condizione di essere forza di governo alla regione Lazio con due consiglieri e allo stesso tempo una forza ridimensionata su tutto il territorio e minoritaria nel Parlamento.

Deve essere altrettanto chiaro che non è pensabile, volendo ricostruire una direzione politica del PD provinciale, ricorrere a vecchi schemi per le scelte che si dovranno compiere. Vedremo quali saranno le regole che stabilirà la Direzione nazionale per il congresso. Conta, in ogni caso, la scelta politica. Nessuno potrà porre ipoteche e preclusioni. Rimangono ancora molte risorse nel PD di questo territorio per aprire un confronto libero e aperto, confidando su una nuova generazione da tempo impegnata per questo partito. Se questo sarà l'impegno che assumiamo, si potrà dare forza e credibilità a quella rinascita del PD, necessaria per tutto il paese. Frosinone 7 marzo 2018

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