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In cinque anni, il voto italiano ha cambiato più di qualche casacca

VotoUE 2019 in Italia mindi Maria Giulia Cretaro - L'Europa tricolore nel 2014 era il 40% di Renzi, nel 2019 è il 34, 33% di Salvini. In cinque anni, il voto italiano ha cambiato più di qualche casacca, e ora si presenta a Bruxelles indossando le vesti del'antieuropeismo. Il rinnovo dei 76 seggi con il resto di 3 (che verranno assegnati solo e se il Regno Unito uscirà dall'Unione) non ha comportato una grande affluenza alle urne, ma la stiracchiata percentuale di votanti è stata sufficiente a spostare l'asticella politica interna. Il crollo vertiginoso del Movimento 5 stelle, che in un solo anno, anche se in tornate differenti, crolla di quasi 20 punti, è il segnale prepotente dell'aria che tira in Patria. Un dato che detta giurisprudenza riguardo l'opinione popolare sull'andamento del Governo. L'accoppiata al potere si pone dopo il 26 Maggio a parti invertite seppur con la stessa maggioranza. I Pentastellati in pieno ruolo di Esecutivo, assistono allo sgretolarsi del consenso accumulato fino ad ora. La Lega, con gli oltre due milioni di voti assegnati al suo leader, si è presa resto e mancia. Vacilla dunque l'equilibrio tra i due alleati, che vedono in pericolo le proprie promesse elettorali. Tra queste scaramucce di potere, arriva addirittura il veto del Premier Conte: senza linea comune, rimetterà il mandato al Presidente Mattarella. È finita la pace, compresa quella fiscale.

Mentre l'avvento di Salvini traina la dialettica euroscettica al Parlamento Europeo, Forza Italia conferma la sua sempre eterna presenza, la novità è Fratelli D'Italia che vi siede per la prima volta. Il partito di Giorgia Meloni cresce e con il 6% si conquista 5 seggi che parlano a Orban più della Lega. Un ruolo nell' Aecr già riconosciuto, che assicura un dialogo a carattere sovranista con gli altri Stati conservatori. Il dato di FdI suggerisce una diaspora di elettori ancorati alla destra verace e poco inclini agli esploits del Ministro, perchè l'elettorato è fluido le ideologie meno. Certo è che conti alla mano, Lega e Fratelli D'Italia, potrebbero oggi essere la maggioranza governativa dell'Italia.

Riprendendo l'analisi europea, a beneficiare della migrazione di voti è anche il Partito Democratico rinnovato al vertice. La Segreteria a guida Zingaretti si assicura un timido 22,69%, sicuramente incrementato dalle preferenze dei pentiti pentastellati, più rassicurante della debacle del 4 Marzo. Una ripartenza positiva, per un partito rimpastato al comando ma ancora strutturato alla buona vecchia maniera nell'ordine locale. Il risultato di queste elezioni può solo segnare la riabilitazione ad interim del PD, alternativa è la disfatta.

Da questa parte della barricata, inizia l'onda di "chi è più a sinistra di chi". Mentre a destra fanno i conti a due cifre, + Europa, Verdi, Possibile e la Sinistra raccimolano le briciole. Correndo soli, l'un contro l'altro armati, hanno riabilitato modelli comunicativi sepolti dalle soglie di sbarramento. Non considerando il minimum al 4%, per lotte fratricide, la sinistra radicale in Europa è orfana. I mea culpa postumi non pagano, rimane la mancata rappresentanza in Parlamento per una branca fortemente europeista ma impantanata nei sillogismi politici.

L'Italia che esce da queste elezioni, è un insieme di anacronismo ed equilibri inediti. Un Paese, che pur approcciandosi al voto per il rinnovo del Parlamento europeo, ha brancolato nel buio di programmi mai illustrati. A delegittimare la portata delle elezioni, gli stessi attori candidati. Sono indubbie le ripercussioni sul suolo italico, ma perché sottovalutare a pié pari gli organi superiori, in virtù del principio di sussidiarietà? Perché se la percezione comune è di subordinazione all'Europa, non si esercita influenza consapevole quando è legittima?

Una disinformazione feroce che danneggia l'elettorato, che ignaro del potere, paga a posteriori conseguenze delle sue stesse azioni.
Un Governo instabile, alternative embrionali e carico fiscale sul filo del rasoio: questo è il pittoresco scenario.
Il voto del 26 Maggio è stato d'istinto: poche idee, pochi progetti, poca Europa. Hanno trionfato l'insoddisfazione, la rabbia, la paura dell'altro, l'avanzata del populismo. Quando questi sentimenti sopravvivono, anzi scansano la coscienza civica, di qualunque colore, nessun partito vince, perde tutto il Paese.

 

 

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