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Le illusioni dell'astensione

sondaggio elezioni votare 350 260di Fausto Pellecchia, L’inchiesta, 31/5/2019 -  Il 9 giugno a Cassino si vota per il ballottaggio. La contesa è tra due coalizioni abbastanza omogenee che configurano il ritorno, a livello locale, di un bipolarismo a lungo occultato e sfigurato da quei partiti (Lega e M5S) che, con singolare arte illusionistica, recitano alternativamente i ruoli di maggioranza e opposizione, pur occupando tutti gli spazi del governo e del sottogoverno del Paese.

Eliminate al primo turno l’ indomita ostinazione solitaria del candidato del M5S, nonché la fantasmagorica accozzaglia di Giuseppe Golini-Petrarcone, al ballottaggio l’elettore cassinate avrà il raro privilegio di misurarsi con un’opzione abbastanza netta: da un lato, la coalizione di Mario Abbruzzese, che raccoglie tutte le sigle del centro-destra – e le cui residue insegne “moderate” sottostanno all’implicito ricatto della destra pre-fascista (Lega e FdI), uscita ringalluzzita dai successi delle elezioni europee; dall’altro, Enzo Salera, sostenuto da liste rappresentative del centro-sinistra, che sembrano aver ritrovato, nonostante le difficoltà iniziali, lo slancio necessario per affrontare la prova decisiva.

Resta l’incognita dell’astensione, che già ha pesato enormemente sull’esito delle elezioni europee e che, secondo gli analisti più accreditati, ha penalizzato soprattutto le formazioni della cosiddetta sinistra radicale, il cui elettorato è spesso vittima dell’estremismo identitario: ci si dispone, cioè, a votare esclusivamente la cosa o il leader che si presenti come perfetto rispecchiamento di sè, soccombendo di fatto ad un’illusione narcisistica. Si dimentica che la politica istituzionale funziona secondo le norme variabili della rappresentanza liberal-democratica, per la quale sono determinanti sia le valutazioni di contesto generale e le connesse strategie per contrastare il campo avverso (quello ritenuto il più distante dal proprio), sia le regole elettorali (maggioritarie o proporzionali, con o senza sbarramento ecc.) che fissano i canali per la formazione delle rappresentanze nelle istituzioni e definiscono i limiti, la possibilità o l’opportunità, delle alleanze. In questo senso, il disincanto pragmatico della destra, spinto fino al limite della ragione cinica che consiglia di cavalcare l’onda nera della reazione e dell’egoismo sociale, segna un indiscutibile vantaggio elettoral-propagandistico.
Certo, dall’“incorruttibile giacobinismo” di sinistra è facile obiettare, che di questi tempi non ci si può aspettare granché dalla politica istituzionale (i partiti), troppo spesso invischiata in estenuanti compromessi con l’inattesa complessità del mondo. E che forse val la pena investire la propria passione, le proprie energie, il proprio tempo al di fuori di essa, nelle innumerevoli realtà di movimento che negli ultimi anni hanno costituito la vera novità nel panorama sociale e politico del nostro paese. E allora sarà il caso di impegnarsi per garantire i diritti civili e le libertà democratiche scendendo in piazza e partecipando attivamente ai momenti di crisi e di conflitto nelle periferie metropolitane e nei luoghi di lavoro (anche a costo di disertare qualche talk show televisivo); di sostenere un modello di economia alternativo incoraggiando tutte le esperienze di consumo critico e di finanza etica; di continuare a lavorare per un mondo di pace con Emergency e Amnesty International; di promuovere un modello di vita che salvi il pianeta; di continuare a difendere il nostro territorio con iniziative dal basso (i valsusini che comprano piccoli appezzamenti di terreno per rendere complicatissimi gli espropri per la tav hanno inventato un nuovo modo di fare politica); di continuare a difendere lo Statuto dei lavoratori, ecc.

Ma da questo non discende alcuna giustificazione dell’astensione. Dalla politica, quella istituzionale, soprattutto ai nostri giorni, non ci si può aspettare tanto, ma dalle sue combinazioni congiunturali possono derivare danni irreparabili. Essa infatti conserva il potere di delineare la cornice essenziale all'interno della quale anche l'altra politica (quella dei movimenti, delle associazioni) può agire e ottenere risultati. Chi non si reca ai seggi o annulla la scheda o la lascia in bianco, crede di non votare, ma dal punto di vista della rappresentanza il suo “non voto” sanziona semplicemente il voto degli altri. Infatti, il risultato dell’astensione coincide, tecnicamente, con il suo opposto positivo: con il frazionamento del proprio singolare suffragio secondo le esatte proporzioni con le quali ha votato il resto dei cittadini (0,34 + 0,17 ecc.). Chi non vota è come se raddoppiasse la delega della rappresentanza: si lascia passivamente rappresentare da coloro che votano per i propri rappresentanti. Potrà forse consolarsi, come la schilleriana “anima bella” per aver conservato intatta e immacolata la sua moralistica purezza, ma avrà perso la legittimità di contestare la degenerazione degli assetti istituzionali. Esattamente come quel marito che, avendo scoperto i ripetuti tradimenti della consorte, decide di porre fine ai tormenti del cuore con il gesto estremo dell’autocastrazione.

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