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Grazie Onorevole Fiano, ma è poco

  • Scritto da  ANPI provinciale

anpi BANDIERA 350 260ANPI, Comitato Provinciale di Frosinone - In un intervento reperibile a questo link https://www.democratica.com/opinioni/fascismo-razzismo-italia-europa/ l'On. Emanuele Fiano cerca di fare il punto su un paio di elementi che hanno determinato l'attuale riemersione con sempre crescente impunità delle organizzazioni e delle attività neofasciste in Italia.

Il tentativo messo in campo dall'On. Fiano, insieme alla sua meritoria battaglia parlamentare per l'istituzione del reato penale di apologia e ricostituzione del disciolto partito fascista, rappresenta un quanto mai opportuno elemento di novità su una materia fin troppo elusa dai gruppi dirigenti avvicendatisi nella contorta storia repubblicana alla guida del Paese.

Intanto diciamo subito che ci pare almeno allarmante il fatto che solo un minuto gruppuscolo di parlamentari del partito dell'Onorevole abbia firmato la proposta di legge. Gli altri non ne sanno nulla? non condividono? non ritengono necessaria la firma di tutto il gruppo parlamentare?

Nello specifico dell'articolo, poi, notiamo una buona volontà assai povera di analisi, pur nel nobile e utile sforzo di mettere un poco di ordine nei fatti storici recenti e nella loro lettura possibilmente critica.

Ad esempio, ma solo ad esempio, visto che la materia richiede un impegno di approfondimento molto più ampio che ad oggi solo l'ANPI affronta, con i limiti economici e gli ostacoli di ogni tipo che registra, è sacrosanto quanto il Parlamentare afferma circa le responsabilità della sinistra genericamente intesa e del suo partito in particolare (ma non più degli altri, complessivamente) consistenti nell'aver sottovalutato per decenni la serietà del problema e le sue inevitabili conseguenze.

Chi ha un'età sufficientemente avanzata ricorderà, sempre per puro esempio, la grande intuizione di Occhetto sulla trasformazione del partito di massa in "partito leggero" (così si espresse il sommo teorico), che trasferiva l'onere della costruzione della democrazia dal "popolo" o, secondo la Costituzione, dai lavoratori ai gruppi dirigenti autoselezionati attraverso meccanismi al massimo plebiscitari, mai politico-programmatici.

Ciò significava "semplificare" la gestione di un processo complesso per definizione, quello della formazione di una società strutturata secondo intenti e obiettivi civili sustanziati dalle scelte collettive nell'ambito del conflitto sociale pacifico, civile, appunto democratico.

Semplificare, in politica e non solo, apre la diga della banalizzazione, per cui a fenomeni assai complessi come la ristrutturazione dei processi di produzione e scambio (globalizzazione, delocalizzazione, ecc.) si risponde con metodi antidiluviani e pre-keynesiani come l'invocazione dei protezionismi e delle dogane, o ai movimenti di masse sterminate di persone in cerca di sussistenza o di promozione e affermazione sociale si balbettano "soluzioni" come i muri e le frontiere sempre più strette (non solo fra Europa e "altrove" ma fra Stati membri e fra regioni degli stessi Stati come in Spagna, in Belgio, in Italia ecc.). O al terrorismo, anch'esso in parte figlio di una sequela criminale di "semplificazioni", si pretenderebbe di rispondere con una rassicurante pulizia etnica senza alcuna discriminante se non quella del "noi" contro "loro".

Chiariamo: quanto sopra non è una critica al PD, né all'On. Fiano. Ma ci pare che anche il PD, per quanto dotato di molte teste pensanti e oneste intellettualmente, non sia in grado di uscire in modo evidente dalla logica del rincorrere le pulsioni più basse dell'istinto degli elettori. Inoltre siamo ben consapevoli che il PD non è affatto l'erede del Pci di cui citavamo l'ultimo Segretario (l'attuale leadership di quel partito toglie ogni dubbio in merito, essendo composta di personale allevato altrove); lo abbiamo preso, lo ripetiamo, solo ad esempio, uno fra tutti.

La preoccupazione non nasce dal pur raccapricciante spettacolo dei neofascisti che tornano a sfidare le istituzioni e decenni di conquiste democratiche, perché abbiamo sempre avuto presente questo rischio. Per decenni ci siamo sgolati in tutti i modi leciti per segnalarlo all'attenzione dei cittadini e del potere costituito, dalla politica alle forze dell'ordine, dalla cultura al mondo sindacale, premendo affinché la vigilanza restasse alta e non si operasse solo sul fronte repressivo (che peraltro non c'è mai stato sul serio) ma con forza non minore su quello formativo e informativo, dotando le nuove leve di cittadini di tutti gli strumenti di consapevolezza per scegliere. Essa origina invece dal progressivo abbandono dell'idea partecipativa, sostituita con velocità geometrica dalla concezione assistita e delegata dei diritti e delle condizioni di esercizio della civiltà.

Ma questo, a nostro avviso, comporta la regressione della democrazia. In paternalismo, quando va bene e si ha la ventura di capitare una classe dirigente onesta e capace; in sottomissione in caso di gruppi di potere scadenti o corrotti. Facendo una ricognizione anche approfondita del materiale (soggetti dirigenti, in servizio o candidati) oggi disponibile e soprattutto dei metodi di selezione e di formazione che lo producono, la seconda ipotesi prevale prepotentemente sulla prima, di cui è solo un peggiorativo, non un'alternativa.

Che pulsioni autoritarie, neofasciste o meno, tornino a galla dal liquame della storia e dal fallimento delle politiche di corto respiro che volevano il pragmatismo gestionale libero dalle fisime intellettualistiche della ricerca di metodi e contenuti capaci di disegnare progetti sociali di lungo corso, non è un caso né può essere derubricato come fenomeno di colore che non desideriamo vedere solo perché benpensanti. Esso è uno dei segnali della necessità di dare risposte concrete alle esigenze concrete che il nuovo corso economico, la cosiddetta ristrutturazione capitalistica ha messo in atto con la sconfitta dell'alternativa e il dominio assoluto della finanza, declassando i bisogni a mera questione privata, quando non addirittura "colpa" di chi la soffre.

Privare le forze subalterne di strumenti di partecipazione reale in nome della "governabilità", che in soldoni vuol dire intoccabilità degli assetti di potere, assumere l'alternanza come valore al posto dell'alternativa, riconoscere un solo sistema entro il quale contendersi gli scranni e i bottoni di comando espellendo così la gran parte della società dalle decisioni, e in particolare quella che lavora o che vorrebbe farlo, che cioè ha bisogno di lavorare per sopravvivere, determina una inevitabile frana delle istituzioni che sono state progettate per l'esatto contrario. Cioè per favorire l'ingresso consapevole e capace di tali strati sociali nella gestione della società e nella formazione non solo del consenso, ma delle decisioni stesse.

Quindi, se si volesse leggere un pochino più da lontano, con un angolo di visuale più ampio il fenomeno neofascista, in Italia e non solo, in Europa e non solo, si vedrebbe come esso, ancora una volta, si struttura e si diffonde come parte della ristrutturazione economica, riempie vuoti e inefficienze lasciati dalla politica, risponde illusoriamente ma in modo convincente alle paure ed alle incertezze delle masse disorientate e, a torto o a ragione, disperate. E in questo quadro, qualche domanda sull'uso del tema della crisi economica da parte dei centri del potere reale (la finanza, non la politica) sarebbe ora di porla nel dibattito sul welfare e sulle "leggi di stabilità".

Di fronte a questo, si rispose un tempo con la chiamata al lavoro per la costruzione dell'architettura democratica i cittadini attraverso le libere organizzazioni che si ponevano a pilastri di quell'edificio. Oggi, dopo aver eroso quelle colonne, dall'interno con la corruzione e dall'esterno con la propaganda personalistica, si crede di contrastare il prodotto di quelle scelte avventate con qualche leggina che, oltre ad essere sterilizzata nella pratica da istituzioni dell'ordine fin troppo assopite, se non peggio, potranno essere tranquillamente ribaltate al cambio delle sigle che occuperanno il potere dopo il prossimo plebiscito.

Su questo vorremmo discutere quando si parla di antifascismo, e più in generale quando si parla di politica, non su quale leader di quelli in campo sia più pericoloso o più virtuoso per le sorti della nostra democrazia e della nostra convivenza civile.

Associazione Nazionale Partigiani d'Italia

Comitato Provinciale di Frosinone

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