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30anni dopo. La lotta per la scala mobile del 1984

Berlinguer eccoci-300x222Con questo articolo, sulla lotta di 30 anni fa, per la scala mobile, si avvia la collaborazione del professor Alexander Höbel dell'Università di Napoli con unoetre.it e commenterà una volta al mese gli avvenimenti politici.

di Alexander Höbel - Trent'anni dopo. La lotta per la scala mobile del 1984 e l'Italia di oggi. Sono passati ben trent'anni dalla grande mobilitazione per la scala mobile che investì l'Italia nel 1984: un anno periodizzante, per il decreto Craxi che unilateralmente aveva tagliato 3 punti di contingenza relativi appunto alla scala mobile, per la lotta sindacale e politica che ne seguì, per la stessa morte del Segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer, che proprio a quella lotta dedicò ogni energia negli ultimi mesi della sua vita. In realtà era un'intera fase periodizzante nella storia d'Italia, e non solo: era la fase della ristrutturazione capitalistica, iniziata già nel decennio precedente, delle trasformazioni interne al modo di produzione, con la rivoluzione informatica e la crescente automazione, che riducevano numero e peso della classe operaia tradizionale, ma anche con l'inizio di quei fenomeni di decentramento produttivo e deindustrializzazione che andarono sempre più caratterizzando molti paesi a capitalismo avanzato.
Si tratta dunque di una fase di arretramento del movimento operaio nei paesi "centrali" del sistema. In Italia si era già avuta la lotta alla Fiat del 1980, cui aveva risposto la sciagurata "marcia dei 40.000", con la quale l'azienda aveva voluto dare il segnale di "via libera" alla sua stessa ristrutturazione, ma anche a un arretramento complessivo della classe operaia. La lotta del 1984 partiva invece da una questione più generale di politica economica, oltre che da una precisa scelta del governo Craxi.
La questione era aperta già da qualche anno. Nel decennio precedente il cambiamento nel rapporto di forza tra le classi, frutto anche delle grandi lotte del 1968-69, aveva prodotto un significativo spostamento di risorse dai profitti ai salari, ciò a cui il grande capitale aveva reagito innescando una spirale di aumenti di prezzi e dunque una crescita costante dell'inflazione. Nel 1975 l'accordo Lama-Agnelli sul punto unico di contingenza misurati sui salari più alti aveva costituito una prima "messa a punto", segnata dall'idea di una maggiore uguaglianza salariale. L'inflazione però aveva continuato a crescere, diventando "a due cifre", fino a toccare le vetta del 21% nel 1980.
Le cause del fenomeno erano molteplici, ma molti economisti concentrarono la loro attenzione proprio sul meccanismo della scala mobile: l'adeguamento automatico dei salari al costo della vita avrebbe prodotto di per sé uno stimolo all'aumento dell'inflazione. Ne seguirono un ampio dibattito e varie proposte, dal premio Nobel Modigliani a Mario Monti, a Ezio Tarantelli. Fu quest'ultimo, peraltro vicino al Pci, a elaborare la proposta più seria: un meccanismo di "raffreddamento" della scala mobile fondato sul basare gli scatti di contingenza non sugli aumenti dei prezzi e dunque sull'inflazione passata, ma sulla previsione dell'inflazione futura; la differenza tra tasso "predeterminato" (e in questa predeterminazione si prefigurava un ruolo nuovo anche dei sindacati) e tasso effettivo di aumento sarebbe stata rimborsata ai lavoratori dalle aziende e dallo Stato. In cambio di questo "raffreddamento" dell'iniziativa rivendicativa, i lavoratori e le loro organizzazioni – sindacati in primis – avrebbero dovuto ottenere un maggiore peso decisionale rispetto alle politiche economiche del governo, e possibilmente il governo stesso avrebbe dovuto cambiare, comprendendo finalmente al suo interno anche forze politiche (come il Pci) rappresentative della classe operaia. Era la teoria dello "scambio politico", che in altri paesi veniva ampiamente praticata.
Il Pci e la Cgil, peraltro, non erano del tutto sordi a queste proposte. A parte il discorso di Berlinguer sull'austerità come leva per cambiare il modello di sviluppo, c'era la linea portata avanti da Amendola e dal Cespe, che sulla base dell'assunzione di responsabilità nazionali da parte della classe operaia teorizzava apertamente la necessità di suoi "sacrifici" sul terreno salariale e rivendicativo, finendo talvolta con l'essere "più realista del re". Dal canto suo, la Cgil con la svolta dell'Eur aveva accettato l'idea del salario come "variabile dipendente" e la "politica dei due tempi". Nel novembre 1981 la Cgil accolse l'idea stessa della predeterminazione e si impegnò a lavorare per contenere i punti di scala mobile entro il 16%.
La dinamica che si era aperta, però, non era solo di tipo economico o sindacale, ma anche fortemente politica. Il quadro era quello dello scontro tra il Pci ei Berlinguer e il Psi di Craxi, e della lotta senza quartiere che quest'ultimo aveva aperto nei confronti del Partito comunista. Nel 1982 la Confindustria disdettò unilateralmente l'accordo sulla scala mobile. L'anno successivo, un tentativo di mediazione del governo Fanfani portò al "lodo Scotti": riduzione della scala mobile al 15% in cambio di controllo delle tariffe, riduzione degli orari di lavoro e della pressione fiscale sui lavoratori; un primo esempio di quella concertazione che si sarebbe affermata, con diversi rapporti di forza, negli anni seguenti.
Nell'agosto 1983 Craxi forma il suo primo governo, e individua proprio nella scala mobile un decisivo punto d'attacco per colpire Pci e Cgil, cosicché nel febbraio 1984, col "decreto di San Valentino", taglia 3 punti di contingenza sui 12 previsti per il 1984. Sul piano sindacale si schiera contro solo la maggioranza della Cgil, mentre Cisl, Uil e componente socialista della Cgil sono a favore. A livello di massa, invece, la reazione è molto forte e diffusa. Spontaneamente in tutto il paese i lavoratori entrano in lotta, si forma un movimento di Consigli autoconvocati che trova subito una forte sponda nella Cgil. Il Pci, dal canto suo, contesta non solo il merito del provvedimento (per Berlinguer va respinto il tentativo di "scaricare la crisi sui sindacati" e sui lavoratori), ma anche il metodo: l'uso del decreto d'urgenza, l'unilateralità della decisione, la pesante intromissione del governo in una dinamica sindacale tra le parti. I gruppi comunisti alla Camera e al Senato attuano quindi un deciso ostruzionismo, ottenendo un successo sul piano parlamentare. Attraverso una mediazione della Dc, il decreto viene modificato.
È in questo quadro che si svolge la grande manifestazione del 24 marzo 1984, sulla quale i maggiori registi italiani realizzano uno straordinario film documentario, che è stato recentemente riproposto alla Casa delle culture di Roma per iniziativa dell'associazione Marx XXI e per gentile concessione dell'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. La manifestazione è immensa, e i lavoratori intervistati nel film mostrano una grande consapevolezza della posta in gioco, oltre a una grande vivacità e combattività unita alla compostezza e compattezza del corteo. In qualche fotogramma si vede Enrico Berlinguer, che mostra la copia de "l'Unità" con quel titolo rimasto nella memoria collettiva: Eccoci.
Come è noto, quella lotta si concluderà con una sconfitta (sebbene nel referendum del 1985 i sì all'abrogazione del provvedimento giungeranno al 45.7%), con ripercussioni pesanti anche sugli sviluppi successivi della nostra storia. L'Italia che emerge dalle immagini della manifestazione è un'Italia ben diversa da quella di oggi. E tuttavia alcuni nodi, alcune problematiche, perfino alcune parole d'ordine, tornano a riproporsi. Oggi, nell'Italia del 2014, il problema salariale e quello del costo della vita si pongono in forme nuove ma sono di nuovo centrali. L'introduzione dell'euro ha prodotto un cambiamento non secondario, contribuendo a colpire il potere d'acquisto dei lavoratori. Ma in realtà a essere cambiato è il rapporto di forza tra le classi nel suo complesso. Né sono mancate in questi anni le proposte volte a introdurre nuovi meccanismi di adeguamento dei salari al costo della vita. Ripensare a questi problemi, assieme a quello della lotta alla precarietà e alle numerose controriforme sulle pensioni culminate nella "riforma Fornero", costituisce dunque una priorità per ricostruire un vasto fronte delle sinistre che torni a porre il problema della rappresentanza e dell'organizzazione dei lavoratori come suoi obiettivi strategici.

Alexander Höbel (Napoli, 1970) è dottore di ricerca in Storia presso l'Università "Federico II" di Napoli e studioso di storia del movimento operaio. Curatore de Il PCI e il 1956 (La Città del Sole, 2006), ha pubblicato La strage del treno 904. Un contributo delle scienze sociali (con Gianpaolo Iannicelli, Napoli, Ipermedium, 2006) e Il Pci di Luigi Longo (1964-1969) (Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2010). Ha collaborato con la Fondazione Di Vittorio e l'Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia. Borsista della Fondazione Luigi Longo, è autore di Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Roma, Carocci, 2013. Collabora con la Fondazione Istituto Gramsci, per la quale cura il lavoro di redazione della rivista "Studi storici".

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