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Il Sinodo dei Vescovi e la sua democrazia organizzata

sinodo vescovi 350 260di Ivano Alteri - Nel nostro precedente articolo sul Sinodo dei Vescovi (Papa Francesco ha messo in movimento davvero la Chiesa) in corso in Vaticano dal 4 al 25 di ottobre, avevamo cercato di mettere in evidenza la complessità, anche organizzativa, della discussione sinodale immaginata da Papa Francesco e dai suoi collaboratori, su “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, poiché, tra l’altro, ci sembrava assai significativo il confronto con quanto accade, invece, nelle altre sfere della vita pubblica.

A quella discussione, infatti, stanno partecipando ben 270 padri, più una novantina tra altri padri, uditori, esperti, collaboratori, famiglie e delegati fraterni (rappresentanti di altre religioni), provenienti da tutto il mondo. Essa si articola in tre parti, una per ogni settimana, come definite dall’ “Instrumentum laboris” predisposto per l’occasione: 1) “L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia”; 2) “Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia” (discernimento della vocazione familiare; 3) “Il confronto: prospettive pastorali” (missione della famiglia oggi). Tre sono i “luoghi” di discussione: gli interventi programmati nel corso delle congregazioni generali, lo spazio riservato agli interventi liberi che si svolgono al termine della giornata e la discussione nei “circuli minores” suddivisi per area linguistica. Questi ultimi sono tredici: 1 tedesco, 4 inglesi, 3 spagnoli, 2 italiani, 3 francesi (cinque in più rispetto alla precedente assemblea ordinaria che si svolse nel 2012). Alla fine di ogni settimana saranno presentate le relazioni dei circoli (qui quella in italiano relativa alla prima sessione, e qui nelle altre lingue) per un totale di 39 relazioni complessivamente. Al termine del sinodo sarà redatto e pubblicato il documento finale votato dai padri sinodali con la maggioranza dei due terzi. Il tutto, coordinato dal cardinale Lorenzo Baldisseri. Si consideri, inoltre, che quella in corso segue una precedente discussione svoltasi nell’ottobre 2014 sullo stesso tema, da cui sono scaturiti i documenti su cui oggi ci si confronta; tra l’una e l’altra, infine, vi è stata una sorta di questionario fatto circolare nella varie diocesi del mondo (contenente 46 domande stringenti, su ognuna delle tre parti costituenti la Relatio Synodi), a cui hanno risposto prelati e famiglie, i cui risultati sono entrati a far parte dei documenti posti in discussione. (Fonti: L’avvenire, L’Osservatore Romano)

Cotanta organizzazione, già di per sé, è segno di viva volontà di conseguire un risultato, che sia “alto” e duraturo, giusto secondo parametri propri, rispettoso della dottrina e, nel contempo, che innovi la “pastorale”, ossia il fare quotidiano delle strutture ecclesiastiche e delle comunità dei fedeli. Ma a questo va aggiunto il merito; a quelle comunità e strutture, dicevamo, sono state rivolte in precedenze 46 domande. Alcune di esse hanno caratteristiche tali da rendere anche il senso, la profondità e l’altezza delle altre; ne riportiamo tre (plurime), una per ogni parte, a solo titolo d’esempio: “Quali strumenti di analisi si stanno impiegando, e quali i risultati più rilevanti circa gli aspetti (positivi e non) del cambiamento antropologico culturale? Tra i risultati si percepisce la possibilità di trovare elementi comuni nel pluralismo culturale?”; “Quale pedagogia umana occorre considerare – in sintonia con la pedagogia divina – per comprendere meglio ciò che è richiesto alla pastorale della Chiesa di fronte alla maturazione della vita di coppia, verso il futuro matrimonio?; “La collaborazione al servizio della famiglia con le istituzioni sociali e politiche è vista in tutta la sua importanza? Come viene di fatto attuata? Quali i criteri a cui ispirarsi? Quale ruolo possono svolgere in tal senso le associazioni familiari? Come tale collaborazione può essere sostenuta anche nella denuncia franca dei processi culturali, economici e politici che minano la realtà familiare?”.

Confessiamo che tutto ciò, nonostante la nostra personale condizione di non credenti, suscita in noi grande ammirazione, soprattutto se confrontato col chiacchiericcio della politica, fatto di slogan spesso insulsi e involuti, teso a distogliere l’attenzione dalle questioni reali piuttosto che mettervele al centro. Questa distanza siderale ci da la misura della meschinità dei tempi, fornendoci anche un importante elemento di riflessione politica riguardo il rapporto tra rappresentanti e rappresentati; in cui i primi ritengono di potere e di dovere fare a meno dell’apporto dei secondi nelle scelte fondamentali, considerando questi ultimi come bambini scemi, al massimo capaci di essere manovrati e sfruttati fino al midollo. Una concezione meschina dei propri simili, testimone di come, quand’anche credessero in Dio, sicuramente essi non credano nell’Uomo. Cosicché, a guardare quel che accade nella Chiesa, ci sembra di assistere a una meraviglia.

Frosinone 12 ottobre 2015

 

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