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Riportateli su questa terra

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Di Maio e Di Battista 350 mindi Aldo Pirone - Come hanno subito rilevato i maggiori commentatori politici, l’altro ieri, Mattarella, nelle sue esternazioni finali, è apparso a tutti piuttosto brusco e anche insofferente ai comportamenti tatticistici delle forze politiche maggiori.
Ha dato ai “ragazzi” 5 giorni di tempo per trovare un accordo serio, altrimenti si va alle urne. La crisi di governo in corso è complicata da due fattori: la pochezza dei protagonisti e la divisione interna alle forze politiche che dovrebbero dar vita a un nuovo governo e a una nuova maggioranza. Del resto gli uomini sono questi e da questi, per ora, non si sfugge.

Salvini ha continuato a sbruffoneggiare. Da una parte cerca sempre di presentarsi come “il capitano coraggioso”, l’uomo che pensa al “fare”, la vittima di contumelie e insulti che lui affronta a petto nudo lasciandole cadere perché pensa al bene della patria. Ha fatto tutto da solo, ha provocato la crisi per avere le elezioni subito, ma non rinuncia – l'ha fatto anche ieri -, visto il vicolo cieco in cui si è cacciato, a pietire ciambelle di salvataggio da quella parte dei “grillini”, tipo Paragone o Di Battista, più vicina alle sue impostazioni di destra demagogica, sovranista, xenofoba e pagliaccesca. E’ arrivato perfino a elogiare l’amico Di Maio e a offrirgli la Presidenza del Consiglio. Dice che la Lega è una squadra granitica, ma, passato il momento, non tarderanno a farsi sentire voci critiche (per ora son solo mormorii) anche al suo interno; come inevitabilmente succede quando il leader fa la figura del piffero di montagna.
Sempre che, ovviamente, gli avversari esterni del “bauscia” ed ex amici, sulla cui sagacia e intelligenza politica c’è da dubitare, non gli ridiano fiato come hanno fatto in questi ultimi mesi.

Zingaretti è marcato stretto da Renzi che teme un mancato accordo con i grillini. Nel PD, in questo momento, ironia della sorte, è quello più corrivo a trovare un compromesso al ribasso pur di non andare alle urne. Ciò, infatti, sarebbe per lui un esito nefasto perché scombussolerebbe i suoi piani futuri e, soprattutto, minerebbe la sua forza parlamentare. Non è detto, d’altronde, che la prudenza del segretario del PD sia, in questo momento, del tutto campata in aria. La ricerca di un accordo di governo con il M5s ha senso solo se è serio e in grado di funzionare nel paese, tra i lavoratori del braccio e della mente, tra i pensionati, tra i giovani precari, nel ceto medio logorato dalle politiche di austerità; migliorando la vita di tutti costoro e facendo ripartire l’Italia, non solo economicamente, ma culturalmente e civicamente. E su questo, non solo i grillini ma anche il PD ha da cambiare parecchio rispetto al recente passato. Altrimenti si aiuterà il “bauscia” milanese a risollevarsi dalla botta che si è auto inferta.

Nell’ambito delle consultazioni quirinalizie, tra tutti i capi politici dei partiti maggiori - di quelli minori come Fdi, guidato dalla Meloni che ancora una volta ha dimostrato quanto le sia ostica e incompresa, per le note ascendenze fasciste, la nostra Costituzione, e Forza Italia, guidata dall’ormai patetico Berlusconi, è d’uopo non dire - il pentastellato Luigi Di Maio ha tentato di recitare la solita commedia grillina, ma è apparso fuori dal tempo. L’elencazione dei dieci punti, per altro non tutti disprezzabili, è stata messa in modo tale – l’offerta a tutte le forze politiche senza distinzione alcuna e senza mai nominare il PD e gli altri soggetti di sinistra – da riproporre il M5s come centrale e trasversale rispetto a tutto lo schieramento politico.

Il suo collega Di Battista, novello “Che Guevara” grillino, ha reso espliciti il concetto - meglio sarebbe definirlo un’illusione - e l’intendimento con un post: “Il Movimento 5 Stelle ha oggi un potere contrattuale immenso. Tutti ci cercano. Un potere del genere è essenziale sfruttarlo nell’esclusivo interesse dei cittadini. […] Io sono convito che andando al voto adesso, presentandoci compatti e facendo una grande campagna elettorale, prenderemmo valanghe di consensi”.

Come se non fossero passati 14 mesi dall’exploit elettorale pentastellato del 4 marzo dell’anno scorso, come se i grillini non avessero favorito - in verità non da soli - la crescita elettorale abnorme di Salvini, come se, in sostanza, non siano sati ridimensionati politicamente ed elettoralmente. Non è così. Che Di Maio - e con lui il barricadero “Dibba” - non capisca il suo fallimento politico e tenti di aggrapparsi disperatamente a un tempo che fu, è umanamente comprensibile. I limiti intellettuali e politici dell’uomo sono noti. Basta rifarsi ai suoi proclami: dall’annunciazione della nascita della terza Repubblica, quella dei cittadini, all’ “abolizione della povertà” ecc. che hanno accompagnato il declino grillino.

Bisognerà che i suoi lo riconducano presto su questa terra. Insieme al “fratello” Di Battista.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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