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Scetticismo malmostoso

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daConte1aConte2 390 mindi Aldo Pirone - L’essenza del marxismo, diceva Lenin, è “l’analisi concreta della situazione concreta”. Senza scomodare Marx si potrebbe dire che la concretezza dell’analisi è l’essenza della politica. A vedere alcuni giudizi e reazioni alla formazione del secondo governo Conte sembra che questo principio di realismo sia, se non proprio dimenticato, messo in ombra. Lasciamo stare ovviamente le reazioni rabbiose e sgangherate della destra fascistoide di Salvini e della Meloni; comprensibili visto l’errore madornale compiuto dal “bauscia” milanese e vista la pochezza politica della signora in nero. Quel che interessa qui è osservare un certo scetticismo, una qual certa anima malmostosa fino a un'indignata contrarietà che albergano non solo in singole personalità politiche del cosiddetto campo progressista e liberal democratico, ma, soprattutto, in alcune aree del giornalismo come il gruppo Gruppo Repubblica-Espresso e Huffington Post Mediagroup. Nel valutare la formazione del governo Pd-M5s-Leu domina in costoro un pessimismo dell’intelligenza dell’analisi sulle forze contraenti l’alleanza - intendiamoci più che doveroso - che però non spinge all’ottimismo della volontà ma all’incipiente recriminazione e a una buona dose di moralismo.

L’accusa di “manovra di palazzo” che alcuni hanno usato – vedi il vicedirettore De Angelis di Huffington Post – in consonanza con la destra fascistoide si può fare solo se non si conosce, come la Meloni, la Costitizione della Repubblica e la sua forma di democrazia parlamentare. Quanto a quella di trasformismo sorvola bellamente sulle persone e le forze che passa il convento oggi e che non sono certo quelle che uno di sinistra vorrebbe che fossero. Questi rilievi non vennero fuori, almeno nella “Repubblica” di Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro, quando si trattò di valutare le larghe intese del Pd di Letta e Renzi con Berlusconi-Alfano-Verdini ecc. Allora, se non erro, si scomodò anche il Togliatti della svolta di Salerno e dell’ingresso nel governo Badoglio per giustificare con riferimenti a una storia mal conosciuta e mal digerita quel che i dem stavano combinando. Seguendo l’interventismo del Presidente Napolitano, si disse che bisognava salvare l’Italia dall’emergenza economica per cui non si poteva mica riandare a votare. Con il cavaliere di Arcore, o chi per lui, l’intesa divenne oltre che larga anche lunga e sostanziosa; ci si mise dentro anche il rifacimento di mezza Costituzione. Il tutto battezzato al Nazareno da Renzi e prima di lui da Letta.

Ma veniamo alla concretezza dell’analisi dell’oggi almeno per quel che riguarda il piano nazionale. Primo. L’occasione del governo “giallorosso” o “giallorosé” non nasce da una vigorosa azione di opposizione in Parlamento e nel paese della sinistra, anzi; nasce da un errore tafazziano di Salvini. Imprevedibile e imprevisto che però ha costretto ad accelerare nello spazio di pochi giorni l’incontro fra Pd e “grillini” acerrimamente negato da ambedue fino a pochi giorni prima. I protagonisti principali di questo cambio sono stati Grillo nel campo pentastellato e Renzi in quello del Pd. Quest’ultimo piuttosto clamoroso, se si pensa che fino a pochi giorni prima il “bomba” di Rignano aveva fatto da guardia pretoriana nel Pd perché di un accordo con il M5s non se ne parlasse neppure. Vedesi le aspre rampogne comminate a Franceschini che si era, da tempo, avventurato a propugnare il contrario. E’ più che assodato che l’abile intervento di Renzi non è stato dovuto alle sue preoccupazioni per l’economia (aumento dell’Iva ecc.) e per l’Italia, quanto dall’interesse suo (presa sui gruppi parlamentari dem) a non andare alle elezioni anticipate. Tuttavia ha combaciato con quello generale e democratico. La politica a volte è sommamente creativa.

Secondo. La cosa che Salvini reclamava con la sua tentata spallata eversiva al Parlamento erano le elezioni per ottenere un consenso plebiscitario e così i “pieni poteri”. Bisognava assecondarlo? Gli scettici progressisti a questo obiettano: non è detto che andando alle elezioni Salvini avrebbe avuto la meglio, mentre sicuramente il Pd avrebbe potuto drenare consensi al M5s. In parole povere bisognava rischiare anche una prevalenza del “bauscia” pur di colpire i “grillini” puntando sul loro fallimento e far rinascere così il bipolarismo destra-sinistra. Tutte ipotesi abbastanza campate in aria se si considera l’attuale legge elettorale. Certo l’andamento negativo dei mercati, della Borsa e dello spread di fronte a un Salvini antieuropeista avrebbe potuto fornire qualche argomento a sinistra. La paura del baratro economico e della destra eversiva forse avrebbe potuto influire positivamente nel risvegliare nel paese una resistenza anti salviniana. E comunque prescindeva dall’interesse generale immediato dei ceti più deboli e dei lavoratori in particolare. Interesse economico da una parte, con tutto quello che sappiamo essere in ballo, e costituzionale e democratico, dall’altro, che non può soggiacere ai desiderata e alle convenienze del momento di un leader politico qualunque esso sia, tanto più se esso è il “bauscia” milanese.

Terzo. Il governo Conte 2 riapre una prospettiva democratica, sociale e solidaristica in Italia e assume un impegno a cambiare in senso sociale, più democratico e federalista l’Europa. Almeno nelle dichiarazioni programmatiche. Si riafferma così, rebus sic stantibus, che esiste un nesso nel nostro paese fra difesa della democrazia, anche nelle sue forme e prerogative parlamentari, e politiche di riforma sociale progressista. O meglio, che la difesa della democrazia nel momento in cui raccoglie un coagulo di forze diverse non può non avere il segno programmatico del progresso sociale. Tuttavia, proprio perché l’analisi delle forze di governo in campo non può indulgere a nessun ottimismo di maniera, occorre tener presente i limiti all’origine di questa nuova alleanza e, soprattutto, dei soggetti che la compongono. In questo lo scetticismo dei dubbiosi può essere assunto positivamente, ma dentro un quadro di lotta e non di remissività. A questo proposito il segretario della Cgil Maurizio Landini e il ruolo propulsivo e propositivo di contenuti economici e sociali da lui svolto durante la crisi, anche se esternamente, ce ne ha offerto un esempio.

E’ evidente che questa maggioranza deve lavorare bene e celermente, innazitutto sui temi economici e sociali e del lavoro, per divenire maggioranza nel paese. Ci riuscirà? Non possiamo saperlo se non con la prova dei fatti. Noi ci auguriamo di sì perché è la condizione prima per smontare il “bauscia” nel paese. Tutto questo, però, rimanda non solo all’azione di governo ma anche alla “discontinuità”, per usare un’espressione di Zingaretti, di comportamenti sia politici sia morali. E anche all’avvio immediato di un processo di rifondazione unitaria, culturale, ideale e organizzativa della sinistra in senso lato. E ai passi che da subito occorre fare in questa direzione. A tale scopo è indispensabile che essa raccolga sangue nuovo dall’associazionismo progressista presente nella società civile per riportarsi là dove è evaporata: tra i lavoratori e i ceti sociali più deboli e bisognosi. I dubbiosi, gli scettici, i malmostosi dovrebbero impegnarsi su questo fronte che non è per nulla secondario.
Ne acquisterebbero in serenità e lucidità.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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