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Zinga il fortunato

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Matteo Renzi 350 260 mindi Aldo Pirone - Non era in questione il se ma solo il quando. Finalmente Renzi ha sgonfiato la crescente suspense e se n’è andato dal PD. Il capo delegazione dei dem al governo, Franceschini, ha commentato: “Nel 1921 e 22, la litigiosità e le divisioni dentro i partiti li resero deboli sino a far trionfare Mussolini. La storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori”. Il paragone con l’oggi sembra azzardato, per non dire fuori luogo. Zingaretti, invece, ha invitato a guardare avanti: “Ci dispiace è un errore. Ma ora pensiamo al futuro degli italiani, lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti”. Il presidente Conte non è stato così serafico come Zingaretti; e si capisce. Il “bomba” ha cercato di rasserenarlo - il che visti i precedenti non lo ha per niente tranquillizzato -; gli ha detto che la sua “novità”, - pudicamente, non vuole chiamarla scissione - gli allargherà il consenso parlamentare. Ma il Presidente teme i Danai anche quando portano doni (timeo Danaos et dona ferentes). Infatti, ha fatto sapere “le proprie perplessità su una iniziativa che introduce negli equilibri parlamentari elementi di novità, non anticipati al momento della formazione del governo. A tacer del merito dell’iniziativa, infatti, rimane singolare la scelta dei tempi di questa operazione, annunciata subito dopo il completamento della squadra di governo“. Non proprio un’alleluja!

Renzi ha spiegato oggi su “la Repubblica” in una lunga intervista dai toni “renzianissimi” le motivazioni della sua scelta. Un bel po’ di luoghi comuni a lui usuali, conditi di retorica futuristica e di qualche notevole bugia. Come quella, sommamente esilarante, di aver portato il PD al 41%. Ricorda l’effimero inizio della sua rovinosa leadership, dimenticando il baratro del 18,7% in cui ha lasciato i dem. Ma Renzi è così, non a caso a scuola, quando da giovani si mostra la propria indole, i suoi coetanei lo soprannominarono “il bomba”.

A guidare il Renzi politico sono sempre state due cose: un ego stratosferico che lo rende incapace di stare in un collettivo se non al comando di esso e, a esso connesso, il proprio interesse politico personale. Le sue mosse tattiche, anche le più spericolate e apparentemente contraddittorie, non si comprendono se non in quella sua ottica. Può accadere, come nell’operazione Conte 2, che l’interesse personale combaci incidentalmente con quello generale, ma può, col tempo, non essere più così. Nell’intervista a “la Repubblica” le motivazioni poco credibili della sua scelta, ridotte all’osso, sono: il PD, nato per essere una cosa all’ “americana capace – dice il nostro – di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie”, non è decollato. E già, si è consunto fino allo sfinimento, balcanizzato in correnti e cordate, infettato dalla questione morale, ma americano non c’è diventato. Di danni storici, comunque, ne sono stati fatti a iosa. Per capire come gli innesti americani non funzionino nel nostro paese, non c’era tanto da elucubrare sul Lingotto di Veltroni, bastava andare al cinema a rivedere l’Alberto Sordi di “Un americano a Roma”. Dell’intervista di Renzi ad Annalisa Cuzzocrea conviene rilevare le cose che possono incidere in negativo sul percorso del governo. Al fondo ve n’è una sola: “Non sono interessato a mettere il naso nelle nomine”, e questa è la bugia, seguita dall'inquietante verità: “ma voglio dire la mia sulla strategia”. E qui potrebbero nascere i dolori per Conte e gli altri partner, perché se le convenienze del rignanese dovessero cambiare, egli non tarderà a mettere i bastoni tra le ruote di provvedimenti di sinistra in economia e sul lavoro. E’ da prevedere, dunque, anche una lotta contro il tempo, perché, in fondo, se il governo riesce a sfornare celermente provvedimenti sociali – per esempio il cuneo fiscale, il salario minimo, il ripristino dei diritti sul lavoro ecc. – in grado di renderlo popolare, allora oltre a Salvini e al centrodestra si terrà a bada anche qualche “renzata”. Staremo a vedere.

Quanto al PD, è naturale che sul momento vi siano esponenti che cerchino di ridurre le conseguenze della fuoriuscita renziana parlando d'ingiustificabile divisione, di uscita non indolore, di grave danno ecc. C’è da evitare, fra l’altro, che nei gruppi parlamentari siano lasciate le “quinte colonne” renziane. Tuttavia la sinistra tutta, non solo il PD, dovrebbe accogliere l’evento come un’occasione liberatoria per procedere a una rifondazione comune e di un nuovo soggetto unitario di sinistra e progressista che coinvolga in prima persona le forze partecipative e associative della società civile progressista. Già il fatto che in alcune regioni gravide di elezioni amministrative si stiano sperimentando le cosiddette liste civiche, dice che la strada obbligata del rinnovamento rifondativo è quella. E non solo per creare le condizioni per una convergenza col M5s a livello locale. Zingaretti appena eletto segretario disse che bisognava cambiare tutto. Il 13 luglio affermò: “La riforma del partito è necessaria perché lo strumento che abbiamo non è più utile a svolgere la sua funzione. Non ce ne siamo occupati perché c’erano le elezioni ma sul partito dobbiamo cambiare tutto perché tutti sappiamo che cosi non si va più avanti […] perché troppo spesso questo partito è un arcipelago in cui si esercita il potere, c’è gruppo dirigente nazionale attorno a leader ma poi c’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate che si collocano da una parte o dall’altra, con un leader o un altro a prescindere dalle idee”. Naturalmente a questo imputridimento lui non è stato del tutto estraneo, ma tant’è.

La questione, dunque, non può essere ridotta al ritorno nel PD dei fuoriusciti Bersani, D’Alema, Speranza e compagnia bella. La “discontinuità” rifondativa, nelle persone e nelle politiche, da praticare nel paese e non solo nel parlamento, è ben più profonda; risale non solo al PD di Veltroni, ma molto più indietro: risale almeno al blairismo. E con essa deve fare i conti tutta la sinistra, comunque configurata e dislocata, non solo i dem; e lo deve fare stando immersi nel corpo sociale, a contatto anche con le sue parti più lontane e ostiche.

Zingaretti non è un fulmine ma è fortunato. In pochi giorni Salvini ha tolto il disturbo dal governo e Renzi dal PD.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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