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Organizzarsi in forme nuove, portando la politica al primo posto

  • Scritto da  L'indifferenziato

paolociofiRipubblichiamo a distanza di 7 anni queste valutazioni di Paolo Ciofi, ancora oggi molto attuali, contenute in una intervista del dicembre 2012, rilasciata al portale www.lindifferenziato.com  (giornale online edito nel comune di S. Giovanni Incarico, Prov di Frosinone)

E' Un lungo excursus che nel ricostruire vicende trascorse e ricordando Enrico Berlinguer valuta fatti odierni con l'occhio a come muoversi anche per il futuro

Nel secondo numero de L’Indifferenziato appareve questa conversazione con Paolo Ciofi, politico, economista, saggista, attuale presidente dell’Associazione "Articolo Uno-l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro" e vicepresidente dell’ "Ars-Associazione per il Rinnovamento Della Sinistra". Giornalista per "il Manifesto", "Liberazione" ha collaborato anche con "l’Unità" e "Paese Sera". Tra i suoi libri ricordiamo per citarne alcuni, "Passaggio a sinistra". "Il Pds da Occhetto a D’Alema", "Il lavoro senza rappresentanza", "La privatizzazione della politica", "Viaggio nell’Italia del lavoro",  "La Bancarotta del Capitale e la Nuova Società".
Gli intervistatori ( infaqtti si tratta di alcuni giovani giornalisti, pongono una domanda esplicativa: Perchè abbiamo scelto il Dottor Ciofi? Perchè volevamo dare spazio ad una persona che grazie alla sua esperienza e alle sue capacità potesse aiutarci a riflettere su importanti tematiche quali la crisi economico-politica, l’esplosione del Movimento 5 Stelle, il lavoro e la Costituzione. Una persona che nella sua carriera politica è sempre rimasta coerente con i suoi ideali. Nell’ intervista il nostro ospite è stato chiaro, non ha mai cercato di fare propaganda a questo o quel partito, ma ha spiegato con razionalità e logica il suo pensiero non risparmiando critiche per la sua parte politica. Sono convinto, per questi motivi, che l’intervista sarà apprezzata anche dai lettori che hanno idee politiche diverse.


Il senso che Ciofi da a tutta l'intervista: ”Una speranza c’è: ce l’hanno indicata i padri fondatori di questa Repubblica scrivendo la Costituzione. Lì è tracciata la via per raggiungere la città futura. Ma per percorrerla indignarsi non basta. Occorre organizzarsi in forme nuove, portando la politica al primo posto“.

 

Iniziamo subito con la prima domanda: cosa significa essere di sinistra oggi?

Essere di sinistra, in questo periodo storico, credo significhi lottare per superare la crisi organica di un sistema economico-sociale, quello del capitalismo del XXI secolo, che ormai non è più in grado di assicurare futuro ai giovani e sicurezza ai vecchi. Un sistema che produce malessere, e che devasta al tempo stesso l’essere umano e la natura, mettendo in discussione la libertà della persona e l'equilibrio naturale del pianeta. C’è dunque bisogno di un cambiamento radicale, ed essere di sinistra significa questo.

Quali sono le idee e i personaggi che l’hanno ispirata nella sua carriera politica e che inserirebbe in un suo personale pantheon?

Per restare in Italia, direi Gramsci, Togliatti e Berlinguer.
Gramsci, perché con il suo pensiero e la sua azione politica, e con il sacrificio della vita, ha illuminato la strada da percorrere per abbattere la dittatura fascista e costruire la democrazia e la libertà, prospettando un nuovo modello di società e organizzando le classi subalterne in modo che potessero diventare classi dirigenti.
Togliatti, perché muovendo da quel campo del “socialismo reale” che è emerso con la rivoluzione russa del 1917 ha compiuto il capolavoro politico di prospettare per l'Italia una via del cambiamento completamente diversa da quella dell'ottobre 1917, indicata nella Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Vorrei ricordare che la parte più innovativa della nostra Costituzione, quella dei principi fondamentali e quella relativa ai diritti sociali, è stata in gran parte proposta e scritta proprio da Palmiro Togliatti.
Enrico Berlinguer, per il ruolo che ha svolto come segretario generale del Pci, e anche per la sua personalità e per il suo tratto umano. Era una persona che sapeva ascoltare, che misurava le parole, e credeva profondamente in ciò che diceva e faceva. Sotto la sua guida, il Pci, praticando una politica trasparente e rigorosa e ottenendo conquiste importanti per l'avanzamento democratico e civile degli italiani, aveva raggiunto il massimo storico dei consensi e si candidava al governo del Paese. Una prospettiva di avanzamento democratico contrastata anche da potenze esterne, cui si è risposto con la strategia della tensione e con la stagione del terrorismo, culminata con l’uccisione di Aldo Moro.
Berlinguer aveva provato a cambiare l'Italia sulla strada indicata dalla Costituzione, attraverso la partecipazione popolare e il rinnovamento dei partiti. Un disegno che corrispondeva a una visione del socialismo in cui siano garantite tutte le libertà “personali e collettive, civili e religiose”, in altre parole “un socialismo diverso da ogni modello
esistente”, come disse lui stesso.

Lei nel corso della sua carriera politica è stato parlamentare e vicepresidente della Regione Lazio, segretario regionale e della federazione romana del Pci all’epoca di Enrico Berlinguer. Come descriverebbe la persona Berlinguer?

Il punto chiave per capire la figura di Berlinguer è questo: lui faceva politica perché aveva una passione, un ideale, una motivazione forte per la quale spese se stesso e la sua vita. Per lui la politica non era l'occupazione di una posizione di potere, non era una poltrona o in un incarico istituzionale che gli assicurasse prebende e notorietà. Per lui la politica era la più alta delle attività umane, perché volta a trasformare la società e a raggiungere un livello superiore di civiltà. Questa concezione della politica lo portava a impegnarsi senza risparmio per fare in modo che lavoratori, i giovani, le donne, l’insieme degli sfruttati, coloro che soffrivano, e soffrono tutt'ora per questa crisi, potessero liberarsi dallo sfruttamento e dall’oppressione e diventare classe dirigente: non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo. Forse anche per questo era una persona molto sensibile, capace di interpretare i sentimenti delle persone.

 

C’è qualche aneddoto in particolare che ricorda del grande politico?

C’è stato un periodo breve, sul finire degli anni 60, in cui Berlinguer è stato segretario regionale del Pci del Lazio. Ricordo che un’estate doveva fare delle cure con l’acqua di Fiuggi, ma all’epoca il Comitato regionale del Pci non disponeva di molti mezzi, sebbene i deputati versassero al partito le loro indennità parlamentari e ricevessero uno
stipendio pari al salario di un operaio metalmeccanico. Alloggiare in albergo a Fiuggi costava troppo, e allora si decise che Berlinguer si recasse a Serrone presso una famiglia di compagni, che gli portavano da Fiuggi l’acqua necessaria alle sue cure. Così viveva allora un dirigente del Pci, che aveva il dono di non far mai pesare, soprattutto alle persone più semplici, la sua autorità.

 

“I democratici di sinistra hanno preso

luccioleper lanterne confondendo il

liberismocon il riformismo.”

Da segretario regionale, Berlinguer girava con una Fiat 1100 piuttosto malmessa. Quando venne a Latina (io ero segretario di quella Federazione) per organizzare a Formia una manifestazione in onore di Antonio Gramsci, al quale dedicammo una lapide nella clinica Cusumano dove era stato ricoverato, Berlinguer arrivò la mattina, si informò sulla situazione della provincia, mi disse di predisporre degli appunti sullo stato del nostro partito, preparò il suo discorso e in serata andammo a Formia sulla sua 1100. La manifestazione riuscì benissimo e fu molto numerosa. Ma io rimasi colpito soprattutto dal modo attento e meticoloso con cui Berlinguer preparò il suo discorso, che risultò profondo e documentato. E dalla sua capacità di farsi ascoltare, pur argomentando su temi niente affatto semplici.

 

Sicuramente il fenomeno politico dell’ultimo anno è stata l’esplosione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che è riuscito a raccogliere la maggior parte delle persone demotivate e scoraggiate dalla classe politica che ha governato negli ultimi venti anni. Questo movimento, nella sua fase iniziale, ha trovato terra fertile nell’elettorato che una volta era la base dei partiti di Sinistra. Come mai Grillo con un semplice blog è riuscito a raccogliere tutto il malcontento della popolazione, mentre per esempio la Federazione della Sinistra con persone esperte che in passato avevano anche governato, stando fuori dal Parlamento non è riuscita minimamente a raccogliere il favore degli scontenti?

E’ una domanda complicata ma molto interessante. E riguarda il futuro del nostro paese. Indubbiamente Grillo è riuscito a cogliere uno stato di malessere molto profondo, cosa che i partiti, soprattutto quelli di sinistra, non sono stati capaci di fare. Credo che le ragioni di questo stato delle cose siano diverse, come diverse sono le motivazioni della protesta che si raccoglie intorno alla figura di Grillo. Intanto, c’è da dire che non sempre il malcontento offre una prospettiva di cambiamento reale. Poi, si coglie una differenza profonda tra il modo in cui Grillo si esprime, con un linguaggio violento e aggressivo, e i giovani, che a livello locale si riconoscono nel Movimento e tentano di rispondere in modo positivo a esigenze reali dei Comuni e dei territori. Sono stato colpito, ad esempio, dal Sindaco di Parma Pizzarotti, per come ha parlato della sua città e del suo programma.
Il cosiddetto grillismo, per definizione associato all’ anti-politica, non è altro che una forma di politica con altri mezzi di fronte al fallimento dei partiti tradizionali. Non è la causa, bensì l’effetto della degenerazione della politica, ossia è l’effetto della vera antipolitica che oggi si denomina (erroneamente) politica. Assistiamo a un capovolgimento di cause ed effetti, e dunque all’uso di un linguaggio che nasconde le cause reali della crisi democratica che stiamo vivendo.
Questo stato delle cose è la conseguenza di un sistema che nel suo evolversi svuota i principi costituzionali ed esautora la partecipazione popolare da qualsiasi possibilità di interferenza. Siamo in presenza di un potere economico-politico molto concentrato che esclude la possibilità di intervento del popolo sovrano. E questa è la vera anti-politica.
In tale assetto, che esclude la partecipazione democratica, un ruolo di grande rilievo gioca la componente ideologica: l’idea che stiamo tutti sulla stessa barca senza distinzioni, che il conflitto di classe è pura archeologia (mentre si pratica con spietatezza dall’alto verso il basso), e che il mondo è governato da immutabili leggi naturali. Cancellata, secondo il pensiero unico liberista, l’analisi di classe, non ha senso organizzare politicamente i lavoratori, gli operai, i precari, i giovani, le donne, tutti quelli che subiscono il potere economico dominante. Questa idea ha fatto molta strada ed è penetrata anche in quella parte politica che si definiva e si definisce di sinistra. Ma che, influenzata dal pensiero dominante, ha perso la sua autonomia culturale e la sua capacità critica. I governi di centro-sinistra, nella sostanza, non hanno intaccato il sistema di potere dominante. Sono stati solo una versione un po’ più leggera delle idee liberiste, che mettono al centro la cultura d’impresa e del capitale, cancellando la cultura del lavoro e delle persone che lavorano.

 

In sintesi possiamo affermare che i partiti che si definiscono di sinistra non sono riusciti a raccogliere il malcontento e creare consenso perché questa parte politica ha smesso di occuparsi di quelle tematiche che dovrebbero essere al centro della loro agenda politica?

In sintesi si potrebbe dire così, è successo esattamente questo. Ma bisogna spiegarne le ragioni. I lavoratori dipendenti, cioè coloro che per vivere devono mettere sul mercato le proprie capacità fisiche o intellettuali perché non hanno la proprietà dei mezzi di produzione e di comunicazione, e che prima erano organizzati nei partiti e perciò avevano una loro rappresentanza politica, oggi non ce l’hanno più e di conseguenza si è prodotta un’amputazione della democrazia. La cancellazione della rappresentanza politica dei lavoratori si è verificata essenzialmente per due motivi. Innanzitutto, perché una parte della sinistra proveniente dal Pci ha ritenuto che il conflitto capitale-lavoro fosse scomparso, e con essa fosse scomparsa l’esigenza di organizzare in modo autonomo i lavoratori. Come ha detto un importante esponente del Pd, prima dirigente del Pci, Alfredo Reichlin, i democratici di sinistra hanno preso lucciole per lanterne, confondendo il liberismo con il riformismo. E questo ha voluto dire che alla centralità del lavoro, come prescrive la Costituzione, di fatto si è sostituita la centralità dell’impresa.

 

“… È venuto meno il principio basilare di un’organizzazione politica dei lavoratori:

non è il leader che ti concede graziosamente qualcosa, sei tu che te lo devi conquistare

con il tuo impegno e con la tua lotta”.

 

Lo si è visto, per esempio, quando Marchionne, che è stato condannato 12 volte per comportamento antisindacale, ha discriminato la Fiom e la Cgil, e la reazione del Pd non si è fatta sentire. Dall’altra parte, la sinistra cosiddetta di alternativa si è autoproclamata rappresentante della classe operaia, ma della classe operaia non è stata mai in grado di conquistare il consenso. Una parte fondamentale della società non ha avuto, quindi, rappresentanza politica. E questo spiega anche perché movimenti come quelli di Grillo hanno trovato molto spazio, anche se il fenomeno mi sembra che si sta indebolendo..

 

Quali sono le principali ragioni della frammentazione della sinistra anticapitalista? Si pensi alla realtà italiana con la presenza di tanti micro-partiti e minuscoli movimenti che singolarmente non riescono ad incidere in alcun misura?

Anche qui pesano diversi fattori. Prima di tutto pesa un difetto di analisi, vale a dire un difetto culturale. Bisogna tener presente che la società non è un aggregato statico, ma storico e dunque in continua evoluzione. Allo stesso modo, il lavoro, come il capitale, è un processo in continua trasformazione, un movimento perenne, che dipende dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche, in conseguenza delle quali cambiano anche le relazioni sociali e i rapporti personali. La sinistra legata al movimento operaio è rimasta invece, per troppo tempo, ferma su una visione tradizionale che identificava il lavoro nelle forme del passato. In Italia, come nel mondo, ha fatto strada l’idea che finita la fabbrica fordista, cioè il modo di lavorare impostato sulla catena di montaggio, fosse finito il lavoro operaio e dipendente. Al contrario, in conseguenza della rivoluzione digitale e del dominio assoluto del capitale, è cambiato profondamente il modo di lavorare ma non c’è stata la fine del lavoro. Da una parte, con la globalizzazione, si è data la possibilità di organizzare su scala planetaria qualsiasi tipo di filiera produttiva. Dall’altra, l’ingresso nel mercato mondiale di manodopera a basso costo di paesi come la Cina e l’India, invece di generalizzare i diritti, ha accresciuto lo sfruttamento alimentando una guerra tra poveri. Da una parte, con la rete, sono cresciute le opportunità del lavoro
cognitivo e intellettuale. Dall’altra, il lavoro individuale al computer ha spezzato i legami del lavoro sociale diretto. Sotto il dominio del capitale, la rivoluzione scientifica e tecnologica, invece di produrre la liberazione del lavoro, ha generato una concentrazione totalitaria dei mezzi di comunicazione e di produzione nelle mani di un’oligarchia finanziaria che domina il mondo. E le disuguaglianze sono enormemente aumentate. A fronte di tutto ciò sta una massa di lavoratori e di lavoratrici dispersa e frantumata, che deve trovare il modo di unirsi per lottare in insieme. In conclusione, il conflitto non è stato cancellato, anzi permane e si acutizza, ma si manifesta in forme nuove. Perciò ci sarebbe bisogno di un nuovo internazionalismo, in grado di dare dignità e rappresentanza ai nuovi lavoratori del XXI secolo.

Ciò richiede il superamento dei particolarismi e di meschini interessi di fazione, come pure di qualsiasi visione minoritaria. E un impegno straordinario, nell’analisi e nell’azione pratica, per unire le diverse figure in cui si manifesta oggi il lavoro delle donne e degli uomini, giovani e anziani, stabili e precari, occupati e disoccupati, italiani e stranieri: nelle fabbriche e negli uffici, nella scuola e nei centri di ricerca, nei servizi e in agricoltura, e così via…Il sindacato, che tradizionalmente ha rappresentato i lavoratori occupati, ha grosse difficoltà a rappresentare i precari e le nuove figure professionali. Anche perché c’è stata un’azione ideologicamente molto mirata che ha contrapposto queste figure: outsider contro insider, lavoratori a tempo indeterminato contro quelli a tempo determinato, giovani contro anziani, e così via. “Meno ai padri, più ai figli” è stato detto, senza specificare chi sono i padri e chi sono i figli. Poi si è scoperto che il 52% dei pensionati dell’ Inps, circa 7 milioni di persone, prendono meno di mille euro al mese.
Ma accanto alle trasformazioni oggettive nel modo di produzione e alla forte pressione ideologica dei poteri dominanti, ci sono stati anche gli errori politici della sinistra. Si pensi all’esperienza di Rifondazione comunista. Al governo, non è stata in grado di proporre e organizzare iniziative che avessero un riscontro di massa. E nel lungo periodo in cui è stata all’opposizione non ha lavorato sistematicamente per costruire un forte insediamento nella società, oscillando tra il protagonismo del leader e lo spontaneismo dei movimenti. Sottovalutando il fattore organizzativo come espressione stabile del protagonismo delle masse, di fatto è venuto meno il principio basilare di un’organizzazione politica dei lavoratori: non è il leader che ti concede graziosamente qualcosa, sei tu che te lo devi conquistare con il tuo impegno e con la tua lotta. Anche perché nessuno ti concede niente se non hai la forza per importi: un principio ancora più valido quando hai dei diritti che sono molto ben delineati nella nostra Costituzione. In definitiva si può dire che a sinistra non si è lavorato con coerenza per costruire un’organizzazione dei lavoratori che mettesse insieme tutti, per lottare tutti insieme. Il caso più clamoroso si è verificato quando Bertinotti, che si proponeva come alternativo, invece di andare tra il popolo per organizzare il partito, come avrebbe fatto Berlinguer, è andato a fare il Presidente della Camera.

 

“È tempo di elaborare politiche sociali comuni in Europa: c’è il fiscal compact

ma non ci sono leggi comuni per quanto riguarda il sistema pensionistico,

i minimi salariali, la sanità.”

 

Nei suoi articoli è sempre stato molto duro e critico verso il Governo Monti. Quali sono stati, secondo lei, i principali errori e le maggiori dimenticanze di questo esecutivo? Dopo un anno di governo tecnico crede che la situazione dell’Italia sia peggiorata o migliorata?

Sono stato molto critico e lo sono tutt’ora verso il governo tecnico. Anzi, chiariamoci su un punto: quello di Monti non è mai stato un governo tecnico, bensì un governo politico insediato dal Presidente Napolitano perché la situazione era davvero molto critica. Berlusconi non aveva più alcuna credibilità a livello europeo. Ci ricordiamo tutti le risatine della Merkel e di Sarkozy. A livello nazionale, la maggioranza si era sfaldata e non c’erano più i numeri per governare. In queste condizioni il governo Monti è nato perché i mercati e la tecnocrazia europea, cioè i poteri economici dominanti, non avevano più alcuna fiducia in Berlusconi e avevano bisogno di qualcun altro che rappresentasse in maniera credibile i loro interessi.

 

Quindi questo governo è nato, prima di tutto, per difendere gli interessi del mercato e non quelli dell’Italia?

Al di là delle apparenze, nella sostanza di questo si è trattato. In proposito, c’è stato un episodio molto interessante di cui si è parlato poco: quando iniziò a circolare il nome di Monti come nuovo premier, Berlusconi gli chiese di mettersi a capo del centro-destra italiano. Ma Monti rifiutò, sostenendo che i mercati volevano un governo ampiamente rappresentativo, in cui i maggiori partiti di destra e di sinistra fossero coinvolti. Non si può dire però che il governo Monti rappresentasse l’interesse generale, perché in tal caso avrebbe dovuto conciliare gli interessi sociali che si contrastano, portando a sintesi un compromesso tra capitale e lavoro, che invece non c’è stato:i fatti dimostrano che il governo cosiddetto tecnico si è schierato sempre dalla parte del capitale contro il lavoro. Nel discorso di presentazione alle Camere, Mario Monti sostenne che suo compito era quello di agire per raggiungere tre obiettivi: rigore, equità e crescita. Ad un anno di distanza possiamo dire che c’è stato solo il rigore. Ma il rigore non ha portato a una compressione del debito pubblico, che ha oltrepassato la soglia simbolica dei 2.000 miliardi. Quindi, il bilancio è stato davvero fallimentare su tutta la linea. L’unica cosa che resta è la credibilità di Monti presso i poteri forti e le istituzioni europee. Ma questa non è una garanzia. Al di là dello spread, l’ultimo rapporto del Censis descrive una situazione di impoverimento molto preoccupante per l’Italia. Dunque, c’è bisogno di una svolta. Ma è possibile realizzarla adottando le prescrizioni dell’Europa come il fiscal compact e il blocco della spesa pubblica ? La situazione è grave perché siamo entrati in una fase recessiva senza avere garanzie sulla tenuta dei bilanci pubblici, e in questo quadro l’unica prospettiva visibile è un aggravamento della crisi.

 

Lei sarebbe favorevole ad un’uscita dall’Euro?

No. Non sono favorevole all’uscita dall’euro. Io sono dell’idea che bisogna cambiare la politica italiana e la politica europea, operando in tre direzioni. Primo: bisogna far pagare chi non paga. I patrimoni accumulati in questi anni sono esentasse. Abbiamo avuto un trasferimento di ricchezza dal lavoro ai profitti e alle rendite pari a 10 punti di PIL, ovvero a circa 170 miliardi di euro. Oggi il 10% degli italiani detiene il 50% della ricchezza nazionale. Ma chi ha accumulato enormi patrimoni non ha investito, non ha rischiato, non ha innovato. In poche parole, ha solo moltiplicato una rendita parassitaria che grava pesantemente sull’intera società. Perciò è necessaria un’imposta patrimoniale sui grandi patrimoni, e non sui redditi medio piccoli o sulla proprietà della casa. Inoltre, la lotta all’evasione fiscale deve essere una cosa seria. Secondo: si deve impostare una politica che combatta veramente gli sprechi ma non distrugga lo stato sociale, che crei sviluppo e promuova cultura, ricerca e istruzione. Terzo: a livello europeo occorre definire una politica fiscale uniforme abolendo i paradisi fiscali. Non ci possono essere zone franche in cui fior di miliardari collocano il denaro e nel loro Paese non investono un euro. Inoltre, è tempo di elaborare politiche sociali comuni in Europa: c’è il fiscal compact ma non ci sono leggi comuni per quanto riguarda il sistema pensionistico, i minimi salariali, la sanità. E questo alimenta la guerra tra poveri e il dumping sociale.

 

Personalmente credo che al momento l’Unione Europea è un unione prettamente finanziaria-bancaria. C’è un grosso equivoco: molte volte chi dice queste cose passa per anti-europeista, invece credo che l’Unione Europea sognata dai padri fondatori era l’ Europa dei popoli.

È vero. Un’Europa dei popoli comporta l’elezione in maniera diversa del Parlamento europeo, e darsi una Costituzione europea in cui i diritti sociali siano uniformi, al livello più alto della civiltà del lavoro e delle più avanzate conquiste della cultura e della scienza. Oggi la situazione è molto critica ma non si risolve nulla tornando indietro, verso forme di nazionalismo esasperato o cercando riparo sotto l’ombrello americano, che non è in grado di riparare dalla crisi gli abitanti di quel grande paese.

 

“Dai giovani mi aspetto che partendo dai principi costituzionali

si facciano protagonisti di un grande movimento democratico e di massa.”

 

C’è un aspetto di questa crisi che di solito viene nascosto: l’attacco speculativo agli stati europei, il cui obiettivo vero è l’euro, viene portato dai cosiddetti mercati, ossia da una ventina di banche e gruppi finanziari tutti denominati in dollari. Ma se crolla l’euro, e il dollaro torna ad essere l’unica moneta di riferimento mondiale, a parte le conseguenze sociali pesantissime, nel mondo di oggi non più governato da una superpotenza ma plurale ed esposto all’influenza crescente di nuove potenze, si acuirebbero tutte le contraddizioni e crescerebbero a dismisura i rischi di conflitti armati dagli esiti catastrofici. Anche per questo non possiamo rinunciare a una visione europeista. In Europa, però, devono affermarsi democrazia e partecipazione. Bisogna lottare per creare queste
condizioni, per costruire movimenti e punti di convergenza a livello europeo in modo che avanzi in concreto l’Europa dei popoli.

 

Un eventuale nuovo governo di centro-sinistra con la presenza di Vendola può iniziare a rappresentare i lavoratori, le classi sociali più deboli e le classi subalterne, o c’è da attendersi un nuovo tradimento per queste categorie?

Le dichiarazioni di Vendola sono state impegnative su alcuni punti, per esempio a proposito del referendum per il ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori e per l’abolizione dell’articolo 8 della legge Sacconi, che di fatto cancella la contrattazione nazionale. Questa posizione è molto differente da quelle enunciate da Bersani. Anche sull’apertura ai centristi le posizioni sono diverse. Tuttavia, la questione si gioca ovviamente sui rapporti di forza, e nella dichiarazione d’intenti sottoscritta da Vendola c’è scritto che in caso di divergenza decideranno i gruppi parlamentari a maggioranza. Perciò mi sembra difficile che dentro questa cornice si possa fare quello che dice il leader di SEL. Secondo me la cosa giusta da fare era quella di lavorare per mettere insieme una rappresentanza che si raccogliesse a sinistra del Pd, con accordi programmatici chiari e con un’apertura costante verso la società. In tal modo, a mio parere, si sarebbe potuto favorire uno spostamento a sinistra del medesimo Partito democratico.

 

Cosa si aspetta dai giovani di questo Paese? Secondo lei sono pronti a ribellarsi per far cambiare marcia all’Italia e a porre le basi per quel forte cambiamento politico-culturale che lei auspica?

Io potrei dire, per la mia età, soprattutto cosa mi aspetto che facciano i vecchi per i giovani. Vedo però con chiarezza che tra i giovani di oggi c’è una grande insoddisfazione, una grande sofferenza. E c’è una cosa che la nostra
generazione non ha conosciuto: un’assoluta insicurezza per l’avvenire. Bisogna fare in modo che questa sofferenza si trasformi in indignazione e che l’indignazione si trasformi in organizzazione e volontà di lotta, perché senza la lotta non si ottiene nulla. Alcuni segnali positivi ci sono, per esempio le manifestazioni degli studenti. Aggiungo che la frattura fra vecchi e giovani, nella condizione in cui viviamo, è un falso problema: ci sono vecchi che hanno sbagliato e quelli che stavano dalla parte giusta, vecchi che hanno sfruttato i giovani e quelli che hanno lottato per garantire un futuro migliore ai giovani. Sostenere ipocritamente che se i giovani precari non avranno una pensione per vivere la responsabilità è dei vecchi che ne hanno una troppo elevata, è una falsificazione clamorosa, che serve per conservare le vergognose ingiustizie presenti. E il governo cosa ha fatto?Ha colpito la massa dei pensionati presenti e futuri, ma non i privilegi del tutto ingiustificati. Come quelli dei parlamentari e dei grandi manager, mentre la questione morale ha rotto gli argini.
Mi aspetto che i giovani reagiscano con forza di fronte a questo stato di cose, individuando le cause reali delle disuguaglianze e delle ingiustizie. E che siano consapevoli che nell’applicazione della nostra Carta costituzionale si trova la chiave per aprire le porte a una società giusta, libera e solidale, in grado di stroncare lo sfruttamento, le disuguaglianze, il privilegio. La Costituzione, dopo aver affermato che la Repubblica è fondata sul lavoro, indica un percorso che passa attraverso l’affermazione dei diritti sociali. E perciò impone dei limiti alla proprietà e all’iniziativa economica, che non possono offendere la dignità umana e la libertà della persona. Mi auguro che si faccia una bella campagna per la conoscenza e la promozione della nostra Costituzione, mettendone in luce questi principi, troppo spesso dimenticati. Dai giovani mi aspetto che partendo dai principi costituzionali si facciano protagonisti di un grande movimento democratico e di massa. Del resto, questo è il sentiero che ci farebbe uscire dalla crisi.
Il problema è che in Italia la Costituzione sembra sia diventata un libro dei sogni. Se leggiamo gli articoli della nostra Costituzione e si riflette su quello che accade nel nostro Paese, sembra che questa appartenga ad un altro Stato.
Penso che questa sia una grossa responsabilità delle forze politiche dominanti. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, si dice, ma poco si è fatto per farla conoscere, soprattutto nei suoi aspetti più innovativi, e dunque per applicarla. Anche la sinistra ha le sue responsabilità. Il risultato è che tra i giovani, e non solo, non c’è la consapevolezza diffusa di essere titolari di diritti fondamentali, costituzionalmente riconosciuti. Di essere cioè non dei sudditi, ma dei lavoratori cittadini. E perciò  di

 

“Oggi un lavoratore è considerato come un semilavorato:

serve solo per ottenere il prodotto finale da cui estrarre un profitto”

 

essere legittimati a lottare e a organizzarsi a questo scopo in sindacati e partiti, perché le prescrizioni costituzionali siano adempiute. Non c’è nulla da chiedere a nessun sovrano, perché il popolo è sovrano. C’è solo da organizzarsi e lottare perché ciò che ci spetta sia realizzato.

 

Cambiando argomento. Al centro del suo pensiero politico c’è sicuramente il lavoro e la sua sostanziale scomparsa dall’agenda dei partiti .Crede che nel futuro ci saranno sempre più casi drammatici come quello dell’ Ilva in cui i lavoratori e la città saranno chiamati a scegliere tra morire di fame o morire di tumore?

Il caso dell’Ilva è clamoroso. I proprietari hanno avuto quasi in regalo l’acciaieria e hanno realizzato enormi profitti, ma invece di investirli in sicurezza per i lavoratori e per la città li hanno portati all’estero. E qui emerge una questione di fondo. Se il modello sociale prevalente, come è avvenuto in questi anni, consiste nel perseguimento del massimo profitto con ogni mezzo, il risultato è quello che vediamo sotto i nostri occhi: la distruzione della persona umana e della natura, e dunque del territorio. Ma il profitto non può essere lo scopo che muove l’intera società, bensì solo un mezzo per l’incivilimento, per lo sviluppo della persona umana, per la riproduzione della natura e l’arricchimento del territorio. Pertanto, deve essere sottoposto al controllo sociale. A maggior ragione oggi, in un’epoca in cui è in gioco il modello di organizzazione della società e il ruolo del fattore umano. Oggi un lavoratore è considerato come un semilavorato: serve solo per ottenere il prodotto finale da cui estrarre un profitto. È una cosa inaccettabile e bisogna ribellarsi. Ancora una volta, a costo di essere noioso, sottolineo che la strada è indicata nella Costituzione. L’art 43 sembra scritto per l’Ilva: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

 

Rimanendo in ambito politico-costituzionale, se alcune leggi possono essere ritenute incostituzionali, perché comunque vengono proposte e approvate?

È questo il problema. Vengono approvate perché la politica è diventato il braccio operativo dei poteri economici dominanti. Il caso di Berlusconi è emblematico. In lui si personifica la potenza del denaro che può tutto. Con i soldi ha dominato la scena politica, trasformando i suoi stipendiati in funzionari di partito, e costruendo così il partito personale per eccellenza. Padrone dei mezzi di comunicazione e degli strumenti con cui si forma la cultura di massa, ha contribuito in modo decisivo alla formazione di un senso comune diffuso, inoculando nelle vene del paese il veleno della potenza irresistibile del denaro, che pone il suo possessore al di sopra della legge. Questo è successo in Italia in questi anni. Di Berlusconi se ne sono dette tante, ma è restata in ombra la cosa essenziale, cioè che nella sua persona si è unificato il potere economico, quello culturale e della comunicazione insieme al potere politico, lesionando nelle fondamenta lo Stato di diritto. Perché si fanno le leggi anti costituzionali? Perché il potere è stato occupato da chi vede la Costituzione come fumo negli occhi. Nel primo discorso importante che fece Berlusconi all’assemblea della Confindustria disse che bisognava abolire gli articoli della Costituzione che pongono limiti all’iniziativa privata. E oggi continua a sostenere che la Costituzione va cambiata perché gli ha impedito e gli impedisce di governare. Non c’è riuscito formalmente, ma nella sostanza sono state approvate leggi in netto contrasto con i principi costituzionali.

 

Lei ha collaborato al Rapporto Argo "Morti bianche" e incidenti sul lavoro nella rappresentazione dei media - Il caso del Lazio. Il quadro emerso da tale studio è davvero a tinte fosche: tra il 2003 e il 2006 sono morte in Italia 5.252 persone. Crede che il problema sia la mancanza di una adeguata legislazione o il mancato rispetto delle norme previste dalla legge? I mezzi di informazione perché continuano a dare poco spazio a questo problema? La politica svolge il suo ruolo o resta indifferente davanti all’incapacità del nostro Paese di tutelare i lavoratori?

Facemmo quella ricerca come “articolo uno” insieme con l’associazione presieduta da Giulietto Chiesa alcuni anni fa per conto della Provincia di Roma, quando il tema delle morti bianche era completamente ignorato. Prima della tragedia della ThyssenKrupp, che ha segnato un punto di svolta con la condanna del Tribunale di Torino inflitta ai dirigenti della multinazionale tedesca, e prima dei ripetuti interventi del Presidente della Repubblica sul tema. Fu una ricerca per molti versi anticipatrice, e il rapporto finale doveva essere presentato alla stampa dal presidente della Provincia Gasbarra, oggi segretario regionale del Pd e probabile candidato a Sindaco di Roma. Ma questo non
avvenne, perché la crudezza della cifre evidentemente non coincideva con il buonismo dell’amministratore provinciale, e di quella ricerca non si ebbe più notizia. Né si è avuta notizia di energici provvedimenti del dottor Gasbarra su un tema di così grave impatto sociale. Credo che questo esempio basti per rispondere alla domanda. Oggi c’è maggiore sensibilità e attenzione sul tema delle “morti bianche”, ma le condizioni di lavoro sono peggiorate con l’incalzare della crisi. E la sordità della politica, anzi dell’antipolitica, continua tuttora.

 

Siamo ormai giunti al termine dell’intervista. Quali sono i suoi progetti futuri? Crede di scrivere un nuovo libro?

In questo momento non ho un progetto preciso. Però un’idea per un nuovo libro ce l’avrei. Un saggio breve per dire ai giovani che una speranza c’è: ce l’hanno indicata i padri fondatori di questa Repubblica scrivendo la Costituzione. Lì è tracciata la via per raggiungere la città futura. Ma per percorrerla indignarsi non basta. Occorre organizzarsi in forme nuove, portando la politica al primo posto.

 

Intervista pubblicata da lindifferenziato.com il 27 dicembre 2012

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