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Memoria tatuata

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mozione segre 350 mindi Aldo Pirone - Domenica sera a “Che tempo che fa” la senatrice Liliana Segre ha spiegato di nuovo perché ha rifiutato la cittadinanza onoraria offertale dal Comune leghista di Verona.

Ha ritenuto inaccettabile, per non dire, un atto che sarebbe seguito dall’intitolazione di una piazza a Giorgio Almirante redattore della rivista “Difesa della razza” nel periodo fascista. Una pubblicazione, com’è noto, dedita a propagandare l’antisemitismo e a celebrare le “leggi razziali” mussoliniane del ’38. Almirante, poi, aderì entusiasticamente alla Rsi che nella sua Carta fondamentale, guarda caso, chiamata di Verona, dichiarava: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Fu grazie a quella Carta che Liliana Segre fu deportata ad Auschwitz, dove morirono gasati almeno un milione di ebrei fra cui decine di migliaia bambini. Liliana ne uscì viva per miracolo. Almirante fu capo di gabinetto del ministro repubblichino Mezzasoma, collaborò attivamente con i nazisti nella caccia ai partigiani e ai resistenti. Il 17 maggio 1944 nel grossetano firmò, per conto del ministro, un comunicato-manifesto in cui si minacciavano di morte i “ribelli” che non si fossero presentati ai posti di polizia repubblichini e tedeschi: “Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena”.

Sfuggito a ogni meritato castigo, la magnanimità della Repubblica antifascista gli concesse di tornare a fare politica attiva. Cosa che fece, fondando il partito neofascista del Msi e propugnando nella sua attività ogni causa antidemocratica. L’orrore inumano del nazismo e dell’antisemitismo, sfociato nei campi di sterminio, non lo portò ad alcun pentimento sul suo fascismo. Evidentemente considerava la cosa un dettaglio rispetto alle “cose buone” (sic!) fatte dal regime.

Amava dire che lui la parola “fascista” ce l’aveva scritta in fronte. La senatrice Segre ha colto l’occasione per raccontare anche un doloroso fatto personale e chiarire la solita speculazione appena accennata nei giorni scorsi da qualche giornale di destra con lo scopo di cogliere una contraddizione o una debolezza di questa grande donna e signora per sporcarla in qualche modo. Il marito, che pure era stato internato militare italiano in Germania rifiutando di aderire alla Rsi, nella seconda metà degli anni ’70 ebbe la tentazione di aderire al partito di Almirante e lo fece. Fu candidato nelle politiche del ’79 nella Circoscrizione Milano-Pavia. Liliana Segre ne soffrì e pose il marito di fronte a una scelta: o lei o il Msi-Dn di Almirante.

A questo racconto sul rifiuto di essere accomunata ad Almirante, devono essere fischiate le orecchie al buon Padellaro. Il giornalista, infatti, l’anno scorso ha scritto un libriccino, “Il gesto di Almirante e Berlinguer”, in cui ha ripreso la notizia, nota, di alcuni incontri riservati fra Berlinguer e Almirante durante il periodo più oscuro del terrorismo nero e rosso dopo l’assassinio di Moro. Di questi incontri il solo rimasto in vita a testimoniarne – non per le parole scambiate perché Berlinguer e Almirante rimasero soli a parlare - è l’ex portavoce del capo fascista.

Padellarlo dice che decisero di “unire le forze in nome della esigenza dell’interesse della Nazione che, in quel frangente, supera ogni altra esigenza” manco avessero fatto un’alleanza politica. Ma, a parte ogni valutazione e ogni congettura su quegli incontri, gli è che il giornalista, sicuramente di sentimenti antifascisti e democratici, prese lo spunto per proporre l’intitolazione di una piazza a Berlinguer e Almirante insieme. Forse lo scorso anno il ruggente salvinismo al governo gettò il valente columnist Padellaro in uno stato talmente depressivo da rimpiangere il doppiopetto almirantiano. A rimpiangerlo talmente tanto da sognare di vederlo affiancato in lapide a Berlinguer. Certamente Almirante fu di ben altro livello rispetto al “bauscia” Salvini. A volte, però, la disperazione politica è cattiva consigliera. Può portare a non distinguere fra un criminale a modo in doppiopetto e un bullo sguaiato.

Per fortuna che a ricordarcelo ci sono ancora persone come Liliana Segre. La memoria ce l’hanno tatuata sul braccio. E nella mente.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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