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Antemarcia

Melini e Salvoni ma anche Seloni e Malvini

sondaggrillini sprofondano meloni clamoroso sorpasso mindi Aldo Pirone - Ieri sera Antonio Padellaro e Andrea Scanzi, giornalisti del “Fatto Quotidiano”, hanno riproposto sulla “TV Nove” la loro delusione per Giorgia Meloni. Avevano sperato, hanno detto, che la signora fosse meglio di Salvini e, invece, hanno dovuto ricredersi. Per Padellaro la Meloni deve essere un Calvario di pentimenti, perché su di lei come concorrente “moderata” del “bauscia” milanese aveva investito parecchio. In queste settimane dominate dal Covid 19, anche lei, dicono i nostri, non ha saputo sottrarsi alla propaganda demagogica, alla strumentalizzazione e svilizzazione di ogni atto del governo Conte. Che sono cose ben diverse dalla necessaria e opportuna critica, per correggerli, degli errori che in corso d’opera il governo ha fatto vista anche la dimensione nuova e globale dell’epidemia in corso. La leader postfascista, come il suo sodale-concorrente Salvini, si sta dimostrando una piccola intrigante, incompetente, in cerca di facili consensi, dimentica, com'è d’uso ormai da anni nella politica italiana, di ogni sua precedente responsabilità in qualità di esponente sotto diverse casacche, anche da ministro, di un centrodestra che localmente e nazionalmente ha manomesso, fin dai primordi di Berlusconi, l’idea di pubblico, d’interesse collettivo, di bene comune e di Stato. E non solo nella sanità pubblica.

Quello che ha fatto irrimediabilmente cadere le speranze di Padellaro e Scanzi è stato, soprattutto, il giudizio che sui pieni poteri assunti da Orban in Ungheria ha espresso la Meloni. “In Ungheria – ha detto l’erede di Almirante - è stato deliberato lo stato d’emergenza, così come da noi. Questo dà dei poteri molto importanti a Orban, così come a Conte. Con la differenza che Orban almeno gli ungheresi se lo sono scelto”. Proprio come gli italiani si scelsero Mussolini e i tedeschi Hitler!

Ovviamente alla signora, affetta da fascismo senza post, non passa neanche per l’anticamera del cervello la differenza fra un libero parlamento in una democrazia liberale e parlamentare segnata dalla divisione dei poteri e un parlamento asservito in una “democratura” fondata sulla demagogia nazional-populista, senza garanzie per le minoranze, per la libertà di stampa, di associazione e di opinione dove è possibile assumere pieni poteri legislativi senza controllo alcuno. Cioè la differenza che, nonostante ogni sforzo della destra nostrana per renderle simili, ancora intercorre fra l’Italia della Costituzione repubblicana e antifascista e l’Ungheria di Orban. Per la Meloni, Orban e Conte sono la stessa cosa e chi, con dovizia di chiari argomenti contesta simile aberrante giudizio, lo considera “intellettualmente disonesto”. Rendendo evidente un’altra sua defaillance: che non sa dove sia di casa l’onestà intellettuale.

La leader della destra neofascista doc, si è spesso lamentata del fatto che in TV i giornalisti - i pochi non “sdraiati” - le ponevano insistenti domande sulle sue ascendenze fasciste. Come capita a tutti quelli che hanno problemi di legame non rescisso, ideale e culturale, con il fascismo, rispondeva che quelli che le chiedevano parole chiare e inequivocabili di condanna di quelle idee reazionarie e liberticide volevano solo sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle posizioni sue e dei suoi camerati sui problemi degli italiani. Sono bastate le malefatte di Orban in Ungheria per capire che quelle domande e richieste dei giornalisti non erano peregrine, ma solo retoriche. Perché la signora Meloni non è mai stata postfascista, se non anagraficamente.

Anzi, se le dovesse capitare l’occasione si comporterebbe come un “antemarcia”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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