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Postilla 17 giugno

Per il dopo. Ma intanto…

dopoCovid19 390 mindi Mario Quattrucci - Nella trasmissione dibattito di Sky Idee per il dopo del 16 giugno, sono intervenuti Andrew Ross Sorkin, editorialista del New York Times e della Cnbc, Moises Naim, ex direttore esecutivo della Banca Mondiale, e Jill Lepore, storica della Harvard University. Molte cose interessanti, molte scomode e preoccupanti verità sulla situazione politica e umana mondiale. Andrebbero lette e rilette. Mi soffermo però solo su alcune idee espresse dalla Lepore. In particolare su queste.

«Credo che i social media abbiamo avuto un effetto negativo sull'autogoverno democratico e sulle relazioni tra i vari Stati e questo, infatti, si è dimostrato vero per ogni rivoluzione nelle tecnologie delle comunicazioni. Dall'invenzione della carta stampata, fino al telegrafo, la radio, la televisione, la tv via cavo, internet stessa e infine i social media. Quello a cui assistiamo è un modello abbastanza prevedibile, secondo il quale le tecnologie di comunicazione che permettono l'inclusione di un numero maggiore di individui nel dibattito politico e una comunicazione più rapida a distanza maggiore sono uno sviluppo che dà potere alle persone che prima erano escluse da quella sfera di interazione politica e che ottengono accesso a queste forze in equilibrio per un certo periodo, finché non si arriva a una nuova situazione politica. Spesso nella storia americana questo è stato associato a un ampliamento dell'emancipazione: la disponibilità di un giornale che si poteva comprare per pochi spiccioli, per esempio, ha portato all'emancipazione dei maschi bianchi proletari, che prima erano esclusi. Potevano leggere i giornali, essere coinvolti nella politica e in seguito hanno potuto votare. Poi è toccato ad alcune persone escluse dal diritto di voto. Quindi ogni nuova rivoluzione ha un effetto di trasformazione sulla democrazia, ma prima bisogna attraversare uno squilibrio. Siamo ancora nel pieno di questa fase, i social media hanno dato solo un contributo a questa specie di degrado delle istituzioni politiche e quel processo di ricostruzione di un nuovo ordine politico non è ancora iniziato al momento.»

Noi (quel che resta della sinistra italiana antagonista) veniamo da tempo osservando e descrivendo/denunciando codesta realtà. Ben individuata al suo nascere da Enrico Berlinguer, di cui Paolo Ciofi ricorda in un suo recente articolo quanto affermato in una intervista del 18 dicembre 1983: «… la rivoluzione elettronica rivoluzionando il tradizionale modo di lavorare e di vivere, i processi ad essa connessi pongono problemi assolutamente inediti nella lotta per una civiltà più avanzata: sia sul versante sociale e culturale, in conseguenza della trasformazione e della mobilità della base tradizionale di riferimento, sia su quello più propriamente politico, dove la democrazia elettronica apre nuovi spazi di partecipazione, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario e di cesarismo». Tutto dipende, sottolineava il segretario del Pci, da chi e come i processi di innovazione della tecnica sono guidati.

Non è un caso che l’avventuriero italiano Mattero Renzi, oggi definitivamente qualificatosi e propostosi quale Piccolo Cesare del capitalismo italiano, proprio in nome della rivoluzione elettronica richieda la elezione diretta del Capo dello Stato e del Capo del Governo (modello USA?) che è appunto la forma attuale del cesarismo politico. Trump docet.

Dice inoltre Jill Lepore:
«Ma credo che tornando al discorso sulla leadership è importante osservare che una delle istituzioni decadute negli ultimi 20 anni è proprio il sistema dei partiti.» Ed anche di ciò abbiamo (sempre noi di sinistra alternativa) ampiamente parlato/denunciato quali scelte dei poteri e della cultura dominante (anche ex comunista) dell’era thatcheriana-reaganiana, e qui berlusconiana-renziana, nell’opera di scardinamento della democrazia costituzionale.
Ma la Lepore prosegue poi toccando lo scottante tema della cosiddetta democrazia elettronica: «Per rispondere alla sua domanda di prima… credo che i social media abbiano contribuito a nutrire una specie di iperindividualismo perché molte persone si considerano partiti a sé stanti, si esprimono come singoli individui non come membri di una comunità politica. C'è un'invocazione della nazione nel senso peggiore di nazionalismo razziale, ma coesiste a fianco di un pazzesco iperindividualismo ed è impossibile per i partiti mettere da parte la loro faziosità e fare in modo che i leader decidano nell'interesse della nazione. Il sistema dei partiti può assorbire gran parte della violenza e del fermento politico, forse a volte in senso negativo se l'espressione politica si rivela insufficiente, ma al momento negli Usa non c'è un sistema di partiti funzionante, così come non abbiamo un governo federale adeguato. Ed è molto difficile che un cambio di potere possa risolvere tutto questo.»

Quanto agli effetti possibili della pandemia aggiunge queste sue, a mio avviso non solo sue bensì largamente diffuse, riflessioni e speranze… o auspici:
«Secondo me una pandemia ci condiziona a livello dell'organismo, colpisce tutti e ci fa porre pure domande essenziali riguardo l'umanità. In termini di storia e di immaginario letterario ciò che ci ha rivelato è stata la nostra animalità di base. Il maggior punto di forza della specie umana è la capacità di creare una comunità, di sviluppare le arti, l'ingegneria, l'architettura, di operare, di creare utensili e creare la letteratura, ma tutto questo viene a mancare durante una pandemia e non possiamo che vederci come creature dotate di una tremenda inclinazione alla crudeltà e dalla sconcertante abilità di ferirci a vicenda. Penso che questa sia una buona opportunità, questo momento porta con sé una sorta di risveglio della morale che possiamo sperimentare tutti. È un momento chiave per i leader più potenti che applicano la chiarezza morale e mostrano un impegno vero nei confronti delle comunità politiche per farsi avanti e chiedere al popolo di essere più partecipe. Perché questo è il momento in cui vari movimenti ambientalisti in tutto il mondo possono farsi sentire e lottare per un rimodellamento del sistema di approvvigionamento globale e rivalutare i danni, combattere il globalismo nel senso di attività economica. È un momento pieno di possibilità...»

Ma tutto ciò è inscritto nella, è il programma della Costituzione Repubblicana, contro cui però hanno lavorato e lavorano - salvo pochi e parziali (giusti e lodevoli ma parziali) ripensamenti e perfino resipiscenze – poteri forti e deboli pensieri, e naturalmente questi sinistri soggetti politici che occupano il campo, ora con un nome ora con un altro, ormai da trent’anni. E come non ci stanchiamo di ripetere a chi ci ascolta e agli insofferenti e quasi sordi interlocutori politici di una evanescente sedicente sinistra, questa è la linea indicata da Berlinguer (vedi appunto l’intervista del ’63 prima ricordata, o il “discorso alla cultura italiana” del 1977 detto dell’austerità) in sviluppo teorico e concretamente politico del pensiero di Gramsci.

Il Gramsci banditore di una “riforma intellettuale e morale” fondata su una profonda trasformazione economica e sociale, il Gramsci suscitatore dell’impegno politico e umano contro l’indifferenza e la chiusura individualistica.
Ci sembrò importante, e lo abbiamo rilevato in molte occasioni, che il Papa Francesco I – rifacendosi e rivivendo i fondamenti evangelici del cristianesimo – sia venuto sviluppando un pensiero attivo che molto si avvicina a quei luoghi gramsciani e berlingueriani: contro l’indifferenza; per una rinascita intellettuale e morale (testuale); per un nuovo modello di sviluppo (testuale); per una rivoluzione della tenerezza (noi diciamo solidarietà umana) contro le tenebre che avvolgono il mondo. E la sintonia col pensiero gramsciano di Berlinguer è quasi totale laddove chiama specialmente i giovani al risveglio e all’impegno – all’evangelico “date e vi sarà dato” che "vale anche nei confronti del creato. Se continuiamo a sfruttarlo, ci darà una lezione terribile. Se ce ne prendiamo cura, avremo una casa anche domani".

Il che peraltro comporta appunto che tu, uomo d’oggi abitante di un mondo quanto mai grande e terribile, non ti costituisca o senta un essere individuo ma parte di una specie. Di una comunità, di una Nazione, e innanzitutto del Genere Umano.
Quando Einstein esule sbarcò a Staten Island gli fu chiesto di scrivere su un modulo a quale razza appartenesse [razzismo: antico peccato originale americano, come oggi viene esplicitamente denunciato dai bravi liberal e criptosocialisti di quel Paese e del mondo], al che egli scrisse: RAZZA UMANA.
Così, dunque, quelle riflessioni di Jill Lepore su individuo e specie, su animalità e socialità, mi sembrano una nuova conferma (come del resto quanto viene affermando la seppur minoritaria sinistra di Sanders e di altre non minime forze europee inglesi, tedesche, nordeuropee) di quanto sia ancora vivo e vitale il barbuto di Treviri, il vecchio Karl Marx.

Non aveva infatti egli detto che l’uomo non è solo un ente di natura ma è anche un ente sociale, uno zoon politikòn, e quindi il suo rapporto costitutivo con la natura è un rapporto sociale, una prassi sociale? "L’individuo è l’essere sociale" ha scritto: "Le sue manifestazioni di vita – anche se non appaiono nella forma immediata di manifestazioni di vita in comune, cioè compiute ad un tempo con gli altri – sono quindi una espressione e una conferma della vita sociale", e dunque il rapporto dell’uomo con la natura è diverso da quello che gli altri animali intrattengono con essa, perché la caratteristica peculiare dell’uomo è avere un’“attività vitale cosciente”, cioè essere un ente naturale e sociale che riflette su sé stesso.

Aristotele, Marx, Epicuro, Francesco (il Santo), Francesco (il Papa): non puoi essere se non fai; non puoi essere se non dai. E dovrei aggiungere quel commento, già ricordato in altra occasione, di Adin Steinzalts a Hillel il vecchio: «…l’uomo per sé stesso non conta nulla, ciò che fa da solo non è rilevante, ognuno singolarmente preso non ha senso né valore perché l’importante è l’opera della collettività. Allora, qual è la cosa fondamentale, ciò che ognuno fa da sé o ciò che fa insieme agli altri, e non solo per sé stesso?»

Ma qui è il punto. Anzi il rebus. Mentre sarebbe necessario un risveglio, anzi una esplosione di tale valore collettivistico; mentre bisognerebbe finalmente convertirsi ad un definitivo umanesimo che, per citare ancora una volta l’impolitico Leopardi, «Tutti fra sé confederati estima/Gli uomini, e tutti abbraccia/Con vero amor, porgendo/ Valida e pronta ed aspettando aita/Negli alterni perigli e nelle angosce/Della guerra comune”; e mentre sarebbe per lo meno opportuno cessare infine di fronteggiare le offese della natura e dei poteri senza più “Dell'uomo armar la destra, e laccio porre/Al vicino ed inciampo…»; mentre insomma ci sarebbe quanto mai bisogno di socialismo…, accade tutto il contrario.
Non dispero, naturalmente. E lotto ancora e invito alla lotta. Perché, come dice Romain Rolland, “anche senza speranza, la lotta è ancora una speranza”. E vi sono in tutto il mondo milioni di persone, milioni di giovani, che lottano per un rovesciamento delle sciagurate scelte che stanno portando alla rovina del pianeta, che lottano perché quei due miliardi di umani siano liberati dalla fame, che combattono ogni giorno perché ogni 5 secondi un bambino non muoia più per fame o malattie o per le guerre, che lottano contro il razzismo e contro le guerre, contro le infauste ideologie religiose e nazionaliste fondate sull’odio, che lottano per “la giustizia sociale senza la quale non c’è né pace né libertà” e, in breve, per una nuova più alta forma di civiltà.
Ci sono, ma sembrano prevalere ben altri valori, le disragioni delle tenebre, ed altre prassi, altri bui istinti che pur fanno parte dell’umana natura e paiono averne in eterno il dominio.

Il fanatismo religioso e nazionalista di grandi masse e insieme, in occidente, l’indifferenza, la dissipazione dell'essere, la totale libertà di consegnarsi al padrone, di rendersi schiavi. L'edonismo reaganiano (sembrava uno scherzoso modo di dire e invece è realtà), quella "miriade di occupazioni dedite alla cura di sé, edonistiche o protese verso un esplicito «dimenticarsi di esistere», pur di rubare istanti di felicità immemore e acefala, pur di strappare qualche consolazione alla fatica di vivere” di cui parlava, sono già anni, Duccio Demetrio nel suo "Ascetismo metropolitano". E c’è ancora di più, ancora peggio, a minare le democrazie uscite dalla vittoria sul nazifascismo ma non dal dominio capitalistico.

C’è, torno alla Lepore, quella “specie di iperindividualismo… e insieme quella invocazione della nazione nel senso peggiore di nazionalismo razziale”, e così, con questa duplice facies, pronti a darsi al Mario il mago di turno, il più rozzo o la più rozza, il più fasullo pagliaccio o gangster (o gangster-pagliaccio) aspirante al consolato, essi formano la massa dei portatori malati del virus del fascismo eterno e spingono al potere le nuove destre sovraniste, razziste, demagogiche, menzognere, autoritarie, che, qualsivoglia nome esse prendano, vanno avanti e si affermano in ogni parte del mondo.

Appare così quasi certo che il dopo pandemia non celebrerà quella svolta di civiltà, politica, sociale, etica che sarebbe necessaria, e che continua ad essere, purtroppo, soltanto una speranza contro ogni speranza. Da noi in Italia questa destra dichiara oggi il 49,5%, e i padroni del vapore si apprestano a riedificare la torre dei loro poteri economici e sociali sulle ceneri del mondo prepandemia.

Come diceva Mario Monicelli, ci vorrebbe la rivoluzione. O almeno qualcosa che fermi quell’onda e ripristini la Costituzione in tutti i suoi valori e dettati. Un’alleanza di popolo e di progresso, un patto di generazioni e di forze sociali, un nuovo incontro di idee e di visioni, come quello per cui risorgemmo nel Quarantacinque – Quarantotto. Io credo che queste forze ci siano, che questo patto sarebbe oggi possibile. Ciò che invece non vedo è il soggetto politico capace di mettere insieme quell’alleanza e quel patto, né la capacità dei non-partiti oggi in campo di mettere da parte i propri miserandi egoismi per sancire il nuovo compromesso storico che salvi la democrazia costituzionale e ponga l’Italia fuori della deriva di destra.

 

 

 

 

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