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Occorre la revisione del rapporto Stato-Regioni

ISTITUZIONI

ll conflitto tra Regioni e Stato è aspro e ingovernabile

di Ermisio Mazzocchi
Stato e Regioni ognuno per conto proprio Unicosettimanale.itIl Covid19 ha messo in evidenza la debolezza e l'inadeguatezza di tutta la struttura burocratica amministrativa dello Stato italiano.
Il conflitto a volte aspro tra Regioni e Stato, o meglio tra i presidenti di queste e i governi che si sono succeduti dall'inizio della pandemia, si è accentuato e ha dimostrato la scarsa funzionalità del loro ruolo
La pluralità delle istituzioni e la farraginosità della burocrazia in questi ultimi tempi non ha consentito un'efficace azione di governo.

Sono emerse vistosamente regole e misure diverse, a volte contraddittorie, che hanno prodotto confusione e che sfuggono a qualsiasi controllo.
L’emergenza dell’epidemia da coronavirus ha drammaticamente dimostrato che è fondamentale l'efficienza della macchina governativa a garanzia della democrazia.
Il rischio di operazioni di governo svincolate dalle procedure dei sistemi democratici e dall'obbligo di rispondere delle proprie azioni di fronte alle istituzioni democratiche, è più che reale.
L'impostazione di una nuova struttura dell'intero apparato statale, che eviti uno svuotamento delle garanzie democratiche, si presenta necessaria per un suo buon funzionamento.

Il principio della sovranità popolare è l'asse su cui ruota tutto il modello della nostra Costituzione che deve assicurare quegli strumenti volti alla garanzia rappresentativa della volontà dei cittadini. Si apre la necessità di una ristrutturazione e un aggiustamento amministrativo e di una revisione giuridica dei poteri costituzionali con in primo piano quelli che riguardano le Regioni

Le Regioni godono di autonomia statutaria, legislativa e regolamentare ai sensi della Costituzione e dei rispettivi statuti, che ne fanno degli enti privilegiati i quali usufruiscono di illimitate funzioni, dato che la legge costituzionale del 2001 ha eliminato completamente i controlli sui loro atti amministrativi.

A cinquant'anni dall'istituzione delle regioni, si deve rilevare il loro inadeguato funzionamento, aggravato dalla perenne conflittualità dei tre distinti livelli di amministrazione locale (regione, provincia e comune). Le Regioni sono anche percepite dalle comunità locali come entità artificiali, poco legate alla storia e all’identità dei territori.

Tutto ciò ha accentuato una forte autoreferenzialità, indipendenza e libertà da qualsiasi vincolo con altri enti.
Una falla nella gestione dell'ente regionale che ha aperto un varco alle diverse forme di malgoverno e a interessi particolari di varia natura.

Quanto è avvenuto recentemente nella Regione Lazio in merito a un discusso concorso per l'assunzione di personale che ha provocato le dimissioni del presidente del Consiglio regionale, caso del tutto inusuale nella tradizione della Regione, deve essere letto come un fatto da ascriversi alle modalità di funzionamento dell'ente e all'assenza di controlli preventivi.
Quel che è emerso da questa vicenda può lasciarci stupiti e perplessi. Tuttavia era prevedibile. Il logoramento dell'identità dell'istituto regionale, che ha perso la sua funzione di governo del territorio, che ha acquistato sempre più i caratteri assistenziali ed è divenuto permeabile ad aspettative e a interessi di parte, è la causa inevitabile di quegli eventi.

All'interno di questa realtà non sfugge che possano esserci manovre che hanno come fine quello di favorire interessi politici.
Non si può negare che la maggioranza dei consiglieri regionali, soprattutto di provenienza elettiva della provincia romana, sono proiettati verso le prossime elezioni del comune di Roma, i cui risultati sono per tutti strategici e decisivi per assumere futuri impegni per il Paese.
Queste scelte sono finalizzate a garantire il sostegno e il consenso elettorale ai candidati per il consiglio comunale.

Nulla da eccepire per tali aspettative.
In questo modo però la regione finisce con il non avere più il suo ruolo di governo e rischia di essere strumento per altre finalità.
L'emergenza Covid19 obbliga le istituzioni a risposte e a soluzioni contingenti e immediate e pone con forza una nuova forma dello Stato e delle sue articolazioni territoriali.

La regione dovrebbe essere un ente di programma mentre le sue competenze legislative dovrebbero essere ricondotte allo Stato.
Cesserebbero in questo modo i conflitti di competenza tra Stato e Regione, che hanno prodotto una cattiva qualità della legislazione regionale e ridotto la Regione a un semplice "bancomat".
La funzione di programmazione della Regione eliminerebbe le attuali disfunzioni e garantirebbe un'attività trasparente e di maggiore efficacia.

Una programmazione che dovrebbe avere come terminali l'Amministrazione provinciale, la quale ha la necessità di superare l'attuale sistema di rappresentanza e le limitate funzioni legislative, e insieme i comuni.
Una riforma non più rinviabile e che le forze democratiche e progressiste dovrebbero fare propria.

Il segretario del PD, Enrico Letta, si è prefisso l'obiettivo di intervenire per risanare una "democrazia malata".
Dentro questo ragionamento dovrebbe primeggiare la riforma dello Stato, che scivola sempre più verso forme di inefficienza e confusione.

Il PD, aprendo un confronto, dovrebbe presentare un progetto di ristrutturazione che garantisca sempre di più i diritti dei cittadini stabiliti dalla Costituzione e assegni agli enti intermedi nuove funzioni più rispondenti alle esigenze di un Paese che deve costruire il suo futuro.

lì 19 aprile 2021

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