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Che gran puzza di opportunismo a sfondo razzista

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Un precedente vergognoso per il massimo organo calcistico italiano

di Valentino Bettinelli
Black Lives Matter 390 minDopo la gara della nazionale di calcio ai campionati europei contro il Galles, la polemica sul gesto dell’inginocchiarsi si è accesa. In quella occasione solo cinque dei nostri calciatori hanno seguito i colleghi gallesi nel gesto che celebra la memoria di George Floyd e promuove le cause del Black Lives Matter, contro ogni forma di discriminazione razziale.

Le polemiche, però, sembrano non aver sortito alcun effetto all’interno della squadra e, soprattutto, tra le fila dirigenziali della Federazione Italiana Giuoco Calcio, che ha deciso di non far inginocchiare i propri calciatori prima delle gare aprendo, così, un precedente vergognoso per il massimo organo calcistico italiano.

È inaccettabile la teoria del “non serve a nulla”, oppure quella del “siamo antirazzisti a prescindere dai gesti”. Non si può accettare da chi sull’immagine e la forma costruisce un’intera carriera. Percorsi professionali basati su pubblicità, sponsor, ingaggi milionari e decine di post sui social, dove mettere in vetrina la propria vita da nababbi.

Questa decisione della federazione e dei calciatori è l’ennesima dimostrazione che questi, non tutti va detto, hanno una paura immane di schierarsi, di essere divisivi. Timore derivato dalle pressioni di tanti gruppi organizzati del tifo dei propri club, spesso mossi da ideologie neofasciste e neonaziste, dove il razzismo scorre nel dna di quei presunti tifosi. Pressioni che arrivano da qualche sponsor che con le sue generose regalie consente a questo o quel calciatore di incassare fior fior di milioni ogni anno.

In questo caso, come accaduto sulla querelle dello stadio di Monaco, si chiedeva ai calciatori che indossano i colori della nostra nazionale di prendere una posizione e di esprimere la propria opinione. Perché il razzismo va combattuto con ogni forma possibile, e chi meglio di un gruppo di calciatori famosi e seguiti può dare il buon esempio, lanciando un messaggio positivo. Loro hanno un impatto sulle persone e possono influenzare l'opinione, in una direzione o nell'altra.

Per tutti questi motivi era auspicabile solo un gesto di coraggio, perché c’è chi ce l’ha e chi decide di non esporsi mai. C'è chi è più informato sul mondo che lo circonda e chi per inseguire il sogno di diventare un atleta professionista vive in un mondo in cui non c'è altro se non il calcio sin dalla più tenera età. Un mondo parallelo dove non esistono le problematiche degli ultimi, degli oppressi, dei disagiati, dei vulnerabili, di chi ha meno e viene disprezzato per il colore della pelle, per la propria identità di genere, per la religione che si professa o per la propria sessualità.

Oggi vanno applauditi uomini come Romelu Lukaku, punta di diamante della nazionale belga, che ha il coraggio di inginocchiarsi con il pugno chiuso, per lottare contro ogni forma di discriminazione. Uomini come Manuel Neuer, portiere e capitano della Germania, che con orgoglio indossa al braccio la fascia arcobaleno. Oppure, in ultimo, l’attaccante tedesco Leon Goretzka, che con il suo goal ha estromesso dagli europei proprio l’Ungheria di Orbàn. Dopo la rete si è rivolto con un cuore ai tifosi avversari che avevano apostrofato i tedeschi come “omosessuali”, a mo’ di insulto. Un Goretzka già protagonista in passato di una campagna contro il partito della destra estrema AFD, dove campeggiava lui con una bandiera che recitava “Niente calcio per i fascisti”.

Lukaku, Neuer e Goretzka non sono marziani, ma uomini e cittadini liberi ancor prima che grandi campioni del calcio. Per i nostri giocatori non varrà la stessa logica. Purtroppo prevarrà anche stavolta quella del "tutti o nessuno". E che cosa pensino dei diritti civili i singoli calciatori italiani resterà un mistero. Probabilmente sapremo cosa mangeranno a colazione e cosa indosseranno per andare allo stadio. Ce lo racconteranno loro stessi. Ma una parola chiara su un tema che si sta dimostando realmente divisivo, non sia mai. Il rischio è quello di inimicarsi anche solo una piccola percentuale di tifosi. Succede, quando si è sinceri.

Sopravviveremo, sicuramente, ma è un peccato ed è l'ennesima dimostrazione di come il calcio professionistico ad alto livello perda costantemente occasione di sposare concretamente le battaglie per i diritti, che non sono lotte politiche, come qualcuno vuol far credere, ma sono semplicemente moti di civiltà.

 

 

 

 

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