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Brexit, giochi riaperti con la sconfitta del sovranista Johnson

borisJohnson 350 minAncora un altro sovranista sconfitto. La maggioranza del governo di Boris Johnson si reggeva con un solo voto. Proprio mentre parlava Boris Johnson ha visto fisicamente la sua maggioranza parlamentare collassare quando il parlamentare conservatore Phillip Lee è andato a sedersi nei banchi dell’opposizione, avendo deciso di lasciare i Tories per unirsi al gruppo parlamentare dei Liberal Democratse. Era chiaro che almeno per l’aritmetica, Johnson non aveva più i voti per far passare alcuna legge.

Il secondo colpo lo ha ricevuto dal presidente della Camera, John Bercow, che ha dato spazio ad una mozione d’emergenza che proponeva di riprendere in mano l’agenda parlamentare e consentire la presentazione di una legge che vietasse al governo di uscire dall’Unione Europea senza un accordo.
La procedura intricata messa a punto dal sovranista Boris Johnson si può riassumere così: il Parlamento aveva in precedenza approvato una legge che stabiliva l’uscita dall’Unione Europea entro il "31 ottobre 2019 con o senza accordo".

A contrario le opposizioni volevano ottenere il tempo di approvare una legge che emendasse questo principio e che invece obbligasse il governo a chiedere un rinvio nel caso non si fosse raggiunto un accordo.

Boris Johnson, aveva basato tutta la sua campagna per diventare leader dei conservatori e primo ministro proprio sulla promessa di non chiedere nessun rinvio. Per opporsi ad ogni eventualità di modifica addirittura sospendendo per cinque settimane i lavori parlamentari e minacciando di espulsione dal partito tutti quei parlamentari che avessero votato a favore della mozione a favore della modifica.

Tentativo vano quello del primo ministro inglese, perché il 3 settembre una maggioranza di 328 voti contro 301 ha approvato la mozione e dunque il Parlamento vota una legge, frutto di un accordo tra tutte le opposizioni, che vieta espressamente di uscire dall’Unione Europea senza un accordo, obbligando il governo ad agire di conseguenza.

Dalla fine del 1700 è la prima volta che un primo ministro viene sconfitto alla prima votazione tenutasi sotto la sua premiership. Un bel record da ascrivere ai Tories grazie alla Brexit, ma anche a tutti i sovranisti. I contrari a Johnson erano stati minacciati di espulsione. Esecuzione rispettata già nella nottata: i Tories hanno espulso i 21 parlamentari conservatori che hanno votato contro l’indicazione del governo, inclusi Philip Hammond, ex cancelliere dello scacchiere di Theresa May, Ken Clarke, il più anziano del Parlamento, il cosiddetto Father of the House, nonché Nicholas Soames, pronipote di Winston Churchill, idolo di Johnson.

Boris Johnson, “assediato” dalle proteste contro la sospensione del Parlamento, ha dovuto rinunciare ad un altro gesto forte: infatti era sua intenzione andare a nuove elezioni per non concedere alcun rinvio, ma ha dovuto ingoiare “il niente voto” perché le opposizioni, con il laburista Corbyn in testa, hanno annunciato che non avrebbero votato a favore di nuove elezioni sino a che la legge contro il "No Deal" non fosse diventata effettiva (e cioè dopo l’approvazione anche nella Camera dei Lords e la successiva firma della regina).

Questo perché il primo ministro non può sciogliere la House of Commons e indire nuove elezioni a meno che non ottenga il voto favorevole di due terzi della stessa. Questo quorum non esiste a favore di Johnson e delle sue posizioni.

La legge contro il "No Deal" è passata. Boris Johnson è preso tra l’incudine e il martello, non essendo più in grado di dettare alcuna agenda, né parlamentare né politica.

Ancora una volta le volontà arroganti s’infrangono contro le Costituzioni e le leggi a loro conseguenti. Cambierà questa Europa? Saprà il neo eletto Parlamento europeo raccgliere la domanda di cambiamento che trasformi questa Europa da feudo dell'austerità e delle banche in patria dei popoli che in essa vivono?

 

 

 

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