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 Le Presidenziali USA

L’America ha mandato a casa Trump, un gran mascalzone

di Aldo Pirone
JoeBideneKamalaHarris 450 minCosì, ieri, titolava in prima pagina “Il manifesto” sopra una grande foto di un nero che festeggia, insieme a una folla festante e multietnica, la vittoria di Biden.

L’evento si presta ad alcune osservazioni oggettive.

Primo. L’America ha mandato a casa Trump, un gran mascalzone.

Secondo. Per la prima volta è eletta vicepresidente una donna che non sembra proprio che sia una comparsa.

Terzo. La gioia popolare che ha accompagnato la vittoria di Biden la dice lunga sulla radicalità dello scontro fra due Americhe opposte. Come la dicono lunga le immediate congratulazioni non solo formali a Biden e i silenziosi sospiri di sollievo che le hanno accompagnate di molti leader europei e il compiacimento che alberga in Vaticano.

Quarto. Il paese che esce dalle urne è un paese diviso.

Quinto. Il trumpismo non è morto e ha radici profonde negli States. Sgretolarle non sarà facile per i progressisti.

Sesto. Se non ci fosse stato il Covid 19, Trump avrebbe rivinto le elezioni.

Settimo. La vittoria è stata determinata da una coalizione che si è unita dentro ai democratici per votare contro Trump senza se e senza ma perché giustamente considerato, dopo le sue performance presidenziali eversive e reazionarie, il nemico da battere. Non a caso molti elettori democratici che non avevano votato per la Clinton dopo quattro anni di bagno trumpiano non hanno avuto dubbi se votare o no Biden. Chi in Italia, come l’ineffabile direttore di Repubblica, Molinari, rigoroso interprete degli interessi di casa Agnelli, cerca di accreditare il solito e consunto giochetto che “si vince al centro” con candidature moderate, non tiene conto di chi era il nemico, della natura della contrapposizione e delle motivazioni di molti che hanno votato per Biden.

Ottavo. Dentro il voto per Biden c’è una spinta a sinistra che si è manifestata sia nell’elezione al completo della “squadra”, deputate multietniche di chiara ispirazione socialista, sia nei diversi referendum a livello statale di netto orientamento sociale e civile progressista. Tenere insieme questa coalizione sociale e politica è la scommessa su cui si giocherà un’evoluzione positiva dell’asinello democratico e della stessa democrazia americana.

Nono. Trump ha sconvolto il Partito repubblicano ma non l'ha del tutto trumpizzato. Prova ne sia la battaglia in corso per costringere lo sconfitto a prendere atto della realtà. Battaglia che attraversa anche alla famiglia di Donald.

Decimo. La legge elettorale americana non è più, semmai lo sia stata, adeguata ad assicurare l’effettiva democraticità delle elezioni. Il fatto che possa essere eletto uno che ha preso meno voti popolari è una contraddizione lampante. Nel passato è capitato più volte: Adams (1828), Hayes (1876), Harrison (1888) Bush (2000) e Trump (2016). Essa risente di un principio di confederalità sorpassato: sono i singoli Stati che eleggono con proprie leggi elettorali e con collegi maggioritari secchi (meno il Maine e il Nebraska). Inoltre è inaccettabile che per votare ci si debba registrare su base volontaria nelle liste elettorali del proprio stato federale con la conseguenza che gli elettori meno abbienti e meno istruiti (spesso facenti parte di minoranze come afroamericani e latinoamericani) incontrano regolarmente difficoltà e ostacoli.

Undicesimo. Salvini si deve mangiare la mascherina con sopra stampato Trump.

 

 

 

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