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Il Referendum Costituzionale “in pillole”. 9

referendum costituzionale 350 260di Achille Migliorelli - Il Referendum Costituzionale “in pillole”. 9 -- Il rapporto Stato-Enti territoriali
È nel rapporto Stato-Enti territoriali che si manifesta uno degli aspetti più negativi della legge di riforma costituzionale. Va, senz’altro, riconosciuto che la revisione del vigente titolo V della Costituzione è stata resa opportuna dalle ambiguità presenti nella legge costituzionale n. 3 del 2001, che, secondo una opinione molto diffusa, ha causato un notevole contenzioso dinanzi alla Corte Costituzionale. Tale convincimento non può, però, giustificare il processo di centralizzazione della forma di Stato. In effetti, il “nuovo” Titolo V della Costituzione realizza una vera e propria (contro)riforma della legge del 2001, riduce drasticamente il ruolo delle autonomie territoriali ed imprime una svolta statalista e centralista alla gestione degli affari regionali. Vengono, così, tolte o fortemente ridimensionate le competenze delle Regioni, anche negli ambiti rientranti nella loro sfera di intervento. Ciò si verifica principalmente nei settori della sanità e del governo del territorio. Simile scelta mette in discussione il principio di autonomia sancito dall’art. 5 della Costituzione.  (continua a leggere completata una pagina. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Se la legislazione concorrente non c'è, anche l'autonomia manca

1.- È abolita la legislazione concorrente, che conferisce alle Regioni autonomia legislativa nelle materie in cui allo Stato compete fissare i principi generali e alle Regioni di approvare le norme di dettaglio. Conseguentemente, sono ricondotte nella potestà legislativa statale non solo le materie troppo frettolosamente inserite nella legislazione concorrente (come, ad esempio, l’ordinamento delle comunicazioni, delle grandi reti di trasporto e di produzione e distribuzione nazionale dell’energia, di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario), ma anche materie tendenzialmente spettanti alla disciplina regionale.
Le modifiche fondamentali al vigente art. 117 della Costituzione prevedono, dunque, la eliminazione della potestà legislativa concorrente delle Regioni e la notevole espansione della potestà legislativa esclusiva dello Stato (nuovo comma 2 dell’art. 117). Inoltre, alle Regioni viene riservata una competenza legislativa residuale “in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato” (ultime righe del nuovo comma 3 dell’art. 117). Quest’ultima previsione – insieme alla apparente determinazione di alcune aree di competenza legislativa propria delle Regioni (nuovo comma 3 dell’art. 117) – rende evidente la volontà del Parlamento di incrementare fortemente la competenza del legislatore nazionale.
2.- La scelta centralista, peraltro, non riguarda tutte le Regioni. Infatti, da essa sono escluse le cinque Regioni ad autonomia speciale (Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta). Ciò in quanto le disposizioni che modificano il vigente Titolo V della Costituzione “non si applicano alle Regioni a Statuto speciale ed alle Province autonome di Trento e di Bolzano, fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime Regioni e Province autonovotoNO 350 260me” (13^ Disposizione transitoria).
Scrive il Prof. Ugo De Siervo, Presidente emerito della Corte costituzionale,: “Addirittura si estende a queste Regioni il terzo comma dell’art. 116, che nel 2001 era stato scritto per cercare di avvicinare alcune Regioni ordinarie alle Regioni speciali”. E aggiunge: “Ciò significa che proprio alcuni degli enti regionali che, a ragione od a torto, hanno più suscitato polemiche per i loro presunti privilegi o per le loro prassi di funzionamento (tanto da originare perfino proposte parlamentari che avrebbero voluto la radicale eliminazione dei loro ordinamenti speciali), rimarrebbero esclusi da quasi ogni innovazione, anche parziale, fino al teorico momento in cui la Regione interessata concordi sull’innovazione proposta al proprio statuto”. Sarebbe, cioè, a dire che, mancando l’intesa prevista dalla disposizione transitoria citata, questi ordinamenti speciali non potrebbero essere modificati.
3.- Nella legge di modifica è inserita la c.d. “clausola vampiro”, che attribuisce al Governo la potestà di rivendicare alla “supremazia” statale il potere di intervento in materie non rientranti nella legislazione esclusiva dello Stato, “quando lo richieda la tutela della unità giuridica ed economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale” (art. 117, comma 4).
E’, questa, una potestà che può essere azionata anche quando ci si trovi di fronte alle “disposizioni generali e comuni” dettate per talune materie (art. 117, comma 2). Scrive, infatti, il Prof. Onida: “L’attuale testo della Costituzione, nel definire le materie concorrenti, attribuisce alle Regioni la relativa potestà legislativa di dettaglio e riserva alla legge dello Stato la determinazione dei principi fondamentali. La riforma invece, nel trasferire allo Stato competenze tradizionalmente riservate alle autonomìe, gli assegna il compito di fissare ‘disposizioni generali e comuni’ in queste materie. Che significa questa espressione? O è un altro modo per riferirsi ai principi fondamentali, e in tal caso sarebbe solo un artifizio lessicale, oppure, come io credo, vuole dire che lo Stato potrà dettare nelle materie indicate qualsiasi tipo di normativa purchè essa non sia destinata ad un’unica o ad alcune Regioni. Alle Regioni, in sostanza, resta soltanto la competenza di fare ciò che lo Stato decide che esse possono fare. Una competenza integrativa, di fatto meramente attuativa”.

continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Competenze poco chiare"

Competenze. Una situazione poco chiara

E’ vero, poi, che le materie non rientranti nella competenza legislativa statale sono attribuite alla competenza legislativa regionale, ma alcune di esse vengono espressamente citate, altre no, provocando così una situazione poco chiara.
Una cosa è, perciò, certa: lungi dal ridurre il contenzioso tra lo Stato e le Regioni – che, come si è visto, ha rappresentato la ragione fondamentale di un così drastico ridimensionamento della competenza legislativa regionale ed individuato in questo obiettivo l’essenza stessa della (contro)riforma del Titolo V –, questa scelta “incrementerà ancora il contenzioso di fronte alla Corte costituzionale e ... quest’ultima, chiamata di nuovo a chiarire il quadro dei rapporti Stato-Regioni, avrà un potere non irrilevante nel configurare in concreto i confini dell’autonomia territoriale” (A. Algostino). La Corte, insomma, sarà chiamata a fare gli straordinari.
4.- La riforma in discussione sancisce il divieto di corrispondere “rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore di gruppi politici presenti nei Consigli regionali”. In questo modo, viene intaccata l’autonomia organizzativa regionale. Appare veramente paradossale che si voglia incidere così pesantemente sullo svolgimento dell’attività politica dei gruppi regionali. Molto più opportunamente sarebbe possibile intervenire, esercitando un controllo severo sull’impiego dei fondi attribuiti ai medesimi gruppi. Verrebbe, così, tutelata una seria e corretta organizzazione dell’azione politica a livello regionale.
5.- Viene riaccentrata a livello statale la disciplina degli enti locali, al fine di evitare eccessive differenziazioni tra Regione e Regione, comprimendo in tal modo l’autonomia regionale.votoNO 350 260
6.- L’art. 55, comma 5, stabilisce che: “Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costituzionali”. Una obiezione, al riguardo, va fatta: dopo aver parlato di Senato delle Regioni o di Camera delle Regioni, si è ripiegato sull’esistente “Senato della Repubblica”. Orbene, poiché il Senato ha perduto la natura di camera politica – che, come tale, è preposta a votare la fiducia al Governo ed a contribuire a stabilirne l’indirizzo politico, ed, inoltre, ad esercitare il controllo sull’operato del Governo medesimo –, sarebbe stato auspicabile “trasformarlo in una vera Camera delle Regioni, dotata di poteri effettivi e realmente rappresentativi delle autonomie regionali. Un reale luogo di confronto tra centro e periferia, sul modello del Bundesrat tedesco” (Onida). Questa strada non è stata seguita, per cui non resta che ritenere la riforma approvata malfatta, inutile e dannosa.
7.- Diversamente al Senato poteva essere affidata la funzione di camera di compensazione, chiamata a realizzare il raccordo tra i legislatori nazionali ed i legislatori regionali ed a risolvere le dispute insorte tra gli stessi. Si sarebbe così evitato di scaricare sulla Corte costituzionale un contenzioso eccessivo e di affidare, nella sostanza, alla stessa Corte il ruolo di legislatore.
8.- I protagonisti della riforma “magnificano” l’abolizione delle Province, “all’insegna della riduzione degli organi rappresentativi, presentati solo come ” (Onida). C’è, però, da dire che esse continuano a svolgere funzioni in tutti i territori nei quali non siano state istituite le Città metropolitane. Non solo. Al posto delle Province si creano gli “enti di area vasta” (cioè, enti sovracomunali, come lo erano le Province). L’unico risultato conseguito è rappresentato dalla eliminazione della elezione diretta degli organi rappresentativi delle Città metropolitane e delle Province. Perseverando in una scelta che lede la sovranità popolare, in questo caso come in quello del Senato, la elezione dei membri di quelle istituzioni viene rimessa alla discrezionalità dei “padroni” dei partiti.
Mi si consenta un auspicio: il 4 dicembre arrida ai “NO” una grande vittoria nella battaglia referendaria. Sono persuaso che il successo sarà decisivo nel dare una scossa ad un sistema politico stretto nella morsa tra populismo dilagante e antipolitica. C’è ancora spazio per un’Italia normale, dove prevalgano capacità, merito e responsabilità e trovino attuazione i valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale, promossi dalla Costituzione, che vogliamo salvaguardare. Non facciamoci sfuggire l’occasione: ora, oppure difficilmente ci sarà data un’altra occasione.

 
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