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Referendum costituzionale: menzogne e populismo del renzismo - parte uno

PopulismodigovernocheprediligeCheccoZalone 350 260di Achille Migliorelli - Il Referendum costituzionale: menzogne e populismo del renzismo - 1°
Quindici giorni di ricovero in ospedale mi hanno tenuto lontano da “L’inchiesta”. Riprendo la collaborazione al giornale con i commenti in merito al referendum confermativo previsto per il prossimo 4 dicembre. Con questo ed altri articoli, prima di ritornare sulle singole disposizioni della riforma costituzionale, mi soffermerò sulle bugìe e sul populismo impiegati dall’accoppiata Renzi-Boschi per propagandare la “deformazione” della Costituzione del 1948.
Una insistente e fuorviante narrazione del “nuovo” riformatore Renzi e della sua “pupilla” Boschi recita, più o meno, così: “Sono trascorsi più di trent’anni di tempo e di riforme non sono state fatte”. (dopo aver eletto la pagina intitolata  "La realtà è diversa" cliccate sul titolino "Il vero obiettivo" per leggere il resto dell'articolo)

  1. Realtà del tutto diversa
  2. Il vero obiettivo

La realtà è del tutto diversa

E valgano i fatti. Almeno dal 1985, invero, diverse riforme istituzionali sono state fatte. Basta ricordare che, nel 1988, venne approvata la legge n. 400, che ha provveduto a dettare la disciplina della Presidenza del Consiglio ed ha definito compiti e ruoli del Presidente del Consiglio e dei Ministri della Repubblica. Successivamente, nel 1990, fu approvata la prima legge di riforma delle autonomìe locali. In quegli anni, inoltre, furono promossi importanti referendum, che dimostrarono come le riforme possono anche essere promosse dai parlamentari e realizzate con il concorso del voto dei cittadini. Mi riferisco al referendum del 1991 sulla preferenza unica, che permise una svolta democratica al popolo italiano. Valore non minore ebbe il referendum del 1993, che portò alla elezione diretta del Sindaco ed a un nuovo sistema elettorale per i comuni. Non va, poi, dimenticato che, nel 2001, fu approvata la riforma del Titolo V della Costituzione, che decise l’assetto, i poteri e le relazioni fra il governo nazionale, le regioni e i comuni. Come pure va ricordato che, nel 2005, il governo Berlusconi varò la riforma di ben 56 articoli della Costituzione. In questo caso, solo il mancato superamento dell’esame referendario del giugno 2006 impedì l’entrata in vigore della riforma. La vicenda riformatrice testè ricordata dimostra, semmai, che riforme – anche importanti – sono state fatte, ma che non è sufficiente fare le riforme, perché occorre anche farle bene.

Detto ciò, ritengo opportuno soffermarmi su talune riflessioni.Cartanonsirottama
La prima. Quanto accaduto negli ultimi trent’anni in materia di riforme costituzionali rivela che coloro i quali hanno inteso coltivare il proposito di aggiornare la Costituzione del 1948 lo hanno fatto perseguendo la massima partecipazione delle forze politiche ed hanno desistito dal tentativo allorchè si sono resi conto del mancato raggiungimento – vuoi per ragioni particolaristiche, vuoi per l’esistenza di una diversità di visioni – della collaborazione richiesta. A giustificare il fallimento dei tentativi compiuti ha concorso certamente, anche, la impossibilità di avvalersi di ricatti, violazioni dei regolamenti, canguri, supercanguri e fiducie, cui si è fatto ricorso in occasione del varo della riforma sottoposta al referendum confermativo del prossimo 4 dicembre. Tale conclusione, peraltro, è in parte confermata dal fatto che, nel 2013, è stata eletta, con un sistema ipermaggioritario, una Camera dei Deputati composta da una pattuglia di eletti per il P.D. enormemente più numerosa di quella consentita da un sistema elettorale proporzionale. Non può essere ignorato, infatti, che la dotazione parlamentare assicurata dal “Porcellum” – lungi dall’essere determinata da un sistema elettorale come quello (proporzionale) in vigore al tempo dell’Assemblea Costituente – travalicava enormemente l’entità del consenso conseguito nelle elezioni del 2013. In tal caso, il solo P.D. ha conseguito, come è noto, una rappresentanza parlamentare di circa 300 deputati, in luogo dei nemmeno 200, che gli sarebbero spettati secondo una attribuzione proporzionale degli stessi. Non sussisteva, peraltro, una situazione politica così confusa da rendere tollerabile l’appoggio di diversi transfughi, saliti inopinatamente sul carro del (preteso) vincitore in ... dolce attesa della fine della legislatura, che avrebbe consentito ad essi il raggiungimento dell’agognato vitalizio. In queste palesi anomalie sono maturate, dunque, le condizioni per l’approvazione della riforma renziana.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Il vero obiettivo")

Il vero obiettivo

La seconda. E’ mia ferma convinzione che le Commissioni bicamerali, nominate per l’aggiornamento della Costituzione, sono fallite anche per un’altra – più seria e decisiva – ragione. Dall’inizio degli anni ’80, i sostenitori delle riforme costituzionali hanno mirato a realizzare “finalmente” – con la scusa dell’aggiornamento della Costituzione del ’48 – una modificazione surrettizia della forma dello Stato, che ponesse al centro dello stesso, il Governo e non più il Parlamento. Il motivo di questo accanimento nasceva dalla volontà dei presunti “innovatori” (ed oggi, del “rottamatore” di Rignano) di esercitare il potere in modo incontrollato. È ciò che si vuole raggiungere in questa occasione: con la riforma della Carta e con la nuova legge elettorale (l’Italicum) gli strateghi della “modernità” pretendono, in effetti, di sostituire la Repubblica parlamentare con una Repubblica (quasi) presidenziale. Le scelte di oggi si inquadrano, perciò, perfettamente nell’obiettivo di creare un nuovo assetto della forma di Governo, in cui vengono dettate nuove regole della lotta politica e della democrazia. Alla democrazia organizzata e partecipata, con alla base la mediazione dei partiti, si vuole sostituire una democrazia individualistica, alla cui base è posto il rapporto immediato tra cittadini e leader. Insomma, dopo aver individuato nella Costituzione del ’48 il capro espiatorio delle disfunzioni in cui “annaspa” il nostro sistema politico, si è voluto ritenere che, attraverso la investitura carismatica di un “Capo”, sarà possibile il superamento di quelle disfunzioni.
Orbene, è palese che siffatta visione è posta alla base della globale ed organica revisione della Carta costituzionale, per cui la legge di riforma – che siamo chiamati a confermare o respingere – interviene proprio a “chiusura” di questo disegno.
La terza. Ricordo agli immemori che si sono avuti messaggi di tutt’altro segno. Nel 2007 la Commissione affari costituzionali della Camera approvò il Ddl AC-553 A, la cosiddetta Bozza Violante, che riscosse larghi consensi tra i costituzionalisti per il suo pregio di “revisione rispettosa e costruttiva” della Costituzione. In quella legislatura si era tentato, altresì, di modificare la legge elettorale, con la maggioranza di centrosinistra aperta ad un dialogo proficuo. Fu la sfiducia data al governo Prodi a far saltare quei tentativi.votoNO 350 260
Nel 2013, la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, nominata dal governo Letta, presentò una relazione (anch’essa a firma dell’On.le Violante), che riscosse un consenso molto vasto. È con l’avvento di Renzi e con l’inciucio del Nazareno che si è avuto l’abbandono di un disegno innovatore e condiviso. Ed è nato un nuovo procedimento, “curato” direttamente dal Governo e portato a termine con ricatti ed il ricorso al sostegno numerico di diversi parlamentari “pendolari” e trasformisti.
Cosa ho voluto dire? Innanzitutto, che le riforme, per essere fatte bene, richiedono il concorso di forze politiche mosse dall’intento di aggiornare, in maniera inclusiva, la Carta costituzionale. In secondo luogo, che il governo Renzi ha perseguito, invece, la linea dell’arroccamento e della arrogante pretesa di realizzare la riforma senza il concorso delle maggiori forze parlamentari. Tale scelta ha reso impossibile il varo di un aggiornamento condiviso della Costituzione in nome di una gestione individualistica e personalizzata dello Stato. Questo modo di operare sta, peraltro, alla base di autentici “strafalcioni” (v., ad esempio, il nuovo art. 70), che, nel merito, rendono inqualificabile ed ingestibile la riforma.
Di qui la necessaria conclusione: la fretta e la estrema superficialità e confusione con cui è stata scritta la legge di riforma rendono ineludibile un giudizio negativo sulla stessa: un “NO” deciso e fermo, perciò, intervenga al fine di impedire lo stravolgimento della Costituzione e di conservare incontaminati i valori della Carta del 1948.

 

 
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